Osvaldo Licini e Tullio Pericoli in mostra
di Flavia Orsati
4 Set 2025 - Arti Visive
“Quel lontano mar, quei monti azzurri”: il paesaggio di Osvaldo Licini e Tullio Pericoli in mostra a Monte Vidon Corrado. La mostra è a cura di Daniela Simoni e Nunzio Giustozzi.
(Didascalie delle immagini in fondo all’articolo)
Qualunque cosa ci richiama l’idea dell’infinito
è piacevole per questo, quando anche per
non altro. Così un filare o un viale d’alberi
di cui non arriviamo a scoprire il fine.
G. Leopardi - Zibaldone
Dal 19 luglio, e fino al 9 novembre 2025, sarà possibili visitare, presso le sale del Centro Studi Osvaldo Licini e nella cantina della Casa Museo, a Monte Vidon Corrado, in provincia di Fermo, la mostra “Quel lontano mar, quei Monti Azzurri”: il paesaggio di Osvaldo Licini e Tullio Pericoli”, a cura di Daniela Simoni e Nunzio Giustozzi.
Un dialogo a due voci sullo stesso tema, quello del paesaggio, precisamente del paesaggio marchigiano, tra due artisti che il sud delle Marche lo hanno vissuto, e lo vivono tuttora, nel caso di Tullio Pericoli, sulla propria pelle.
Le opere collocate nelle sale, specie quelle nella cantina della Casa Museo, sono dedicate esclusivamente al paesaggio, ed è impressionante notare come sembrino il suo completamento naturale, finestre nella parete che mostrano, semplicemente, cosa c’è al di là. L’unica differenza è che si tratta di un “fuori” non fenomenico ma animico, un “dentro” che, tuttavia, si estrinseca ed è possibile solo se concepito a stretto contatto con quanto ci circonda, limite transeunte al nostro esperire. Tale concetto era molto caro ad un altro illustre marchigiano, conterraneo dei nostri: Giacomo Leopardi, poeta che ha percepito il dato fenomenico quale unico viatico verso un oltre che, se non infinito, è quantomeno indefinito.


(Montefalcone) (O. Licini)
Nonostante le diversità espressive tra Licini e Pericoli, il primo oniricamente proteso verso il cielo, l’altro liricamente ancorato alla terra, come nota Stefano Bracalente nel suo saggio all’interno del Quaderno Liciniano che accompagna la mostra, entrambi esprimono lo stesso dinamico sentimento di fedeltà alla terra, in questo caso a quella d’origine. È proprio, infatti, la dialettica tra andare e restare che ricrea nella mente il paesaggio, dopo averlo osservato dal vero, vissuto, per poi ricomporlo, disancorato dal dato reale, in un universo di forme e colori tutto mentale, rendendone, sulla tela, la parte più pura, più autentica ed essenziale, sganciata dalla occasionalità del mondo fenomenico, che diviene un orpello puramente incidentale.
Allora, leopardianamente, nelle opere di entrambi, seppur in maniera differente, le Marche si compongono e ricompongono, tanto più nella lontananza, lasciando spazio a scampoli di infinito, contraddizione in termini voluta: si scorge, ad esempio, in un viale d’alberi di Licini, o nei campi arati di Pericoli, un non concludersi della forma, che sconfina al di là del quadro, sfondando la siepe come tante tessere di un mosaico di un vago paesaggio che, per quanto ne sappiamo, potrebbe protendersi oltre, fin dove l’occhio umano riesce a guardare. “Questo effetto è come quello della grandezza,” – scriveva Leopardi nello Zibaldone – “ma tanto maggiore quanto questa è determinata, e quella si può considerare come una grandezza incircoscritta”. Al di là di considerazioni formali, ciò che accomuna maggiormente i due artisti, credo, è il loro animo perpetuamente volto alle Marche, ai due natii borghi selvaggi, Monte Vidon Corrado e Colli del Tronto. Nonostante ciò, i due sono passati anche per altre sperimentazioni, per poi, tuttavia, nel paesaggio riapprodare, all’ombra, consapevole o meno, di Giacomo Leopardi, il grande nume tutelare di tutti coloro che abbiano compreso cosa significhi essere, ontologicamente, marchigiani, sentire il peso e la bellezza di questa terra sulla propria pelle.
Nel confronto tra i due, è imprescindibile, a questo punto, chiarire due termini, due nozioni estremamente ampie e che potrebbero portare al fraintendimento: quella di paesaggio, e quella di infinito. Il paesaggio è qualcosa di altro dalla natura: essa ne è la base, ma senza la mano umana, l’antropologia che lo modella e che imprime sul suo corpo ferite, cicatrici e carezze indelebili, che vanno avanti da secoli, il paesaggio non sarebbe possibile; è, insomma, una suprema sintesi di una natura e di una cultura che, alleate e nemiche, come amore e morte, procedono inseparabili, fianco a fianco, nel trascorrere del tempo.


Più problematica la nozione di infinito, specie se analizzata alla luce del particolarismo proprio delle Marche, antropologico e culturale, ma anche formale. Parliamo di quanto, in fotografia, ci ha mostrato Mario Giacomelli: un territorio formato da tante parti che, tuttavia, votate ad un animo plurale, non arrivano mai a comporre un tutto armonioso, ma lo atomizzano in molteplici anime distinte, delle quali è difficile riuscire a comporre una sintesi visuale. Della stessa essenza parla anche Guido Piovene, nel suo famoso Viaggio in Italia, specificando che la stessa tensione, la stessa incapacità di fare sintesi, la si riscontra nell’animo degli abitanti. Da qui scaturisce una disillusa e inappagata tensione verso l’infinito, il nuovo, per poi accorgersi che, una volta raggiunto, una volta andati via, si ha abbandonato la vera vita, che si svolge lì, in quella piccola e appartata porzione di mondo stretta tra gli Appennini e il Mare Adriatico. Un infinito minimo, che, in virtù della sublimazione data anche dalla lontananza, i due pittori riescono non a concettualizzare, ma ad intuire, avendo dovuto entrambi staccarsi, volenti o nolenti, per lungo o breve tempo, dal paesaggio che li ha visti nascere. Del resto, conoscere, e in questo caso dipingere, è ricordare qualcosa, tramite anche la giusta distanza, geografica e temporale, che diviene misura del rammemorare stesso: tra teorie di colline, monti, alberi, campi e paesi, si fanno strada delle presenze, in Licini espresse, nell’ultima fase della sua ricerca pittorica, tramite immaginifiche figure ed enigmatici esseri, creature fantastiche non presenti in Pericoli in maniera esplicita. Ciò che è impressionante, tuttavia, è l’affermarsi dello stesso genius loci, seppur in una declinazione differente: in Pericoli il meraviglioso è intrinseco nella terra stessa, nella sua atmosfera mobile e tellurica, soggetta al cambiamento cromatico e formale, nel coniugarsi dei suoi frammenti, degli incastri tra le macchie e le campiture di colore.
Quindi, tornando all’ambiziosa domanda iniziale, possiamo dire che non esiste una intesa precisa su cosa l’infinito sia, ma che sicuramente l’intelletto umano tende a confonderlo con l’indefinito, il vago appunto, come già Leopardi spiegava, essendo incapace di esperirlo sotto i sensi, ma avendo, forse, la capacità di intuirlo, se guidato da una forte visionarietà, o dal filtro di chi, questa visionarietà, la possiede.


Licini e Pericoli riescono, in maniera diversa, a calare le loro opere in quella porzione minima di infinito che ci è concesso di sperimentare, liberandosi da qualsiasi velleità di rappresentazione realistica, carpendo l’indefinitezza che si annida proprio nei luoghi, antichi ed appartati, delle Marche, e ritrovando, guidati dal filtro del ricordo, una ispirazione che, stavolta davvero, verso l’infinito fa sconfinare.
Didascalie delle immagini:
Fig. 1: Osvaldo Licini - Amalassunta farfalla (1952) olio su tela - collezione privata
Fig. 2: Osvaldo Licini - L'albero (1925) olio su tela - Ascoli Piceno, Galleria d'Arte Contemporanea "Osvaldo Licini"
Fig. 3: Osvaldo Licini - Paesaggio (1926) olio su tela - collezione privata
Fig. 4: Osvaldo Licini - Paesaggio (1925 con interventi successivi) olio su tela - Monte Vidon Corrado, Casa Museo Osvaldo Licini
Fig. 5: Osvaldo Licini - Paesaggio marchigiano (Montefalcone) (1926) olio su tela - collezione privata
Fig. 6: Tullio Pericoli - Paesaggio elementare (2004) - ®Tullio Pericoli
Fig. 7: Tullio Pericoli - Perdita d'occhio (2011) - ®Tullio Pericoli
Fig. 8: Tullio Pericoli - Frammento rosso (2022) - ®Tullio Pericoli
Fig. 9: Tullio Pericoli - Le mie terre (2024) - ®Tullio Pericoli
Fig. 10: Tullio Pericoli - Vista dall'alto (2025) - ®Tullio Pericoli
Fig. 11: Tullio Pericoli - Verticale (2025) - ®Tullio Pericoli
Fig. 12: Tullio Pericoli - Sibillini (2025) - ®Tullio Pericoli






