Nostra intervista al costumista Giuseppe Palella


di Roberta Rocchetti

23 Giu 2021 - Commenti altre arti, Commenti classica

Abbiamo intervistato uno dei più vitali esponenti del teatro d’opera in Italia e nel mondo, il costumista Giuseppe Palella, vincitore, nel 2019, del Premio Abbiati.

Ci è venuto naturale nel momento in cui il piacevole ronzio della ripresa della vita in teatro si è fatto più deciso e persistente andare a parlare con uno dei più vitali esponenti del teatro d’opera, vitale perché dotato di una creatività spumeggiante, fluente, mai uguale a sé stessa ma al contempo delineata da una identità ben rintracciabile.

Giuseppe Palella costumista barese porta da anni la sua inarrestabile creatività nei più prestigiosi teatri italiani e del mondo e la mette al servizio dei festival lirici più seguiti, come non ricordare la magia visiva donata al Guglielmo Ratcliff a Wexford nel 2015, ma soprattutto la sua collaborazione con il Festival della Valle d’Itria che gli ha permesso di vincere nel 2019 il Premio Abbiati per le produzioni di Giulietta e Romeo di Vaccaj e dell’Orlando Furioso di Vivaldi.

Neanche la pandemia ha potuto fermare del tutto questo processo creativo tanto che lo scorso anno che sarà ricordato come uno dei più funesti per il teatro e non solo, Giuseppe Palella ha “assemblato” i costumi per l’opera sperimentale Alienati prodotta dal Teatro Coccia di Novara, produzione dove ogni interprete si esibiva online dalla propria sede usando materiale a propria disposizione.

Ora finalmente con il ritorno alla vita e speriamo al più presto alla piena normalità lo cogliamo già in terra austriaca dove sta lavorando ad una prossima produzione di Turandot, e qui approfittando delle pause e della sua gentile disponibilità gli abbiamo posto qualche domanda:

D. Come è nata la scintilla che ti ha portato ad essere l’artefice dei bellissimi abiti che crei?

R. Questa è una domanda difficile, perché tutto è arrivato senza sapere cosa stavo cercando di concreto nella mia vita: negli ultimi anni del ‘900 (è divertente scriverlo) ero iscritto all’Accademia delle belle Arti in Scultura, a Bologna, a pochi passi dal conservatorio dove ogni mattina ascoltavo, passeggiando sotto i portici, studenti cantare, esercitandosi con vocalizzi o famosi brani d’opera. Ero curiosissimo, vedevo reagire il mio corpo attraversato da brividi, a ogni suono, a ogni frase musicale. Un’attrazione fisica improvvisa per quel mondo sconosciuto, la lirica. Il mio insegnante di scultura, anche musicista, ascoltando questa mia improvvisa passione, mi ha introdotto tra colleghi, in una classe di canto, per “respirare” quell’energia, come semplice uditore. L’insegnante di canto mi ha accolto in quella classe offrendomi gratuitamente pochi minuti di lezione tra un Alfredo Germont, una Cio-Cio-San, e un Duca di Mantova. Dopo un anno ho fatto l’audizione per entrare in conservatorio… ultimo classificato, ma felice perché potevo studiare musica, pianoforte solfeggio e cantare, cantare, cantare ogni giorno. Una fatica immensa, perché giustamente le classi erano formate da musicisti già preparati, ma gli insegnanti credevano in me, e mi hanno regalato anni meravigliosi, docenti ineguagliabili, mi hanno adottato portandomi in tutti quei teatri a me sconosciuti, introducendomi in grandi produzioni come spettatore, ingurgitando quantità di musica, soprattutto di opera lirica, senza fine. Ho conosciuto il TEATRO, la MUSICA e ho deciso che a tutti costi dovevo farne parte.

D. Quando hai deciso che saresti stato un creatore di costumi?

R. Tutto è successo, durante uno dei mille lavori volontari in teatro, come assistente tuttofare con un grande regista. Lavoravamo sulla tetralogia wagneriana per Bayreuth. Ogni mattina questo regista amava devastarmi psicologicamente, evidenziando la mia inutile eccitazione per un mondo ormai morente, per il Maestro ero giovane e quindi in tempo a scappare da quel brutto luogo. Per punirmi mi ha fatto studiare un bel libro sui Nibelunghi, da cui trarre lo “spoglio” dei personaggi, cioè tutti quegli elementi che ne caratterizzano il costume. Più che una punizione, una passione, disegnavo ogni giorno i personaggi dell’opera, aggiungendo tutti quei particolari di costume che trovavo nello studio. Ho seguito quindi la preparazione in laboratorio, poi le prove in palcoscenico. Volevo fare solo quello.

D. Tu hai una tua linea artistica riconoscibile per la sontuosità, il cromatismo armonioso, la pennellata onirica e il legame col mondo del mito e della fiaba, sicuramente questo sancisce la tua unicità e una identità ora saldamente delineata, ma all’inizio ci sono stati ispiratori?

R. Ispiratori tantissimi, davvero tanti, sono un ammiratore di tutti quei costumisti, registi scenografi che scavano, azionano tutta la macchina e i laboratori teatrali, non si limitano a comprare qualche pantalone o maglietta nera da qualche negozietto in centro, ma partendo da un pezzo di cotone bianco, attraverso il colore, la pittura, la decorazione, patina e invecchiamento, e ovviamente la costruzione sartoriale, riescono a trasformarlo nel più sontuoso tessuto destinato a un imperatore. Quando mi aggiro nei depositi di costumi teatrali, trovo dei tesori inimmaginabili, nascosti nel buio, sotto teli di protezione, si scoprono veri capolavori di materia. Io vorrei fare quello, creare materia per i personaggi, non so se riesco a spiegarlo, ma sono questo tipo di costumisti i miei ispiratori, Danilo Donati, Lilla de Nobili, Miruna Boruzescu, Anna Anni, Pierluigi Samaritani, Mauro Pagani… tantissimi.

D. Costumisti, stilisti o artisti in altri campi, come quello della pittura o della letteratura ai quali hai guardato come guide del sentiero che ti accingevi a percorrere?

R. Io sono della generazione pre-internet, musei, mostre, spettacoli di strada devo vederli dal vivo. I libri devo sfogliarli, perché devo evidenziare i paragrafi, lasciare un appunto da rivedere successivamente, abbandonare un fiore fino a farlo seccare, per poi ritrovarlo stupito perché ha conservato i suoi colori. In 20 anni ho collezionato una libreria stracolma di libri, fotografie, disegni che ho acquistato in ogni viaggio o museo visitato. Ho un tomo gigante sulle sculture di Giacomo Serpotta che condivide la mensola affiancato alla mia collezione completa delle Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri (trovate per strada a Venezia), il saggio su malattie del costume teatrale di Roland Barthes, vicino a un teatrino giocattolo ancora da montare, che sorregge centinaia di negativi fotografici in vetro comprati al mercato delle pulci a Parigi per un euro. Da una vita mi porto questo carico di curiosità di vario genere, e sempre affascinato riscopro in qualcuno una chiave di lettura differente. Per rispondere alla domanda: sono avido di creatività e la raccolgo ovunque dal grande stilista del dopoguerra al decoratore di cartapesta leccese.

D. Quale tra le opere alle quali non ti sei ancora approcciato è in cima alla tua lista dei desideri?

R. Macbeth di Verdi, Le Nozze di Teti e Peleo di Rossini, Madama Butterfly di Puccini…una quantità di opere barocche, Les Boréades di Rameau, La Regina delle Fate di Purcell, Rodelinda di Handel… tantissime.

D. Il mondo del teatro d’opera è in evoluzione, sia a causa della pandemia che speriamo superata nella sua fase più acuta ma che ha comunque mutato alcuni scenari, sia per una sua naturale trasformazione dovuta ai tempi e alle culture che su esso influiscono. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a sperimentazioni di vario genere, alcune riuscite altre meno, sia per quello che riguarda il comparto musicale che per quello visivo e quello drammaturgico. Secondo te qual è la chiave per rendere il teatro d’opera attuale, fresco, capace di richiamare un pubblico nuovo senza perdere la profonda bellezza necessaria a crearlo e quella capacità quasi “terapeutica” che da sempre lo contraddistingue?

R. Il teatro ha bisogno delle nuove generazioni, di nuove e fresche energie. La mia, io ho 45 anni, deve subire ancora la presenza di pilastri immortali che non possono essere lontanamente equiparati per grandiosità, uso di grandi budget, e di forze politiche sostenitrici. Tutti i ragazzi che si avvicinano al teatro subiscono un immediato shock, che li rende tristi, perché prima di poter creare direttamente qualcosa sul palcoscenico, devono confrontarsi con tutto il passato che li accusa di inesperienza. Il teatro si impara facendolo. Qualche decennio fa qualche grande teatro, e forse lo sta facendo ancora Macerata allo Sferisterio, e Venezia al Malibran, offriva a giovani ragazzi la possibilità di partecipare a un bando per la creazione di titoli d’opera per la propria stagione. Questo è il modo di aprire le braccia al nuovo, di accoglierlo e aiutarlo a creare. Se in ogni teatro, in ogni stagione qualche titolo fosse preservato a queste iniziative, una nuova energia travolgerebbe i palcoscenici, purché pagati! Non voglio aprire questo capitolo, molti teatri pagano gli artisti con mostruosi ritardi o non li pagano proprio, in quanto contratti tra privati. Credo veramente nelle nuove generazioni, è il momento di tramandare questa bellezza a loro, e se vi è mai capitato di assistere alle recite aperte agli studenti o giovani under 30, scoprireste quanta emozione possono trasmettere con la loro calorosa partecipazione. Noi abbiamo bisogno di questo affetto e non di un pubblico carico di pregiudizio. Importante è ricordare che il nostro è un lavoro che si tramanda sul posto, non si impara a scuola, quindi questi ragazzi devono fisicamente entrare nel cuore del teatro e viverlo. Dopo la seconda guerra mondiale una grande generazione ha costruito un nuovo linguaggio teatrale che ancora vive, e che tutti amiamo. Le sperimentazioni servono anche a smuovere un po’ le acque stantie del manierismo… ma poi abbiamo bisogno di piangere su quell’aria di Liù, “lo amerai anche tu” dove la musica ci rimette al nostro posto, e ci fa capire che noi siamo solo funzionali a quella piccola nota, a quel piccolo brivido. La bellezza ritorna prepotente, e come accenni nella domanda, quella capacità “terapeutica” che da sempre lo contraddistingue ci rimette in vita.

Aggiungiamo in chiusura quello che è il nostro pensiero, che è il nostro desiderio per quello che riguarda questo artista e che trasformiamo in un auspicio: noi Giuseppe Palella a disegnare i costumi di un sette dicembre alla Scala lo vedremmo assai indicato.

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