Nell’Anfiteatro Romano di Urbisaglia ritorna il grande teatro classico


di Alberto Pellegrino

24 Giu 2026 - Approfondimenti teatro, News teatro

Nell’ambito di TAU (Teatri Antichi Uniti) (https://www.musiculturaonline.it/tau-teatri-antichi-uniti-il-programma-della-xxviiia-edizione-2026/), nell’Anfiteatro Romano di Urbisaglia (MC), dove il festival è nato, tre importanti classici: “Sette a Tebe” di Eschilo, le “Baccanti” di Euripide ed “Elettra 1944” una riscrittura dell’Orestea di Eschilo.

“Sette a Tebe”

La Stagione dei Teatri Antichi Uniti AMAT 2026 riporta finalmente l’Anfiteatro Romano di Urbisaglia (MC) ai suoi antichi fasti con una programmazione basata su tre grandi tragedie del teatro greco, legate tra loro da una filo logico e caratterizzate da allestimenti già sperimentati per il loro valore, per aver saputo mettere insieme il rispetto verso il teatro classico e un modo innovativo di concepire la lettura e l’interpretazione attoriale dei testi prescelti.

Lo spettacolo d’apertura

La stagione si aprirà il 9 luglio 2026 con i Sette a Tebe di Eschilo, uno spettacolo andato in scena nel 2023 al Teatro Olimpico di Vicenza, che il regista Gabriele Vacis ha sottotitolato Questo terribile amore per la guerra per dare una sua chiave interpretativa a una tragedia che vede “capo contro capo, fratello contro fratello, nemico contro nemico”. Il regista, con i giovani attori del PEM (Potenziali Evocati Multimediali), porta sulla scena la feroce lotta tra due sovrani fratelli che si battono per il controllo della città di Tebe con un chiaro riferimento alla violenza e alle distruzioni belliche che ciclicamente si ripresentano nelle società umane nonostante i proclami di pace e le buone intenzioni.

Al centro della vicenda vi sono Eteocle e Polinice attorniati dalle loro comunità, ma il vero protagonista rimane quel devastante conflitto tra gli umani che non cessa mai di produrre sangue e dolore senza lasciare spazio a quella speranza che tenta di affiorare in mezzo a tanta disperazione.

In una sovrapposizione tra passato e presente, riaffiorano a volte le storie personali di questi giovani attori che raccontano vicende e impressioni sulla realtà della guerra. Nel pieno rispetto di Eschilo, il mito viene rivissuto facendo del teatro nel teatro con scambi attore-personaggio attraverso un linguaggio fatto di azioni plastiche, parole, cori, movimenti che introducono nell’agora tebana precisi riferimenti l’attualità da cui emerge un rifiuto della guerra vista come l’unica soluzione possibile dei problemi umani senza considerare che si possano percorrere altre strade per vivere in pace.

Lo spettacolo è centrato sulla partecipazione corale dei cittadini di Tebe, mentre i rumori dell’assedio, gli assalti dei nemici che minacciano la distruzione della città arrivano come un’eco da fuori le mura per ricordare che ogni conflitto è una guerra civile (i nemici sono i due fratelli Eteocle e Polinice), che in ogni epoca e area geografica la guerra assume lo stesso volto inquietante. I giovani autori e attori, nel pieno rispetto di Eschilo, si assumono la responsabilità di rappresentare pensieri e sentimenti delle nuove generazioni che si chiedono cosa sia oggi la guerra nel suo tremendo impasto tra antico e moderno, tra passione e ferocia che sta alla base della sua terribile vitalità.

La riscrittura di Gabriele Vacis, pur nella fedeltà ai versi originali, intende attualizzare e quindi rivitalizzare il messaggio contenuto nel dramma classico come ha voluto precisare il regista in una recente intervista: “I giovani li si lusinga, ma non li si ascolta, eppure sono loro che indicano la direzione in cui sta andando il mondo. Il sentimento del tragico per loro non corrisponde con la fine di sé, ma con la fine del pianeta.  […] Noi chiamiamo Eschilo il risultato di 2500 anni di tradizioni e riscritture che non hanno più niente a che vedere con lui. È il frutto pesante, anche entusiasmante, che coglie il significato profondo dei sentimenti. Ma tutto è in trasformazione e questo distillato deve essere aggiornato”.

Anagoor “Baccanti” (foto di Serena Pea)

Il secondo appuntamento il 28 luglio con le “Baccanti”

Questo nuovo allestimento delle Baccanti di Euripide è stato messo a punto da Anagoor, un collettivo artistico apprezzato per le sue ricerche visive e letterarie di forte impatto, per la sua capacità d’intrecciare i linguaggi del corpo, della parola e dell’immagine, per saper coniugare i grandi temi culturali e politici del teatro classico con una riflessione sulle attuali convenzioni sociali e strutture di potere.

In questo audace viaggio all’interno di una grande tragedia, il regista Simone Derai ha guidato gli allievi del terzo anno dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni per andare alla riscoperta del mito e per porre inquietanti interrogativi sul nostro presente, per cui lo spettacolo va visto come “una pratica magica curativa per un mondo malato ed arido, terra devastata e sprecata, che transita per una primavera di rabbia, furia e maledizioni, una protesta che chiede di ritrovare ciò che è andato perduto nella pretesa dell’identità, nella follia della supremazia che trascina ogni esperienza politica al fallimento”.

Queste Baccanti sono sospese tra estasi e sovversione in una terra di confine nella quale si confondono umano e divino, si celebra la “diversità” e si mettono in discussione le attuali regole sociali e i modi di gestione del potere. Il mito antico riprende vita e si attualizza, perché il mistero dionisiaco diventa un momento d’iniziazione e di passaggio da un’estasi mistica a una presa di coscienza e di riflessione; il visionario sabba notturno di un gruppo di giovani  attori si propone di trasmettere al pubblico una magia curativa  capace di risanare un mondo malato e devastato, per ricordare che abbiamo perduto il gusto della bellezza a causa di una follia che vuole imporre la sua supremazia politica a costo di trascinare tutti al fallimento.

La mitica città di Tebe è presa d’assalto dalle baccanti decise a imporre il culto di Dioniso, un dio potente e vendicativo in una visione apparentemente atemporale, mentre in realtà vuole suggerire un parallelismo con guerre e genocidi in atto nel mondo. Al centro della scena un cerchio, delimitato da un tubo al neon, richiama l’antica orchestra del teatro greco e al suo interno, in funzione di altare dionisiaco, è collocato un microfono a stelo, un totem-feticcio adorato dai seguaci del culto bacchico. Le baccanti entrano in scena con gesti solenni e rituali e si dispongono in circolo, dal quale si leva la voce di Dioniso che recita il prologo in un’atmosfera di suoni, immagini e movenze che ha qualcosa di misterioso e ipnotico, mentre il grande inno del credo dionisiaco viene recitato da una menade in trance perché posseduta dal dio.

Penteo indossa abiti borghesi moderni e manifesta tutto il suo disprezzo per la religione dionisiaca (“Questo culto è una porcheria”) e per i neo-adepti come suo nonno Cadmo e l’indovino Tiresia. Ma lo stesso Penteo finisce per cedere alla strategia seduttiva di Dioniso; si avvicina al cerchio rituale; si veste da donna per fingersi una baccante e vedere da vicino quelle pratiche che considera vergognose, finendo per pagare con la vita la sua curiosità.

In una scena suggestiva Agave scende dai monti ancora in preda all’invasamento bacchico, convinta di avere catturato e ucciso un leone. Nel confronto con Cadmo e Tiresia ritrova progressivamente la lucidità e prende coscienza dell’orrenda uccisione di Penteo che finalmente percepisce come una dolorosa realtà: quello che si ritrova fra le braccia è il corpo di suo figlio. La vendetta di Dioniso si è consumata, quanti negavano le sue prerogative divine sono stati puniti, il suo potere su Tebe è stato ristabilito. L’ultima battuta intrisa di amarezza e sconforto è pronunciata da Agave: “Ce ne dobbiamo andare. Altri raccolgano il tirso e inizino una storia diversa”.

“Elettra 1944” – Pamela Villoresi (foto di Daniela Foresto)

Il terzo spettacolo del 7 agosto è “Elettra 1944”

Il drammaturgo Giancarlo Nicoletti è l’autore di una riscrittura dell’Orestea di Eschilo intitolata Elettra 1944 e ambientata nella Roma occupata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il testo reinventa la più grande saga familiare del mondo classico, collocandola nella storia contemporanea, nel corso di un conflitto dove s’intrecciano e si fondono vendetta e giustizia, memoria e responsabilità, silenzi e accuse, sentimenti destinati a diventare un peso insostenibile per ognuno dei personaggi destinati a vivere in un tempo dove tutto scorre rapidamente e le decisioni devono essere immediate.

Il racconto procede in un alternarsi di dialoghi serrati e improvvise fratture all’interno di una casa che è un rifugio e una trappola, nella quale eventi privati e collettivi finiscono per sovrapporsi e costringono le persone a fare scelte difficili e drammatiche, che risulteranno determinanti per il destino dei legami familiari fino a quando lo scorrere degli eventi segnerà l’inizio di un nuovo ordine familiare e sociale.

Nell’inverno 1944 l’antico mito di Elettra e Oreste rivive in una capitale ridotta allo stremo sotto la dominazione nazista. All’interno di un appartamento del centro una famiglia borghese, dopo anni di separazioni e di lutti, deve fare i conti con un passato inquietante e con l’attuale precipitare degli eventi: la guerra civile, che è in corso nei quartieri e nelle strade cittadine, si trasferisce dentro le mura domestiche; devasta gli equilibri familiari; fa saltare i rapporti di sangue; costringe ognuno a compiere azioni per le quali nessuno potrà più sentirsi innocente. Il padre è morto, una figlia è stata uccisa durante il conflitto bellico, la madre ha cercato di ricostruirsi una vita accanto a un uomo legato al regime fascista. Il ritorno del figlio Flavio e il coinvolgimento della figlia Alma nella Resistenza fanno crollare ogni apparente equilibrio. Quando si scopre che la madre, per proteggere la famiglia, ha accettato dei compromessi con il nemico e ha denunciato chi le era più vicino, il conflitto finisce per esplodere: ogni comportamento, anche fatto in nome dell’amore, diventa una colpa e un tradimento; i due figli avvertono il dovere di compiere una vendetta contro la madre e contro l’uomo che ha preso il posto di loro padre, nonostante sentano che questo atto finirà per tormentare le loro coscienze. La tragedia familiare si consuma mentre per le strade della città avvengono drammi altrettanto terribili: il rastrellamento del Ghetto, l’attentato di Via Rasella, il massacro delle Fosse Ardeatine, la paura quotidiana, l’attesa ossessiva di una “liberazione” che sembra non arrivare mai.

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