“Nabucco” al Macerata Opera Festival: aspetti storico-politici e regia


di Alberto Pellegrino

21 Lug 2026 - Commenti classica

Proponiamo la lettura degli aspetti storico-politici e registici (Paul-Émile Fourny) di questo “Nabucco” maceratese che ha aperto la Stagione 2026 di Macerata Opera Festival.

(photo credits: Macerata Opera Festival)

Lasciamo ad altri l’analisi e il commento musicale di questo Nabucco che, dopo dieci anni, ritorna allo Sferisterio per inaugurare la stagione 2026, per concentrarci sugli aspetti storico-politici e sulla lettura registica di questo melodramma, che nel 1842 ha assicurato il primo vero successo al giovane compositore Giuseppe Verdi, che in quell’anno sta uscendo da un periodo particolarmente travagliato della sua vita con la morte della moglie Margherita Barezzi e dei figli Virginia e Icilio, con l’insuccesso della prima opera Un giorno di regno e con la fredda accoglienza per l’altra opera Oberto conte si San Bonifacio.

Nel pienodi una crisi umana e creativa viene proposto a Verdi il libretto scritto da Temistocle Solera tratto dal dramma Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Borugeois e Francis Cornu (1836). La straordinaria e immediata popolarità del coro Va, pensiero, sull’ali dorate, intonato dal popolo ebraico deportato e prigioniero dei Babilonesi, ha conferito a quest’opera un’aura risorgimentale che probabilmente non c’era nelle intenzioni degli autori, mentre repubblicani mazziniani liberali monarchici ne fanno l’inno della lotta di liberazione del popolo italiano dalla dominazione straniera, sulla scia di quel nazionalismo che compare nell’ultimo Rossini (Guglielmo Tell) e in Bellini (I Putitani). A questa opera è stata data una lettura in chiave risorgimentale in un certo senso retroattiva, che in essa non appare ancora dominante come già s’intravede nei Lombardi alla prima crociata e come si delinea chiaramente nelle successive opere definite “risorgimentali” come Ernani, La battaglia di Legnano, I Vespri Siciliani.

Il libretto di Temistocle Solera

Il librettista Temistocle Solera, che nel 1848 aderisce al movimento neoguelfo di Gioberti, sei anni prima non ha certo in mente di scrivere una storia capace d’incitare  gli italiani alla rivolta contro la dominazione austriaca; egli affronta per prima cosa il tema della condizione del popolo ebraico assoggettato all’impero babilonese e guidato da un’autorità religiosa inflessibile come il gran sacerdote Zaccaria; vi è poi il dramma dei personaggi drammatici di Nabucodonosor II e della sua presunta figlia Abigaille; c’è lo scontro tra due popoli l’uno sottomesso e l’altro dominatore, tra due religioni che riconoscono e adorano divinità completamente diverse; è presente il tema dell’amore contrastato fra due giovani appartenenti a due popoli nemici; vi è infine una conversione di fronte all’irrompere del divino nella storia del mondo.

La mesa in scena di Paul-Émile Fourny

Il regista belga Paul-Émile Fourny per interpretare questo melodramma ha scelto il tema certamente più attuale (rispetto a quello risorgimentale) dello scontro tra due nazioni profondamente diverse e divise sotto il profilo culturale, politico e religioso, senza trascurare la dovuta attenzione a sentimenti universali come il culto e la sete di potere che divora Nabucco e Abigaille, la fede e l’amore  che unisce Fenena e Ismaele, la furia, la gelosia, l’amore disperato, la voglia di riscatto dalla sua condizione di schiava di Abigaille.

Paul-Émile Fourny pur mantenendo la scansione drammatica delle quattro parti (Gerusalemme, L’empio, La profezia, L’idolo infranto) ha voluto mettere in evidenza la rappresentazione più umana e attuale della violenza e della incomunicabilità tra due popoli in guerra. Una storia caratterizzata da una serie di scontri, capovolgimenti di fronte, conversioni e autopunizioni per poi convogliarsi verso un finale dove tutto si ricompone in un clima che finalmente accoglie la vita e sembra dare speranza dopo una totale groviglio di passioni e violenze, che sembrava ricalcare la tragica storia della Torre di Babele. La perfida Abigaille si avvelena e muore con dignità; tutti riconoscono che esiste un solo Dio grande e forte, il solo degno di essere adorato, per cui Ebrei e Babilonesi s’inginocchiano e invocano l’“immenso Jehova”; Zaccaria si rivolge a Nabucco per lanciare l’ultima profezia: “Servendo a Jehova sarai de’ regi il re!”

Il regista, per sottolineare l’attualità del capolavoro verdiano che non ha bisogno di forzature, ha detto: “La forza del Nabucco risiede nella sua decisa dichiarazione del confronto tra individui e tra nazioni. Una terra arida e deserta, l’aria, il vento e il mare. Questi sono gli elementi della creazione del mondo. E poi c’è la scrittura e tutte le lingue, che, per l’ignoranza di non possederle, creano l’impossibilità di comprendersi a vicenda e inducono i popoli a un’incomprensione che li spinge inevitabilmente verso il separatismo e il conflitto. È una storia come quella della Torre di Babele”.

Lo scenografo Benito Leonori ha assecondato l’idea registica, trasformando il palcoscenico in un deserto di pietra in continua evoluzione per mezzo di rocce semoventi che, spostandosi e incastrandosi, hanno creato diversi spazi scenici e atmosfere completate dalle proiezioni digitali di Mario Spinaci, che hanno occupato l’intero muro dello Sferisterio, hanno conferito la dovuta spettacolarità alla varie vicende, in particolare la deportazione degli ebrei a Babilonia e lo spettacolare crollo del tempio di Belo. I drammatici costumi ideati da Giovanna Fiorentini e il ben calibrato disegno di luci progettato da Ludovico Gobbi hanno contribuito a completare l’efficacia dell’intera scatola scenica.

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