"Il Campanello" di G. Donizetti a Fano
L'opera di Donizetti, per la stagione musicale fanese "Torelliana", cuore della stagione affidata da poco a Fiorenza Cedolins.
di Andrea Zepponi
Per la stagione musicale fanese Torelliana 2010,
intitolata al grande scenografo seicentesco Giacomo Torelli, è
andata in scena giovedì 4 febbraio l’opera buffa di
Gaetano Donizetti, Il Campanello e una sua replica sabato 6; la direzione artistica del Teatro della Fortuna affidata da poco al soprano M° Fiorenza Cedolins ha considerato cuore della Torelliana 2010 questa edizione de Il Campanello
donizettiano ed ha fatto centro proprio al cuore del pubblico.
L’artista di fama internazionale è stata presentata alla
stampa cittadina a ridosso dell’apertura della Torelliana 2010,
un prestigio per l’istituzione teatrale fanese che si è
avvalsa del suo prezioso contributo già per questa edizione che
ha avuto inizio il 13 gennaio. Il nuovo direttore artistico ha voluto
far fare alla rassegna musicale fanese un ulteriore salto di
qualità attraverso la presenza di artisti di calibro
internazionale come Elena Obraztsova, Stefano Bollani, Mauro Avogadro,
Roberto De Candia, Alfonso Antoniozzi, Enrico Dindo, Pietro De Maria,
Enrico Pieranunzi, tutti protagonisti degli appuntamenti in cartellone.
L’idea è quella di portare a Fano i colleghi più
sensibili a nuovi progetti, “motivare artisti che sono diventati
di rilievo internazionale non attraverso il marketing, ma proprio
perché sono bravi”. Perché, secondo la Cedolins,
per fronteggiare questa crisi si può “ripartire dai
piccoli centri, quelli meno sottoposti alle attenzioni mediatiche e ai
compromessi, con serietà, qualità, professionalità
ed onestà”. E con idee e obiettivi che non mancano.
Continuare – come fa la Torelliana dalla sua nascita nel 2005 - a
puntare sui giovani - artisti, tecnici ed anche fruitori, perché
il teatro in genere ha drammaticamente bisogno di un cambio
generazionale – cercando anche di creare “un centro di
formazione dedicato alla produzione, magari in collaborazione con
realtà come il vicino Concorso Renata Tebaldi di San Marino ed
altre, per richiamare le migliori leve di giovani cantanti.”
Attivare collaborazioni di coproduzioni con enti con cui il soprano ha
“già collaborato, come il Teatro di Spalato, Teatro
Arriaga di Bilbao diretto da Emilio Sagi già direttore del Real
di Madrid, l’associazione “Elena Obraztsova” di San
Pietroburgo, al fine di ridurre i costi, ammortizzare le spese in
un’ottica di scambio e maggiore circolazione di idee e
opere.” E infine “adoperare gli splendidi spazi
all’aperto che la città di Fano offre – Corte
Malatestiana, ex Chiesa di S. Francesco – per organizzare
un’appendice estiva della Torelliana, con uno sguardo al turismo
che affolla la stagione balneare.” Smagliante esempio di questa
ventata di aria fresca per la lirica fanese è stato a pieno
titolo questo Campanello donizettiano, nella edizione critica a
cura di Ilaria Narici, che ha avuto un cast d’eccezione, di fama
internazionale e una produzione tutta nuova e improntata
all’occasione dei prodromi del carnevale fanese: i cantanti Stefania Donzelli –soprano - Serafina, Elena Bresciani- mezzo soprano - Mamma Rosa, Alfonso Antoniozzi – basso buffo - Don Annibale, Roberto De Candia – baritono - Enrico e l’attore Martino D’Amico
– Spiridione, un cast di comprovato apprendistato belcantistico
al ROF di Pesaro e di affinate attitudini allo stile buffo. Alla
direzione dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini era il direttore e concertatore M° Matteo Beltrami e il Coro del Teatro della Fortuna – Mezio Agostini era diretto dal M° Angelo Biancamano. La regia era affidata a Mauro Avogadro. Il Campanello
è una delle prove più riuscite nel genere comico e fu
salutata con successo dal suo primo apparire. Nata sotto forma di farsa
con dialoghi parlati con la parte del basso buffo in dialetto
napoletano, debuttò nel 1836 al Teatro Nuovo di Napoli,
l’anno seguente viene rimaneggiata dall’autore che tra
l’altro sostituì i dialoghi parlati con recitativi,
trasformandola nella versione essenzialmente conosciuta ai nostri
tempi. La vicenda si svolge manco a dirlo a Napoli dove l’anziano
farmacista Don Annibale Pistacchio prende in moglie la giovane
Serafina, innamorata del giovane Enrico e da lui corrisposta. Il neo
sposo all’indomani delle nozze deve recarsi a Roma, dove
resterà un mese per impegni di lavoro. Enrico è deciso ad
impedire che il matrimonio si consumi quella notte e sperare quindi
nello scioglimento. Terminata la festa, Enrico mette all’opera il
proprio piano: suonando il campanello istallato alla porta della
farmacia - obbligatorio per “risvegliare anche in tempo di notte
i farmacisti nei casi che siano urgenti i soccorsi, pena il
carcere”- entra in casa proponendosi in una girandola di
travestimenti e fingendo di chiedere medicine per i più strani
malanni. La notte scorre in fretta e all’alba il povero Don
Annibale parte, sollecitato dal premuroso Enrico, senza neppure essere
entrato nella camera da letto. L’operina (musica e libretto sono
di Donizetti) espunge i tratti ammiccanti e tipici della prudèrie ottocentesca del vaudeville da cui è tratta La sonnette de nuit
scritto a sei mani da Lèon Lèvy Brunswick,
Mathieu–Barthèlemy Troin e Victor Lhèrie e li rende
parte naturale dell’ambiente napoletano calato in questa
occasione dalla regia di Avogadro tra gli anni ’50 e i ‘60
del secolo scorso. Allora la verve di Antoniozzi e di
D’Amico si scatena nel riecheggiare tratti della sceneggiata
napoletana e della commedia di Eduardo De Filippo: l’intonazione
idiomatica del napoletano è perfetta, ineccepibile e presenta
una eleganza particolare perché la si sente alternare al
linguaggio librettistico e intessere di inserti, richiami e citazioni
al mondo della canzone di quegli anni, al jazz- blues, complice certa
vena da chansonnier di Antoniozzi: poi scattano i congegni della
parodia già presenti nel testo originale per cui la scenetta di
Zasse, Zanze e Zonzo, personaggi caricaturali da tragedia lirica,
impersonati per l’occasione giocosa da Serafina, Enrico e Don
Annibale che intrattengono i convitati al matrimonio, prelude al
celebre brindisi tratto da Lucrezia Borgia “Il segreto
per esser felici” cantato da De Candia e poi a quello ancor
più famoso “Mesci mesci e sperda il vento” inserito
dall’autore nel 1837, infine – e perché no?- la
cavatina di Norina dal Don Pasquale “Quel guardo il
cavaliere…So anch’io la virtù magica” cantata
splendidamente dalla Donzelli per l’occasione. E stralunate
citazioni da Rossini, una per tutte - ma a carnevale ogni scherzo vale
- la Canzone del salice da Otello in versione blues e sincopata. Le situazioni sono esilaranti e la regia le attualizza in modo garbato e coerente: le velate avances
al genero di Mamma Rosa, la gestualità ammiccante di Don
Annibale, i travestimenti di Enrico-De Candia, giocati da gran virtuoso
sul trasformismo vocale, quando si finge un francese avvinazzato e
petulante che prima di andarsene sposta lo stipo della farmacia davanti
la porta della camera nuziale e il cantante senza voce in cerca di
rimedi che si presenta con una spocchia pavarottiana, offrendo
ulteriori allusioni al mondo della lirica contemporaneo a Donizetti e a
noi e infine il marito con la lista chilometrica di farmaci da ordinare
per la moglie, elemento scenico già previsto da quel
grand’uomo di teatro che era Donizetti, che viene dipanato sulla
scena mentre il cantante snocciola lo scilinguagnolo vorticoso dei
sillabati. Il velatino predisposto dalla scenografia di Salvatore
Simone divideva i livelli spazio-temporali della vicenda facendo
visualizzare elementi evocati dal testo e dal canto, il più
efficace fra tutti nella scena finale, quando il coro saluta Don
Annibale che parte, lo si vede dal velatino con Spiridione a cavallo di
una lambretta d’epoca.
Il Campanello fu rappresentato a Fano già nel 1852 con
protagonista il grande Davide Squarcia, e questo ritorno ha riproposto,
come afferma Fiorenza Cedolins nella nota del programma di sala, un
capolavoro d’occasione e il binomio “opera più
festa” .
(Andrea Zepponi)
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