La "Medea" di Panici

Al Teatro Romano di Falerone (FM) apre la stagione del TAU l’opera di Euripide.

di Emanuele Peretti e Claudia Zavaglini

Teatro: Recensioni


una scena di "Medea"FALERONE (FM). Ad aprire la stagione di teatro classico al Teatro Romano di Falerone è stata, il 25 luglio, la Medea di Euripide, diretta da Maurizio Panici. Lo spettacolo è stato prodotto da Associazione Teatrale Pistoiese, Argot Produzioni e Teatro dei due Mari.
La celebre tragedia euripidea rappresenta l’archetipo su cui si sono poi innestate tutte le successive variazioni del mito di Medea. Il dramma si svolge a Corinto, dove la protagonista è abbandonata dal marito Giasone, il quale ha accettato di sposare la figlia del re Creonte. Medea non riesce ad accettare che l’uomo che amava abbia rotto tutti i giuramenti e sia venuto meno a tutte le sue promesse e che per di più accampi assurde motivazioni per giustificare il nuovo matrimonio, da qui la meditazione della vendetta, una vendetta tanto più atroce in quanto con l’uccisione non solo del re e della principessa ma anche dei figli condanna all’infelicità non soltanto Giasone ma la protagonista stessa.
La tragedia, nella traduzione e nell’adattamento di Michele di Martino e Maurizio Panici, è stata interpretata da Pamela Villoresi nei panni di Medea e da David Sebasti in quelli di Giasone.
Il regista ha scelto di puntare particolarmente l’attenzione sul ruolo della donna, tendenza già euripidea. Una delle peculiarità del grande drammaturgo greco è infatti proprio la focalizzazione dello sguardo non tanto sul rapporto tra l’uomo e la divinità (Giasone alla fine invoca gli dèi, ma la divinità rimane muta), quanto su ciò che si scatena dentro l’uomo, sul conflitto insanabile che può alimentarsi dentro di lui. Medea rappresenta emblematicamente questo conflitto ed allo stesso tempo si fa voce critica nei confronti della condizione sociale femminile, descritta in modo affatto anacronistico ma, anzi, agghiacciante per la sua attualità.
Il regista ha inoltre optato per un’assimilazione di due interlocutori che nella tragedia rimangono distinti, il coro e il pedagogo, forse portando all’estremo una predilezione che era già di Euripide. Il tragediografo greco, infatti, aveva dato, almeno rispetto ai suoi predecessori, molto più spazio alle parti dialogate che non al coro, vuoi per favorire il dibattito delle idee, vuoi per dare spazio ai monologhi della protagonista, emblematici di come oramai il dramma si sia spostato definitivamente all’interno dell’uomo: non abbiamo più due personaggi “risoluti” in conflitto (si pensi a Creonte ed Antigone) ma un solo personaggio “conflittuale”, dubbioso, insicuro.
Se Medea è già una sorta di moderno Amleto per la conflittualità che la contraddistingue e la allontana dalla risolutezza dei protagonisti classici della tragedia greca, Giasone è invece un uomo essenzialmente orientato su se stesso che pensa di poter giustificare le proprie scelte con le parole. Infatti, come scrive Panici nelle note di regia, “raccontare ancora una volta Medea è narrare da un lato quanto le passioni possano essere devastanti se non controllate, ma dall’altro come gli uomini attraverso sofisticati ragionamenti giustifichino scelte di comodo per il raggiungimento di una posizione sociale più alta all’interno di una comunità”.
La Medea di Panici si muove all’interno di una scenografia circolare, in uno spazio che la costringe e la limita, quasi a ricordarne la situazione senza uscita in cui si trova: abbandonata dal marito e costretta all’esilio; ma, allo stesso tempo, spazio di cui è pienamente padrona e dal quale dirige tutti gli eventi fino alla catastrofe finale.
Questo impianto circolare (disegnato da Michele Ciacciofera, autore anche dei bozzetti per i costumi) è occupato infatti solamente dalla protagonista, nessun altro, a parte Giasone con la sua tracotanza, osa occuparlo: perfino il re Creonte rimane sul bordo. Esterni sono gli interventi della nutrice (Silvia Budri) e della Prima Corifea (Elenda Sbardella) che commentano e completano ciò che avviene in scena. Attorno al cerchio si consuma la tragedia: luci fredde e tagli laterali descrivono la disperazione e l’angoscia della protagonista, decisa a punire se stessa di un immane dolore pur di non subire lo scherno dei nemici.
Come nella tradizione greca, gli avvenimenti sono in maggior parte narrati dagli attori più che mostrati in scena. Così conosciamo la vicenda di Medea (esule e traditrice della sua patria, sedotta e poi abbandonata da Giasone) dai dialoghi ed è l’intervento di un messaggero a raccontare la fine atroce di Creonte e di sua figlia. Le musiche originali di Luciano Vavolo, sottolineano maggiormente le riflessioni suggerite dall’attrice che svolge il ruolo del coro.
Alla fine, compiuto il gesto orrendo dell’uccisione dei figli, è Giasone a trovarsi, prostrato a terra, al centro di quel cerchio malefico, intrappolato dalla tremenda vendetta di Medea. Ella, dall’alto, soffre del medesimo dolore ma rivendica il suo orgoglio e la sua dignità di donna e lancia un messaggio che viaggia ancora, immutato ed efficace, attraverso secoli di storia.
(Emanuele Peretti e Claudia Zavaglini)

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