Mulholland Drive: recensioni e altro


di Manuel Caprari, Andrea Nobile e Adriano Ercolani

11 Ago 2013 - Cinema, Commenti cinema

Recensione di Manuel Caprari

Del concepimento travagliato dell’ultimo film di David Lynch, Mulholland Drive, si è scritto molto. Si sa che ai tempi di Twin Peaks gli era venuta l’idea per un altro serial televisivo, che di questo serial era stato girato il pilot, poi rimasto nel cassetto perchè non apprezzato dalla ABC; e che qualche anno dopo, per l’interessamento del produttore francese Alain Sarde, è stato
ripreso in mano, rimanipolato, con aggiunte e trasformazioni varie che hanno portato al risultato ora sotto gli occhi di tutti. Dopo aver vinto , ex-aequo con Joel Coen, la palma a Cannes per la miglior regia, e in concomitanza con l’inattesa nomination all’oscar (sempre per la regia), il film è finalmente distribuito in Italia. Com’è il risultato di una lavorazione tanto travagliata? In un certo senso, è esattamente come la si sarebbe potututa aspettare: una storia interrotta, abortita, che, attraverso una notevole spaccatura dell’asse narrativo, passando per un vortice di immagini oniriche e sibilline simbologie, viene reimpastata, rimescolata, e acquista un’altra forma. Due storie, in un certo senso, due ipotesi di racconto create dallo stesso materiale narrativo sapientemente manipolato. Un esercizio di stile? Forse; se non fosse che tra le due storie si crea una così precisa rete di riferimenti e legami che ridanno una forma unica all’apparente caos. Fatto sta che la parvenza di circolarità da’ già un senso di pienezza all’apparentemente insensato, prima ancora che ci si addentri in eventuali tentativi di spiegazione. Perchè ci sarebbe, tutto sommato, la tentazione di liquidare il film come prevedibilmente incomprensibile. Eppure non si riesce a resistere alla tentazione opposta, cioè quella di addentrarsi nell’enigma, cercare almeno in parte di addentrarcisi, e inevitabilmente perdercisi. Si può cercare di ricostruire la dinamica del racconto ripartendo dalla fine, accettandone comunque bizzarrie impossibili da ricondurre ad una logica che non sia quella dell’inconscio, del simbolismo o
almeno della libera associazione di idee. Si può dare maggiore rilievo alla prima o alla seconda parte del film, e vedere l’altra come sogno, o fantasticheria, desiderio o incubo; ma si dovrebbe fare i conti con una coerenza d’atmosfere e con l’onnipresenza di segni inquietanti e misteriosi che travalica la possibilità di una netta divisione tra sogno e realtà . Si può cercare la chiave del mistero nella funzione di quell’oggetto misterioso che sembra risucchiare le due protagoniste e scaraventarle in un’altra dimensione; ma cosa rappresenta, precisamente, quell’oggetto misterioso? Restando su un piano di lettura meramente strutturale, si potrebbe interpretare il tutto come un puro atto di arbitrio da parte del regista, che mina alla base le coordinate del racconto; e minare le basi del racconto,farlo implodere, soprattutto se lo si fa per riplasmarlo, non significa distruggere la sospensione dell’incredulità , ma elevarla all’ennesima potenza; con un plateale gesto distruttivo il narratore si reimpossessa della sua importanza di narratore e del suo ascendente sul pubblico, che, se riesce a stare al gioco, è pienamente in suo potere. Il fascino del racconto, l’inconscio, il materiale onirico sono una cosa sola; non così ad Hollywood, che nel film appare piuttosto come un luogo dove i sogni di gloria e la possibilità di creare qualcosa si scontra con condizionamenti e prepotenze che con il libero arbitrio del narratore e altre finezze intellettuali non hanno nulla a che fare. Certo, vedere nel film, come qualcuno ha fatto, solo una metafora del luccicante mondo dello star- system che si trasforma in incubo è perlomeno riduttivo ( perchè non vederci, allora, soltanto il rimpianto per una storia d’amore non consumatra, o consumata male, rovinata, perduta?); fatto sta, però, che il film si presenta anche, e consapevolmente, come una vera alternativa al cinema hollywoodiano, sotto tutti i punti di vista. Tanto da piacere anche ad Hollywood, che sembra non perdere occasione per dimostrare di apprezzare le critiche negative (diplomazia?). Soprattutto oggi, che al cinema si tende a costruire misteri solo per il gusto di risolverli con clamorose soluzioni finali, un film come questo, che invece infittisce gli enigmi,creando una struttura che presta il fianco a possibili interpretazioni diverse,e al contempo disseminando a piene mani (false) tracce difficilmente riconducibili a uno schema univoco, risulta siuramente
originalissimo. Meno originale risulta, invece, se collocato all’interno della filmografia di Lynch, perchè in sostanza questo Mulholland Drive vi aggiunge poco di veramente nuovo; anche se l’autoreferenzialità del film non è che l’altra faccia della medaglia, lo scotto da pagare per il raggiungimento di un felicisssimo equilibrio narrativo; insomma, in questo film che non avrei remore a definire quasi un’opera minore, trovo comunque un grado di fascinazione straordinario; e non escludo che ciò sia dovuto in larga parte alla sensazione che Lynch abbia raggiunto un livello di compiutezza e di padronanza del suo personalissimo linguaggio cinematografico forse mai raggiunto in precedenza. E’ per questo che con Mulholland Drive si conferma, una volta per tutte, come uno dei maggiori registi ( e vorrei dire artisti) viventi.
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Mulholland Drive

Recensione di Andrea Nobile (fonte: film.it)

C’è una cosa, a proposito di Mulholland drive, che è bene dire subito: si tratta probabilmente del miglior film di Lynch dai tempi di Velluto blu (1986). L’attesa, dopo la parentesi di Una storia vera era grande, ma giustificata: Lynch con questo film ritorna ai temi e alle atmosfere a lui più care e congeniali, realizzando un piccolo capolavoro, nato quasi per caso. Della trama è meglio raccontare solo l’incipit: Betty, una ingenua e entusiasta aspirante attrice, giunge a Los Angeles per un’audizione e si sistema nella casa che sua zia Ruth le ha lasciato a disposizione. All’interno però Betty vi trova una donna, Rita, che, dopo un incidente d’auto si è rifugiata proprio a casa di Ruth. Ora però Rita non ricorda più niente di se stessa, nè l’aiutano le cose che le sono rimaste: una borsa piena di soldi e una misteriosa chiave blu. Betty promette di aiutare Rita dopo aver sostenuto il provino, il giorno successivo. Nel frattempo, in un’altra zona di Los Angeles, il regista Adam Keshner viene minacciato da due mafiosi, che gli impongono di scegliere, per il ruolo della protagonista nel suo prossimo film, una loro protetta Mulholland drive è nato come pilota tv per la Abc. Dopo aver realizzato, come pattuito, l’episodio di due ore, la Abc si è rifiutata di trasformarlo in una serie. Grazie all’intervento di Canal Plus, però, Lynch ha avuto la possibilità di girare nuove scene e di rimontare il tutto, trasformando l’inedito televisivo in un film per le sale. Tra Twin Peaks, Strade perdute e lo stesso Velluto blu, Mulholland drive è un film che prende’ lo spettatore fin dalla prima scena e non lo lascia più, portandolo attraverso una struttura che si fa progressivamente sempre più onirica. Se infatti la prima parte ha l’aspetto di un noir, pur con la tipica cifra stilistica lynchiana, man mano unità di tempo e coerenza narrativa collassano, con un’accelerazione nell’ultima mezz’ora (quella che più si è giovata delle nuove riprese). In effetti l’atteggiamento dello spettatore può essere di due tipi: cercare di ricostruire una trama coerente, andando alla ricerca di nessi logici che mettano insieme le diverse parti del film e risolvano le sue ellissi narrative, che pure è un gioco divertente e intrigante; oppure lasciarsi cullare dalle suggestioni, seguendo associazioni di tipo intuitivo ed emotivo, più che razionale. In entrambi i casi, come già per Strade perdute, visioni ripetute del film sono senz’altro indicate. Anche perchè Mulholland drive è un film ricchissimo, che forse in questo risente della sua origine di pilota tv: i temi, i personaggi, le situazioni, le letture possibili, le vie di fuga sono molteplici, sovrabbondanti, com’è giusto per il primo episodio di una serie e come, con i dovuti accorgimenti, può risultare affascinante per un film a sè stante. Naturalmente Mulholland drive non può certo soddisfare lo spettatore che cerca film chiusi, che alla fine non lasciano nulla di irrisolto, che spiegano tutto: è esattamente l’opposto. E stupisce che alcuni abbiano criticato l’assenza di tensione, che è invece sempre presente, grazie anche alla straordinaria musica di Angelo Badalamenti, storico collaboratore di Lynch dai tempi di Velluto blu (qui anche attore in un piccolo e ironico ruolo). Con l’aiuto di un cast validissimo, dove spicca la brava Naomi Watts (una delle due protagoniste), Lynch realizza un film inquietante, fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni. E, su tutto, il collante della grande capacità del regista di mettere in scena le sue paure e i suoi deliri, creando situazioni disturbanti anche senza avere niente in mano, dal nulla, magari solo con un movimento di macchina ondeggiante e onirico, oppure con la recitazione di un attore per un attimo sopra le righe, fuori contesto. Lynch, qui come non mai nelle vesti di demiurgo, pronto a mischiare ancora le carte stravolgendo nomi, situazioni e personaggi, ha finalmente ottenuto, per Mulholland drive , un riconoscimento prestigioso per il personalissimo stile della sua messa in scena: il premio per la miglior regia all’ultimo festival di Cannes (dove precedentemente aveva vinto la palma d’oro per Cuore selvaggio).
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David Lynch, il grande visionario

di Adriano Ercolani (fonte: Film.it)

Far rientrare in schemi ben determinati i film ed il genio cinematografico di David Lynch è impresa praticamente impossibile: pensiamo a quanto sono diversi tra loro, ad esempio, gli ultimi due film, il giallo allucinato e provocatorio Strade perdute (Lost Highway , 1996) ed il poetico ed ispirato road-movie Una Storia Vera (The Straight Story, 1999). Probabilmente due opere più differenti tra loro non potrebbero essere dirette dallo stesso Lynch. Il grande regista di Cuore Selvaggio (Wild at Heart, 1990, Palma d’Oro) è veramente un autore che segue sempre e soltanto la sua particolare ispirazione, anche quando, come è successo in passato, si è trovato a dover lavorare per le major americane e ad aver a disposizione ingenti budget per la produzione dei suoi film: anche lo sfortunato ma interessante Dune (id., 1984), colossal fantascientifico che ha fatto fiasco sia presso la critica sia presso il pubblico, rimane comunque un’opera in tutto e del tutto appartenente al suo creatore. Vi sono allora delle costanti reperibili, delle matrici proprie riconoscibili nel cinema di questo autore? Certamente. Prima di tutto la sua poderosa, incredibile carica visionaria. Insieme forse all’altro genio di David Cronenberg, Lynch è al giorno d’oggi il cineasta più visionario in circolazione, almeno tra quelli conosciuti dal grande pubblico. Il suo esordio nel lungometraggio, Eraserhead – La Mente che Cancella (Eraserhead, 1978), è gia un campionario di tutta la poetica visiva del cineasta: il film è assolutamente incomprensibile per quanto riguarda la storia, ma possiede il perverso fascino dell’incubo, in cui apparizioni insensate e dettagli inquietanti la fanno da padrone. Sia che si tratti di storie fantastiche o di gialli – oltre all già citato Strade perdute anche Velluto Blu (Blue Velvet, 1986) e Fuoco Cammina con Me (Fire Walk With Me, 1993), la componente oscura della psiche umana viene sempre rappresentata dall’autore in tutta la sua valenza angosciosa. Delle stesse sinistre apparizioni, oppure di sogni premonitori ma oscuri, sono costellati praticamente tutti i suoi film per il cinema, e soprattutto la serie televisiva che lo ha definitivamente consacrato al grande pubblico, Twin Peaks (id., 1988). In altre occasioni invece Lynch ha saputo trovare anche una vena decisamente melodrammatica, come nel bellissimo The Elephant Man id., 1980), opera splendidamente fotografata in bianco e nero e magistralmente interpretata da attori del calibro di Anthony Hopkins, John Hurt e Anne Bancroft. Una Storia Vera è invece un film per certi versi del tutto nuovo rispetto al precedente; la vicenda (realmente accaduta) del vecchio Alvin Straight, che per andare a trovare il fratello attraversa tre stati americani sopra un trattore, è un lucidissimo saggio di regia ariosa, contemplativa, perfettamente integrata e coerente con i ritmi vitali del suo protagonista. Il film ha una lentezza che mai scade nella noia, e possiede una forza poetica e malinconica prima d’allora sconosciute all’autore. Che sia finalmente la prova della raggiunta maturità di Lynch, psicologica oltre che artistica? Non ci è dato saperlo. L’ultimo film è d’altronde un ritorno a temi ed atmosfere a lui decisamente più cari: Mulholland Drive sembra essere un thriller che ci riporta direttamente alla stravolta cifra stilistica di Strade Perdute , se non addirittura a Twin Peaks ; come questo, infatti, anche l’ultima fatica di Lynch era originariamente destinata al piccolo schermo, ed era l’episodio-pilota di una serie che il regista intendeva girare; scaricato dall’emittente televisiva, il prodotto è stato raccolto da Canal Plus, che ha permesso all’autore di farne un lungometraggio e di portarlo alla Croisette , dove ha riccevuto la Palma per la Miglior Regia. Staremo a vedere cosa succederà all’Oscar, ma già c’è chi parla di capolavoro…

(Manuel Caprari, Andrea Nobile e Adriano Ercolani )

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