“Mese Mariano” e “Signor Bruschino” ad Osimo, ed è successo


Mauro Navarri

28 Mag 2004 - Commenti classica

Osimo – Una serata che esce dai soliti canoni, quella che si è svolta ad Osimo il 26 maggio nella bella cornice del Teatro La Fenice nell'ambito della 12.a stagione lirica sperimentale dell'Accademia d'arte lirica. Invece di confrontarsi con i grandi capolavori, che tutti conoscono e che sono più facilmente oggetto di critiche , s'è scelta la strada intelligente delle cosiddette opere minori , che permettono anche ai palati più fini di riscoprire o assaporare melodie e arie altrimenti destinate al dimenticatoio. Ad Osimo sono state messe in scena due atti unici, Mese Mariano di Umberto Giordano, e il Signor Bruschino di Gioacchino Rossini. Apparentemente non c'è niente che accomuna i due lavori, ma proprio questa diversità ha fatto da collante, presentando due umori e due caratteri diversi.
Il primo è un dramma nel più puro spirito verista, che narra la tragedia di una mamma povera che vuole andare a trovare il proprio figlio, accolto in un ente assistenziale. La donna viene accolta inizialmente malevolmente dalla madre superiora perchè il figlio porta un altro nome (scandalo!) e poi è stato scaricato nell'ospizio: in realtà lei spiega che il padre del bambino l'ha abbandonata appena rimasta in cinta, e così s'è sposata con un altro uomo che però l'ha costretta a mandar via il figlio. Nel frattempo arriva una suora che, in disparte, avverte che il piccolo è morto proprio la notte precedente, chi avrà ora il coraggio di dirlo alla madre? Con una bugia pietosa , dicendo che ora non può più disturbare i bambini perchè è iniziata la funzione (come ricorda il titolo dell'opera, o del bozzetto lirico , come lo chiama Giordano, siamo nel mese di maggio , il mese dedicato a Maria), viene quindi mandata via, sarà per un'altra volta. La Madre Superiora l'abbraccia, commossa, ed essa se ne va, lentamente, rassegnata ed illusa, non senza aver lasciato ad una suora la sfogliatella, ormai fredda, preparata per il suo bambino. La vicenda in sè è lacrimevole ed inverosimile, soggetto quasi da fiction all'italiana: il patetismo viene profuso ad ampie mani, inutile negarlo, e allora Giordano gioca a portarlo all'estrema conseguenza, dilaniandolo e straziandolo. La scenografia è assente, e tutto si gioca sulle luce e sul trucco e i vestiti dei personaggi: il colore dominante è il bianco, perchè tutto sappia di morte, una morte sospesa, e i gesti sono tutti rallentati, raggelanti e faticosissimi. Bianca la faccia della contessa, benefattrice dell'ospizio, vestita di nero come la morte; bianca la faccia del rettore sopra il grigio vestito di mortifero burocratico ossequio; bianchi i volti delle suore sui loro abiti bianchi, morte alla vita libera per l'altrui egoismo; bianchi i volti dei bimbi uccisi al loro diritto all'amore e all'allegria, in un girotondo surreale da limbo dantesco. Emblematica, ad esempio, la scena iniziale: un gruppetto di bambini che giocano e cantano felici, intonano una filastrocca che potrebbe essere la stessa che cantano i nostri figli, oggi, per strada, a rappresentare quasi l'unico momento di colore di tutta la storia, che vengono malamente redarguiti e zittiti dalle suore; e da quel momento i bambini non avranno neppure il coraggio di alzare più gli occhi, terrorizzati dalle istitutrici. Belle le voci delle due protagoniste principali, la commovente Carmela di Sofiya Solvey, e la gelida Superiora di Simona Elisa Mango.
Il Signor Bruschino è invece una delle tipiche farse rossiniane, una delle tante a cui il compositore pescarese ci ha abituati, dal libretto vuoto, inconsistente, ma dalle melodie irresistibili, belle, orecchiabili, fresche. La storia è quella tipica degli scambi di persone e degli equivoci fino all'agnizione finale. Particolare è la scenografia, che rappresenta il palcoscenico vuoto, o meglio come se fosse in allestimento, con vari attrezzi, cacciaviti, seghe, martelli, secchi di vernice, assi da lavoro. Che si siano dimenticati di allestire la scena durante l'intervallo? E poi arrivano i cantanti vestiti da operai!? Il tutto verrà spiegato alla fine, nella chiosa conclusiva: il Signor Bruschino è stato rappresentato nel gennaio del 1818 al teatro di S. Moisè, il più antico di Venezia (o meglio il più antico teatro aperto al pubblico che la Storia ricordi, inaugurato nel 1637, e che nel 1639 venne inaugurato all'Opera con l'Arianna di Monteverdi), e qualche mese dopo sarà chiuso dal nobile veneziano Giustinian, suo proprietario, per moralismo antiteatrale e bigotto, e il piccolo e glorioso regno della farsa verrà adibito a falegnameria! Così i personaggi, che l'arte del legno abbiamo in somma considerazione, cos' come quella del teatro, abbiamo messo in mano ai nostri personaggi seghe e martelli chiedendo loro di ricostruire per noi il piccolo teatro San Moisè . Alla fine, i personaggi montano un finto arco di proscenio di cartone, simboleggiando così la fine di questo inglorioso equivoco e un'immaginaria risurrezione dell'antico teatro.
La prestazione l'Orchestra Internazionale d'Italia, diretta magistralmente da Manlio Benzi, è stata decisamente buona: forse un po' lenti i tempi in Rossini, ma la verve degli interpreti (Gabriele Spina, Gaudenzio; Rosa Anna Peraino, Sofia; Claudio Sgura, Bruschino padre; Daniele Zanfardino, Florville) è stata tale che lo spettacolo è stato comunque godibilissimo.

(Mauro Navarri)


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