“Mélodies et Nuances”, Il Canto della Poesia in Sala Mozart a Bologna
di Andrea Zepponi
24 Feb 2026 - Commenti classica
Nella Sala Mozart dell’Accademia Filarmonica di Bologna il soprano Luisa Tambaro e il pianista Dario Tondelli inaugurano alla grande il ciclo “Il Canto della Poesia”.
(Foto di A. Zepponi)


Bologna, 21 febbraio 2026 – Nella storica cornice di Via Guerrazzi, nella Sala Mozart dell’Accademia Filarmonica di Bologna ha inaugurato una preziosa parentesi cameristica dedicata alla mélodie francese colmando quel “vuoto” interpretativo che spesso penalizza la lirica da camera rispetto al grande repertorio sinfonico e operistico della città.
Il concerto, primo e inaugurale del ciclo Il Canto della Poesia, ha visto protagonisti il soprano Luisa Tambaro e il pianista Dario Tondelli, in un’impaginazione programmatica di rara eleganza.
Nel panorama musicale, che spesso dimentica la letteratura vocale da camera, questo primo appuntamento del 361° anno dell’Accademia Filarmonica rappresenta un atto di resistenza culturale necessario, nobilitato da interpreti che sanno leggere tra le righe del pentagramma e del testo poetico.
Il programma ha tracciato l’evoluzione della mélodie, da quella romanza da salotto, che in Maria Malibran trova ancora echi belcantistici, fino alle vette simboliste di Debussy e alle irriverenze del primo Novecento.
Un concerto che ha riproposto alcune distinzioni del carattere nazionale e tradizionale della romanza da salotto italiana e del canto cameristico francese. La declamazione “all’italiana” comporta il primato del suono nell’alveo della tradizione derivata dal melodramma dove la voce è intesa come uno strumento di potenza e proiezione. L’accento si basa su una forte scansione ritmica e sulla gerarchia tra sillabe toniche e atone; la linea predilige il “legato” e l’espansione dei registri (acuti sfavillanti, gravi sonori); la parola è spesso al servizio della melodia; il sentimento viene espresso attraverso l’iperbole vocale e il vibrato. Mentre nella declamazione “alla francese” il primato è della parola quindi la mélodie (specialmente in Debussy e Fauré) nasce come prolungamento naturale della lingua che può configurarsi persino come “sussurro”: la scrittura è spesso centrale e “disadorna”, non cerca il volume, ma la varietà timbrica. Si tratta di composizioni a “doppia firma” (compositore e poeta), dove i versi di Mallarmé o Verlaine incontrano le note di Fauré, Debussy o Ravel. L’esecuzione richiede il dominio della nuance (sfumatura), rifuggendo il vigore declamatorio italiano o il rigore filosofico tedesco per privilegiare una scrittura piana, suggestiva e “declamatoria alla francese”. La lingua francese possiede accenti meno marcati dell’italiano; questo permette una linea vocale più sfumata, che segue le inflessioni della poesia senza spezzarle con eccessi ritmici. L’esecutore non deve “cantare” la poesia, ma “declamarla” sulle note. Il canto cameristico francese ha un suo statuto musicale ed estetico ben lontano da quello operistico, come invece avviene nell’italiano, e richiede un notevole controllo e pulizia vocale che deve centellinare l’uso del vibrato.

Luisa Tambaro, forte di una solida carriera spaziante dal debutto nel Gianni Schicchi al Comunale di Bologna fino ai recenti successi nei grandi ruoli verdiani (Luisa Miller, Il Trovatore), ha saputo spogliarsi della proiezione teatrale per abbracciare la dimensione intima del “recitar cantando” in versione francese. La sua interpretazione di Après un rêve di Fauré e delle esotiche Cinque mélodies grecques di Ravel ha brillato per la gestione del fiato e per una dizione curata, capace di restituire quelle nuances testuali quando si intonano versi di Verlaine o Leconte de Lisle, usando l’emissione ferma dei suoni come grado zero di espressione su cui intessere altri gradi di significato. La vocalità è quella di lirico pieno che riesce a dare spessori diversi al medium della voce su cui si incentra la tessitura dei brani francesi in attenzione costante alla parola poetica e al costante dialogo cameristico con l’interpretazione pianistica: una espressione di chanson totale che raggiungeva in pieno lo stile sinestesico del canto cameristico francese.
Il ruolo del pianoforte passa da quello di sostegno nel canto da camera italiano a interlocutore in quello francese: mentre nella romanza italiana il pianoforte ha spesso un ruolo di accompagnamento ritmico (cosiddetto chitarrismo), nella mélodie francese intende creare un’armonia descrittiva attraverso il simbolismo che spesso esprime ciò che la voce non dice; diventa alter ego del poeta. Infatti, Dario Tondelli non ha agito da mero accompagnatore ma da autentico interlocutore. La sua esperienza come vocal coach per i grandi nomi della lirica mondiale (da Devia a Flórez) è emersa nella sensibilità con cui ha sostenuto il canto, in particolare nel Nocturne L 89 di Debussy, dove il pianoforte solo ha evocato atmosfere sospese e oniriche.
Il duo ha saputo gestire con intelligenza il passaggio stilistico tra la densità armonica di Fauré e la rarefazione di Debussy (Apparition, Nuit d’étoiles), culminando nelle tinte quasi cabarettistiche e sfrontate di Eric Satie. La Diva de l’Empire, con il suo plurilinguismo ironico, e Je te veux hanno offerto un contrappunto di spirito e di cinismo che ha spezzato la tensione lirica con raffinata ironia.
Tra Tosti e Poulenc, la parte finale del concerto ha trovato interessante la scelta di inserire Francesco Paolo Tosti che assume un carattere tutto diverso quando compone in francese: le sue Chanson de l’adieu e Chanson de Barberine si sono integrate perfettamente nel flusso stilistico della serata, a dimostrazione di come la romanza da camera francese abbia assunto il tono di linguaggio europeo.
La chiusura è stata affidata al “colpo di genio” di Francis Poulenc: Les chemins de l’amour. Qui la Tambaro ha sprigionato tutta la sua carica espressiva nel canto idiomatico francese, rendendo giustizia a un ritornello che è sintesi perfetta di passione e mestizia, quel matrimonio tra arte e pensiero auspicato nelle note di sala di Piero Mioli.
Il bis offerto, Fleur jetée, op. 39 n. 2 del 1884 per voce e pianoforte con musica di Gabriel Fauré e testo di Armand Silvestre, ha riproposto gli intenti narrativi e descrittivi dove il canto è declamatorio e richiede una proiezione drammatica dal vigore schumanniano dove Fauré “esce da sé stesso” per abbracciare, nella chiusa bruciante, un’estetica più vicina al Romanticismo tedesco. Alla fine di ogni brano e di tutto il concerto i calorosi applausi del pubblico hanno dimostrato quanto il suo ascolto sia stato intelligente e partecipe.



