Macerata: Rigoletto apre la stagione 2002 allo Sferisterio


Alberto Pellegrino

27 Lug 2002 - Commenti classica

Una apertura di stagione quella di Sferisterio 2002 tormentata dal maltempo che ha imperversato sulle prove e in particolare sulla prova generale, su di una iniziale incertezza dell'orchestra e sulla giustificata apprensione degli interpreti nel momento in cui le luci si sono accese sul magico Rigoletto verdiano. Del resto l'Arena Sferisterio è ormai spazio che incute un po' a tutti un iniziale timore reverenziale, ma le preoccupazioni si accrescono quando una serie di circostanze negative ostacola la messa a punto conclusiva di tempi, ritmi, posizioni, quando a tutto questo si aggiunge all'ultimo momento l'abbandono per un improvviso calo di voce del protagonista Lucio Gallo che, secondo il cartellone, avrebbe dovuto indossare i panni di Rigoletto.
Malgrado queste avverse coindicenze, sabato 20 luglio si è potuto assistere ad un'apprezzabile edizione della grande opera verdiana con uno Stefano Antonucci che ha dato intensità e spessore interpretativo al personaggio di Rigoletto, mentre il tenore Marcelo Alvarez è andato via via acquistando sicurezza nei panni di un Duca di Mantova diviso fra spavalderia, passione e frivolezza. Grande prestazione (come dubitarne?) del soprano Mariella Devia che ha ormai affinato al massimo le sue doti tecniche e canore, tanto che la sua Gilda, nel suo pur vasto repertorio, può essere considerata un modello interpretativo esemplare per come la Devia riesce a dare un raffinato valore strumentistico alla sua voce, superando tutte le difficoltà tecniche e interpretative legate al personaggio.
Per quanto riguarda la messa in scena firmata da Giovanni Agostinucci, scenografo e costumista dal prestigioso curriculum, sono senz'altro da apprezzare le scene che nel loro severo minimalismo, tutto giocato sulle varie tonalità della scala dei grigi, riescono a creare la giusta ambientazione per i vari passaggi narrativi della vicenda. E' apparsa particolarmente elegante la soluzione del secondo atto, con l'austero scalone rinascimentale e le sei grandi erme disposte a marcare lo spazio entro il quale si consuma il dramma di Rigoletto dilaniato nei suoi affetti più cari, diviso fra la pietà per la figlia infelice, l'ira contro i cortigiani, il desiderio di vendetta contro un potere che non rispetta nemmeno i sentimenti paterni. Un omaggio alla tradizione vanno considerati i costumi molto eleganti e particolarmente curati nella gradazione delle tonalità coloristiche e riecheggianti antichi splendori rinascimentali. Molto belle ed evocative di coinvolgenti atmosfere le luci disegnate da Fabrizio Gobbi.
Qualche dubbio suscita invece la regia, ancora di Agostinucci, non sempre coerente con una linea anch'essa minimalista tradizionale. Senz'altro valida l'idea di un torneo di schermitori (molto eleganti) che apre la festa di corte con il duca che vi prende parte fino a sconfiggere tutti i contendenti (metafora dell'invincibilità del potere?); altrettanto apprezzabile l'idea dell'irruzione in scena del conte di Monterone che, nascosto sotto un travestimento, tenta di uccidere il duca, anche se andrebbe rivisto il totale disinteresse e l'immobilità per quanto sta accadendo sulla scena da parte degli schermitori appena sconfitti mentre sulla scena si sta consumando un attentato. Si è invece sfruttata in maniera troppo fugace l'idea di Rigoletto che denuda la figlia di Monterone sedotta dal duca, come ultimo e sprezzante sfregio alla dignità delle vittima e all'onore del padre da parte di chi fra poco subirà lo stesso oltraggio. La scena è così rapida e così marginale che deve essere sfuggita a buona parte del pubblico, mentre andrebbe meglio valorizzata ed evidenziata.
Nel secondo atto è assolutamente fuori luogo l'uso da parte di Rigoletto di una frusta nera alla Zorro contro la vil razza dannata dei cortigiani, una nota che appare decisamente stonata nella sostanziale eleganza dell'insieme. Molto bello, lineare e suggestivo è il terzo atto che si apre in una osteria di Sparafucile insolitamente affollata di avventori subito scacciati dall'irrompere sulla scena di un cliente privilegiato come il duca. La successiva evoluzione della vicenda vede un buon equilibrio fra il sensuale rapporto del duca con Maddalena e il dramma straziante che coinvolge sia Gilda vittima per amore, sia Rigoletto che vede naufragare il suo disegno di vendetta contro il potere sotto i colpi del destino e il peso della maledizione scagliatagli contro dal conte di Monterone.
A questo doppio registro narrativo assistono muti, nel fragore delle tempesta verdiana, il popolo dei cortigiani, complici della tragedia che si sta consumando, e gli ultimi della terra che si dimenano come vermi nel sottosuolo del mondo, là dove non c'è spazio per la frivola arte della cortigianeria , per danze e tornei, per abiti sfarzosi e per un sesso inteso come capricciosa e irresponsabile seduzione.

(Alberto Pellegrino)


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