La Scala riscopre Cavalli e “La Calisto”


di Andrea Zepponi

17 Nov 2021 - Commenti classica

L’opera è nata in Italia, eppure i capolavori italiani dei suoi albori sono ancora una rarità d’ascolto. Il Teatro alla Scala amplia il suo repertorio presentando per la prima volta La Calisto di Francesco Cavalli, capolavoro musicale e teatrale che presentava insieme personaggi mitologici e popolari in irresistibili intrecci affidati ora al talento scenico di David McVicar e alla sapienza musicale di Christophe Rousset, tra i massimi esperti di questo repertorio oltre che a un ricchissimo cast di cantanti-attori.

(Ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala)

LA CALISTO di Francesco Cavalli

  • Durata spettacolo: 3 ore e 07 minuti ca. incluso intervallo
  • Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici – Les Talens Lyriques
  • Nuova Produzione Teatro alla Scala
  • Prima esecuzione al Teatro alla Scala
  • Direttore: Christophe Rousset
  • Regia: David McVicar
  • Scene: Charles Edwards
  • Costumi: Doey Lüthi
  • Luci: Adam Silverman
  • Coreografia: Jo Meredith
  • Video: Rob Vale

CAST

  • Calisto: Chen Reiss
  • Diana: Olga Bezsmertna
  • Giove: Luca Tittoto
  • Giunone: Véronique Gens
  • Endimione: Christophe Dumaux
  • Silvano: Luigi De Donato
  • Mercurio: Markus Werba
  • Linfea: Chiara Amarù
  • Furia/Eternità: Federica Guida
  • Furia/Destino: Svetlina Stoyanova
  • Pane/Natura: John Tessier
  • Satirino: Damiana Mizzi

Avendo avuto la fortuna di assistere alla prima esecuzione assoluta de La Calisto di Francesco Cavalli (1602-1676) alla Scala alla sua ultima recita nella piovosa serata di sabato 14 novembre 2021,va enunciata in breve la sua storia e i suoi caratteri seguendo il testo di Cesare Fertonani nel programma di sala. L’attività di operista di Francesco cavalli inizia nello scorcio degli anni ‘30 e si conclude all’inizio degli anni ‘70 del Seicento così da coprire i primi tre decenni della nuova opera in musica pubblica e impresariale sviluppatasi a Venezia del 1637 con l’apertura del teatro San Cassiano. Tra il 1642 e il 1651 il librettista consueto delle sue opere è Giovanni Faustini con il quale il compositore stringe una seconda collaborazione interrottasi soltanto per la morte prematura improvvisa di quest’ultimo nel dicembre del 1651. Nello stesso anno Faustini era divenuto impresario del teatro S. Apollinare alla cui gestione partecipò in prima persona anche lo stesso Cavalli. La Calisto del 1651 è la terza di quattro opere, tutte sul libretto di Faustini, scritte dal compositore in pochi mesi appunto per questo teatro; morto Faustini, l’impresa del S. Apollinare era passata nelle mani del fratello Marco. Il soggetto de La Calisto, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, ruota intorno alla vicenda di Calisto, seguace di Diana, sedotta per la sua bellezza da Giove con l’inganno di apparirle sotto le sembianze della stessa Diana. L’intreccio rocambolesco di trasformazioni e travestimenti tipico dell’opera veneziana del seicento, mette in luce uno scenario popolato di dei dell’Olimpo divinità minori e uomini la cui classicità arcadica degenera in una commedia dai tratti eccentrici grotteschi e caricaturali. Il libretto di Faustini manifesta infatti accenti di critica sociale e culturale perché unici personaggi capaci di provare i sentimenti sinceri e profondi senza dover ricorrere all’inganno e alla simulazione sono gli esseri umani Calisto ed Endimione e mentre gli dei dell’Olimpo Giove, Mercurio  Giunone e la stessa Diana (simboli della nobiltà e delle classi altolocate del tempo) non si comportano certo in modo esemplare soggiogati come sono da intrighi e passioni travolgenti, spesso inconfessabili e ancor peggio fanno le divinità e creature silvestri Pane, Silvano, il Satirino e anche la ninfomane Linfea le cui parti in versi  sdruccioli sono espressione di un registro comico assimilabile a quello dei servi. Un vero ritratto sociale del tempo. Il libretto offre così una mescolanza di registri di tragico e comico che, come dice un certo punto Linfea: “Ha un strano misto fa d’allegro e tristo”. Il diffuso clima carnevalesco pone al centro l’irrefrenabilità della pulsione erotica ed esprime una notevole ambiguità sessuale per la messa in discussione dei ruoli assegnati ai personaggi dalla natura e dalla legalità dell’ordine costituito: Giove seduce Calisto sotto le sembianze di Diana; quest’ultima anziché mantenere la propria castità ama sfacciatamente Endimione che ha la voce di un castrato e la dea è pure desiderata da molti; Linfea, smaniosa di esperienze erotiche (nella partitura originaria) è impersonata da un tenore en travesti e così via. Eppure il soggetto non è nemmeno privo di risonanze platoniche cristiane quando alla fine la passione di Giove per Calisto si trasforma in una sorta di amore eterno e sublimato dal creatore per la sua creatura.

Dal punto di vista della cronologia la Calisto si colloca nella fase centrale della produzione operistica di Cavalli: e se la declamazione intonata di recitativo permane la forma espressiva portante della drammaturgia musicale, si vanno al contempo affermando le arie per dare voce alle passioni dei personaggi. La distinzione tra recitativi arie sempre piuttosto brevi e con l’impiego contenuto di refrain testuali e da capo musicali è piuttosto evidente, ma non comporta di fatto nette contrapposizioni: intesa come tutte le risorse espressiva, essa si presta alla rappresentazione della vivace evoluzione successione degli stati d’animo e delle situazioni drammatiche. Inoltre il dualismo tra recitativi arie non esclude affatto diverse soluzioni intermedie sotto il profilo dello stile vocale come anche della struttura formale e ne appare anzi potenziato; si impone qui in particolare un flessibile arioso (cioè la resa lirica e cantabile in versi sciolti di recitativo) utilizzato tra l’altro da Cavalli per realizzare le sensuali scene di seduzione d’amore tra Giove trasformato in Diana e Calisto e tra Diana ed Endimione. Nella loro varietà le forme musicali vocali costituiscono il nerbo della drammaturgia dell’opera comprendendo un’ampia gamma di configurazioni delle linee vocali dalla più semplice intonazione sillabica la coloratura virtuosistica; l’apporto dell’orchestra, ridotta all’essenziale come d’abitudine nel teatro d’opera impresariale a Venezia consiste essenzialmente nel fornire sinfonie interludi e ritornelli prima e dopo le strofe delle arie a mo’ di cornice strumentale. La Calisto fu rappresentata per la prima volta il 28 novembre del 1651.

Per questo splendido esempio di melodramma barocco l’allestimento della Scala ha voluto le scene di Charles Edwards congegnate attorno a un grande cannocchiale girevole in una specola seicentesca ingombra di librerie, un alto specchio, che funzionava anche come porta, vetrine e vetrate che davano su paesaggi naturali sempre mutevoli e suggestivi, anche grazie alle luci smagate di Adam Silverman, e soprattutto la regia possente e mutevole di David McVicar il quale ha operato proprio come su di un palcoscenico shakespeariano, complici i ridondanti costumi e allusivi di Doey Lüthi i quali hanno accentuato fortemente il carattere erotico-sensuale insito nel testo, eliminando però il lato comico della scena di seduzione di Giove nei confronti di Calisto che consiste nel travestimento non solo costumistico, ma anche vocale del dio seduttore – un basso – che dovrebbe cantare in falsetto per provocare quel riso di cui è ancora intrisa l’opera barocca del primo seicento in un insieme di buffo e di eroico. La direzione orchestrale di Christophe Rousset preferisce invece attribuire la parte di Giove – Diana, alla stessa interprete della dea cacciatrice giustificando tale scelta con la iconografia coeva che mostra le due in pose lesbo-saffiche o forse per differenziarsi da precedenti esecuzioni e messe in scena storiche dell’opera che lo hanno preceduto. A parte questo discutibile tratto ideologico volto a insinuare nello spettatore una precisa visione dell’opera, tutto il resto riusciva pertinente e soprattutto intelligibile al pubblico in tutta chiarezza e bellezza a cominciare dalla levigata trasparenza dell’orchestra, sempre eloquente e capace di sviluppare appieno con la tavolozza strumentale (ricordiamo che l’organico originale dell’opera era ridottissimo e non comprendeva i fiati) le intenzioni implicite nel basso continuo oltre a esibire la dottrina del maestro Rousset in fatto di musica barocca. La compagine dei cantanti non era da meno, composta da specialisti che hanno “pronunciato” il canto con la perspicuità di attori del teatro di prosa rendendo familiare al pubblico anche lo stile, a volte astruso, del primo Seicento. Tra gli artisti della premessa locandina, se qualcuno è emerso, lo ha fatto per la straordinaria  verve impressa dalla regia, perché le qualità vocali erano ripartite in modo equo e funzionale alla gerarchia musicale interna, come quella del Mercurio del baritono Markus Werba che ha delineato il carattere dinamico e capzioso del dio, quella della dea Giunone interpretata dal soprano Véronique Gens, dal gesto scenico e vocale davvero regale – quello che avremmo voluto vedere e sentire anche nella Diana del soprano Olga Bezsmertna – e infine dell’Endimione del controtenore Christophe Dumaux dalla vocalità ben presente, ottima pronuncia italiana e nessun evidente ricorso alla voce di petto, il che è vizietto tipico dei sedicenti contraltisti-controtenori. Per il resto solo bellezza, soavità di canto e potenza di espressione che hanno fatto apprezzare l’opera suscitando ingenti e prolungati applausi da un teatro scaligero stracolmo e conquistato dal primo barocco.

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