La regia di Francisco Negrin per “Il Trovatore” dello Sferisterio


di Alberto Pellegrino

5 Ago 2026 - Commenti classica

Riscuote ancora successo Il trovatore di Verdi messo in scena dal regista messicano Francisco Negrin per il Macerata Opera Festival.

(photo credits: Macerata Opera Festival)

È stata un’ottima idea riproporre quel Trovatore di Giuseppe Verdi, che aveva debuttato con successo nel 2013 e che, ritornando sul palco dello Sferisterio per Macerata Opera Festival 2026, ha dimostrato di reggere perfettamente al passare del tempo con la conferma che la messa in scena del capolavoro verdiano era stata concepita secondo una valido progetto registico e scenografico, il quale ha favorevolmente impressionato i nuovi spettatori che hanno affollato per tre sere l’arena maceratese.

In questa sede non vogliamo occuparci dell’esecuzione musicale e interpretativa (già trattata da una collaboratrice del nostro giornale: https://www.musiculturaonline.it/grande-successo-del-trovatore-al-macerata-opera-festival/), ma vogliamo analizzare in modo particolare il progetto del regista messicano Francisco Negrin, autore di uno tra i migliori allestimenti scenici degli ultimi 15 anni, naturalmente dopo l’eccezionale messa in scena del Macbeth di Emma Dante.

A tredici anni dal debutto maceratese, questo Trovatore conserva intatta la propria efficacia sia per la misura con cui tende a stupire lo spettatore, sia per la forza comunicativa che deriva dalla coerenza della visione scenica finalizzata a lasciar parlare e ad esaltare la musica di Verdi e il testo di Salvatore Cammarano, autore del libretto tratto dalla tragedia El trovador (1836) di Antonio García Gutiérrez (1813–1884), considerato uno dei maggiori drammaturghi del teatro romantico spagnolo, autore di opere molto popolari in patria, ma destinato a una notorietà internazionale grazie a Giuseppe Verdi, il quale ha trasformato il suo testo teatrale nel più grande melodramma del periodo romantico che presenta anche una sua originalità rispetto alla tradizione, perché inizia senza una sinfonia né un preludio, per sopprime i recitativi per lasciare spazio ad uno straordinario susseguirsi di arie, di terzetti e quintetti, di parti corali.

Per la stesura del libretto Verdi si è affidato a Cammarano che, da esperto uomo di teatro, ha saputo cogliere gli elementi essenziali della tragedia originaria costituiti da un amore tormentato e destinato a sfociare in una tragica e mortale conclusione, da una inestinguibile sete di vendetta e da un’angoscia esistenziale che tormenta le coscienze dei protagonisti. Salvatore Cammarano (1801-1852) era in quel momento il migliore e più moderno librettista, che aveva rinnovato il melodramma italiano rispetto al neoclassicista Felice Romani, mettendo in mostra le qualità di un poeta attento alle particolari esigenze formali e funzionali del melodramma; capace di creare versi di una raffinata musicalità e di un’ampia gamma espressiva capace di passare dalle tinte elegiache a una focosa energia, dalla efficacia dei dialoghi alla solenne gravità delle scene corali, in un continuum drammaturgicamente rispettoso delle esigenze musicali del compositore.

Frencisco Negrin ha interpretato al meglio l’intensità melodica e le cupe atmosfere di questo grande melodramma romantico, dando risalto, attraverso una particolare simbologia, al groviglio di violente passioni che tormentano i vari personaggi: il rapporto tra i due rivali divorati da un “geloso amor” (Manrico e il Conte di Luna); il contrastato sentimento amoroso della protagonista femminile (Leonora); l’insopprimibile desiderio di vendetta di una zingara resa folle dal doppio trauma di due roghi, sui quali ha visto ardere prima sua madre, poi il proprio figlio ucciso per errore.

Il trovatore – ha scritto Francisco Negrin – è una storia di fantasmi, un thriller oscuro che mostra come gli spettri del nostro bisogno di vendetta (come per Azucena), i nostri rimpianti (come per Manrico) e i nostri desideri insoddisfatti (come per il Conte di Luna) ci imprigionino e ci uccidano. Il trovatore è il peso del passato: un passato che ci perseguita, un passato che distrugge ogni possibilità di un presente di un futuro o dell’amore. Solo Leonora capisce che l’amore e il presente sono l’unica strada da seguire […] ma Azucena è il canale attraverso il quale il passato getta la sua rete infuocata e arriva a consumarli. Gli errori che commettiamo quando rifiutiamo di vivere liberamente il nostro presente si ripetono, come i ritornelli delle ballate dei trovatori”.

Il regista per prima cosa ha messo in risalto le atmosfere notturne dell’opera; ha sottolineato i principali avvenimenti che vengono soprattutto evocati attraverso il ricordo, per cui tutta l’opera è percorsa dalla presenza di fantasmi come la figura della zingara arsa sul rogo, come l’ombra vagante del fanciullo che incombe sulla scena a ricordare di essere la vittima innocente di un odio atavico, come  la grande falce della morte impugnata da vari personaggi o usata come arma da duello tra i due protagonisti.

La continua esplosione di sentimenti binari, come amore-odio, memoria-vendetta, è stata accompagnata ed esaltata dalla presenza del fuoco, evocato dall’improvviso crepitio di una fiammata, dalla costante presenza della grande fiamma di un simbolico rogo, da altre fiamme che si sono accese in vari passaggi scenici, dalla grande esplosione finale di un fuoco che ha attraversato tutta la scena con un autentico coup de théatre.

La regia ha giustamente dato rilievo a Azucena, facendone il personaggio chiave della vicenda, ambiguo e diviso tra momenti di lucidità e torpore mentale, chiamato a interpretare un brano (“Stride la vampa”) di rara intensità e di ardua esecuzione. Ha riservato spazio e spessore all’altra protagonista femminile (Leonora), alla quale Verdi ha dedicato alcune delle arie più belle di tutta la sua produzione operistica, facendone un eroina romantica spinta dal destino verso una tragica morte, a cui fa da figura speculare un Manrico, un tipico eroe romantico che prosegue sulle orme precedenti del bandito Ernani e di Carlo dei Masnadieri.

Negrin lascia sullo sfondo la guerra civile che dilania la Spagna del Quattrocento e sceglie come elemento dominante quel passato che ha già determinato e che determinerà il destino di ogni personaggio, segnando per tutti una strada che dovrà essere percorsa fino in fondo. L’allestimento che torna allo Sferisterio di Macerata è un dramma della memoria vista come una forza che condiziona ogni scelta e ogni relazione e Negrin rinuncia al grande affresco storico e a precisi riferimento storici della Spagna medioevale.

Il regista preferisce creare uno spazio mentale entro il quale i protagonisti si muovono senza trovare mai una possibilità di fuga; lascia che siano i versi di Cammarano e la grande musica verdiana a far emergere le passioni che “bruciano” le loro coscienze in un atmosfera notturna e fiabesca, nella quale non trova posto una qualsiasi traccia di realismo. Abbiamo detto che è la memoria a conservare e far riesplodere le passioni, diventa pertanto logico che sia il fuoco a illuminare e a incendiare l’intera vicenda, accompagnato a volte dall’esplosione del colore rosso che inonda la scena a squarciare le tenebre della notte e contrastare il nero dei costumi, un rosso che arriva a sostituire il tradizionale bianco del sacro velo delle suore nella scena del convento.

La scenografia, ideata da Louis Désiré, è stata progettata con l’impiego di pochi elementi scenografici (fatta eccezione per la grande torre che getta un’ombra sinistra su tutto lo spettacolo) e con la presenza di grandi superfici polivalenti sottolineate da fasci di luce che, senza dare l’idea di un luogo preciso, sono state utilizzate per sottolineare particolari situazioni emotive.

A loro volta i costumi di Diego Méndez hanno rinunciato sia a precisi riferimenti storici, sia all’impiego di elementi folcloristici e pittoreschi per contribuire a creare una dimensione astorica e sospesa nel tempo, destinata ad accogliere e ad esaltare la tragedia che si sta consumando sulla scena. 

Negrin ha adottato una chiave di lettura secondo la quale gli effetti spettacolari non sono mai stati invasivi, ma sono stati perfettamente calibrati con le varie azioni sceniche, per cui ogni movimento è apparso misurato e ogni quadro ha trovato una propria ragione interna. Gli stessi personaggi, immersi in questa atmosfera potente e surreale, nonostante fossero continuamente attratti gli uni verso gli altri, non sono mai riusciti a incontrarsi, perché ognuno è rimasto prigioniero delle proprie ossessioni; è stato incapace d’infrangere quei meccanismi che il destino aveva predisposto nel loro passato per condurli fino al tragico epilogo con una tensione interiore che ha conferito un’autentica forza teatrale all’intera rappresentazione.

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