La mostra “La regione delle madri. I paesaggi di Osvaldo Licini”


di Flavia Orsati

13 Ago 2020 - Altre Arti e Festival, Commenti altre arti

Abbiamo visitato la Mostra “La regione delle madri. I paesaggi di Osvaldo Licini” a Monte Vidon Corrado (FM), inaugurata il 25 luglio e aperta fino all’8 dicembre 2020. Flavia Orsati ne ha ricavato una approfondita riflessione-saggio.

La Sibilla è un simbolo, il pretesto a indagini di

natura strettamente autobiografica, il motivo a

esplorazioni e sondaggi dell’io!

O. Licini ad Acruto Vitali, Lettera

Le Marche, per un personaggio complesso come Osvaldo Licini, definito da Luigi Dania “ineludibile cifra interpretativa del Piceno”, sono state la regione primordiale, dell’ordine e del caos, di un inesausto e mai appagato dialogo con il paesaggio, con gli scampoli di infinito che esso racchiude, rappresentando il luogo della formazione e della maturità, della partenza e del ritorno, delle radici mai recise. La ricerca paesaggistica è stata una costante nella poetica pittorica liciniana, anche nel periodo cosiddetto “astratto”: il connubio di natura e cultura marchigiano, sola unione dalla quale può scaturire il paesaggio, è stato per l’artista una sorta di zavorra a cui rimanere ancorato, anche nell’ambiente d’avanguardia dei Caffè letterari parigini, così lontani dal piccolo borgo di Monte Vidon Corrado, arroccato nell’entroterra della Marca.

La mostra “La regione delle madri. I paesaggi di Osvaldo Licini”, inaugurata il 25 luglio e visitabile fino al prossimo 8 dicembre, è la prima antologica liciniana interamente dedicata al tema del paesaggio, fonte di ispirazione privilegiata per chi riconosce nel silenzio delle valli la cifra espressiva del proprio mondo interiore e considera i colori caldi e terrosi dei borghi delle Marche cartina di tornasole della propria serenità. Nelle opere esposte si legge in filigrana, attraverso i vari periodi pittorici, come il paesaggio, specie quello natio, sia intriso di lirismo, come venga riprodotta sulla tela la partecipazione alla vita e al soffio universale del genius loci che vivifica e rende differente ogni luogo dall’altro, specie i dolci declivi collinari che abbracciano e legano i Monti Azzurri all’orizzonte e allo sconfinamento spazio-temporale del Mar Adriatico. In mostra sono esposte più di 100 opere tra dipinti e disegni, provenienti da collezioni sia pubbliche sia private. Bisognerebbe immaginare, visitandola, la Casa Museo priva di pareti, un tutt’uno con l’ambiente circostante – anche se sarebbe meglio parlare di atmosfera – perché la produzione liciniana, specie quella giovanile e quella della maturità, risente fortemente della cultura e delle tradizioni marchigiane, tanto che la sua casa travalica le pareti fisiche e arriva ad essere la regione tutta. In effetti, parlando e scrivendo di Licini, molti si sono chiesti – e continuano a chiedersi – cosa possa averlo spinto a tornare nel natio borgo (di cui nel dopoguerra fu due volte sindaco), nella casa che lo ha visto venire alla luce, stabilendovisi insieme alla moglie Nanny Hellstrom, pittrice svedese conosciuta a Parigi.

Emblematica, a tal proposito, è la lettera che Licini invia l’1 febbraio 1941 all’amico Ciliberti, fondatore di Valori Primordiali:

ti scrivo dalle viscere della terra, la “regione delle Madri” forse, dove sono disceso per conservare incolumi alcuni valori immateriali, non convertibili, certo, che appartengono al dominio dello spirito umano. In questa profondità ancora verde, la landa dell’originario forse, io cercherò di recuperare il segreto primitivo del nostro significato nel cosmo. Perciò estinzione del contingente, per ora. Voi non mi vedrete così presto a Milano, né con la spada, né con le larve, né con gli emblemi. Cessato il pericolo, non dubitate, riapparirò alla superficie con la “diafanità sovraessenziale” e “senza ombra”. Solo allora potrò mostrarti le mie prede: i segni rari che non hanno nome; alfabeti e scritture enigmatiche; rappresentazioni totemiche, che solo tu con la tua scienza potrai decifrare.

La regione delle Madri, dunque, è quella delle radici e della rivelazione, forse identificabile con il mitico regno sibillino appenninico, preso nella sua eminente componente simbolica e, in ultima analisi, archetipica: solo nel regno della sapienza, che comporta anabasi e catabasi al tempo stesso, si trovano i veri tesori immateriali concessi all’uomo, cioè la conoscenza e il pieno dominio di sé, il significato dell’essere, il perché dell’esistere. Tutte rivelazioni alle quali è pericoloso attingere, anche perché, quando si è di ritorno, la parola non corrisponde l’effettiva potenza di ciò che si è scoperto, che non è possibile trasmettere con il logos e con la ragione. Solo l’arte, disciplina sibillina più che mai, può riproporre certe rivelazioni senza snaturarle, con i suoi “segni rari”, i suoi “alfabeti e scritture enigmatiche”, un nulla d’inesauribile segreto.

La mostra attraversa i tre periodi pittorici di Licini, mettendo in evidenza l’invisibile filo che li unisce, figurativamente e liricamente. Il percorso prende le mosse dalle sale del Centro Studi, dove sono esposte le opere degli anni Venti, i dipinti ancora in qualche modo ancorati al dato reale, che comincia però, in maniera aurorale, ad essere trasfigurato. Passando alla Casa Museo, si discende simbolicamente nella fucina creativa dell’artista, nel regno delle madri e della sua intimità. I curatori hanno saggiamente deciso di allestire dei sottopercorsi articolati non solo cronologicamente ma anche tematicamente: le esposizioni di ciascuna delle sale, infatti, partono da un dipinto figurativo e ne mostrano l’evoluzione, in filigrana, attraverso la fase astratta e geometrica, fino al figurativismo fantastico, nel quale il paesaggio, con l’ausilio di personaggi come Amalassunta, l’Angelo Ribelle e l’Olandese Volante, viene costantemente erotizzato e antropomorfizzato.

Osvaldo Licini si forma all’Accademia di Bologna, tornando saltuariamente a Monte Vidon Corrado, per lo più durante l’estate; dopo la Grande Guerra, passa circa un decennio, dal 1917 al 1926, diviso tra Marche e Francia, dove frequenta l’ambiente d’avanguardia della Capitale, esponendo nelle maggiori gallerie e conoscendo i massimi artisti ed intellettuali dell’epoca (Picasso, Cocteau, Modigliani). Nel 1925 incontra Nanny ed è subito amore, tanto che i due decidono di sposarsi l’anno seguente e di trasferirsi in pianta stabile a Monte Vidon Corrado, luogo per Licini dell’iniziazione artistica, dell’afflato cosmico delle visioni leopardiane, della fertilità e della creazione, del tempo naturale, scandito dalle campane e dall’avvicendarsi delle stagioni, che rendono la natura mutevole e cangiante.

Licini lavora dal vero, dipingendo en plein air, e ce lo dice anche in una lettera del 1927 indirizzata a Morandi: “ogni tanto parto per altri paesetti dove vado a dipingere paesaggi”. Per questo, forse, tra le peregrinazioni nelle campagne marchigiane atte all’interiorizzazione dell’ambiente circostante il paesaggio è uno de temi dominanti della sua arte fin dagli esordi, percependo l’iconema paesaggistico come punto di cerniera e di congiunzione tra sentire lirico personale e vita universa circostante. Ad esempio, un nucleo pittorico è dedicato interamente al paese di Montefalcone Appennino, antico borgo arroccato su una rupe di arenaria dove il pittore soggiorna a più riprese, mentre un altro a Servigliano; in nuce i viaggi poetici della maturità sono già annunciati in questa fase, divisi tra discesa orfica negli inferni ed aerei voli cosmici di stampo iniziatico: tale alternanza si nota già nel periodo figurativo, nel quale Licini realizza opere con case e orizzonte basso e vedute dove l’azzurro cosmico del cielo la fa da padrone. Dalle finestre della dimora dove l’artista si stabilisce, in posizione sopraelevata rispetto al resto del paese, la vista spazia dai lidi sabbiosi del Mar Adriatico al Gran Sasso, fino ad abbracciare la catena dei Monti Sibillini nella sua interezza, come a far sì che la Sibilla vegli costantemente sulla produzione liciniana, specie quella tarda. Il forte legame di Licini con i monti, in effetti, viene spesso palesato a livello figurativo, ma rimane, mutatis mutandis, presente anche nei soggetti non prettamente paesaggistici: la geometria irregolare delle frastagliate cime marchigiane viene continuamente richiamata con una linea continua che chiude sinuosamente l’orizzonte.

Osvaldo Licini, nella sua rielaborazione poetica del mondo che lo circonda, fa suo il bagaglio culturale legato alle leggende sibilline autoctone, incamerando tutte le suggestioni legate all’oracolo della Sibilla, maga e ammaliatrice, salvezza e dannazione dei valorosi cavalieri che riescono a superare le prove – tutte interiori – che conducono al suo cospetto. Il mitema sibillino in Licini, infatti, fa della donna leggendaria una mediatrice, che accompagna l’uomo a scandagliare le profondità del proprio essere, concedendo risposte enigmatiche e mai chiare e definitive, talmente eteree che sembrano librarsi in cielo, proprio come le Amalassunte. Nel corpus liciniano, in particolare, c’è un dipinto – esposto in mostra – intitolato Le Gole dell’Infernaccio che sembra profetizzare tutta la poetica della maturità. Si tratta di una tela ad olio del periodo figurativo, realizzata sul retro di un ritratto, legata strettamente alle leggende dei Monti Sibillini dove, in un’atmosfera vorticosa e infernale, dei fanciulli ballano una danza, probabilmente il saltarello, che ha tanto della carola medievale o dei riti coribantici greci. Da notare, poi, che le ragazze presentano, alle estremità degli arti inferiori, una terminazione a punta, il famoso zoccolo caprino, da sempre attributo infernale, nascosto sotto le lunghe gonne dalle bellissime ancelle della Sibilla, quadro che forse anticipa l’atmosfera ironica, canzonatoriamente provocatoria e maliziosamente naif della maturità. Questa tela rappresenta un hapax nell’intera produzione liciniana in quanto, per lo meno a questa altezza cronologica, essendo datata dalla critica intorno al 1927, le Marche sono il luogo della meditazione e della calma, delle vedute pastello edulcorate dal ricordo della gioventù, mitico eden felice dove sembra non esistere turbamento. Evidentemente, prima della svolta astratta, qualcosa stava iniziando ad incrinarsi. Sino a quel momento, infatti, la natura ha sempre avuto un effetto catartico nell’artista, espresso anche attraverso una sapiente sintesi paesaggistica: nella maggior parte delle tele il punto di vista è rialzato e diviso in maniera geometrica in due blocchi delimitati dalla linea d’orizzonte – fatta spesso di monti, a volte di vegetazione -, che demarca il confine tra terra e cielo. Licini riesce ad immortalare i rapidi cambiamenti del cielo, il turbinare della vegetazione, il suo scolorare e rifiorire di stagione in stagione, l’annegare della luce e il suo spegnersi ogni giorno, sotto la custodia del Paradiso della Regina Sibilla. Importante notare che quello paesaggistico non è uno stilema fine a se stesso nel pittore: l’atmosfera mediterranea marchigiana è molto diversa, ad esempio, da quella delle vedute nordiche o degli scorci marini: ad essere riprodotto non è il mero panorama ma il paesaggio nella sua totalità, sublimata dallo spirito.

La produzione liciniana è segnata da una serie di piccole tele, dove vengono ricreati microcosmi. I motivi sono in parte fisici e prosaici, perché il destino ha voluto che il pittore, a causa di ferite riportate in guerra, avesse fatica a lavorare a lungo su tele di grande formato. Questo dato contingente ha reso possibile, tuttavia, la resa metaforica della minuta realtà marchigiana in piccoli formati costantemente proiettati all’infinito, sulla scia degli insegnamenti leopardiani. Entrambi, infatti, iniziano il proprio viaggio spirituale con le spalle al mare e lo sguardo rivolto verso i monti della Sibilla, in dialogo con la luna, costante e fedele interlocutrice alla quale porre i propri dubbi esistenziali. I cosmi delle Amalassunte, degli Olandesi Volanti e degli Angeli Ribelli, perciò, sono compiuti tanto sui grandi formati quanto sui piccoli, minuscoli scampoli d’esistenza che valgono quanto una vita intera, che ascende dalla Regione terrena delle madri allo spazio siderale. Il momento di passaggio è proprio negli anni Quaranta, quando i paesaggi degli anni Venti sono ripresi e nuovamente declinati e modulati, con figure che si staccano dal suolo e si librano nel cielo della fantasia, in paesaggi onirici e lunari ma sempre in dialogo con i monti, con le radici. Ricordiamo che, nel frattempo, aveva avuto luogo la parentesi degli anni Trenta, il momento del dubbio rappresentato dalla svolta geometrica e astratta, rielaborazione e assimilazione delle suggestioni d’Oltralpe derivate dalla frequentazione degli ambienti intellettuali e artistici d’avanguardia. Sempre in questo periodo, iniziano ad apparire dei segni alfanumerici nei componimenti pittorici, influenza, con ogni probabilità, di matrice cubista o futurista.

In molte tele della maturità esposte in mostra si percepisce un’atmosfera sospesa, carica di attesa: sembra di essere sul punto di assistere a una rivelazione, la materia pittorica è palpitante e magmatica, in un’aura misteriosa resa attraverso una sapiente sintesi segnica e cromatica. Il paesaggio, in continuità con la produzione giovanile, rimane il punto di partenza dell’elaborazione intellettuale, ma subisce un’allucinata metamorfosi, dove spuntano enigmatiche figure: dalla luna nostra bella, l’Amalassunta, all’Olandese Volante e agli Angeli Ribelli, questi ultimi sorta di ironico autoritratto artistico. Amalassunta, astro lunare che si aggira irriverentemente in cielo non sganciandosi mai del tutto dalla terra, dalla carnalità e dal sangue, rappresenta la rivelazione sibillina per eccellenza: l’erotismo, il corpo, a contatto con la trascendenza come solo mezzo per far sì che la conoscenza sia suprema,”segreto primitivo del nostro significato nel cosmo”. Nella fase del figurativismo fantastico, in effetti, il paesaggio si erotizza ed antropomorfizza fortemente. Dipinto cerniera, in questo senso, è Il capro, animale dai tratti infernali che rimandano anche al mito sibillino. L’animale emula, con lo sguardo verso i monti e la Sibilla, la posa del Viandante sul mare di nebbia di Friedrich, con la cornucopia, simbolo di fertilità, rivolta verso il luogo ambivalente della rivelazione e del mistero, come ad indicare l’avvio del viaggio iniziatico e a profetizzare il suo futuro compiersi; anche qui, l’atmosfera è indefinita, e il capro si fa protagonista della composizione, con tutto il corredo simbolico che porta con sé e con il tratto marcato e deciso che demarca la sua presenza nel mondo e nel paesaggio. La sete di conoscenza, la scalata ai segreti siderei è il sentimento che anima Amalassunte e Angeli Ribelli, personaggi questi ultimi desunti dai giovanili Racconti di Bruto, stelle del mattino decadute ma caratterizzate da membra possenti e da una corporeità forte e massiccia, che si muove, con echi boccioniani, nella continuità dello spazio. L’erotismo, dunque, è sempre canzonatorio, leggero, in un mondo “alla rovescia” in cui la carnalità fluttua nello spazio e non riporta a terra l’uomo che si macchia di peccati ma lo invita, proprio in virtù di ciò, ad elevarsi. I tre personaggi ideati da Licini condividono una matrice infera e luciferina, con la valenza di angeli caduti ma che risalgono al cielo sfidando Dio in nome della loro sete di conoscenza e di vita.

L’ultimissima produzione del pittore di Monte Vidon Corrado segna uno scatto ulteriore, un’ennesima evoluzione: al dinamismo provocatorio dei personaggi del figurativismo fantastico si sostituiscono poetici angeli luminosi, siti in ambienti sospesi e rarefatti, privi di densità e di forza di gravità. Evidentemente, il miracolo e la rivelazione si erano compiuti.

Didascalie delle immagini:

  1. Paesaggio marchigiano, 1925, olio su tela, collezione privata
  2. Servigliano, 1926 (con interventi succ.), olio su tela, 59,5×102, Galleria Arte Contemporanea Osvaldo Licini, Ascoli Piceno
  3. Paesaggio marchigiano, 1926, olio su tela, collezione privata
  4. Paesaggio marchigiano (Montefalcone), 1926, olio su tela, collezione privata, Fermo
  5. Marina (La barca degli amanti), 1945, olio su carta, collezione privata, Milano
  6. Angelo ribelle, 1949, olio su tela, collezione privata, Milano
  7. Composizione, 1950, olio su tavola, collezione privata, Milano
  8. Merda (Portafortuna), 1951, olio su carta intelata, collezione privata, Milano
  9. Osvaldo Licini con l’olmo a Monte Vidon Corrado
  10. Osvaldo Licini (foto di B. Degenhart)
  11. Marina, 1921, olio su tela, Macerata, Fondazione Carima – Museo Palazzo Ricci
  12. Paesaggio marchigiano, 1926, olio su tela,  Venezia,  Musei Civici Veneziani, Galleria internazionale d’arte moderna Ca’ Pesaro
  13. Colline marchigiane, 1927, olio su tela, Comune di Moncalvo
  14. 1933, olio e matita su tela, collezione Augusto e Francesca Giovanardi
  15. Personaggio, 1945, olio su tela, collezione M. Carpi, Roma
  16. Amalassunta Luna, 1946, olio su tavola, Lendinara, collezione privata
  17. Marina (Notturno), 1955, olio su carta, Collezione Gori, Fattoria di Celle, Pistoia
  18. Paesaggio fantastico (Il capro), 1927, olio su tela, collezione privata
  19. Amalassunta aureola rossa, 1946, olio su tela, collezione privata
  20. Capriccio n. 2, 1932, olio su tela, Milano, collezione privata
  21. L’uomo di neve, 1947, olio su tela, collezione privata
  22. Paesaggio (noto come Paesaggio Falerone), 1925, olio su tela, Pistoia, collezione Gori
  23. Omaggio a Cavalcanti, 1954, olio su tavola, collezione privata
  24. Amalassunta, 1949, olio su tavola, Milano, collezione privata
  25. Angelo su fondo rosso, 1950, olio su tela, Torino, collezione privata