Editoriale: la guerra nella società dello spettacolo


di Alberto Pellegrino

9 Gen 2026 - Varie

Pubblichiamo l’editoriale, per il nuovo anno 2026, del nostro Direttore Alberto Pellegrino; una puntuale riflessione sulla drammaticità della situazione internazionale.

(Le illustrazioni del presente articolo sono di Melanton/Antonio Mele[1] e sono state pubblicate dalla Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte di Tolentino)

Questo nuovo anno ci riporta agli scenari dell’anno precedente e ci costringe a parlare ancora di conflitti più o meno locali e non di pace e benessere. Si è tornati a discettare di guerra con grande disinvoltura come se si trattasse del più naturale modo di agire e di esprimersi dell’uomo, a usare le armi al posto della diplomazia e del diritto internazionale. Si è arrivati a prospettare la guerra come “spettacolo” visto che nel suo grottesco e allucinante discorso il presidente Trump ha usato per due volte l’aggettivo “spettacolare” per definire l’aggressione militare a uno stato indipendente come il Venezuela anche se retto da un regime dittatoriale, imponendo l’uso della forza dopo il fallimento statunitense della democrazia da “esportare”.

Torniamo a definire la guerra

Nel momento in cui in tutto il mondo sono sentiti di nuovo rullare i Tamburi nella notte (per citare il dramma di Bertolt Brecht del 1919), riportiamo la definizione della guerra di un fine umorista come Stefano Benni che, in un suo romanzo profetico (Spiriti, Feltrinelli, 2000), scrive questo pentalogo che immagina inciso su una lastra d’acciaio sulla facciata di un grattacielo di Hacarus, un miliardario (guarda caso) che aspira a diventare il padrone del mondo:

  1. Tutto ciò che un paese forte e ricco decide, intraprende e sceglie ogni giorno ha come conseguente necessità: preparare la guerra, coltivare la guerra, prevedere la guerra, accettare la guerra, avere bisogno della guerra, scegliere, ogni tanto, per quale guerra indignarsi e quale guerra dimenticare.
  2. Arma e alleva un dittatore, se un giorno vuoi avere il merito di combatterlo.
  3. Chi è più debole massacra, chi è più forte interviene.
  4. Non esiste guerra tanto crudele da non scomparire appena si smette di parlarne.
  5. Ogni multinazionale economica ha bisogno di invadere, sfruttare, scacciare e uccidere proprio come un esercito.

È impressionante come in tutto il mondo si sia ritornati a parlare con estrema disinvoltura di guerra e di corsa al riarmo. Nei Paesi scandinavi, in Polonia e in Germania si ragiona come se l’invasione russa sia alle porte; in Francia, Germania e Italia si parla di un ritorno a una leva o “riserva militare rafforzata” nella convinzione che l’Europa avrà bisogno di 800 mila soldati per fronteggiare un’aggressione russa che al momento non è prevedibile, perché non è basata su elementi concreti. Si discute con insistenza di sicurezza nazionale (non di esercito europeo sovranazionale) per preparare l’opinione pubblica alla pre-guerra, per coinvolgere attraverso l’uso dei mass-media la popolazione civile con un eccesso di propaganda e contropropaganda, che ci colloca già in una modalità prebellica, mentre nell’attuale scontro tra propaganda e contropropaganda diventa difficile scindere la realtà dalla disinformazione.

Esistono un confine di prudenza e una prevenzione del rischio per disinnescare un meccanismo bellico? È possibile che, dopo 80 anni di pace, in Europa possa scoppiare un conflitto devastante senza che nessuno abbia deciso di scatenarlo? Secondo gli esperti, è possibile, perché non dobbiamo dimenticare che le due guerre mondiali più tragiche della storia sono scoppiate in Europa quando il confine guerra/pace è stato superato da aggressori che non pensavano di scatenare un conflitto planetario.

Vi sono poi gli interessi industriali e finanziari che si avvalgono dell’atmosfera bellicista per incentivare programmi di riconversione dal civile al militare e incrementare i profitti, ma a forza di martellare sulla imminenza della guerra, si può finire per crederci e quindi accettare supinamente determinate decisioni dei capi di governo senza che i cittadini, come è già accaduto nel passato, possano essere padroni di decidere della propria vita, anche se i media ci raccontano che abbiamo la possibilità di farlo. Ha scritto Rita Levi Montalcini: “Una della gravi deficienze dell’uomo non è la super-aggressività, ma la troppa sottomissione; cioè le tragedia che hanno veramente nel passato portato alla distruzione non di migliaia, ma di milioni di individui, non derivano dal fatto che l’uomo è aggressivo, ma dal fatto che l’uomo accetta gli ordini dei dittatori”.

Emile Durkheim, uno dei fondatori della sociologia, ha sostenuto che in tutte le società agisce una forza devastatrice che deve essere necessariamente controllata e un altro sociologo Jean Baudrillard ritiene che nella società vi sia la presenza del Male come potenza distruttiva e mortale, una presenza che in qualche modo si pensa di poter controllare, ma quando essa emerge, nel corso delle guerre, degli attentati terroristici, dei casi di cronaca nera, viene percepita come qualcosa d’inaccettabile e priva di senso, ma nello stesso tempo come una componente ineliminabile della natura umana.

La guerra nel mondo attuale

Attualmente la guerra è diventata uno scontro tra macchine, missili e droni comandati a distanza come fosse un videogioco, per cui i conflitti si combattono anche sulla base d’immagini prodotte nello spazio mediatico ma, nonostante queste guerre “mediatizzate”, continuano a causare distruzione e morte, a produrre in chi le scatena un senso di onnipotenza sdoganato da ogni controllo, per cui il piacere narcisistico, legato all’affermazione di sé, diventa aggressività e distruzione di un nemico esterno per evitare di fare i conti con i propri fantasmi interiori. La guerra continua a provocare morte e distruzione, come sta avvenendo in Ucraina, Gaza, Sudan e altri Paesi africani e del Medio Oriente. Continua a produrre fame e miseria, a colpire in particolare bambini e soggetti più deboli, mettendo in discussione il diritto di vivere che viene prima di ogni altro diritto e finendo per innescare circoli viziosi di vendetta e terrorismo. Sostituire la logica del dialogo con la logica dello scontro non solo provoca crisi politiche, economiche, sociali ed ecologiche, che finiscono per coinvolgere tutto il pianeta, ma causa un ritorno alla militarizzazione della società in vista di una guerra che potrà essere “calda, fredda, locale, globale, convenzionale, nucleare” (a voi solo l’imbarazzo della scelta) con il fallimento delle istituzioni politiche, del tanto decantato mercato, delle politiche sociali ed ecologiche.

Si ritorna al diritto del più forte, al potere degli oppressori sugli oppressi; si ritorna a parlare di occupazione di territori altrui, di conquiste e sconfitte, di negoziati di tregua o di pace che sono finzioni strategiche per continuare guerre locali; si cercano “nemici” interni (il migrante, il dissidente, l’emarginato), mentre governi, partiti, associazioni professionali, mass media e persino le Università cominciano a sostenere che non esiste alternativa alla guerra. Sorge pertanto il dubbio di come sia inefficace contrapporre contro questa ideologia dei movimenti che si mobilitino a favore della pace, della difesa dei salari, della salute, dell’istruzione, dell’occupazione e dell’ambiente, della pari dignità umana, del valore della solidarietà, del rispetto per tutte le religioni. 

A proposito di religiosità, tornano a risuonare cupe parole come “Dio lo vuole” con una concezione di un Dio che lascia ai potenti il compito di rivolvere i problemi del mondo oppure di un Dio distante dal mondo per cui il compimento del bene e della giustizia è rimandato a un’altra vita, quella eterna. È preoccupante l’atteggiamento violento di chi si definisce cristiano e parla in nome di Dio senza specificare di quale Dio si tratti, che ignora volutamente le parole del Vangelo: “Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Matteo, 7, 16-18). Si finisce per tradire deliberatamente il messaggio di Gesù di Nazareth che è a favore della libertà, dell’aiuto preferenziale per i poveri, dell’accoglienza e della non violenza, per nascondersi dietro un cattolicesimo o cristianesimo di comodo, totalmente inventato a proprio uso e vantaggio.

Scrive ancora Lucio Caracciolo: “Molto si è discettato negli ultimi anni circa una nuova guerra fredda. Tesi fuorviante, specie dopo il 24 febbraio 2022 è scoppiata quella calda. La pace europea chiamata guerra fredda era basata sulla deterrenza Usa-Urss, nemici che si conoscevano bene e si riconoscevano reciprocamente titolari d’una sfera d’influenza ben delimitata. La novità è che oggi Stati Uniti e Russia non sono nemici. Mentre noi europei, fittiziamente riuniti dal crollo del Muro, rispolveriamo memorie e stereotipi che ci vogliono nei secoli opposti gli uni agli altri, fino al punto di ridurci da imperi transcontinentali ad attori non protagonisti. Adattati a subire, non a determinare il nostro futuro” (La Repubblica, 30 novembre 2025).

Passata l’euforia di feste natalizie sempre meno consumistiche, rimane nell’aria questa pesante e inquietante atmosfera come segnale che qualcosa sta cambiando nel mondo occidentale: riemergono le lotte di classe (ammesso che siano mai sparite); ritornano le guerre come un sporco mezzo di fare politica; si muovono flussi di denaro a danno di masse innocenti che muoiono e moriranno di fame o per cause belliche. In questo preoccupante scenario le Organizzazioni sovra-nazionali, a partire dalle Nazioni Unite, sono ormai svuotate di significato e di potere d’intervento; il multilateralismo è sconfitto dagli interessi egoistici degli imperi, che non vogliono rispettare leggi e trattati internazionali; il principio di autodeterminazione dei popoli viene sistematicamente calpestato, mentre la nostra Europa è sempre più emarginata e senza possibilità d’incidere sul “grande gioco” in atto, per cui si rimane silenti oppure vassalli della nuova politica statunitense.


[1] L’autore è Melanton/Antonio Mele (Galatina, 1942 – Roma, 2024), illustre disegnatore umoristico che ha collaborato con il Marc’Aurelio, il Travaso, la Repubblica; ha ricevuto prestigiosi premi internazionali; è stato per diversi anni direttore artistico della Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte.

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