“La Gatta Cenerentola” e interviste a Roberto De Simone e Fausta Vetere


di Roberta Rocchetti

3 Nov 2021 - Approfondimenti, Commenti classica, Teatro

Roberta Rocchetti presenta una riflessione sul capolavoro di Roberto De Simone La Gatta Cenerentola e due interviste, all’autore e alla bravissima Fausta Vetere, voce regina della Nuova Compagnia di Canto Popolare.

Il 7 luglio 1976 il pubblico che affollava il Teatro Nuovo nell’ambito della XIX edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto tributò una entusiastica accoglienza alla nuovissima opera portata in scena per l’occasione da Roberto De Simone dal titolo La Gatta Cenerentola, frutto della ricerca etnomusicale portata avanti con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, gruppo divenuto poi storico e che si fregia di aver avuto nelle sue formazioni mutate in parte negli anni tra gli altri  Fausta Vetere, Corrado Sfogli, Carlo D’Angiò, Patrizio Trampetti, Eugenio Bennato, Peppe Barra, Giovanni Mauriello, Gianni Lamagna.

Fu il primo vagito di un trionfo che si allargò a macchia d’olio, un’opera musicale che farà da spartiacque sulla scena del teatro musicale italiano alla ricerca già da qualche tempo di nuovi linguaggi.

Roberto De Simone, regista teatrale, musicologo, compositore, scrittore e studioso delle tradizioni campane fa confluire in quest’opera il succo più ristretto e prezioso delle sue conoscenze, delle precedenti esperienze nell’ambito del teatro, della ricerca musicale e in quella antropologica legata ai culti popolari, dando vita a qualcosa che lui stesso ha definito “favola in musica” che sceglie la forma del melodramma seppur l’impianto musicale e le voci non si rifanno agli schemi classici dell’opera lirica.

Partendo da una fiaba contenuta nel Pentamerone di Giambattista Basile e che è successivamente  stata, seppur edulcorata e privata in gran parte del suo potenziale sulfureo, di ispirazione anche alle celeberrime fiabe di Perrault e dei F.lli Grimm, De Simone mette in scena un racconto onirico e carnale, ironico e drammatico, misterico e ancestrale che affonda le radici nelle culture precristiane mutate nel tempo in tradizioni sacre alla dottrina cattolica e non, legate alle stagioni, al moto incessante degli astri, ma soprattutto alla terra da cui trae origine, alle sue peculiarità, le sue visioni, i suoi incantesimi, i miracoli sacri e profani, le crudeltà e le contraddizioni di una città, Napoli, cuore di quella terra che in Cenerentola trova una propria archetipica personificazione, soprattutto nell’essere contemporaneamente vittima e carnefice, desiderata e vessata, la più stracciona e la più bella, alla fine sempre regina.

La ricerca e il talento compositivo di De Simone gli consentono di spaziare dagli echi quasi rossiniani della scuola napoletana che troviamo nel duetto Matrigna/Patrizia a madrigali e villanelle a moresche, tammurriate e canti a distesa ma sempre contrassegnati di una cifra comune, una sorta di inquietudine misterica, un’eco ancestrale che trae origine da secoli di religiosità sincretica che permea ogni singolo pensiero e gesto di questo popolo, ogni situazione a prescindere dalla sua natura comica, sentimentale o tragica, il testo tutto in napoletano ha una valenza più musicale e astratta che testuale, tanto che De Simone ha dichiarato più volte la non necessità per chi vi assiste di comprendere appieno ciò che viene detto o cantato, quanto piuttosto di farsi trascinare nella tempesta di richiami ancestrali che l’alchimia al contempo esoterica ed essoterica creata dalla Gatta Cenenrentola è in grado di creare.

Rappresentata 175 volte nei due anni successivi al debutto La Gatta è stata poi portata nelle altre regioni italiane, nonché nel resto d’Europa e nel mondo, paradossalmente è proprio in certi ambiti dell’ intellighenzia napoletana che fa più fatica a farsi accettare, per il suo fornire di Napoli una visione genuinamente e radicatamente popolare ma al contempo astratta e sofisticata, che si oppone ad una Napoli sepolta sotto stratificazioni di folklore di bassa lega che ha spesso voluto esibire una faccia da offrire al turismo più commerciale  fatta di cliché svuotati del loro significato più vero e profondo, ma nonostante tutto difeso e fatto assurgere ad elemento identitario.

Le rappresentazioni cominciate nel 1976 si sono susseguite nel 1977, 1978, 1979, 1987, 1988, 1989 (anno in cui l’avemmo anche allo Sferisterio di Macerata) 1998, 1999 e 2000.

La prima ha visto in scena una selezione dei migliori interpreti della musica popolare e del teatro del tempo, a partire da alcuni componenti della “Nuova Compagnia di Canto Popolare”, Fausta Vetere nel ruolo della protagonista, Peppe Barra in quello della Matrigna, Concetta Barra in quello della Zingara, Patrizio Trampetti in quello della sorella Patrizia, Isa Danieli come Capèra e Lavandaia, Antonella Morea altra Lavandaia archetipo dell’invidia, Giovanni Mauriello anch’esso in ruoli multipli, tra cui quello del magico Munaciello che nella trasposizione di De Simone si sostituisce alla fata nell’operare il prodigio che consentirà alla sorella negletta di guadagnare il trono in barba alla sorellastra prediletta dalla matrigna, e in quello del “femminella” personaggio non presente nell’opera letteraria ma introdotto da De Simone in quanto essere liminale e mutevole, come il sole pronto ad uccidere se stesso ogni anno per poi tornare rinnovato e vivifico, chiude la carrellata dei protagonisti Virgilio Villani nei ruoli di Bene mio e dell’Asso di Bastoni.

Nell’opera tutte le sei sorellastre sono, come la matrigna, interpretate da uomini, così come le ricamatrici oranti (personificazione multiforme dell’inconscio della protagonista), non troviamo però in questi personaggi macchiette da avanspettacolo ma piuttosto figure di identità trasversale ed ermafrodita, dal chiaro rimando mitico.

Dell’opera esiste una sola registrazione audio ufficialmente in commercio, ma di registrazioni video delle primissime edizioni purtroppo esistono solo pochi spezzoni pirata di pessima qualità, quantunque preziosi essendo l’unica testimonianza dell’evento ormai divenuto leggenda.

L’opera venne registrata successivamente in video nel 1999 e trasmessa dalla Rai con un cast in parte mutato, Maria Grazia Schiavo sostituisce Fausta Vetere nel ruolo del titolo, Rino Marcelli succede a Peppe Barra, Patrizia Spinosi a Isa Danieli, Filippo Sica a Patrizio Trampetti, mentre rimangono invariati alcuni degli altri interpreti principali come Giovanni Mauriello, Virgilio Villani e Antonella Morea, versione fortunatamente ancora rintracciabile.

Nella Cenerentola di Basile dicevamo, non c’è nulla della dolcezza della fanciulla che troviamo in Perrault o nei F.lli Grimm, tanto meno troviamo la stucchevole arrendevolezza di quella disneyana, pur essendo il titolo completo dell’opera letteraria di Basile “Lo cunto de li cunti o Pentamerone ovvero lo trattenimento de piccerille” non risulta essere un testo esattamente pedagogico, perlomeno per quella che è la nostra attuale sensibilità.

Cenerentola, racconta Basile, su suggerimento della maestra e amica del cuore fa fuori la propria matrigna chiudendole la testa in una cassapanca, dopodiché fa sì che l’amica suddetta sposi il padre e divenga così di fatto la nuova matrigna, ma una volta ottenuto il ruolo la donna diviene più dispotica della precedente sottoponendo la figliastra ad ogni sorta di angheria, preferendole le proprie sei figlie, fino a che la fata non arriva ad aggiustare le cose e a farle sposare il principe.

Nella Cenerentola di De Simone come abbiamo detto la fata non c’è, sostituita da un eccitato monacello, una sorta di folletto in abito francescano che infesta le case partenopee facendo dispetti ma portando anche prosperità, il quale suggerisce alla protagonista di operare la magia trasformatrice traendo energia da una pianticella di dattero che le era stata regalata, in circostanze anche queste in grado di far nascere qualche dubbio rispetto alla benevola natura di Cenerentola, dall’ormai defunto padre. Ed ecco quindi nell’opera fanno capolino gli archetipi che sono gli stessi sia nelle fiabe, che nel presepe, nella Smorfia o nei Tarocchi, dice De Simone, elementi applicabili ad un immaginario collettivo universale, la fanciulla e la megera, la Vergine e la lussuriosa, (bellissima la scena della lavandaia che nel coro con le proprie compagne rievoca in una danza orgiastica l’incontro avuto in sogno con il sole/Re), l’amante,  il buffone, la vita, la morte e la rinascita, il tempo, i cicli naturali e cosmici che determinano la nostra esistenza e la ciclicità delle stagioni, la giustizia divina.

Un capolavoro teatrale che meriterebbe di tornare in pianta stabile nei nostri teatri e che abbiamo voluto riportare in luce, anche dando voce a chi ha creato l’opera e l’ha portata al successo, partendo dall’autore Roberto De Simone per arrivare alla protagonista Cenerentola/Fausta Vetere, regina e voce storica della NNCP  fin dalla fondazione nel 1966 a cui 10 anni più tardi si aggiunge Corrado Sfogli, musicista e ricercatore, compagno sulla scena e nella vita (purtroppo mancato a marzo 2020). Insieme hanno costituito il nucleo intorno al quale hanno orbitato le varie formazioni fino ad arrivare a quella attuale e che ci ha gentilmente concesso questa intervista tra uno spazio e l’altro di una tournée ripresa a pieno regime.

Da noi contattato il Maestro De Simone ci ha gentilmente rilasciato questa breve intervista:

D. Ci racconti di questa magnifica fiaba

R. «Il mito della Cenerentola è un mito ampiamente diffuso in tutto il mondo, il riferimento a Basile mi è stato suggerito dall’attributo “Gatta” perché questo presuppone una contiguità al mito maggiore che non se avessi usato il semplice titolo di “Cenerentola”»

D. La gatta quindi come riferimento a figure mitiche, arcaiche ed ancestrali

R. «Esattamente. Tanti riferimenti alla cultura orale popolare a sua volta derivata da ritualità con origini lontane nella storia. Anche l’incontro di Cenerentola con il re che avviene durante la seconda delle tre notti, (secondo atto, ndr) nonostante avvenga appunto di notte ha dei rimandi alle tradizionali messe di mezzogiorno a loro volta echi di riti precedenti, tutto questo l’ho espresso nel volume Fiabe campane edito da Einaudi dove evidenzio chiaramente tutte le varianti della Cenerentola che io ho raccolto e gli agganci della narrazione con la tradizione»

D. Le posso fare una domanda indiscreta?

R. «Si, mi dica»

D. Perché negli ultimi anni lei non ha permesso che la sua opera teatrale venisse messa in scena?

R. «Perché la situazione non è più quella di prima, è cambiato il pubblico, sono cambiate le voci e il predominio dei registi nelle messe in scena, i quali tendono a privare il melodramma del suo tessuto astratto rendendolo materialmente cinematografico, ha fatto sì che io prendessi questa presa di posizione, il mio ideale sono scene bidimensionali con i soli fondali dipinti e opere con la presenza del solo direttore d’orchestra per lasciare spazio all’astrazione dalla realtà, lasciare che sia la sola musica e l’interpretazione attraverso la musica a dare corpo a ciò che si ha da dire, ma in questa cultura del consumo, e dei desideri indotti e di una egemonia culturale fintamente progressista l’astrazione non ha spazio».

Salutiamo il Maestro De Simone esprimendogli la gratitudine per ciò che ha donato al teatro campano e nazionale e per averci dedicato il suo tempo, augurandoci che presto la sua creatura possa tornare ad emergere dal buio nel quale speriamo, solo momentaneamente, si trova.

Fausta Vetere

Passiamo alla più lunga conversazione avuta con Fausta Vetere:

D. Signora Vetere, in teatro si sente la nostalgia della “Gatta”

R. «Sono d’accordo, fu un’esperienza bellissima di cui purtroppo esistono pochissime testimonianze, la versione video girata per la Rai risulta già molto diversa da quelle che mettemmo in scena in precedenza e che furono magiche, io fui protagonista con cast diversi, quindi sia con Peppe Barra che con Rino Marcelli come matrigna, ricordo i bellissimi e pesantissimi costumi realizzati in maniera magistrale, senza lasciare nulla al caso (Da Odette Nicoletti, ndr), certo ora dovrebbe essere messa in scena con un cast diverso per ovvie questioni anagrafiche ma noi del cast originario potremmo essere un utilissimo supporto, con la nostra esperienza e col nostro bagaglio a chi si trovasse a rivestire quei ruoli, purtroppo il veto messo dall’autore non consente per ora alla “Gatta” di tornare in scena».

D. Fino all’arrivo del veto era un’opera richiesta ovunque, in Italia e fuori

R. «Assolutamente sì, ricordo che mi contattò David Zard, (promoter di grandi eventi mediatici, ndr) il quale mi chiese il numero di De Simone per cercare di ottenere l’autorizzazione ad una operazione su larga scala ma lui rifiutò».

D. Lei ritiene che volendo metterla in scena al giorno d’oggi si troverebbe un cast all’altezza?

R. «Sì, le voci ci sono, ci sono moltissimi cantanti/attori bravissimi, nel napoletano e in Campania ai quali sarebbe piaciuto molto poterla interpretare, ma rispetto la decisione dell’autore perché ho di lui una grande stima sotto ogni profilo. C’è poi da aggiungere un’altra cosa, la “Gatta” si creò quasi sugli interpreti, traendo nutrimento dalla personalità artistica di ognuno, la nostra persona in scena diveniva personaggio, forse il Maestro De Simone, in seguito, non ha più percepito questa simbiosi degli ipotetici interpreti con il personaggio e dei personaggi tra di loro. Fu un periodo bellissimo di crescita reciproca, nel quale unimmo le nostre ricerche musicali a quelle teatrali e antropologiche di De Simone».

D. Si può dire che questo lavoro rappresenta la summa di una ricerca partita da più direzioni e che ha avuto il suo apice in quella messa in scena? Senza dimenticare il contesto sociale del periodo, sicuramente recettivo.

R. «Si, era il periodo delle lotte sociali, ci veniva chiesto di metterla in scena all’aperto e gratuitamente perché tutti potessero usufruire della cultura, ma è un prodotto che deve essere necessariamente rappresentato al chiuso per una serie di motivi scenografici e vocali e allora a volte venivamo accusati di esibirci per le élite. In realtà era una messa in scena costosa, per il numero di attori, per i musicisti, scenografie, costumi e tutto quello che concerne, spesso il viaggio e l’alloggio erano a carico nostro e con il compenso non rientravamo neanche delle spese, ci accontentavamo di un compenso serale di 27.000 lire lorde, (anno 1976 circa, ndr) il quale non equivaleva neanche ad un gettone di presenza, quando come NNCP in quel momento all’apice, avevamo dei cachet discretamente alti, ma lo facevamo con un grande amore».

D. Peccato davvero che non esistano testimonianze visive e sonore di quelle prime edizioni, ho raccolto diverse testimonianze di chi era presente tra il pubblico che me ne ha parlato come “la cosa più bella vista a teatro”

R. «Furono edizioni davvero memorabili, io partecipai come Cenerentola avendo accanto nelle vesti della matrigna sia Peppe Barra che Rino Marcelli, con Rino la cosa fu più armonica in quanto, essendoci meno competizione, lui mi lasciava più spazio ed io ero più grintosa, mentre Peppe mi sovrastava caratterialmente ricreando anche nelle dinamiche gerarchiche di palcoscenico il rapporto Matrigna/Cenerentola».

D. Peppe Barra ha infatti dichiarato in più interviste di aver contribuito a creare il personaggio della matrigna inserendovi elementi propri.

R. «La realtà è che il genio di De Simone, che è stato molto bravo in questo e mi piace evidenziarlo, ha fatto emergere da ognuno il lato più profondo di se stesso, eravamo noi, erano le nostre angosce, le nostre peculiarità caratteriali, i nostri momenti belli e quelli brutti che venivano portati in scena ogni sera su quel palco».

D. Forse anche per questo De Simone ritiene difficile il ricreare le stesse condizioni e quindi gli stessi risultati

R. «Io ricordo che De Simone ci conosceva molto profondamente, conosceva i nostri drammi interiori, le nostre felicità e i momenti di buio e sapeva quindi scovare in ognuno di noi questi sentimenti e farli emergere al momento opportuno con grande maestria e credo che ci abbia messo anche molto del suo mondo emotivo creando alchimie rare».

D. Veniamo al presente, voi come NNCP ora avete ripreso una tournée interrotta a causa della pandemia portando in scena “Napoli 1534 tra moresche e villanelle” l’ultimo album.

R. «Sì, questo è l’ultimo lavoro che ci ha lasciato Corrado Sfogli che è stato mio compagno sul palco e nella vita e abbiamo ritenuto doveroso far conoscere questo lavoro dove lui ha riscritto queste composizioni popolari finendo di farlo poco prima che venisse a mancare e con grande amore io sto cercando di portare avanti questo progetto che è anche un suo messaggio di amore per la sua città, per un’epoca prediletta e lontana e per gli artisti popolari di strada di quel tempo. Speriamo che al pubblico piaccia e di poterlo far conoscere un po’ in tutta Italia, ho voluto tornare ad una dimensione più acustica ed intima che ci riporta un po’ alle origini, una dimensione che si esprime perfettamente a teatro che è il luogo di elezione per questo tipo di concerti, durante i quali ho la fortuna di essere attorniata da colleghi e collaboratori validissimi».

D. Avete delle tappe già definite?

R. «Dopo essere stati a Faenza dove abbiamo ricevuto un premio alla carriera da parte del MEI (Meeting etichette indipendenti) e più recentemente a Modugno faremo un bellissimo concerto alle Grotte di Pertosa a metà novembre e speriamo poi di poterci spostare in tutto lo stivale».

Ringraziamo anche Fausta Vetere per ciò che ci ha donato e ci dona sul palcoscenico e per le grandi gentilezza e disponibilità.

Chiudiamo questo viaggio nell’intrigante mondo della Gatta Cenerentola augurandoci che il sole risponda alle bellissime invocazioni scritte dal Maestro De Simone per questa rappresentazione e torni di nuovo a risplendere su questo capolavoro.

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