La conquista della leggerezza per la compagnia Virgilio Sieni
di Elena Bartolucci
21 Lug 2025 - Commenti danza
Leggerezza ed equilibrio sono le parole chiave di una coreografia interessante ma troppo ripetitiva.
Civitanova Marche – Lo scorso 18 luglio, al teatro Rossini è andata in scena la prima nazionale della creazione del coreografo Virgilio Sieni intitolata “Sulla leggerezza”.
Vincitore di tre premi UBU nel 2000, 2003 e 2011, il premio Lo Straniero nel 2011 e il Premio Internazionale Ivo Chiesa nel 2020 nonché nominato Chevalier de l’Ordre des Arts et de Lettres dal Ministro della cultura francese nel 2013, Sieni è un artista di respiro internazionale la cui ricerca si fonda sull’idea di corpo come luogo di accoglienza delle diversità e come spazio per sviluppare la complessità archeologica del gesto. Crea il suo linguaggio a partire dal concetto di trasmissione e tattilità, con un interesse verso la dimensione aptica e multisensoriale del gesto e dell’individuo, approfondendo i temi della risonanza, della gravità e della moltitudine poetica, politica e archeologica del corpo. Dal 2003 dirige a Firenze CANGO Cantieri Goldonetta, centro nazionale di produzione della danza per la ricerca e la trasmissione sui linguaggi del corpo, mentre nel 2007 fonda l’Accademia sull’arte del gesto per creare e approfondire contesti di formazione rivolti a persone di qualsiasi età, provenienza e abilità, sull’idea di comunità del gesto. È stato anche Direttore della Biennale Danza di Venezia dal 2013 al 2016, sviluppando un piano quadriennale sul concetto di abitare il mondo e sull’idea di polis e democrazia, concependo la città attraverso la sua metafisica.
La coreografia “Sulla leggerezza” proposta in cartellone a Civitanovadanza 2025 si è posta in un crescendo in termini drammaturgici, che punta tanto alla leggerezza quanto alla lentezza e alla ripetitività.
Sul palco inizialmente si è presentato un solo ballerino dalle movenze leggiadre e al contempo dinoccolate ma delle linee infinite. Una danza a tratti quasi impacciata, che vede il danzatore stesso fermarsi ogni tanto a sistemare la canottiera o altri dettagli del proprio outfit.
Le luci si spengono e mentre riparte la stessa intro musicale sulle medesime note di “Peace Piece” di Bill Evans fa il suo ingresso un secondo ballerino. Il suo modo di danzare è completamente diverso mostrando persino alcune giravolte e passi di danza riconoscibili: è risultato meno ripetitivo e meccanico in ogni suo gesto rispetto al primo danzatore regalando però meno intensità espressiva e magnetismo sul palco.
Tornano a spegnersi le luci, riparte la medesima musica e questa volta sul palco si avvia un passo a due. I movimenti acquisiscono velocità e rotondità nelle linee: i due si trasformano insieme e iniziano a intrecciarsi lievemente anche nei passi.
Per il quarto momento consecutivo torna a ripetersi il medesimo copione: questa volta entra però in scena un nuovo ballerino, la cui fisicità ed evoluzione in termini di passi di danza si trasformano a breve in un quartetto.
Tutto si avvia da capo e questa volta i due quartetti di danzatori si ricongiungono. Ogni aspetto della coreografia diventa più caotico ma allo stesso tempo leggiadro: i corpi si avvicinano, si sfiorano flebilmente ma non si combattono mai tenendosi in costante equilibrio tra di loro.
Tutto ricomincia di nuovo da capo ma questa volta si è come persa la magia iniziale (e fortunatamente si può ascoltare un brano diverso ovvero il primo preludio da “Des pas sur la neige” di Claude Debussy): il duo di danzatori maschile che si era esibito in principio non riesce a muoversi allo stesso modo ed è come regredito rispetto a prima quando ogni movimento veniva scoperto, migliorato e assemblato insieme al resto.
Come dichiarato dal coreografo Sieni, “la danza si forma per slanci formalizzati in richiami di passaggio, attraversamenti sfuggenti, imprendibili: come un dialetto, una lingua viva che si nutre di tutte le cose della vita per inventarsi […]. Una danza che assume le sembianze dell’eco, risuonando di gesto in gesto e inventandosi su trame amorose, amichevoli se non malinconiche e nostalgiche. Per questo ci riferiamo al dialetto del gesto che si alimenta di messaggi materiali e immateriali, raggi luminosi e sospiri, quegli impulsi che sono gli spiriti del corpo.”
Nonostante alcuni problemi tecnici che hanno tardato l’inizio dello spettacolo, la serata ha riscosso un numero ridotto di presenze al netto degli esperti del settore.
Riascoltare in loop ogni volta lo stesso brano è stato comunque abbastanza usurante per gli spettatori, perché ha davvero rischiato di far perdere quasi la concentrazione sulla vera protagonista della serata ossia la danza.
Al netto di questo dettaglio, l’ottimo insieme coreografico è risultato innegabilmente molto ripetitivo, anche se è comunque riuscito a regalare momenti corali davvero interessanti, messi in risalto anche dall’impianto illuminotecnico dalle colorazioni fredde.
Coreografia, spazio e luci portano la firma di Virgilio Sieni, il quale ha saputo comunque mettere in evidenza le notevoli qualità dei danzatori Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Chiara Montalbani, Andrea Palumbo, Valentina Squarzoni Luca Tomaselli e Andrea Zinnato.
I costumi sono una creazione di Marysol Maria Gabriel e la direzione tecnica e la tecnica sono state affidate rispettivamente a Marco Cassini e Andrea Narese.
Lo spettacolo è una produzione Centro di produzione della danza Cango Firenze / Centro di rilevante interesse nazionale in collaborazione con AMAT & Civitanova Danza, Visavì Festival / Artisti Associati Gorizia e con il sostegno di MiC Ministero della Cultura, Regione Toscana, Comune di Firenze e Fondazione CR Firenze.



