“La canzone di Giasone e Medea” ad Ascoli Piceno per TAU
di Flavia Orsati
3 Ago 2026 - Commenti teatro
La rilettura del mito di Medea firmata da Elena Bucci e Marco Sgrosso riduce la distanza tra il pubblico contemporaneo e il patrimonio del teatro classico, sempre di grande attualità.
(Foto Francesco Fiorello dove non indicato)
Mercoledì 29 luglio, nella suggestiva cornice del Chiostro di Sant’Agostino di Ascoli Piceno, è andata in scena, nell’ambito della rassegna TAU – Teatri Antichi Uniti, La canzone di Giasone e Medea, spettacolo scritto e interpretato da Elena Bucci e Marco Sgrosso. Un allestimento che si confronta con uno dei miti più potenti e perturbanti della classicità, scegliendo di riproporlo attraverso un linguaggio scenico contemporaneo, in cui parola, canto, danza, musica e maschere si fondono in un’unica tessitura drammaturgica.
Quello di Medea è un mito che continua a interrogare il presente. La sua vicenda, ben oltre la dimensione del racconto antico, tocca questioni universali: l’amore assoluto, il tradimento, l’esilio, il rapporto con il potere, la condizione dello straniero, la vendetta e il confine, sempre incerto, tra giustizia e follia. Lo spettacolo di Bucci e Sgrosso sceglie di affrontare questa complessità senza limitarla a una semplice riproposizione del testo classico, ma cercando piuttosto di restituirne la forza emotiva attraverso un linguaggio capace di dialogare con il pubblico contemporaneo.
Al centro della scena campeggia inevitabilmente la figura di Medea, autentico fulcro dell’intera rappresentazione. La protagonista viene restituita nella sua irriducibile ambiguità: vittima e carnefice, donna innamorata e assassina, madre e vendicatrice. Il suo dolore personale si manifesta in tutta la sua intensità, ma non rimane mai confinato alla dimensione privata. Attorno alla sua tragedia si intrecciano infatti le logiche del potere, le convenienze politiche, il tradimento di Giasone e l’emarginazione di una donna straniera, costretta a vivere ai margini della comunità che aveva contribuito a rendere potente.
La messinscena insiste proprio su questa duplicità, evitando facili giudizi morali. Medea non è semplicemente un mostro né soltanto una vittima: è entrambe le cose contemporaneamente. La sua violenza nasce da una ferita insanabile, da un’esclusione che la priva di qualsiasi possibilità di riconciliazione. È proprio questa continua oscillazione tra compassione e orrore a rendere il personaggio ancora oggi uno dei più complessi della tragedia antica.
La regia sceglie di attualizzare il mito attraverso un linguaggio diretto, in alcuni momenti quasi popolare, alternando registri differenti. Il racconto procede così per accumulo di parole, cori e movimenti scenici, costruendo una narrazione dinamica che mira a ridurre la distanza tra il pubblico contemporaneo e il patrimonio del teatro classico. Le maschere e la coralità non costituiscono semplicemente un richiamo alla tragedia antica, ma diventano strumenti espressivi che amplificano la dimensione collettiva del racconto, ricordando come il destino individuale dei protagonisti sia sempre inserito in una trama più ampia, fatta di potere, violenza e responsabilità condivise.




La scelta di un linguaggio accessibile rappresenta uno degli aspetti più interessanti dello spettacolo. Il mito perde la sua distanza monumentale e torna ad assumere i contorni di una storia profondamente umana, fatta di passioni riconoscibili e conflitti ancora attuali. La vicenda di Medea diventa così il racconto di una donna ferita, esclusa e tradita, ma anche una riflessione sul prezzo del potere, sulle dinamiche della sopraffazione e sulla fragilità dei legami umani.
Questa operazione di attualizzazione, tuttavia, non è priva di rischi. Nel tentativo di avvicinare il racconto al pubblico, alcuni passaggi sembrano sacrificare parte della tensione tragica originaria. Quando il pathos raggiunge il suo culmine, la ricerca di una comunicazione più immediata tende talvolta a trasformarsi in un’enfasi eccessiva, producendo alcune cadute di tono che attenuano la forza della parola tragica. È probabilmente questo l’aspetto meno convincente dell’allestimento: la continua oscillazione tra registro alto e registro più popolare non sempre riesce a mantenere un equilibrio perfettamente calibrato.



Ciò non toglie che La canzone di Giasone e Medea riesca nel suo intento principale: dimostrare come il teatro antico continui a parlare al presente. Le passioni che animano Medea non appartengono infatti soltanto al mondo del mito, ma continuano a riflettersi nelle contraddizioni della società contemporanea, dove il rapporto tra amore e possesso, tra identità e alterità, tra giustizia e vendetta resta ancora profondamente irrisolto.



Lo spettacolo si inserisce così pienamente nello spirito della rassegna TAU, che da anni propone nuove letture del patrimonio classico senza rinunciare al dialogo con il presente. Pur con qualche inevitabile squilibrio nei registri espressivi, la rilettura firmata da Elena Bucci e Marco Sgrosso restituisce tutta la vitalità di un mito che, a oltre duemila anni di distanza, continua a interrogare lo spettatore sulla natura dell’uomo, sulle sue passioni più oscure e sui limiti della ragione di fronte al dolore.




