Intervistato, a Liegi, il regista Davide Garattini Raimondi


di Alma Torretta

17 Set 2022 - Approfondimenti classica

Martedì prossimo 20 settembre debutta a Liegi la nuova produzione della Lakmé di Delibes, un’opera che anche in Italia, sostiene il regista Davide Garattini Raimondi, si dovrebbe riscoprire. Lo abbiamo intervistato.

Milanese, diplomato scenografo a Brera, già tante regie d’opera in Italia e all’estero, anche giornalista di settore, Davide Garattini Raimondi è in Belgio in queste settimane per metter in scena un nuovo allestimento dell’opera Lakmé (1883) di Léo Delibes per l’Opéra Royal del Wallonie Liège.

Per i dettagli sul cast e le altre info tecniche potete visitare il sito del teatro al seguente link:  https://www.operaliege.be/en/spectacle/lakme-2022/.

Ecco la nostra intervista al regista Garattini Raimondi:

D. Che sfida rappresenta oggi per un regista realizzare Lakmé?

R. Si tratta di un titolo che incredibilmente non è di repertorio, non riesco a capire come mai un teatro come la Scala non dia Lakmé da prima della guerra, anche se non ha nulla da invidiare ad altri lavori più portati in scena, anzi è molto meglio di certe opere che vengono date di frequente. Per me, dunque, la sfida è di far amare di nuovo al pubblico la magia di quest’opera che è davvero poco conosciuta, se non per il “Duetto dei fiori” e “l’Aria dei campanelli”, che in Italia oltretutto sono noti solo per essere tra i temi più usati dai wedding planner e dalle pubblicità di pasta.

D. Come sarà la sua Lakmé?

R. Non ho voluto spostarla d’epoca e fare attualizzazioni, ma mantenerla esattamente quando è stata scritta. Gandhi all’epoca era ragazzino ed ha vissuto il contesto di Lakmé, nella mia immaginazione quindi la nostra Lakmé è il racconto di una memoria di Gandhi, in scena presente sia come bambino che adulto, perché il Gandhi adulto ricorda quello che ha vissuto da bambino, e questo ci consente di evidenziare un messaggio di non violenza insito nell’opera e ancora di grande attualità: si tratta di una storia d’amore contrastato in un paese (l’India ndr.), invaso da un’altra nazione (l’Inghilterra ndr.), che cerca a tutti i costi di mantenere il potere, e di due popoli in conflitto per mancanza di conoscenza reciproca e perché arroccati sulle proprie idee.

D. Facciamo un passo indietro, perché ha deciso di diventare regista d’opera?

R. L’opera è una forma teatrale dove l’armonia, che mi affascina tantissimo, gioca un ruolo fondamentale. Tutte le arti, che siano la musica, la recitazione, il canto, il ballo, nell’opera sono, e devono essere, in armonia, creare un equilibrio, ed è quello che ricerco. Anche creando dei disequilibri, perché a volte l’equilibrio nasce anche dai disequilibri. Ho fatto anche prosa, danza, spettacoli per bambini, ma amo l’opera perché mi consente di lavorare con più linguaggi in contemporanea.

D. Qual’è lo stato di salute dell’opera oggi?

R. Vedo produzioni di grande successo ma anche altre in cui l’opera sembra non funzionare più, ad esempio, quando il pubblico non è stimolato in alcun modo. Perché il pubblico deve uscire dalla sala con delle reazioni, positive o negative che siano, porsi domande, emozionarsi e sentirsi coinvolto, altrimenti non abbiamo fatto teatro, ma abbiamo fatto i babysitter, intrattenimento turistico, lo spettacolo dal vivo perde senso, tanto vale restare davanti alla tv.

D. Ha lavorato a Liegi anche per il pubblico giovane, come avvicinare le nuove generazioni all’opera?

R. Per me non sono mai solo spettacoli per bambini, ma li concepiamo per persone pensanti d’oggi, quindi, con linguaggi attuali e in cui si devono sentire protagonisti e non semplicemente sedersi, non è più quell’epoca, quindi sono spettacoli interattivi, il pubblico è catapultato nella storia. E se io sono dentro, io rimango catturato. Qui a Liegi abbiamo avuto esperienze straordinarie: la Cendrillon di Pauline Viardot era per bambini piccolissimi, di 4/5 anni, eppure non ce n’è stato uno che si è distratto perché durante lo spettacolo gli abbiamo dato la possibilità di essere insieme ai cantanti.

D. Ma come fare con il pubblico adulto e per fare amare l’opera contemporanea?

R. Se la difficoltà con il bambino è che si annoia facilmente, l’adulto è più critico ed ha una serie di preconcetti. È inevitabile non piacere a tutti: io so bene che nella mia Lakmé quello che per qualcuno sarà positivamente minimale per altri sarà povero, qualcuno parlerà di colorato mentre altri negativamente di eccentrico. Il problema poi dei linguaggi musicali contemporanei è che non sono di facile coinvolgimento, perché non orecchiabili, melodici. Non dico che sia giusto o sbagliato, la ricerca deve andare avanti, ma sicuramente sono musiche più difficili, a cui il pubblico ha più difficoltà ad agganciarsi. Ma io credo che sia importante che ci si sforzi a dar vita a nuove composizioni anche se non avranno mai il successo di Rigoletto e Traviata, che comunque anche loro, al debutto, hanno avuto le loro difficoltà.

D.Nella Lakmé di Liegi il cast è tutto francese, che differenze ci sono a lavorare con degli italiani.

R. Quando l’ex direttore dell’Opera di Liegi, Stefano Mazzonis, in occasione della prima della Norma (di cui Garattini Raimondi ha curato a Liegi la regia nel 2017 ndr.), mi ha proposto Lakmé, mi ha pure avvertito che io ed il mio staff italiano avremmo dovuto lavorare con un cast completamente francofono. Quello che mi ha colpito di più è che, a differenza dei cantanti italiani, ad esempio, quelli francesi, in generale, non cercano per forza la frontalità con il pubblico e il rapporto diretto con il direttore d’orchestra, seguono quest’ultimo molto di più dai monitor.

D. Com’è andata con il cast di Lakmé?

R. C’è stato con il maestro Frédéric Chaslin e tutto il cast un bellissimo dialogo continuo propositivo sull’interpretazione. Abbiamo montato molto velocemente, io sono arrivato con idee molto chiare ma elastico, i cantanti hanno recepito il mio input e lo hanno fatto proprio per cui in scena sono molto naturali perché io non ho imposto il movimento esatto ma piuttosto espresso il risultato che volevo ottenere, e come ottenerlo me l’hanno proposto loro. Così il finale dell’opera è molto forte proprio per l’interpretazione naturale dei due cantanti.

D. Quale opera vi piacerebbe mettere in scena in futuro?

R. L’amore delle tre melarance (di Prokofiev ndr.) perché mi sento molto legato alle atmosfere favolistiche e un po’ surreali, e poi ci sono tantissimi personaggi e tanti gruppi di canto, so che mi darebbe tanta conoscenza e mi farebbe crescere tantissimo per la gestione non facile delle masse. Ma ho risposto subito con questo titolo perché me l’hanno proposto, ho iniziato a studiarlo e poi il progetto è stato cancellato, ma di opere che vorrei fare ce ne sarebbero tantissime. In realtà io amo qualsiasi titolo che mi propongono, perché io mi diverto, è ogni volta un’avventura diversa.

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