Intervista allo scrittore e regista Federico Moccia
a cura di Francesca Bruni
16 Lug 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste, Letteratura
Francesca Bruni ha posto alcune domande allo scrittore e regista Federico Moccia, presidente di giuria al Pop Corn Festival del Corto di Porto Santo Stefano. Dai romanzi che hanno segnato un’intera generazione ai linguaggi del racconto, tra letteratura, cinema, televisione e teatro, Federico spiega perché le emozioni non cambiano e anticipa le sfide dei suoi prossimi progetti.


Ci sono storie che attraversano il tempo senza perdere la capacità di emozionare. A più di trent’anni dalla prima pubblicazione di Tre metri sopra il cielo, Federico Moccia continua a dialogare con generazioni diverse, dimostrando che, al di là dei cambiamenti imposti dalla tecnologia e dai social, i sentimenti conservano la stessa intensità. Scrittore, sceneggiatore e regista, nel corso della sua carriera ha saputo trasformare l’amore, con le sue fragilità e le sue contraddizioni, in un racconto capace di parlare a milioni di lettori. In questa conversazione riflette sull’evoluzione del modo di innamorarsi, sul valore delle storie nell’epoca della velocità e sui nuovi percorsi creativi che lo attendono, tra un romanzo dedicato al rapporto tra genitori e figli e il desiderio, mai nascosto, di misurarsi con il thriller.
INTERVISTA
Lei ha raccontato l’amore di più generazioni. Secondo lei, com’è cambiato il modo di innamorarsi dai tempi di “Tre metri sopra il cielo” a oggi?
Ho raccontato l’amore di più generazioni e sono molto felice che questo libro, Tre metri sopra il cielo, sia stato pubblicato per la prima volta negli anni ’90, il 16 novembre 1992, e poi nel 2004. La cosa più sorprendente, però, è che ancora oggi i figli di alcuni miei amici lo leggono. Ogni tanto ricevo le foto di questi ragazzi con il libro tra le mani.
Penso sostanzialmente che, se questi ragazzi leggono il libro, significa che vi trovano ancora tante cose: i sentimenti, la bellezza, l’emozione del primo innamoramento, quello fortissimo, che ti porta appunto a stare “tre metri sopra il cielo”, ma anche, purtroppo, la fine del primo amore, che il libro racconta.
Credo che dal punto di vista del sentimento non sia cambiato nulla. È cambiato il modo: oggi ci sono i social, ci si conosce e ci si contatta scambiandosi il proprio profilo Instagram, ci si incontra attraverso questi strumenti e il modo di avvicinarsi è diverso rispetto a un tempo. Però, sostanzialmente, l’emozione, la bellezza di quel momento, il pianto, la passione, la gelosia e tutto quello che questi giovanissimi provano, per fortuna, sono rimasti identici.
I suoi romanzi hanno dato voce ai giovani molto prima dell’esplosione dei social. Oggi crede che i ragazzi abbiano ancora bisogno delle stesse storie o cercano qualcosa di diverso?
In realtà, quando è uscita la prima versione di Tre metri sopra il cielo, non esisteva ancora nemmeno il telefonino. Tant’è vero che i protagonisti si fermano nelle cabine telefoniche. Nell’edizione integrale del 1992 viene raccontato proprio quel momento storico, in cui bisognava passare attraverso la telefonata al telefono fisso di casa e dove, incredibilmente, non rispondeva mai direttamente lei o lui, ma rispondevano sempre i genitori. Quindi uno doveva presentarsi, dire chi era e cercare disperatamente di parlare con la figlia o con il figlio.
Credo che i ragazzi di oggi abbiano ancora voglia di leggere e vivere queste storie, perché ho sentito proprio da loro il desiderio di avere una storia importante, una storia che duri, una storia che li aiuti a costruire qualcosa.
Certo, l’ideale è che tutto questo avvenga dopo aver sperimentato, in qualche modo, diversi innamoramenti e che non arrivi subito la storia davvero incredibilmente forte, quella che li prende, li rapisce, rapisce il loro cuore per tanti anni, non permettendo loro quella leggerezza che, secondo me, quell’età merita. La possibilità di stare con gli amici, di viaggiare di più, di non avere quei limiti e quelle gelosie che inevitabilmente, nel bene e nel male, si costruiscono all’interno di una coppia.

Molti suoi libri sono diventati film di grande successo. Quando scrive un romanzo immagina già le scene come se fossero sul grande schermo, oppure sono due linguaggi che preferisce tenere separati?
In realtà mi è sempre piaciuto molto scrivere per immagini. Penso che il grande successo di Tre metri sopra il cielo, soprattutto tra i primi lettori, sia stato proprio questo: è stato sorprendente vedere come quel libro abbia accompagnato tanti ragazzi che fino ad allora non avevano mai letto. Molti genitori dicevano: “Non riesco a capire che cos’ha questo libro”. Se lo chiedevano tutti e, fortunatamente, per conoscere meglio i propri figli, decisero di comprarlo anche loro, per capire cosa ci trovassero di così speciale. Forse è stata proprio questa la formula vincente: offrire fin da subito un’ambientazione, una scena ben precisa, e poi entrare nei dialoghi, in quello che i personaggi si dicono, ma solo dopo aver fatto capire al lettore dove si trovano e cosa sta accadendo.
Questo, secondo me, è proprio il mio modo di scrivere. È una caratteristica che è rimasta anche nei romanzi successivi e che, forse, è diventata il mio tratto distintivo. Ha anche un’altra forza, almeno a giudicare da quello che mi raccontano i lettori: quando leggono un mio libro si dimenticano che stanno leggendo, si vedono dentro quella scena. Credo che questa sia la cosa più bella che possa succedere. Non ti fermi sulle parole o sulle difficoltà della lettura, ma scorri tra le pagine e, a un certo punto, è come se fossi seduto accanto ai personaggi. Quando un romanzo riesce a trasformarsi, nella mente del lettore, in un film, ha raggiunto qualcosa di davvero speciale.
Ed è anche il motivo per cui, tante volte, un libro viene preferito al film che ne viene tratto. Chi lo ha letto si è già costruito immagini, emozioni e ricordi personali; quando poi vede il film, inevitabilmente si accorge che è diverso, perché quella storia viene raccontata attraverso lo sguardo del regista.


Nel suo percorso professionale ha lavorato tra letteratura, cinema, televisione e teatro. Quanto è importante oggi saper raccontare una storia adattandola a linguaggi diversi?
Secondo me, oggi raccontare una storia sapendola adattare a linguaggi diversi è fondamentale, ma è anche molto bello. Negli ultimi anni mi sono cimentato in uno spettacolo teatrale che porto soprattutto all’interno delle scuole, dal titolo L’educazione sentimentale moderna – Imparare ad amarsi. Mi piace molto perché mi permette proprio di conoscere i ragazzi, raccontando loro delle storie attraverso tre parole: orgoglio, bullismo e amore. Attraverso filmati, parole e spunti di riflessione, riesco a creare un dialogo con loro, a conoscerli meglio e ad ascoltarli, anche perché spesso, dopo questi incontri, seguono delle domande.
Secondo me, la bellezza dello scrivere e del raccontare una storia sta nel fatto che inevitabilmente si è in continuo contatto con la società, con i cambiamenti, con l’evoluzione e con le diversità rispetto al passato. La cosa più bella è proprio trovare il modo di reinventarsi, seguendo costantemente l’empatia, la connessione con gli altri e la capacità di ascoltare quello che i ragazzi raccontano, anche attraverso i loro silenzi.


Viviamo in un’epoca dominata dalla velocità e dai contenuti brevi. Crede che ci sia ancora spazio per le grandi storie romantiche capaci di coinvolgere il pubblico nel tempo?
È vero che viviamo in un’epoca caratterizzata da una grandissima velocità, ma spesso le cose non sono come sembrano. Ricordo che, quando nel 2004 fu ripubblicato Tre metri sopra il cielo, i direttori della Feltrinelli mi chiesero di togliere almeno cento pagine, perché erano convinti che i ragazzi, oltre una certa lunghezza, smettessero di leggere. Io, invece, non l’ho mai pensata così. Secondo me non era una questione di numero di pagine, ma del fatto che spesso si trovavano davanti a libri che non riuscivano a coinvolgerli. Dicevo sempre: “Se i ragazzi hanno perfino fotocopiato Tre metri sopra il cielo pur di leggerlo, significa che gli piaceva così com’era”. Alla fine, seguii il loro consiglio e tagliai quelle cento pagine, ma successivamente uscì l’edizione integrale, che vendette 300 mila copie. Anche quello fu un grande successo, che si aggiunse al milione e 850 mila copie già vendute.
Al di là di questo episodio, credo che oggi ai ragazzi piacciano ancora moltissimo le storie romantiche. Anzi, spesso vorrebbero che non finissero mai. Lo si vede soprattutto con le serie televisive: più i personaggi sono costruiti bene, hanno caratteri forti, fragilità autentiche e riescono a rispecchiare la vita di chi li guarda, più il pubblico si affeziona a loro.
Quando una storia riesce a creare questa sintonia, il coinvolgimento dura nel tempo. Ed è proprio questo, secondo me, il segreto del successo: raccontare personaggi veri, capaci di entrare nella vita delle persone e di restarci.


Guardando al futuro, c’è un progetto o un genere che non ha ancora esplorato e che le piacerebbe realizzare?
In questo momento sto lavorando a un libro che affronta il rapporto tra genitori e figli, un tema che mi interessa molto.
C’è però un genere che ho sempre amato e nel quale mi piacerebbe cimentarmi, ma che non avevo mai esplorato fino a oggi: il thriller. Ne sono un grande appassionato. Mi affascina quando una storia riesce a catturarti, a spingerti a cercare di capire cosa sia davvero accaduto, senza però svelare subito le carte, lasciandoti scoprire poco alla volta cosa si nasconde dietro i personaggi e gli eventi. In realtà, un mio romanzo ha già sfiorato questo tipo di atmosfera: L’uomo che non voleva amare. Sofia e Tancredi, i due protagonisti, portano dentro di sé un senso di colpa legato a qualcosa che viene rivelato solo gradualmente e che, alla fine, emerge con grande dolore per entrambi. Mi piacerebbe però riuscire, un giorno, a scrivere un vero e proprio romanzo thriller, costruito interamente intorno a una storia di quel genere.


Info sul Pop Corn Festival del Corto 2026: https://www.popcornfestivaldelcorto.it/



