Intervista allo scrittore Carlo Lucarelli
a cura di Francesca Bruni
3 Dic 2025 - Interviste, Letteratura
Francesca Bruni ha intervistato al telefono il prestigioso scrittore di genere noir Carlo Lucarelli che ha raccontato a tutto tondo la sua carriera fatta di opere letterarie di successo, dove registi come i Manetti Bros (L’ispettore Coliandro) e Alex Infascelli (Almost blue) si sono ispirati per i loro film e serie televisive.
(Le foto sono state messe gentilmente a disposizione dall’intervistato)
Con la sua voce inconfondibile e la capacità rara di trasformare la cronaca in racconto, Carlo Lucarelli è una delle figure più autorevoli e riconoscibili della narrativa e della divulgazione italiana. Scrittore, sceneggiatore, conduttore televisivo e radiofonico e instancabile esploratore del lato oscuro della realtà, Lucarelli ha saputo costruire negli anni un universo narrativo che unisce rigore investigativo, tensione drammatica e profonda attenzione per le sfumature dell’animo umano.
L’intervista ha consentito di approfondire il suo stile narrativo, il rapporto con il mistero, la responsabilità dello scrittore quando si confronta con fatti reali e le nuove direzioni che sta dando al suo lavoro. Ne emerge un ritratto vivido di un autore che continua a reinventarsi senza perdere il legame con ciò che più lo affascina: le storie che interrogano, inquietano e illuminano.
INTERVISTA
Come nasce la passione per il genere noir?
Per quanto mi riguarda, nasce leggendo. Mia madre, che era una grande lettrice, mi passava i libri che le erano piaciuti e che pensava potessero piacere anche a me, fin da quando ero piccolo. Non mi ha mai dato un libro dicendomi: “Questo è un giallo”, “Questo è un romanzo d’amore” o “Questo è un romanzo storico”. Diceva: “Secondo me è un bel romanzo, se vuoi leggerlo”.
Dopo un po’ mi sono accorto che quelli che mi piacevano di più erano i romanzi che raccontavano una storia un po’ misteriosa, un po’ inquietante, e che non rivelavano tutto subito: in pratica, il noir. Quindi non è che la mia passione sia nata scegliendo il genere, del tipo “sarò un lettore di gialli”.
Ho semplicemente cominciato a capire che preferivo le storie misteriose, inquietanti, raccontate con una certa suspense. Alla fine, ho scoperto che quella cosa lì si chiamava prima giallo, poi noir.
Cos’è che accomuna la cronaca nera alla criminologia?
Oh Dio! La criminologia dovrebbe studiare la cronaca nera, naturalmente: in realtà è la cronaca nera che studia la criminologia. Il problema, secondo me, è che oggi la criminologia – cioè mettersi lì a studiare, essere criminologi, capire come va il mondo, la sua metà oscura, e anche conoscere, come spesso vediamo in televisione, il DNA e tutte queste cose – e la cronaca nera, cioè i giornalisti, si sono imparentati troppo con il giallo.
Il problema non è cronaca nera e criminologia, il problema è il giallo. Perché sia al criminologo sia al giornalista di cronaca nera, noi spettatori o lettori facciamo immediatamente le domande del giallo: “Chi è stato?”. E vogliamo i tempi del giallo. Ma fare un’analisi del DNA richiede mesi, sei mesi, più sei mesi di proroga… e quello che saprai è riservato. Noi invece siamo abituati a scoprirlo in quattro pagine o in dieci minuti di Netflix.
Quando criminologia e cronaca nera diventano true crime, che va tanto di moda oggi, dovrebbero avere regole diverse rispetto al giallo. Ma purtroppo, naturalmente, non è così.
Alla fine, ci ritroviamo tutti prigionieri di questa logica: “Chi è stato? Non te lo dico subito. Ma quando me lo dici? Tra due pagine”. La realtà, però, non funziona così. Non può funzionare così.
Ha ideato svariati programmi televisivi, per citarne alcuni: “Blu notte – Misteri italiani”, “Profondo nero”, affrontando molteplici casi di cronaca nera e storici avvenimenti che hanno segnato il nostro Paese; secondo Lei, perché i casi misteriosi ed irrisolti affascinano le nostre menti scatenando una grande curiosità?
Beh, ci sono due o tre motivi, secondo me. Uno è che sono gialli. Voglio dire, i casi misteriosi – anche quelli di importanza storica nazionale, ma anche i più semplici che oggi seguiamo in televisione – colpiscono perché hanno la struttura del romanzo giallo. E il romanzo giallo colpisce sempre, no?
Hanno qualcosa di misterioso che ci inquieta, e questa è la seconda parte: ci colpiscono perché ci fanno paura. La paura non è un sentimento che ci lascia indifferenti. Quando c’è qualcosa che appartiene alla metà oscura del mondo, provi paura, ma vuoi anche capire cosa c’è dietro. E questi sono i motivi principali.
Viviamo in un mondo che ci fa paura, succedono tantissime cose. Ma non è solo una caratteristica dei giorni nostri: oggi abbiamo più mezzi – televisione, podcast, internet – ma è dagli anni ‘40 che funziona così. Ho una collezione di giornali dell’immediato dopoguerra, veri tabloid di cronaca nera – poi in seguito soppiantati dai giornali di gossip – che mostrano quanto interesse ci fosse già allora. Sbattere il mostro in prima pagina, chiedersi “chi è stato?”, scoprire…
Noi ci siamo stupiti quando, per il caso di Cogne, al Tribunale di Torino davano il numerino per poter entrare ad assistere al processo. Ma cose simili erano già accadute nel ‘53, credo, per un caso di cronaca legato a Wilma Montesi, una ragazza di 21 anni il cui corpo fu trovato sulla spiaggia di Torvaianica… un episodio che mostra come siamo sempre stati appassionati a queste storie.
Perché queste storie sono effettivamente interessanti: sono gialli, fanno leva su meccanismi che la letteratura gialla conosce bene. Ma ci interessano anche perché ci fanno paura. La paura affascina, sicuramente. Per me è un sentimento positivo se gestito nel modo giusto: è uno stimolo alla conoscenza.
Se c’è una porta socchiusa e dietro c’è qualcosa che ti fa paura, puoi reagire male – chiuderti nella tua stanza e non uscire più – oppure reagire bene: andare a vedere.


Dei fatti di cronaca che ha narrato, ne esistono alcuni che lo hanno particolarmente colpito?
Sì, sia tra i casi di cronaca che tra quelli di Misteri italiani. In realtà tutti, perché altrimenti non li avrei raccontati, ovviamente.
Ma quelli che avrei voluto scrivere io in un romanzo, cioè essere io l’inventore del caso, sono i delitti di Alleghe, che ho narrato. Hanno una serie di intrecci interni, dinamiche e misteri che avrei davvero voluto creare io.
Tra tutti, però, ne scelgo uno: il caso di Francesca Alinovi, del 1983. Anche quello mi aveva colpito molto e continua a colpirmi per diversi motivi.
Tra tutti i personaggi usciti fuori dalla sua magica penna, ricordiamo l’Ispettore Coliandro, divenuto un grande successo editoriale e televisivo; a cosa si è ispirato per la creazione di questo iconico poliziotto?
Allora, Coliandro è nato così: era il protagonista di un racconto che avevo scritto in quel periodo in cui frequentavo la questura e parlavo con i poliziotti. Mi raccontavano tutti i loro aneddoti, anche i più ridicoli. Così mi è piaciuta l’idea di creare un poliziotto che racchiudesse sia la parte più assurda sia quella negativa di un detective. Fino a quel momento, infatti, i detective dei gialli erano spesso personaggi sopra le righe, ma senza grandi difetti.
A me invece piaceva scrivere di un personaggio pieno di difetti. Ho cercato di dargli tutti quelli che potevo immaginare per un detective, aggiungendo anche la parte ironica degli aneddoti che mi raccontavano.
Questo personaggio era già protagonista di un racconto, ma poi c’è stata la vicenda della Uno Bianca a Bologna. Prima che se ne conoscessero gli esiti, circolavano tante ipotesi: addirittura, una era che potessero trattarsi di poliziotti o carabinieri. Mi piacque l’idea di scrivere un romanzo giallo su Bologna e su quella vicenda, con la conclusione – secondo me fantastica – che a capo ci fossero poliziotti. Così ho scritto Falange Armata. Due anni dopo, sei poliziotti bolognesi sono stati arrestati, quindi alla fine ci avevo azzeccato, senza volerlo.
L’idea di partenza era avere un personaggio ridicolo, ironico, grottesco, pieno di difetti, per raccontare la Bologna di oggi. Così è nato Coliandro. Nei miei romanzi è rimasto un personaggio piuttosto cattivo e feroce, ma in televisione è diventato tridimensionale: grazie al lavoro di Giampiero Rigosi, l’altro sceneggiatore, e soprattutto alla fisicità di Giampaolo Morelli e alla regia dei Manetti, Coliandro è diventato Coliandro: un personaggio pieno di difetti, ma anche molto più umano del mio originale.

Ha collaborato con il criminologo Massimo Picozzi realizzando alcuni libri a tema sulla storia dell’omicidio in diversi periodi storici; qual è l’epoca in cui sono avvenuti i più efferati delitti?
Oddio, a dire il vero le epoche sono tutte così. Lavorando con Massimo ho scoperto che, contrariamente a quello che pensavo, non ci sono momenti più terribili di altri. Certo, oggi viviamo un’epoca d’oro – almeno in Italia e in Europa – rispetto a quello che succedeva un tempo. Ma già nel Medioevo, nell’antichità, in epoca moderna… la violenza e l’omicidio erano comunque presenti.
Quello che cambia, secondo me, è la reazione rispetto all’omicidio. Nel Medioevo, o nell’antichità, se a commettere un certo omicidio era una persona particolare e la vittima era qualcuno di specifico, spesso alla società non importava molto. Oggi invece la situazione è completamente diversa.
Alla fine, però, ho visto che ci si ammazza più o meno nello stesso modo e per gli stessi motivi: cambiano gli strumenti – prima magari non c’erano pistole, ma c’erano altri mezzi – e cambia la percezione dell’omicidio, quello sì.
Oggi, fortunatamente, ci siamo evoluti molto e questo spiega perché gli omicidi avvengono sicuramente molto meno.
Cosa ne pensa dell’approccio che hanno i giovani di oggi con i social?
Io appartengo a una generazione… neanche so come ci chiamano oggi: quelli ancora analogici, non digitali. Io sono meccanico, proprio di un’epoca precedente alla scoperta della macchina a vapore!
Ho imparato una cosa: viviamo in universi paralleli, quindi non posso giudicare i giovani basandomi sui miei parametri. L’ho imparato con mia figlia Angelica, una delle mie due gemelle; quando aveva cinque anni, stava disegnando una Barbie. La scatola aveva un disegno troppo piccolo e non riusciva a vederlo bene, così io sono corso a prendere gli occhiali… mentre lei aveva già fotografato la scatola e ingrandito il disegno sullo schermo. Capisco quindi che vivo in un altro universo: posso solo osservare e magari dare il mio contributo.
Da questo punto di vista, i social possono essere un pericolo estremo, se trasferisci tutta la tua vita lì dentro, come fanno alcuni ragazzi. Ma allo stesso tempo possono essere una risorsa: permettono di dibattere e scoprire cose che io non conoscevo. Ad esempio, ho parlato con le mie bambine della musica che ascoltavo negli anni ’80, perché loro l’avevano sentita come reaction su TikTok. Riflettendoci, io non avrei mai potuto parlare di Claudio Villa con i miei nonni! Ora, invece, io nomino delle cose, loro dicono “ah sì, è vero!”, e poi vanno a cercarle.
Finché funziona così – con il mio contributo, che magari dico “aspettate un attimo, non credete a tutto quello che trovate su TikTok”, e il loro contributo, che mi fa vedere cose che non conoscevo – io non butterei via tutto.
Oggi la fruizione è molto più veloce, in tutto: lo vedo con una delle mie figlie. Mi fa ascoltare la sua musica per 12 secondi a canzone: “Guarda, questo è bello… aspetta un attimo… e ora arriva il ritornello”, e in un attimo è già passata a un’altra musica. Allo stesso tempo, però siamo andati in soffitta a recuperare il mio giradischi, perché la cosa le incuriosiva.
Così oggi possiamo mischiare le due cose: il mio contributo e il loro modo di fare. Mia figlia crea playlist personali, ricercate, diverse da qualsiasi cosa avrei potuto fare io ai miei tempi, quando registravo cassette in radio e potevo permettermi poche selezioni. E allo stesso tempo sta sperimentando l’esperienza di mettere un LP e ascoltarlo tutto intero, senza cambiare continuamente traccia.
È come guardare la televisione senza telecomando: secondo me, mischiare queste esperienze è interessante e arricchisce entrambi gli universi.


Nella sua ultima opera letteraria dal titolo “Almeno tu” edita da Einaudi affronta tematiche sull’esistenza umana come la perdita di un figlio, la vendetta e la crudeltà, quest’ultima molto presente nella società attuale; qual è il significato centrale del romanzo?
Per me l’obiettivo era raccontare una storia che mi facesse star male. Non so perché sentiamo il bisogno di queste cose, di rinchiuderci in una specie di buco, e poi scrivere un libro “cattivo”. Questa era la mia esigenza personale.
Poi, mentre scrivevo, mi sono accorto che, come tutti i romanzi, parla anche di qualcos’altro. Alla fine, c’è un rapporto genitori-figli, un rapporto tra generazioni, spesso ipocrita: nel mio libro, i genitori non sanno cosa fanno i figli, semplicemente perché non li osservano o perché hanno problemi che scaricano sui figli. E la stessa cosa accade con gli adolescenti, tutti un po’ scombinati.
Insomma, non so esattamente cosa ho scritto, ma credo di aver scritto un libro sulla cattiveria, sulle scelte sbagliate anche quando sono motivate da buone intenzioni. Non so dare un senso preciso a questo libro, ma molti lettori ci ritrovano queste tematiche: significa che ci sono, perlomeno ci sono passate dentro.
È attivamente impegnato come presidente della “Fondazione Emiliano-Romagnola per le vittime di reato”; mi può parlare di questo interessante progetto sociale e quanto può aiutare la narrazione nel creare un punto di unione tra le vittime e l’interlocutore che ascolta e viene sensibilizzato a tali tematiche?
Sì, allora, è molto importante. Faccio tante cose, tutte belle, ma questa è sicuramente la più bella, perché mi dà la sensazione di essere utile. La Fondazione Emiliano-Romagnola per le vittime di reato è un ente regionale, istituzionale: ci riuniamo ogni tre mesi io e altri garanti, esperti del settore, e analizziamo una serie di casi avvenuti in Emilia-Romagna, segnalati dai sindaci.
Si tratta di reati gravi ai danni di cittadini emiliano-romagnoli o anche di persone di passaggio nella regione. Il nostro obiettivo è esclusivamente aiutare le vittime: non ci interessa chi ha commesso il reato. Stanziamo fondi immediatamente, perché possiamo agire concretamente in tempi brevi. Non si tratta di risarcimenti – quelli spettano allo Stato – ma di supporto pratico per aiutare le persone a uscire dalla situazione traumatica.
È una cosa bellissima, perché le vittime spesso si sentono sole. La Fondazione porta loro il messaggio che la Regione e tutta l’Emilia-Romagna ci sono. Molto spesso, le esigenze sono piccole ma cruciali: ad esempio, una donna che scappa da una situazione di violenza, va in una casa rifugio con i figli e deve ricominciare la vita. Può avere bisogno di aiuto per ottenere la patente, un’auto, le terapie psicologiche per sé o per i figli, e noi interveniamo.
Abbiamo visto che funziona: riceviamo moltissime lettere di ringraziamento da parte di chi, grazie a questo sostegno, riesce a ripartire. È un’iniziativa unica in Italia, solo in Emilia-Romagna e noi ne siamo molto orgogliosi, anche se sarebbe bello che venisse adottata anche in altre regioni.
A tal proposito, a suo parere, perché negli ultimi anni i casi di femminicidio sono in forte aumento e spesso chi compie l’omicidio è prevalentemente di sesso maschile?
Non è che siano in aumento, ma non sono neanche in calo. Gli altri reati in generale stanno diminuendo, mentre il femminicidio – l’omicidio di una donna in quanto donna – resta altissimo: circa uno ogni tre giorni. Erano alti anche prima, solo che non c’era una parola per definirli.
Il termine femminicidio è relativamente recente: è una parola brutta, ma utile, perché identifica un certo tipo di reato, ovvero i crimini contro le donne commessi in quanto donne. Ad esempio, se c’è una rapina e un rapinatore uccide una marescialla donna per caso, non è femminicidio. Ma se la uccide perché è donna, allora sì. Oppure un marito che uccide la moglie perché lo ha lasciato, o un padre che uccide la figlia perché non si veste come vorrebbe: in questi casi si parla di femminicidio, perché l’omicidio è motivato dal genere della vittima.
Una volta molti di questi casi venivano classificati come normali omicidi, o addirittura come delitti d’onore, che fino al 1981 potevano quasi giustificare l’omicidio. Ora invece ci rendiamo conto che si tratta di un problema reale e persistente. Non è che improvvisamente gli uomini siano impazziti o che il femminismo abbia provocato queste violenze: i maschi ammazzano le donne da sempre. La differenza è che oggi possiamo identificarlo, denunciarlo e parlarne apertamente.


Ho visto la sua puntata sul G8, un argomento di cronaca di diversi anni fa. Cosa ne pensa di questo fatto così importante e clamoroso? Perché, secondo lei, è successo?
Noi abbiamo cercato di raccontare un evento che ancora non era stato raccontato. Abbiamo provato a offrire, non delle spiegazioni, ma degli spunti di riflessione. Di sicuro, il G8 è finito così: in parte per disorganizzazione, cattiva gestione dell’ordine pubblico, mancato coordinamento… tutte le cose che sappiamo. È venuto fuori così anche perché c’era stata una preparazione di tensione crescente, da parte dello Stato e delle forze dell’ordine.
Se uno volesse essere un po’ complottista, potrebbe dire che forse qualcuno sperava che finisse in quel modo. In realtà, tutte queste circostanze hanno contribuito a far sì che l’evento degenerasse.
Secondo me, quindi, sono tutte queste cose insieme: per questo il G8 non è un episodio da archiviare semplicemente come “è successo, peccato”. Sarebbe meglio tornare a guardarlo e chiedersi ancora perché è successo. Dal punto di vista dell’ordine pubblico, quell’evento è un caso di studio: una dimostrazione di come non dovrebbero essere gestite certe situazioni.


Ultimamente è uscito un altro dei suoi capolavori letterari dal titolo “Nei luoghi più oscuri”, dove afferma che i racconti vanno via veloci paragonandoli a “una mandria di cavalli diversi che una volta riuniti raccontano dove sono stati e ogni volta è una sorpresa”; mi può dire cosa accomuna gli svariati personaggi che descrive nei racconti?
I racconti sono stati scritti in epoche diverse: alcuni pubblicati in un’antologia, altri in riviste, e poi rimetterli insieme serve proprio perché vanno via veloci, sia nella scrittura sia nella loro permanenza.
Quello che accomuna tutti i personaggi è un po’ il mio modo di vedere le cose, il mio modo di raccontare: è un approccio noir, appunto. Racconto storie misteriose, senza svelare tutto subito, con personaggi che mi interessano perché sono molto contraddittori.
Non c’era un obiettivo preciso ogni volta che li scrivevo, ma alla fine li accomuna la presenza di persone contraddittorie e il fatto che tutti i racconti siano, da un certo punto di vista, noir.
Tra gli innumerevoli successi letterari che ha recentemente realizzato, quali di questi affiderebbe ad un regista per la realizzazione di un lungometraggio?
Mi piacerebbe che qualcuno facesse un film tratto da Almeno tu, proprio un film, non una serie televisiva. Le serie televisive sono il parente più prossimo del romanzo: ad esempio, se volessi fare una serie su un personaggio come il Commissario De Luca, L’inverno più nero è perfetto, perché il formato seriale ne rispetta il respiro.
Almeno tu, invece, mi sembra una storia molto compiuta, completa. Ovviamente uno può fare quello che vuole, ma quella storia mi piacerebbe vederla realizzata sul grande schermo.


Con quale regista, ci ha mai pensato?
Ah no, non lo so; un regista bravo, ma ce ne sono tanti!
Ha in previsione altri casi misteriosi da narrare al suo affezionato pubblico?
Per quanto riguarda la televisione, per adesso no.
Sto invece riprendendo Dee Giallo, ma non è orientato sui casi di cronaca: racconta storie strane che mi colpiscono. Sto selezionando quali storie raccontare e aspetto una nuova idea vulcanica di Massimo Picozzi. Con lui abbiamo appena terminato un progetto che uscirà a breve, ma sono sicuro che tra due giorni mi chiamerà per un’altra storia. Se mi chiamerà di nuovo tra due giorni, glielo saprò dire di sicuro!
La ringrazio di questa bellissima intervista!
Grazie a lei, buona giornata!



