Intervista all’attore Giulio Tropea


a cura di Francesca Bruni

25 Mag 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti teatro, Interviste

Francesca Bruni ha intervistato il giovane attore Giulio Tropea. Simpatia, cordialità e talento vengono esaltate da una bellezza colta e raggiante. Ne è uscita un’intervista interessante attraverso una personalità con le idee chiare ed una grande umiltà; un giovane talento pronto a mettersi in discussione.

Giulio Tropea è uno dei giovani volti emergenti del panorama cinematografico e televisivo italiano. Ha intrapreso il percorso artistico fin da giovanissimo, mostrando una forte passione per la recitazione e per il mondo dello spettacolo. Dotato di una presenza scenica intensa e di uno stile interpretativo naturale, Tropea si è distinto negli ultimi anni grazie a ruoli che gli hanno permesso di mettere in evidenza sensibilità e versatilità.

Il grande pubblico ha iniziato a conoscerlo soprattutto grazie alla partecipazione al film “La scuola cattolica” (2021, regia di Stefano Mordini), opera ispirata all’omonimo romanzo di Edoardo Albinati. Successivamente ha preso parte anche alla serie televisiva “Un’estate fa”, confermando il proprio talento in ambito seriale e conquistando l’attenzione di pubblico e critica.

Tra i suoi lavori figura, inoltre, il thriller internazionale “The Unkind” (2021), esperienza che gli ha consentito di confrontarsi con produzioni dal respiro più ampio e con generi differenti. Nel 2024 è apparso nella fiction “Kostas”, interpretando il personaggio di Nikos, giovane poliziotto moderno e intraprendente.

Il suo percorso dimostra la volontà di costruire una carriera solida e sfaccettata, fondata su studio, disciplina e continua crescita artistica.

Con il suo stile elegante e contemporaneo, Giulio Tropea rappresenta una delle promesse più interessanti della nuova generazione di attori italiani, capace di spaziare tra cinema, televisione e produzioni internazionali.

INTERVISTA

Cosa ti ha spinto a scegliere la recitazione come percorso di vita?

Da piccolo, paradossalmente, odiavo andare al cinema, non mi piaceva proprio. Poi, durante l’adolescenza — quel periodo in cui in qualche modo si comincia a capire quale strada intraprendere — qualcosa è cambiato. Verso i 17-18 anni tutto è nato quasi per gioco. Mi ero iscritto a una piccola agenzia di recitazione per minorenni, per fare piccole parti e figurazioni. Già lavoravo un po’ nella moda dai 16 anni e mi sono detto: “Aggiungiamo anche questa cosa, vediamo com’è”. Sono sempre stato molto curioso. Parallelamente all’agenzia ho iniziato anche un piccolo percorso di formazione attoriale, frequentando un corso. Ed è lì che sono rimasto “fregato”, nel senso migliore del termine: mi sono innamorato di questo modo di vivere, più ancora che di un mestiere.

Ripensandoci a posteriori, ho anche ricollegato questa scelta a qualcosa che forse era già dentro di me da bambino. D’estate ero solito mettere in scena piccoli spettacoli in famiglia, io con le mie cugine, davanti ai nostri genitori. Poi passavamo con il cappellino a raccogliere qualche soldino e il giorno dopo ci compravamo i gelati. È un ricordo che ho collegato solo più tardi, perché allora avevo cinque o sei anni.

In adolescenza spesso si tende a mettere da parte il bambino che siamo stati, come se dovessimo dimostrare di essere già adulti. Crescendo, invece, ho capito che recuperare quel lato giocoso può essere qualcosa di bellissimo. E in fondo ho realizzato di essere tornato a fare esattamente quello che facevo a cinque anni: giocare davanti a un pubblico per comprarmi i gelati. Ora faccio la stessa cosa… sempre per i gelati (ride, ndr).

Tra le tue interpretazioni più note ti ricordiamo nei film The Unkind (2021), La scuola cattolica (2021) e Un’estate fa (2023); quali di queste esperienze ti hanno messo di più alla prova e perché?

Più che “messo alla prova”, direi che una delle esperienze più stimolanti da affrontare è stata sicuramente Un’estate fa, soprattutto per il personaggio di Mamo. È un personaggio che sento esattamente opposto a me: viene da un contesto sociale iper-aristocratico, è abituato ad avere tutto piegato ai propri desideri e crea intorno a sé un clima di paura, sottomissione e terrore. Un modo di stare al mondo che, fortunatamente, mi è molto lontano.

È distante da me nella cattiveria verso gli altri, nello sfruttamento delle persone, in un certo esercizio del potere. Eppure, è proprio questo tipo di ruolo ad affascinarmi di più, perché mi permette di allontanarmi molto da me stesso e di esplorare territori interiori che nella vita quotidiana normalmente non emergono.

Poter lavorare su emozioni come la rabbia o il risentimento, che spesso nella vita sociale tendiamo a trattenere o a non mostrare, diventa allora uno spazio di gioco e di ricerca. Attraverso un personaggio come Mamo ho avuto la possibilità di confrontarmi con questi lati e di esternarli all’interno di un contesto appropriato, trasformandoli in materia narrativa e interpretativa.

Come ti prepari per entrare in un personaggio? Hai un metodo specifico o cambi approccio di volta in volta?

Di solito parto sempre dal testo, leggendolo moltissime volte. Ogni rilettura, anche a partire da una virgola o da un dettaglio apparentemente minimo, può aprire connessioni nuove e far emergere sfumature che prima non avevo colto. Cerco sempre di trovare quanti più punti di contatto possibili tra me e il personaggio, qualcosa che ci unisca interiormente. A volte è più immediato, altre richiede una ricerca più profonda — come nel caso di Mamo, che mi è molto distante. Se invece interpreti un personaggio più vicino alla quotidianità, magari “il bravo ragazzo che va a scuola”, il processo può essere più semplice. Ma il principio resta lo stesso: partire da ciò che ci accomuna e da lì costruire tutto il resto.

Una tecnica che utilizzo, e che ho preso dalla mia insegnante di recitazione, è quella di fare una sorta di intervista al personaggio: porgli domande e rispondere in prima persona, come se fosse lui a parlare. In questo processo cerco poi di inserire anche elementi autenticamente miei all’interno del meccanismo del personaggio.

C’è un ruolo che senti particolarmente vicino alla tua personalità, tra quelli che hai interpretato finora?

Sì, direi Nicos di Kostas. È forse il personaggio che più mi somiglia: questo bravo ragazzo un po’ impacciato, che cerca sempre di fare la cosa giusta e a volte sbaglia proprio per ingenuità o perché non sa bene come muoversi.

Mi rivedo molto anche nel suo entusiasmo, nel modo in cui vive le cose senza riuscire a contenerle troppo. In questo senso è un personaggio che si avvicina molto a me.

Esistono attori e registi che hanno influenzato maggiormente il tuo modo di recitare?

Più che singoli nomi, direi che a influenzarmi molto è stato il cinema americano degli anni Novanta e Duemila, un periodo che mi affascina profondamente e che considero, passami il termine, molto “naturalistico”. È uno stile di recitazione che sento vicino, anche perché, in un certo senso, ha radici nel nostro neorealismo, che poi il cinema americano ha sviluppato con altri mezzi e su altre scale.

Quello che cerco, sia nel cinema sia nel teatro, è proprio questo tipo di recitazione più umana, meno sovrastrutturata, più limpida. Una recitazione che sembri vera, nel senso di non lasciare troppo visibile la tecnica, di non far percepire il meccanismo della rappresentazione.

Anche a teatro ricerco molto questo approccio, anche se oggi è forse più difficile trovarlo. Mi interessa quel linguaggio capace di dare l’impressione di assistere davvero a qualcosa che sta accadendo, più che a qualcosa che viene rappresentato.

Lavorare tra cinema e televisione comporta differenze importanti: quale dei due ambienti senti più tuo?

In realtà ho trovato anche molte affinità tra i due mondi. Per esempio, lavorando a Un’estate fa e a La scuola cattolica ho percepito una cura simile nel voler portare a casa le scene in un certo modo, con una particolare attenzione alla recitazione e al lavoro sulla scena.

Detto questo, una differenza che si avverte spesso riguarda il tempo e il rapporto con il dettaglio. Nel cinema c’è generalmente una maggiore possibilità di soffermarsi sulle sfumature: magari si girano due o tre scene al giorno, e questo permette un’attenzione più minuziosa. In televisione, invece, i ritmi sono spesso molto più serrati — può capitare di dover portare a casa cinque o sei scene in una giornata — e tutto diventa più frenetico, più veloce.

Se dovessi scegliere, direi forse il cinema, proprio per questo interesse quasi artigianale per il dettaglio.

Hai fatto parte del cast della fiction “Kostas”, accanto ad attori del calibro di Stefano Fresi e Francesca Inaudi; cosa significa, per un giovane attore, confrontarsi con tali nomi?

All’inizio c’è sicuramente una certa emozione, forse anche il desiderio di fare subito la giusta impressione. Quando ti trovi accanto ad attori di quel calibro senti la responsabilità di essere all’altezza, di affiancarli nel miglior modo possibile e di meritarti quello spazio.

Io ho avuto la fortuna di lavorare accanto a Stefano Fresi, che considero una persona meravigliosa. È un uomo che ama profondamente questo mestiere, che sia teatro, televisione o cinema, e questo amore si percepisce nel modo in cui lavora con gli altri. Una qualità che, nella mia esperienza, ho trovato raramente: il suo desiderio autentico di aiutarti a far funzionare bene una scena, non per un tornaconto personale, ma perché gli interessa davvero che il lavoro riesca bene per tutti, è qualcosa di veramente rarissimo, che non ho trovato in nessun altro. Con grande umiltà sa offrirti suggerimenti, dettagli, piccoli appoggi che possono aiutarti a trovare meglio la scena. E lo fa con una naturalezza disarmante. Per me è stato qualcosa di prezioso, perché non capita spesso di incontrare qualcuno così genuinamente felice di contribuire a creare un buon lavoro e una bella atmosfera sul set.

Anzi, spesso l’ho visto quasi sentirsi responsabile nel costruire il clima giusto perché tutti lavorassero bene, portando leggerezza e creando momenti di condivisione. È stata un’esperienza meravigliosa e, credo si capisca, sono profondamente innamorato artisticamente di Stefano Fresi! Peccato ci siano davvero pochi attori come lui.

“Non ci resta che il crimine – La serie”

Qual è stata la sfida più grande che hai affrontato sul set finora?

Credo sia stato trovare il proprio spazio. Ti ritrovi all’interno di una macchina estremamente grande, con tantissime persone intorno, e allo stesso tempo sai che da te dipende anche il ritmo del lavoro: la riuscita di una scena, se va bene o se va rifatta, e quindi anche i tempi di tutta la produzione. In questo contesto, la difficoltà è riuscire a mantenere la calma e concedersi un attimo per lasciarsi andare davvero.

A volte ho fatto più fatica per un aspetto di autocritica e anche di inesperienza. Quando sei sul set, tutto va velocissimo e sembra che tu debba adeguarti a quel ritmo. In realtà devi imparare anche ad andare un po’ in controtendenza: fermarti, prenderti i tuoi tempi e dire “ok, adesso faccio questa scena al mio ritmo”. È in questo equilibrio che, per me, a volte è stata più complessa la gestione del lavoro.

Quanto conta per te la scelta dei progetti rispetto alla visibilità o al successo commerciale?

In questo momento non mi ritengo nella posizione di poter scegliere i progetti. Sento di essere ancora in una fase in cui sto costruendo il mio percorso e cercando di capire quale sia davvero la mia strada. Avere la possibilità di lavorare su esperienze diverse mi aiuta proprio in questo: capire in cosa sono più efficace, in cosa devo migliorare e cosa, invece, mi è più o meno affine.

Sono sempre stato abituato, anche per educazione familiare, a non dire di no a priori, ma a capire attraverso il “sì” cosa sto facendo e che tipo di esperienza mi aspetta. Soprattutto in questo momento, in cui il cinema e la televisione in Italia attraversano una fase non semplice, credo che rifiutare opportunità non sia quasi contemplabile.

In generale, trovo anche difficile pensare di dire no a un progetto senza averlo prima considerato davvero, perché spesso anche ciò che inizialmente può sembrare meno vicino alle proprie aspettative finisce per arricchirti, sia dal punto di vista umano sia da quello attoriale, a prescindere da visibilità o ritorno professionale.

Essendo giovane, non sento di essere ancora arrivato a una condizione in cui posso permettermi delle selezioni così nette. Anzi, non mi sembra nemmeno del tutto rispettoso nei confronti del lavoro stesso.

Se potessi scegliere liberamente un ruolo o un genere da esplorare, cosa ti piacerebbe interpretare?

Come dicevo prima, mi interessa molto esplorare il lato oscuro delle persone, compreso il mio, attraverso i personaggi. È una dimensione che nella vita sociale tendiamo a tenere sotto controllo, mentre nel processo creativo della recitazione può essere incanalata in qualcosa di interessante, costruttivo e anche utile a livello personale.

Detto questo, mi affascina molto anche la comicità. Recentemente ho fatto uno spettacolo con alcuni miei colleghi e ho trovato estremamente stimolante studiare il tempismo comico e le reazioni del pubblico, che cambiano continuamente: una sera funzionano in un modo, la sera dopo in un altro, e devi sempre ricalibrare tutto.

In realtà mi interessa un po’ tutto. Adoro i film storici e, in generale, quel ritorno a estetiche legate agli anni Settanta, Ottanta e Novanta, che ogni tanto tornano in voga e che trovo molto affascinanti. Mi piace quando qualcosa di “bello” torna a essere contemporaneo, invece di essere continuamente inseguiti da mode effimere.

E poi sì, sono anche un po’ demodé: mi piace la carta stampata, meno il digitale.

Guardando il futuro, quali sono i tuoi obiettivi nei prossimi anni, sia in Italia che a livello internazionale?

In questo momento sono impegnato in diversi progetti. In particolare, allo spettacolo di Pino Quartullo. Passeremo al Teatro Quirino di Roma a ottobre e dovremmo arrivare fino a dicembre. È uno spettacolo dedicato a San Francesco, in occasione dell’ottocentenario della sua morte, e io interpreto proprio San Francesco. Si tratta di un testo scritto dallo stesso Pino Quartullo, tratto da diverse fonti francescane e ispirato in particolare a La sapienza di un povero di Éloi Leclerc.

È un progetto a cui sono molto legato e che mi rende molto contento, anche perché in un momento in cui cinema e televisione attraversano una fase complessa, il teatro sta vivendo secondo me una spinta importante. Lavorare con Pino, che già conoscevo, è per me un’opportunità preziosa. In più, per la prima volta, nello spettacolo è previsto anche il canto: non è un musical, ma è uno spettacolo in cui la componente musicale è presente. Io sto entrando in questo lavoro in corso d’opera, quindi sto aggiungendo questo tassello nuovo e, devo dire, con una certa dose di timore.

Sul fronte televisivo dovrebbe esserci anche la seconda stagione di Kostas, ma naturalmente le decisioni sono in mano a Rai e a Palomar. Se fosse dipeso da me, avremmo già terminato le riprese!

In generale, il mio obiettivo è cercare di costruire una continuità lavorativa. In questo momento storico, che è piuttosto complesso per il settore, riuscire a lavorare con costanza è già un grande privilegio. Più che grandi traguardi, sento importante poter continuare a crescere dentro questo mestiere, passo dopo passo.

Il titolo dello spettacolo su San Francesco?

“Il Viaggio di San Francesco”. Faremo due date, tra cui una matinée al Teatro Quirino di Roma a ottobre. Per me, poter essere protagonista su quel palco è uno di quei momenti che difficilmente dimenticherò e che non avrei mai dato per scontato. È un piccolo grande sogno che si aggiunge al mio percorso, quindi molto contento di farlo da protagonista.

In bocca al lupo allora! Grazie dell’intervista.

Viva il lupo! Grazie a voi!


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