Intervista all’attore Giulio Pranno


a cura di Francesca Bruni

9 Apr 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti teatro, Interviste

Francesca Bruni ha raggiunto al telefono il giovane attore Giulio Pranno, scoperto dal grande regista Gabriele Salvatores, interprete di ruoli controversi come Andrea Ghira nella “Scuola Cattolica”. Lo ricordiamo in “Tutto il mio folle amore” nel ruolo di un autistico; giovane dai superpoteri in “Noi siamo leggenda”, esuberante con quel pizzico di follia geniale che lo ha reso uno dei talenti più interessanti della generazione Z. Ha raccontato, per Musiculturaonline, il suo percorso attoriale ancora da scoprire, tra aneddoti curiosi e gioia di raccontarsi, nella speranza di rivederlo sul grande schermo con nuove avventure meravigliosamente sorprendenti.

(Le foto tratte dai film sono dell’area press delle produzioni)

Nel contesto del cinema, della televisione e del teatro italiano contemporaneo, Giulio Pranno si distingue come una figura emergente di particolare interesse. Accanto alle esperienze sullo schermo, il suo percorso si radica infatti anche nel lavoro teatrale, ambito in cui ha potuto affinare gli strumenti espressivi e sviluppare una solida consapevolezza scenica.

Attraverso interpretazioni caratterizzate da rigore e sensibilità, ha progressivamente consolidato la propria presenza nel panorama artistico nazionale, attirando l’attenzione della critica e del pubblico. Il suo cammino professionale, contraddistinto da impegno e continua ricerca, riflette una costante tensione verso l’autenticità e l’approfondimento dei personaggi.

In questa intervista, Giulio Pranno ripercorre le tappe principali della sua carriera, soffermandosi sulle esperienze maturate tra palcoscenico e set, sulle sfide affrontate e sulle prospettive future nel mestiere dell’attore.

INTERVISTA

Diventare attore è sempre stato il sogno della tua vita?

Da un certo punto in poi sì, lo è diventato. Col tempo quel sogno si è trasformato. Però, a partire da una certa fase della mia vita, più o meno dopo le scuole medie, era proprio quello che avrei voluto fare. Ma non da piccolissimo, non da bambino.

Poi sono stato anche molto fortunato a iniziare presto, quindi diciamo che è un sogno che ho realizzato molto presto.

Hai debuttato nel mondo del cinema con il film “Tutto il mio folle amore”, del regista Gabriele Salvatores, nel ruolo di Vincent, un ragazzo autistico; che tipo di studi hai dovuto compiere per interpretare questo personaggio?

Per interpretare il personaggio mi sono ispirato molto a un ragazzo che conosco dalle elementari, con cui ho fatto sia le elementari sia le medie. Lui aveva la sindrome di Down, quindi ovviamente si tratta di una condizione diversa, ma è stato comunque un riferimento importante, perché è sempre stato un compagno di scuola con cui sono cresciuto.

Poi ho fatto diverse ricerche sull’autismo. Ho conosciuto Franco e Andrea, i padri del ragazzo a cui è ispirato il film, e ho passato alcuni giorni con loro. Inoltre, prima ancora dei provini, sono stato in alcune strutture per ragazzi autistici: ho cercato di conoscerli, di parlare con loro, di osservare.

Sono stato anche in una struttura vicino Padova che mi ha ospitato per un paio di giorni, sempre con l’obiettivo di lavorare sul personaggio e capirlo meglio.

Hai sempre fatto delle parti molto impegnative, comunque…

Sì, diciamo che questa cosa, in realtà, forse non mi ha portato sempre bene. Ho interpretato ruoli molto diversi l’uno dall’altro: a volte è andata molto bene, altre volte meno.

Questa varietà, però, forse non è stata apprezzata quanto speravo. Forse sarebbe stato più semplice avere sempre lo stesso tipo di personaggio, uno particolarmente riuscito, e portarlo avanti nel tempo.

Hai collaborato con il regista anche in un altro lungometraggio dal titolo “Comedians”, nel 2021; quali sono le caratteristiche della tua personalità che hanno colpito Salvatores?

Eh, bella domanda, bisognerebbe chiederlo a lui! (ride, ndr)

In realtà me lo sono chiesto anch’io. Credo che, in parte, Gabriele fosse spaventato da Tutto il mio folle amore, perché trovare un ragazzo capace di interpretare un personaggio autistico non era semplice e c’era sicuramente un po’ di timore nell’affrontarlo. Poi, in qualche modo, tutto è andato bene. Non perché io sia particolarmente talentuoso, ma perché si sono incastrate una serie di cose che mi hanno permesso di affrontare quel ruolo con molta spensieratezza e leggerezza. Credo che questa cosa si sia vista nel film e forse Gabriele ha pensato di aver trovato qualcuno con cui continuare a lavorare.

Del resto, è un regista che tende ad affezionarsi agli attori: se si guarda la sua filmografia, spesso lavora più volte con le stesse persone. E meno male che è così!

Tra tutte le tue importanti esperienze, hai partecipato al videoclip del gruppo rock dei Maneskin nel brano “L’altra dimensione”, del 2019; mi racconti di questo viaggio musicale?

In quel caso, diciamo che sono stato abbastanza “raccomandato” dall’artista. Io e Damiano (David) abbiamo fatto il liceo insieme e siamo amici da tanti anni.

Quindi è stato tutto piuttosto naturale. Io facevo l’attore, lui il cantante, e gli serviva un attore per il videoclip. Conoscendoci già, è stato molto semplice.

Le tue interpretazioni sono sempre state molto impegnative, ti ricordiamo in “La scuola cattolica” del regista Stefano Mordini, dove vesti i panni di Andrea Ghira, uno degli assassini del “Massacro del Circeo”; cosa ti ha lasciato emotivamente recitare un personaggio così crudele?

Devo dire la verità: per quel film mi è successa una cosa particolare. Inizialmente avevo fatto i provini per un altro ruolo. Poi, avendo degli impegni — tra cui le riprese di Comedians e altri lavori, che al momento non ricordo — non avrei potuto partecipare al film fin dall’inizio. Avevo parlato con il regista, Stefano Mordini, che mi aveva spiegato che avrebbe avuto bisogno di tempo per lavorare con me; quindi, la cosa sembrava essersi chiusa lì.

A due giorni dalle riprese della scena in cui sarei dovuto comparire, però, l’attore scelto per il ruolo ebbe dei problemi e dovette rinunciare. Mi chiamarono all’improvviso chiedendomi se fossi disponibile, e io accettai. Avevo quindi pochissimo tempo per prepararmi: due giorni appena, senza la possibilità di fare un vero lavoro di approfondimento. Inoltre, eravamo in pieno periodo Covid, quindi dopo tamponi e cose varie mi mandarono direttamente al Circeo.

Il primo giorno sul set è stato davvero tosto. C’è un’immagine che mi è rimasta molto impressa: c’era questo corpo finto, avvolto in un tappeto, lasciato davanti all’ingresso della villa in attesa di girare la scena in cui dovevamo trascinarlo. Ogni volta che qualcuno usciva per fumare una sigaretta doveva scavalcarlo. Dal tappeto spuntavano delle gambe, ovviamente finte, ma l’effetto era comunque molto forte. Ricordo che ogni volta che passavo di lì provavo una certa impressione. È una sensazione che mi è rimasta molto impressa di quei giorni di lavorazione.

“La Scuola Cattolica”, da sx: Francesco Cavallo, Luca Vergoni e Giulio Pranno

Ma il massacro del Circeo lo conoscevi già, oppure ti sei documentato? Dato che sei molto giovane…

No, non lo conoscevo. In generale, i fatti di cronaca mi interessano: sono uno di quelli a cui il crime non dispiace. Però questo caso in particolare non lo conoscevo. In realtà, è stato più negli ultimi anni — forse addirittura dopo La scuola cattolica — che ho iniziato ad avvicinarmi di più a questo tipo di storie e a scoprire vari casi di cronaca.

Quale tipo di percorso psicologico deve affrontare un attore per immedesimarsi in ruoli difficili?

In quel caso specifico non ho avuto tempo per una vera preparazione. Come dicevo, sono stato chiamato praticamente due giorni prima di entrare sul set; quindi, non ho potuto fare un lavoro approfondito sul personaggio.

Ricordo però che Stefano Mordini fu molto bravo a creare un’atmosfera particolare, soprattutto nel secondo dei due giorni di riprese che ho fatto. Sul set c’era una tensione molto forte, quasi qualcosa di torbido nell’aria, difficile da spiegare.

I ragazzi, a un certo punto, erano rimasti completamente nudi durante le scene, perché non c’era più nemmeno la preoccupazione di coprirli tra un ciak e l’altro. Si aggiravano per la casa in quello stato, completamente immersi nei personaggi. Dall’altra parte c’erano Federica e Benedetta che si preparavano emotivamente a quelle scene. Tutta l’atmosfera sul set era molto tesa e, in un certo senso, questo ha reso quasi più facile immedesimarsi in ciò che stava accadendo. In quel caso, quindi, non ho seguito un vero e proprio percorso psicologico: è stato il clima stesso della lavorazione ad aiutarmi a entrare nella situazione.

Oltre alle tue esperienze cinematografiche, hai recitato in diversi spettacoli teatrali, ti ricordiamo in “Il figlio” accanto a Cesare Bocci e Galatea Ranzi, nel ruolo di un adolescente con problemi di depressione; a proposito di queste tematiche sociali, secondo te, perché i giovani di oggi sono così fragili ed insicuri?

Domanda difficile, non saprei.

Io, per esempio, ho le mie fragilità, soprattutto legate al mio lavoro. Quello che mi pesa di più è quando non lo faccio bene; questa cosa mi dà molto fastidio e mi rimane impressa. Per questo motivo ho scelto anche di non rivedere più alcune mie performance. In sostanza, la mia fragilità è legata a questo.

Se parliamo invece di un discorso generazionale, non saprei. Posso dire però che ho notato, anche attraverso dati e osservazioni, che molti bambini stanno sviluppando problemi di attenzione a causa dell’uso precoce del cellulare. È una cosa apparentemente banale, ma me ne sono accorto di recente: ho dovuto fare un calcolo molto semplice e non ci riuscivo, così ho dovuto usare la calcolatrice del telefono. Mi sono chiesto: “Come ho fatto a non sapere fare questo calcolo?”

Credo che oggi manchi un po’ lo sforzo mentale che un tempo era naturale, perché siamo sempre supportati da strumenti tecnologici che ci permettono di raggiungere gli obiettivi senza dover fare tutto da soli. E quando questa protezione viene meno, quando ci si trova senza “paracadute”, probabilmente ci manca un po’ la terra sotto i piedi. Quindi, non lo so… è complicato.

Ti piace rivederti nelle tue parti? Ami rivederti in quello che hai fatto o preferisci di no?

Su alcune cose mi è piaciuto rivedermi, ma su altre vorrei avere una macchina del tempo per dire “no” ad alcune scelte o semplicemente cambiare il modo in cui mi sono approcciato. Se avessi uno dei tre desideri del genio, lo userei proprio per questo.

Io ero molto fissato sull’idea di fare sempre cose belle, ruoli in cui uscivo bene. Poi ho scoperto che non è possibile: almeno per me, non lo è stato.

A volte vieni fuori pessimo, per una serie di fattori che si incastrano, e il risultato è quello. Certo, magari qualcun altro del pubblico dice, “No, a me invece è piaciuto”, ma il giudizio a cui faccio davvero fede è sempre il mio. Quindi, a volte, semplicemente, non mi sono piaciuto.

Se dovessi consigliare ad un giovane di intraprendere la carriera di attore, cosa ti sentiresti di dirgli?

“Non lo fare!” (ride, ndr).

Scherzi a parte, oggi siamo diventati davvero tantissimi. E, secondo me, non è neanche più indispensabile passare per una scuola di recitazione: molti registi cercano anche persone che non hanno mai fatto questo mestiere, forse perché vogliono trovare esattamente quel volto, quella presenza che hanno in mente, senza necessariamente cercare nelle accademie.

Per questo fare l’attore oggi è qualcosa di molto relativo: c’è chi segue un percorso di studi e non viene mai chiamato, e chi invece, senza aver studiato, capita a un casting, fa il primo film, lo fa benissimo e poi ne fa altri dieci. Quindi è difficile dare una risposta univoca.

Sicuramente studiare resta una cosa bellissima e fondamentale: ti dà una tecnica, ti sostiene, ti “salva” in molte situazioni. Però è anche vero che siamo in un momento in cui gli attori sono tantissimi e farsi strada è davvero complicato. Anche quando riesci a fare un film, non è detto che questo ti permetta di vivere di questo lavoro per tutta la vita.

Quello che direi, quindi, non è di smettere di credere nei propri sogni, ma di avere ben chiara la realtà dei fatti. Quando fai un provino, devi sapere che per quello stesso ruolo ci sono magari altri duecento ragazzi con caratteristiche simili alle tue. E a volte la scelta può cadere anche fuori da quel gruppo, magari cercando altrove, nelle scuole o tra i non professionisti.

Rispetto al passato, forse oggi è più facile riuscire a fare un film, anche perché la produzione è aumentata. Invece, credo sia diventato più complicato lavorare nel teatro, soprattutto nei circuiti più strutturati.

Ed è proprio nel teatro che ho fatto alcune delle esperienze più importanti. Io, per esempio, non mi sono mai rivisto in Il figlio, e forse anche questo mi ha aiutato. Però sento che il pubblico ha amato molto quel personaggio e quello spettacolo. Ed è una cosa che mi rende davvero felice: abbiamo fatto tantissime repliche, davanti a tantissime persone, e i commenti non erano solo positivi, ma proprio entusiasti.

Come si gestisce il successo da molto giovani?

Oggi non si crea più quell’aura che una volta circondava il cinema. Il pubblico è talmente abituato a vedere continuamente nuovi volti, tra film e serie, che non c’è più quell’effetto di stupore, quel dire “oddio, wow!”. E credo che questo valga anche per la musica, a meno che non si raggiungano livelli davvero altissimi.

Non esiste più l’idea di diventare improvvisamente famosi solo perché si è fatto un film. Io, per esempio, non mi sento di essere diventato “famoso” in quel senso. Piuttosto, quello che ho vissuto è stato un successo lavorativo. Quello sicuramente. Dopo il primo film, infatti, ho iniziato a ricevere subito nuove proposte, quasi senza dover dimostrare altro. Quando sei “sulla bocca di tutti”, succede spesso che ti richiamino rapidamente per altri progetti. In questo senso, la mia è stata soprattutto una fortuna lavorativa: un momento in cui le opportunità si sono presentate con maggiore facilità.

Se dovessi collaborare con un nuovo regista, con chi vorresti intraprendere una nuova esperienza?

Ce ne sono davvero tanti!

Posso dirti che mi ha colpito molto il lavoro di un regista che non conoscevo: Francesco Sossai con “Le città di pianura”. L’ ho trovato davvero molto bello.

In generale, però, i registi che stimo sono moltissimi. Ce ne sono davvero tanti con cui mi piacerebbe collaborare.

Hai fatto parte del cast della serie televisiva “Noi siamo leggenda”, che racconta di cinque giovani dotati di superpoteri, come metafora delle difficoltà che devono affrontare nella vita; a tuo parere, i Social Media hanno disconnesso gli adolescenti dalla realtà che li circonda?

Che domanda complicata!

Forse è un po’ quello che dicevamo prima: più che una disconnessione, si è creata una nuova realtà. Il mondo evolve, e con lui anche le persone. Quindi non so se si possa dire che i ragazzi siano “disconnessi”: forse sono semplicemente più connessi a questo nuovo tipo di realtà, rispetto alle generazioni precedenti.

Detto questo, se parliamo della realtà più concreta, la natura, le relazioni umane, allora sì, probabilmente qualcosa è cambiato rispetto a prima.

Per quanto riguarda i superpoteri della serie, devo dire che io li avrei usati in modo completamente diverso! (ride, ndr) Magari non per fare rapine o coinvolgere altre persone… ecco, probabilmente ci avrei fatto altro.

Quando avremo il piacere di rivederti sul grande schermo?

Non lo so, adesso sto facendo teatro, partiamo per la tournée proprio dopodomani.

Un’ultima domanda: preferisci recitare a teatro o al cinema?

Domandona! In realtà mi piacciono entrambi.

Il teatro è sicuramente più faticoso, anche a livello di spostamenti e di produzione; nel cinema, invece, sei più “coccolato”. Però il teatro ha qualcosa di unico: ti permette di recitare davanti alle persone, a un pubblico pagante.

La cosa più bella è che provi per uno o due mesi e poi, una volta che lo spettacolo è pronto, lo porti in giro. Questo significa che la tua recitazione è in continua evoluzione, non si ferma mai — ovviamente se sei capace di recepire e crescere. Hai la possibilità di migliorare ogni sera, cosa che nel cinema non succede.

Il cinema, infatti, spesso è più veloce, a volte anche un po’ frenetico, e questo influisce sul lavoro. Però, allo stesso tempo, ha altri vantaggi che lo rendono comunque molto interessante.

Le domande sono terminate. Ti ringrazio molto!

Grazie a te!

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