Intervista all’attore Francesco Cavallo
a cura di Francesca Bruni e Vincenzo Pasquali
20 Mag 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste
Abbiamo intervistato il giovane attore Francesco Cavallo, raffinato, elegante e sincero, ha raccontato i suoi sogni, le esperienze e le ambizioni di una promettente carriera. Ha interpretato ruoli impegnati dando un contributo importante al cinema, alla televisione ed al teatro. Non resta che aspettare di vederlo in nuove interpretazioni.
Francesco Cavallo appartiene a quella generazione di attori capaci di attraversare linguaggi e palcoscenici diversi senza perdere autenticità. Il suo percorso artistico si è costruito nel tempo attraverso studio, esperienza e una costante ricerca espressiva che lo ha portato a confrontarsi con il teatro, il cinema e la televisione, sempre con uno stile personale e riconoscibile.
Interprete intenso e versatile, Cavallo ha saputo dare vita a personaggi molto differenti tra loro, lavorando tanto sulla profondità emotiva quanto sulla misura narrativa, qualità che gli hanno permesso di conquistare l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori.
Nel suo modo di stare in scena convivono rigore e sensibilità, energia e riflessione. Ogni ruolo sembra nascere da un’attenta osservazione dell’animo umano, da una volontà di raccontare non soltanto storie, ma soprattutto persone, fragilità, contraddizioni e passioni. È proprio questa capacità di rendere credibili e vivi i personaggi che rende il suo lavoro particolarmente apprezzato.
Accanto all’attività di interprete, Francesco Cavallo ha coltivato negli anni anche un forte interesse per la dimensione culturale e sociale del mestiere dell’attore, vivendo l’arte come uno spazio di dialogo e confronto con il presente. Il suo percorso testimonia una visione del lavoro artistico fatta di dedizione, curiosità e continua evoluzione.
In questa intervista ci racconta il suo cammino professionale, le esperienze che hanno segnato la sua carriera, il rapporto con il pubblico e il valore che oggi attribuisce al mestiere dell’attore, tra memoria, emozione e nuove sfide creative.


INTERVISTA
Quando hai capito che il teatro e la recitazione sarebbero diventati parte della tua vita?
Diciamo che l’ho capito molto presto, nel senso che ho avuto la fortuna di avere una madre che ci ha visto lungo, quando io ero ancora molto piccolo. Quindi la sensazione dell’imprinting con il palco è arrivata davvero la prima volta che ci ho messo piede. Non sembra, perché sono cose che spesso si dicono, ma nel mio caso è andata davvero così. Da lì, poi, io e la recitazione non ci siamo più lasciati. Avevo otto anni.
Nel tuo percorso artistico hai attraversato diversi ruoli e forme espressive: cosa ti affascina di più oggi del fare teatro rispetto a quando hai iniziato?
Ovviamente, nel nostro mestiere il piano personale non può essere separato da quello professionale, quindi inevitabilmente la crescita come essere umano mi ha portato a maturare una visione del lavoro che è molto diversa da quella che avevo in passato. All’inizio recitare era, appunto, qualcosa di puramente ludico e anche una buonissima scusa per saltare qualche ora di scuola, quando c’erano da fare gli spettacoli mattutini.
Oggi, invece, si è aggiunta la componente del racconto. Pochi giorni fa ho sentito un’intervista di Sergio Castellitto, che diceva che la prima volta che lo hanno visto recitare lo hanno definito un attore “animalesco” e a lui è piaciuta molto questa definizione, perché dentro la parola “animalesco” c’è anche la parola “anima”.
Con il passare degli anni ti rendi sempre più conto che il mestiere dell’attore ha a che fare anche con il narrare. Noi attori, io credo, siamo anche autori dei nostri stessi personaggi: lasciamo una firma e, se lo fa uno, un altro non potrà mai farlo nello stesso modo. Quindi oggi si è aggiunta anche la componente del messaggio attraverso le storie che scelgo di raccontare, e un impegno, se vogliamo, più serio e non soltanto ludico.
Qual è la difficoltà più grande che un attore affronta oggi nel panorama teatrale e culturale italiano?
La precarietà, il fatto che siamo costantemente bistrattati e non tutelati da nessun punto di vista. Questa è una cosa che, quando si inizia a fare l’attore, o quando si prende la decisione di farlo, si affronta anche un po’ contro tutti. Poi, dopo un po’ di tempo, ci si rende conto che effettivamente siamo spesso, per così dire, l’ultima ruota del carro nella società, e che non siamo affatto tutelati. Come giovane attore e giovane professionista, credo che questa sia, almeno per me oggi, la cosa più importante da sottolineare e il problema più grave.


Esiste un personaggio che hai interpretato che ti ha cambiato o insegnato qualcosa anche nella vita fuori dal palco?
Sicuramente il personaggio di Sebastiano in Mio fratello e mia sorella (2021, regia di Roberto Capucci, ndr), un film disponibile su Netflix. Era un ragazzo schizofrenico, gravemente malato. Diciamo che quella bolla di incomprensione in cui viveva — o meglio, in cui quel ragazzo non “esisteva”, e in cui invece vivono realmente tante persone — mi ha fatto riflettere molto sulla leggerezza con cui a volte tendiamo a guardare certe situazioni.
Durante la preparazione del film ho avuto l’enorme fortuna di poter conoscere non solo ragazzi affetti da quella malattia, ma anche le loro famiglie e il disagio che vivevano. Sicuramente è stata un’esperienza che mi ha portato a sviluppare un’empatia molto più profonda nei confronti del prossimo, un’attenzione che poi è rimasta anche nel quotidiano.


Nel 2021 fai parte del cast del film “La scuola cattolica” del regista Stefano Mordini, dove interpreti il ruolo di Gianni Guido, uno degli assassini del Massacro del Circeo; quale tipo di preparazione hai dovuto affrontare per tale ruolo e soprattutto cosa ti ha lasciato questa importante esperienza?
Io, tra l’altro, quei due film (La scuola cattolica e Mio fratello e mia sorella, ndr) li ho affrontati insieme, li ho girati praticamente in contemporanea; quindi, era tutto un caos in quel periodo, in cui ho davvero rischiato la schizofrenia.
Sicuramente in quel momento c’era una sensazione, che credo di condividere anche con gli altri due ragazzi, di enorme responsabilità. Noi interpretavamo chiaramente la parte “sbagliata”, non so come dire. Eravamo dalla parte sbagliata della storia e quindi c’era un grande senso di responsabilità, e si voleva accompagnare le ragazze, parlo da attore ovviamente, con la massima delicatezza nel girare quelle scene, che erano molto crude, molto “grafiche”.
La preparazione è consistita essenzialmente nel riaprire quel cassetto di violenza sfrenata che io continuo a credere sia in ognuno di noi. Poi, per fortuna, la vita ci insegna a chiudere alcuni cassetti del nostro carattere, e quindi doverla invece “resuscitare” è stato doloroso ma allo stesso tempo necessario e, in un certo senso, sacro per il film.
Noi, o meglio io, spero di aver restituito la verità della malignità e della meschinità di quei ragazzi, della falsa superiorità in cui erano convinti di trovarsi rispetto a ragazze di un ceto magari più umile. Lì c’era un conflitto sociale enorme: erano gli anni ’70, un contesto molto diverso da oggi, più acceso, più in fermento. Questi ragazzi, che erano chiaramente filofascisti o postfascisti, avevano addosso una violenza tipica di quel periodo storico, molto presente e pronta a esplodere. Era importante, come attore, essere in grado di tirarla fuori quando mi veniva chiesto da Stefano Mordini.
La preparazione è consistita quindi nel conoscerla, quella violenza, nel confrontarmici, perché io non sono una persona violenta, non ho mai fatto a botte in vita mia. Per questo interpretare quel ruolo è stata anche una sfida enorme da quel punto di vista, un esercizio attoriale profondissimo, che rifarei altre mille volte.
Non so se ho risposto alla tua domanda…
Il film “La scuola cattolica” affronta una delle pagine più oscure della storia italiana. Quando il teatro o il cinema raccontano vicende così traumatiche, dove pensi stia il confine tra memoria necessaria e rischio di spettacolarizzazione?”
Io penso che, nel caso de La scuola cattolica, quella del pubblico sia stata in qualche modo già una risposta a questa domanda, nel senso che c’è stata una risposta molto importante, e anche una censura seria del film, cosa che non succedeva da tanto tempo. Però credo che, fondamentalmente, lo spettatore — che è il destinatario di tutti i film che facciamo — sia molto più intelligente di quanto spesso si pensi. Quel film, secondo me, è stato proprio un grande esempio di questo. Io non ci ho mai visto una spettacolarizzazione. Anzi, era tutto l’opposto.
Anche il fatto che il film non fosse in realtà sul delitto del Circeo, ma sulla società contemporanea e su ciò che ha portato a quell’episodio, che purtroppo non poteva essere raccontato in modo diverso senza però togliergli verità — perché quella era una verità molto cruda e doveva essere rappresentata così com’è stata fatta.
Credo che Stefano sia stato molto attento proprio a evitare lo spettacolo. È stato, da uomo prima ancora che da regista, molto attento nei confronti di una sensibilità che poteva essere toccata da quelle scene, soprattutto quella femminile, ma non solo. A lui va riconosciuta proprio questa rigorosità nel cercare in tutti i modi di evitare quel rischio, che invece era estremamente possibile e molto vicino.
Confrontarsi con una storia come quella raccontata in “La scuola cattolica” può mettere in discussione anche lo sguardo personale su educazione, responsabilità e violenza. C’è qualcosa che, lavorando su questo materiale, ti ha fatto cambiare opinione?
Io sono cresciuto fondamentalmente in una famiglia abbastanza matriarcale, nel senso che mia madre aveva un ruolo importante all’interno della famiglia e quindi, di default, ho acquisito un’educazione verso il femminile che è sempre stata improntata al rispetto. Credo anche che Stefano ci abbia scelti per questo: conoscendo poi anche gli altri due, sono entrambi persone molto sensibili, con una grande empatia.
Per cui, personalmente ti rispondo sì, certo. Quello era anche lo scopo del film: riflettere, in modo personale, sulla propria storia e su tutta una serie di cose che si sono viste o che io ho visto con i miei occhi fare da altri, ma che comunque ho visto lo stesso. Ti rendi conto che una cosa accaduta nel 1975 purtroppo continua ad avere degli strascichi molto, molto più seri di quanto tendiamo a pensare, e che in parte arrivano fino a oggi.
Mentre recitavi eri cosciente della grande responsabilità che avevi nell’interpretare quel ruolo (il ruolo dell’assassino)?
Lì per lì no, o almeno non del tutto, e ne sono molto felice, perché oggi, con la consapevolezza acquisita, probabilmente non sarei in grado di affrontare quella sfida con la stessa, tra virgolette, sana spensieratezza che mi serviva per la performance. Al tempo stesso, però, come ti dicevo, c’era un grandissimo senso di responsabilità verso le ragazze e verso il contesto in cui stavamo lavorando, che doveva essere assolutamente molto sicuro. Quindi sì, c’era sicuramente una sana incoscienza, ma non inconsapevolezza. Ero molto conscio di questo aspetto.
Hai lavorato anche in televisione nel 2022 interpretando il ruolo di Alfredo il figlio di “Vincenzo Malinconico, avvocato d’insuccesso”, accanto a Massimiliano Gallo. Quali differenze hai riscontrato tra il fare televisione rispetto al cinema?
Il registro della commedia, che era quello previsto dalla serie, era un registro che io non avevo mai toccato prima. Di solito i registi mi guardano con un occhio più rivolto al drammatico. Per cui, quando fui scelto per quell’esperienza, fui molto contento, perché mi stavo anche liberando un po’ da due esperienze precedenti che erano state molto intense e “intensive”, e che avevo girato alla fine pochi mesi prima.
La differenza, ti direi, è proprio nel registro. La commedia, a livello attoriale, prevede un ritmo che nel dramma non c’è. Il dramma è spesso fatto di silenzi, di primi piani, di “occhi”. La commedia invece è molto corpo, è tutto più scattante, più veloce, come è giusto che sia. E ci si deve arrivare anche con una leggerezza personale. Non essendo io una persona propriamente leggera, ho dovuto capirla questa cosa. Il primo scoglio che ho dovuto affrontare prima che attoriale è stato forse quello personale.
C’è un progetto che senti di non aver ancora realizzato ma che vorresti affrontare nei prossimi anni?
Tutto. Nel senso che amo follemente il mio mestiere, quindi sono davvero aperto a qualsiasi tipo di sfida, purché sia, come ti dicevo prima, una sfida che contenga un messaggio, una storia che io abbia piacere a raccontare e a cui abbia piacere di “mettere la firma”, nel senso di metterci la mia faccia, il mio corpo, la mia attorialità, qualcosa in cui io mi riconosca e che condivida in qualche modo.
La speranza è più che altro che ci siano sempre più progetti con questa ambizione, sempre più autori e registi che abbiano il coraggio di realizzarli, e che non si vada necessariamente verso l’incasso sicuro. Perché poi, lo abbiamo visto, quando si fa questa scelta spesso la risposta del pubblico è altalenante. Invece io credo che, se c’è una storia con una firma, al di là del botteghino, quella storia rimane. Magari non ha successo subito, ma può averlo anche dopo anni. Rimane, e se c’è uno sguardo riconoscibile, allora è in grado di emergere.
Stai lavorando a nuovi ruoli per il futuro?
Intanto ti posso dire che tra pochissimo partirò con la terza stagione di Malinconico, ripartiamo a breve con Gallo. Sarà probabilmente l’ultima, non lo so, lo scopriremo. Sono molto contento perché so che ci saranno vari cambi nello stile di questa stagione: sono stati fatti diversi riassetti; quindi, sono curioso io stesso di andare a leggermi e a spulciare bene i copioni, per capire in che modo sarà cambiata questa commedia. Per me, lo dico ovviamente da parte interessata, è una commedia deliziosa, scritta da Diego De Silva, che ha collaborato anche alle sceneggiature. La sua firma si sente, la sua penna si riconosce. È una commedia intelligente, quindi spero che mantenga questo aspetto e che gli intrecci della storia continuino a essere, come sono già stati, intriganti e affascinanti.
Grazie mille per la disponibilità e la bellissima intervista.
Spero di essere stato esaustivo, grazie a voi! Ciao!





