Intervista all’attore e musicista Marcello Maietta
a cura di Francesca Bruni
7 Apr 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste
Francesca Bruni ha raggiunto al telefono l’attore e musicista Marcello Maietta che ha raccontato le sue passioni, dalla musica al cinema. Ne è uscito un racconto interessante e di grande spessore attraverso la sua simpatia e disponibilità che ha verso il pubblico.
Marcello Maietta è una figura artistica che unisce in modo organico recitazione e musica, costruendo negli anni un percorso solido e riconoscibile nel panorama culturale italiano. Formatosi in ambito teatrale, ha fatto del palcoscenico il suo primo terreno di sperimentazione, affinando tecnica, presenza scenica e capacità interpretativa attraverso produzioni che gli hanno permesso di confrontarsi con testi e registri differenti.
Il passaggio al cinema e alla televisione ha segnato un’evoluzione naturale della sua carriera, portandolo a misurarsi con linguaggi e pubblici più ampi. Le sue interpretazioni si distinguono per intensità e misura, con una particolare attenzione alla costruzione psicologica dei personaggi. Parallelamente, l’attività musicale – tra esibizioni dal vivo e progetti originali – rappresenta un asse portante del suo percorso professionale, contribuendo a definire un’identità artistica trasversale.
Attore e musicista, Maietta ha consolidato nel tempo un profilo completo, capace di coniugare disciplina e sensibilità espressiva, confermandosi una presenza dinamica e in continua evoluzione nel mondo dello spettacolo, capace di entrare nei cuori della gente con grinta e grande umanità.
INTERVISTA
Mi parli della tua prima apparizione nel teatro e nel cinema?
Bisogna andare un po’ indietro. Per la TV ho iniziato quando avevo dieci anni: mi scelsero a scuola per fare un film insieme a Giancarlo Giannini per Mediaset, che si chiamava Ritornare a volare. Cercavano un bambino; io, ovviamente, non avevo mai avuto esperienze di recitazione o teatro, se non girare qualche video con le prime telecamere insieme a mio fratello, che era più grande. Il divertimento c’era sempre stato, quindi decisi di accettare, insieme ai miei genitori, che mi chiesero attentamente se volessi farlo o meno. Io risposi: “Ma perché no? Insomma, proviamo”. Stiamo parlando del 1998.
Dopodiché ho iniziato a fare teatro, che è sempre stata la parte fondamentale del mio percorso, fino al vero approdo al cinema che è avvenuto con il film di Pupi Avati, Il figlio più piccolo (2010). Quello è stato il film che mi ha aperto la strada verso ciò che fino ad allora era un sogno, ma che stava diventando una realtà concreta, un percorso da intraprendere. Volevo entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia, cosa che poi sono riuscito a fare: volevo studiare e apprendere l’arte del mestiere.
C’è stato quindi un arco di tempo molto ampio, durante il quale ho iniziato a consolidarmi, alternando TV e cinema. Nel cinema ho scelto in particolare lavori sempre piuttosto impegnati. Questo percorso mi ha portato a riflettere molto sul mestiere: c’è sempre la smania di voler fare tutto, ma per me è fondamentale che, prima dell’arte che proponiamo sul set e al pubblico, ci sia la persona. Ho bisogno di ricaricare quella persona, non il personaggio. Creare un personaggio anche fuori dal set è possibile, ma a me piace mantenere un certo mistero tra Marcello persona e Marcello attore, tra chi sono e ciò che posso offrire nel lavoro. È in questo equilibrio che trovo il senso del mio mestiere
Sei un artista a tutto tondo, oltre che attore sei anche un musicista, ci sono delle colonne sonore che ami particolarmente?
Io sono cresciuto con la colonna sonora di Taxi Driver (regia di Martin Scorsese, 1986 N.d.R.). Ho il mio vinile – perché, oltretutto, sono appassionato, quasi “malato”, anche se non vorrei usare questo termine, ma siamo molto vicini al concetto – e adoro i vinili. Il mio vinile di Taxi Driver, con tutta la colonna sonora del film, mi ha accompagnato da sempre. Dai primi film come Mean Streets (1973), sempre con Robert De Niro, fino a Taxi Driver, che guardavo da piccolino anche con mio padre, rimanevo letteralmente scioccato. Se dovessi rispondere come in un quiz tipo Chi vuol essere milionario?, ti direi che sì, questa è la mia risposta definitiva!
Debutti nel mondo del cinema con il film “Il figlio più piccolo” del regista Pupi Avati accanto ad attori del calibro di Christian De Sica e Laura Morante. Come sei stato scritturato dal maestro?
Pupi non fa provini nel senso tradizionale. Ti chiede di preparare un monologo, perché vuole capire se puoi essere il personaggio. Dice: “Io non devo valutare se sei bravo; devo capire se sei il personaggio, perché se lo sei, allora posso portarti a diventare bravo”. All’epoca avevo 19 anni – anzi, al momento del provino ne avevo 18 – e per me non era uno scontro con un maestro, ma un’opportunità di apprendere già dal primo momento. Oggi si fanno molti self-tape da casa, ma allora ero a Cinecittà, davanti a lui, che mi ascoltava a braccia conserte mentre raccontavo chi era Paolo Baietti, il personaggio che interpretavo, figlio di Cristian De Sica e Laura Morante.
Per me era qualcosa di enorme, ma la cosa più bella è stata la fiducia immediata: Pupi mi mise subito a disposizione tutto il necessario per sentirmi – e lo dico tra virgolette – già un professionista. Ricordo il primo giorno di set: Pupi e Laura Morante, probabilmente d’accordo tra loro – un mistero rimasto irrisolto – avevano predisposto una situazione curiosa. Laura non ricordava le battute, e Pupi mi disse: “Allora vai tu da Laura, perché non possiamo fare la scena”. Lo fece quasi a darmi una responsabilità, a farmi capire che il cinema si fa insieme. Per me è stata la scuola più bella: entrare in quel set è stato un vero e proprio apprendistato sul campo.
Pupi Avati è un nome molto importante nel cinema, anche particolare, un po’ fuori dagli schemi.
Certo. Tra l’altro, è una cosa che ho scoperto da poco: io e Stefano Accorsi siamo gli attori più giovani che Pupi Avati abbia mai scritturato, entrambi prima dei vent’anni.
Ne abbiamo parlato anche con Stefano e ci siamo messi a ridere, perché nemmeno lui lo sapeva. È curioso perché poi io vengo da Forlì, Stefano da Bologna, quindi in un certo senso l’Emilia-Romagna ha fatto sentire un po’ la sua presenza in questo percorso
Fra tutte le interviste, ricordo con piacere quelle a Pupi Avati e Accorsi. L’intervista con Pupi Avati, però, credo sia stata la più bella in assoluto, a livello anche emotivo. È un regista che ammiro molto: mi piacciono in particolare i suoi horror, che nel tempo da film sottovalutati sono diventati pellicole importanti. Anche questo qui è molto bello, davvero un talento incredibile.
Io penso che Pupi sia un avanguardista del nostro cinema: bisogna studiarlo, un po’ come accade con Pierpaolo Pasolini. In Francia lo studiano quasi come fosse Dante.
Il grande successo arriva con la fiction televisiva “Il paradiso delle signore”, mi racconti di quell’esperienza?
Certo. È stata un’esperienza del tutto diversa rispetto al cinema. Prima di tutto cambia il tempo: nel cinema, per preparare un film, si ha a disposizione, oserei dire, un tempo a volte quasi illimitato per costruire un personaggio, lavorando insieme al regista, allo sceneggiatore e al resto del cast. In televisione, invece, il lavoro è più “fast”. Devi riuscire a creare il tuo personaggio in un tempo molto limitato e girare scene una dietro l’altra. Questo mette un po’ sotto stress sia l’attore sia il regista, perché tutto deve procedere a una velocità maggiore. Oltre al ritmo, cambiano anche le tematiche: la TV si rivolge a un pubblico più vasto, generalista, che va accompagnato, oserei dire, nella visione. Il cinema, invece, può essere più provocatorio, come diceva anche Pierpaolo Pasolini. L’arte deve stimolare, non limitarsi a mostrare due persone che parlano e basta. Al cinema si possono affrontare temi più complessi, anche in conflitto con ciò che è convenzionale, perché chi sceglie di andare al cinema vuole vivere quella storia in modo pieno e consapevole, non solo seguire un prodotto per la massa.
Mi manca molto quella dimensione: ogni volta che arrivo sul set di un film, sento un’alchimia diversa. È un’esperienza unica, e per me il cinema resta qualcosa di speciale.
“Il paradiso delle signore” ha avuto un grande successo, proprio perché – come hai detto – è un prodotto televisivo, che dunque è diverso rispetto a un film.
Certo. È diventato in seguito un daily, è stata un’esperienza importante, che mi ha permesso di lavorare in un contesto diverso dal cinema e di crescere professionalmente.
Quale rapporto hai con il successo? Spesso mi chiedo proprio come riescano gli attori a gestirlo.
Non so se hai visto la mia ultima intervista con Manuel Agnelli, nel suo programma. Manuel mi conosce da vent’anni, per questo durante l’intervista ci siamo anche un po’ presi in giro. Io rispondevo alle sue domande, ma lui, che è molto più esposto di me, ha commentato: “Marcello, è da vent’anni che ci conosciamo, potresti fare qualsiasi cosa… ma sei sempre lì, che ti fai i ca**i tuoi”. Parola di Manuel! (ride, ndr) Per me è semplice: considero questo un lavoro. Quando faccio un’intervista, non sto cercando di essere sentimentalista o di modulare la voce per apparire in un certo modo. Sto semplicemente parlando con Francesca, che fa il suo lavoro, mentre io faccio il mio, e l’obiettivo è condividere sinceramente le nostre esperienze.
È bello fare interviste così. Chi fa questo lavoro sa quanto sia facile che un’intervista diventi meccanica, una semplice sequenza di domande e risposte. A me, invece, piace poter spaziare un po’, lasciare spazio alla conversazione: è proprio lì che emergono gli aspetti più interessanti di una persona, dell’attore.
Se dedichi tutto il tuo tempo alla cosa più importante – cioè creare – allora ti rendi conto che il successo… cos’è davvero il successo? Per me il successo è già lavorare. È già poter lavorare, potersi mettere a disposizione, costruire qualcosa di concreto insieme ad altre persone, arrivare a un risultato che non è un prodotto qualsiasi – non è come andare al supermercato a comprare latte e biscotti – ma qualcosa di molto più profondo. Poi, quando quel lavoro finisce, senti anche un vuoto dentro, e hai bisogno di recuperare energie: può essere un viaggio, una scoperta, oppure la musica stessa, che mi ha aiutato molto.
Non si ha nemmeno il tempo di pensare al successo. Forse il successo lo sentirò davvero il giorno in cui vedrò nascere mio figlio, chissà… forse quello sarà il vero successo.
Fare interviste, in realtà, non è così semplice. Molti artisti non le amano particolarmente: non tutti hanno voglia di raccontarsi o di parlare a lungo, e a volte proprio questo rende il dialogo più difficile. Ci sono attori o cantanti che si prestano con maggiore disponibilità, ma altri, come alcuni cantanti giovani che hanno raggiunto un certo livello di notorietà, diventano più complessi da avvicinare. Non è una questione legata solo a una categoria: succede sia nella musica sia nel cinema. Quando una persona è molto famosa, entrare davvero in relazione con lei, durante un’intervista, può diventare quasi impossibile.
Io dico sempre, Francesca – perché capita spesso di sentire queste cose – che l’importante è ricordarsi com’eravamo da piccoli. Quando facevamo i capricci, spesso non era solo perché non volevamo fare qualcosa, ma anche perché non la conoscevamo.
Noi dobbiamo scavare, tornare indietro. Non è tanto un problema dei cantanti o degli attori di oggi: è che spesso non conoscono la loro storia come l’abbiamo conosciuta noi. E quindi cosa possono raccontare?
Nel momento in cui sei predisposto a condividere, e hai anche la fortuna e l’interesse di poterlo fare con chi ti ascolta, con chi ti guarda, con chi vuole conoscerti, allora hai qualcosa da dire. Se invece mancano i contenuti, è normale evitare l’esposizione. Anche perché chi ti sta intorno – una casa discografica, un agente – sa bene quali sono i tuoi limiti e preferisce non esporti troppo.
Grazie davvero! Fare interviste non è semplice, anche perché c’è un’altra difficoltà: spesso chi intervista rischia di sembrare quasi una persona invadente, qualcuno che “rompe le scatole”. Altre volte, invece, succede l’opposto: ti trovi a intervistare qualcuno che ammiri davvero, come attore o come cantante, e allora entra in gioco una componente emotiva, quasi da fan, che in realtà non dovrebbe avere spazio in quel momento professionale.
Sta anche alla sensibilità dell’artista – che sia attore o musicista – capire chi ha davanti, perché un’intervista è sempre uno scambio tra persone, oltre che tra esperienze. Io, per esempio, ho sempre amato molto il mondo del cinema, e mi è capitato di incontrare tanti attori: alcuni estremamente disponibili, altri invece molto meno. Senza fare nomi, posso dire che con certe personalità molto famose è stato praticamente impossibile anche solo chiedere una foto.
Bisogna anche capire quali prodotti si scelgono di fare. Oggi siamo abituati a guardare Instagram e a pensare che basti quello per capire chi è una persona. Io, invece, tendo ad andare un po’ più indietro nel tempo – forse perché sono nostalgico – e cerco di vedere da dove si parte, quali sono state le prime scelte.
Per esempio, ho una compagnia teatrale che ho fondato più di dieci anni fa: quando mi arrivano delle candidature, la prima cosa che guardo non è tanto cosa hanno fatto in termini numerici, ma le scelte artistiche. Non mi interessa sapere che qualcuno ha girato dieci film, se poi si tratta sempre dello stesso tipo di contenuto superficiale. Non è un giudizio sulla persona – le scelte artistiche non andrebbero mai giudicate – ma è una questione di coerenza. Puoi essere anche la persona più colta del mondo, ma se le tue scelte non lo dimostrano, allora qualcosa non torna. Se hai davvero una coerenza con te stesso, magari decidi – come ho fatto io per tanti anni – di fare teatro, e trovi soddisfazione anche quando non lavori, perché la gioia più grande diventa vedere i tuoi attori sorridere, credere in questo mestiere, capire che bisogna impegnarsi, pedalare, senza ridicolizzarsi.
Questo è un mondo che tende a omologare tutto, ma allora noi che fine facciamo se dobbiamo essere tutti uguali? Non avrebbe senso, capisci?
Cosa significa far combaciare la vita di attore con quella di musicista?
È una connessione straordinaria. Tra l’altro è una domanda che mi ha fatto anche Manuel Agnelli, ed è molto interessante. Lui diceva: non è che togli tempo a una cosa per darlo all’altra, in realtà lo trasformi e gli dai un senso ancora più profondo.
Per me è esattamente così: quando costruisco un personaggio, quando mi avvicino a una storia, lo faccio anche attraverso la musica — attraverso una melodia, un ritmo, una sinergia tra ciò che è uditivo e ciò che poi diventerà visivo. È un viaggio immersivo, ed è bellissimo da fare. Perfino il modo in cui un personaggio parla, a volte lo provo con la chitarra, come se fosse una canzone: cerco la voce che potrebbe avere e poi la trasformo nella voce “normale” del personaggio. È una mia tecnica personale, naturalmente, non tutti lavorano così. Per questo, per me la musica è essenziale.
A proposito di musica, mi parli del progetto musicale “Siriana”, di cui sei voce e chitarra?
Io aggiungerei anche che sono il compositore di tutto ciò che si sente: scrivo i brani, sono autore e allo stesso tempo polistrumentista, perché provengo da una famiglia di musicisti. Per me la musica è sempre stata un po’ il fiore all’occhiello della famiglia.
Il progetto Siriana nasce dall’esigenza, dopo tante esperienze musicali anche con altre band, di creare qualcosa di personale: uno spazio in cui Marcello – tornando al discorso di prima – che scende dal teatro o esce dal set possa raccontare anche i propri stati d’animo. Sentivo proprio la necessità di farlo.
Molti miei colleghi scelgono la scrittura e pubblicano libri; io ho trovato nella musica la mia forma espressiva, anche se – lo dico qui, e non l’ho ancora detto a nessuno – all’orizzonte c’è anche un libro che uscirà il prossimo anno. Insomma, non mi fermo mai… figurati se ho tempo di pensare al successo!
(https://www.musiculturaonline.it/intervista-ai-siriana/)
Sono curiosità che vengono spontanee, soprattutto per chi appartiene a un altro ambiente professionale. Mi chiedo spesso come facciano gli attori a gestire un successo così grande, e come si riesca a conciliare la vita privata con quella pubblica. Immagino non sia semplice, anche perché bisogna tutelare la propria sfera personale, mentre intorno c’è sempre la tendenza a voler sapere tutto. Presumo che sia una situazione complessa da gestire.
Credo che nessuno sappia davvero se ho una compagna o un figlio: nessuno sa nulla della mia vita privata. Ci sono persone interessate che me lo chiedono spesso, e io rispondo scherzando: “Sei tu la mia compagna” oppure “Sei tu il mio compagno”. Li prendo un po’ in giro. Nel senso: ognuno dovrebbe farsi i propri affari. Io non andrei mai da un calzolaio a chiedergli: “Scusa, ma chi è la tua donna?”. Mi prenderebbero per matto. È un po’ la stessa cosa.
Proprio per questo sento l’esigenza di raccontare qualcosa di me attraverso le canzoni: lì svelo anche aspetti personali, ma sempre in modo universale, senza entrare nei dettagli della mia vita privata.
Ci sono artisti musicali che ti hanno ispirato per le tue ambizioni?
Assolutamente sì. Io sono figlio di Cobain: per me lui è Dio. Poi ci sono Freddie (Mercury), Michael (Jackson)… diciamo che le mie radici musicali partono da lì. Ma l’artista che mi ha dato davvero il “permesso” – lo dico in punta di piedi – di esprimermi, di raccontare la mia storia, sia attraverso i personaggi sia attraverso la musica, è stato Jeff Buckley. È lui che mi ha trasmesso quella dolcezza, quella sensibilità e quella serenità necessarie per raccontare qualcosa di profondo, perfino di doloroso o distruttivo, ma farlo con una carezza. È come quell’incontro tra l’artista e la capacità di fare pace con sé stesso. Il mio album preferito resta In Utero dei Nirvana. Non mi sento figlio di Nevermind, ma di Bleach. È come se nel passaggio verso il successo planetario qualcosa si fosse trasformato, e credo che nemmeno Kurt Cobain fosse del tutto a suo agio con ciò che è arrivato dopo.
Poi però capita di tornare a casa, versarsi un bicchiere di vino rosso e guardare l’orizzonte con una canzone di Jeff Buckley in sottofondo, pensando: “È troppo presto per morire così”. Forse, però, doveva lasciare proprio quel messaggio. Se fosse ancora vivo, forse non avremmo mai compreso fino in fondo la grandezza di Grace.
Tornando al cinema, nella tua ultima esperienza, nel film “Elena del ghetto”, uscito nelle sale il 29 gennaio scorso, accanto all’attrice Micaela Ramazzotti, interpreti il ruolo di Samuele, quale preparazione attoriale hai dovuto affrontare?
È stato innanzitutto un lavoro bellissimo con Stefano Casertano, il regista, che mi ha voluto fortemente, e io ho voluto lui allo stesso modo. È una storia che non cade nei cliché del racconto della Seconda Guerra Mondiale, già visto e rivisto tante volte, ma parla di una persona che cerca pace e incontra Samuele, che rappresenta un po’ la parte romantica all’interno di una vicenda fatta di morti e di eventi realmente accaduti nel ghetto ebraico di Roma, durante la guerra.
Ho lavorato sulla semplicità del racconto: in un momento storico così drammatico e struggente, l’obiettivo era restituire il desiderio ostinato di vivere giorno dopo giorno, senza sapere cosa sarebbe successo. Ho pensato anche a eventi più recenti, come l’11 settembre o il Covid: qualcosa dentro di noi è cambiato, è inutile negarlo. Da lì, secondo me, sono nate due nuove attitudini: c’è chi si è lasciato andare, come se avesse perso una parte di sé nel 2020, e chi invece ha cercato di restare saldo.
Io ho lavorato molto su quella che era stata la mia esperienza personale di quel periodo. Ho cercato di preservarmi, di non lasciarmi travolgere, perfino evitando di accendere la televisione. Volevo proteggere la mia vita, non quella che mi veniva raccontata da altri. In fondo non stavo facendo la guerra a nessuno: volevo solo restare me stesso. E quando oggi mi guardo indietro, mi dico: “Marcello, ci sei riuscito. Sei rimasto quello che eri”.
Nel film ho portato anche questo: non mi interessava interpretare un classico film di guerra. Non stavamo facendo Il pianista, né volevamo schierarci o giudicare; dovevamo raccontare ciò che è realmente accaduto. Samuele ed Elena non sapevano di essere condannati a morte. Erano privi di quella consapevolezza, ma avevano una forza straordinaria, fatta di amicizia e umanità. Samuele riesce a salvare i figli di Elena; lei, sapendoli al sicuro, sceglie di andare incontro al proprio destino insieme alla cognata, al fratello e ai nipoti. Questo è accaduto davvero. Secondo testimonianze riportate in seguito, fino all’ultimo momento Elena sottraeva sigarette ai soldati tedeschi per darle ai suoi compagni: un gesto piccolo, ma profondamente umano.
Ecco, l’umanità è il punto. Quella che spesso sembra mancare. Forse è anche per questo che parlo poco: chi studia, chi si interroga davvero, finisce poi a una festa a restare in silenzio, perché vede troppe cose brutte. Io preferisco mettere tutto nella mia arte, tenere accanto gli amici di sempre, viaggiare con loro ed essere felice così. Tornare alle origini, per non dimenticare mai cosa vogliamo costruire per il futuro.
Il film racconta una pagina dolorosa del periodo Nazi-Fascista in Italia, quali sono i concetti umani che tale film vuole esprimere? Anche se praticamente mi hai già risposto ora…
Sì, in effetti ho parlato anche di questo nella precedente risposta.
Gli attori attraverso le storie che interpretano, hanno il dovere morale di trasmettere tematiche sociali atte a far riflettere gli spettatori?
Hanno una responsabilità “fottuta”, per usare la stessa risposta che ho dato anche a Manuel: una responsabilità fottuta. Perché tutto ciò che un bambino, un ragazzo, un adulto o un anziano vedrà di te resterà. È un po’ come il “comma 22”: quello che lasci passa alla generazione successiva. E quindi sì, abbiamo la responsabilità di far riflettere, di provocare, di non limitarci a raccontare ciò che la gente vuole sentirsi dire. Dovremmo offrire concetti, non preconcetti. Dare strumenti a chi guarda per pensare e portare il pubblico a dire: “Non ci avevo mai riflettuto”, oppure “È successo davvero? Allora posso guardarla anche da un altro punto di vista”. Questo è il senso. Ma la responsabilità va studiata, e bisogna avere il coraggio di prendersela. È anche per questo che scelgo con attenzione e cerco di evitare cose che non sento mie. Le scelte che fai restano.
Penso a quando avevo quattordici anni: certo, c’erano le bravate, come per tutti, ma oggi vedo ragazzi che a quell’età fanno già di tutto e di più. E allora mi dico che non voglio arrivare a quarant’anni facendo passi indietro, ma dobbiamo, anzi, fare passi avanti. Il talento sta anche nelle scelte che compi: perché saranno proprio quelle scelte a permetterti di vivere con maggiore serenità la responsabilità che ti sei assunto.
Infatti, ho sempre pensato che l’attore abbia una responsabilità notevole. E quando scegli un certo tipo di percorso, magari impegnato o autoriale, decidere poi di fare un film più leggero può diventare rischioso. Perché ogni scelta contribuisce a costruire un’immagine e una credibilità: il pubblico ti identifica con ciò che racconti e con i valori che trasmetti.
Decidere sempre di fare progetti interessanti” per me, significa avere e seguire se è possibile una linea più coerente possibile alle mie abilità d’attore e conoscenze che negli anni continuo a maturare esperienza dopo esperienza. Mi piace mettermi in gioco sempre, perciò in tutto ciò cerco anche sfide lontane dalla mia natura. Il nostro lavoro è anche questo. E sono felice che sia così.
Nella storia dell’umanità, a tuo parere, è importante conoscere il nostro passato per capire il presente che viviamo?
Sì, conoscere il nostro passato è fondamentale. Serve anche per non soccombere alle ingiustizie e alle falsità che ancora oggi vengono raccontate come, ad esempio, chi cerca di mettere sullo stesso piano la Shoah con il conflitto a Gaza: senza conoscere la storia, non puoi fare paragoni del genere.
Hai in previsione nuovi progetti per il pubblico che ti segue?
Certo. Sto lavorando a una nuova serie su Netflix, Il capo perfetto, insieme a Luca Zingaretti e Alessia Giuliani.
Ti ringrazio tantissimo di questa bellissima intervista.
Grazie tante, buona serata e buon lavoro!









