Intervista all’attore e autore Paolo Mazzarelli


a cura di Francesca Bruni

23 Mar 2026 - Approfondimenti cinema, Approfondimenti teatro, Interviste

Francesca Bruni ha raggiunto al telefono l’attore Paolo Mazzarelli, personalità affascinante e raffinata, di grande sensibilità e spessore culturale. Ha raccontato per Musiculturaonline la sua multiforme carriera tra teatro la sua più grande passione ed il cinema. Ha lavorato con registi importanti tra cui Paolo Sorrentino, Michele Placido, mantenendo sempre una grande umiltà e nobiltà d’animo.

Paolo Mazzarelli (ph Mariapia Ballarino)

Attore, autore e interprete dalla sensibilità poliedrica, Paolo Mazzarelli si è affermato negli anni come una delle voci più interessanti della scena teatrale e audiovisiva contemporanea. Il suo percorso artistico si muove con naturalezza tra palcoscenico, cinema e televisione, dando forma a uno stile personale caratterizzato da profondità emotiva e rigore espressivo.

Diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Mazzarelli ha costruito una solida carriera teatrale, ambito in cui continua a sviluppare una ricerca attenta ai linguaggi contemporanei e alla complessità dell’individuo. Accanto al teatro, ha preso parte a importanti produzioni cinematografiche, lavorando con registi del calibro di Michele Placido, Paolo Sorrentino, Renato De Maria.

Parallelamente al lavoro di attore, porta avanti anche un percorso di scrittura, attraverso cui esplora temi legati all’identità, alle relazioni e alle contraddizioni del presente. Nei suoi testi e nelle sue interpretazioni emerge una costante tensione tra dimensione intima e sguardo collettivo, in un dialogo continuo con la realtà contemporanea.

In questa intervista, Paolo Mazzarelli ripercorre alcune tappe fondamentali del suo percorso, offrendo uno sguardo lucido sul mestiere dell’attore e sul valore della scrittura come strumento di indagine e trasformazione. Ne nasce un confronto ricco e articolato, che attraversa esperienze, visioni e prospettive future di un lavoro in continua evoluzione.

INTERVISTA

Mi racconti delle prime esperienze nel mondo della recitazione?

Non avevo molto chiaro di voler fare questo nella vita. A 18 anni mi sono iscritto a filosofia e, come capita a molti studenti di quella facoltà, non sapevo bene cosa fare del mio futuro. Poi, per una serie di incontri abbastanza casuali, mi sono ritrovato a Milano e ho scoperto l’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Mi è sembrata subito un luogo molto bello, esteticamente affascinante e con una bella energia. C’era qualcosa anche nelle persone, erano “belle facce”, nel senso che chi fa teatro ha qualcosa di speciale. Così, prima di entrare alla Paolo Grassi, mi sono iscritto a una scuola privata di teatro a Milano, dove ho fatto un anno. L’anno successivo ho provato a entrare all’Accademia e mi hanno preso subito. La scuola durava quattro anni e lì mi sono formato soprattutto grazie agli incontri con i miei compagni di corso. Per me, quella è stata la cosa più bella della scuola. Con loro ho avuto le mie prime esperienze di recitazione: abbiamo formato una compagnia dentro l’Accademia e, con quella, siamo saliti sul palco per le prime volte con spettacoli nostri. Quello è stato l’inizio di tutto. Poco dopo ho avuto la fortuna di lavorare con un regista come Nekrosius, con cui ho fatto Il Gabbiano: un’esperienza decisiva, perché avevo 26 anni e ho girato tutta l’Italia con uno spettacolo importante. Allo stesso tempo, però, è stato fondamentale anche il lavoro indipendente: mettere in piedi spettacoli miei. Il mio primo lavoro è stato un monologo su Pasolini, che mi ha permesso di incontrare Laura Betti e altre personalità del mondo artistico.

E così ho continuato il mio cammino nel teatro: alternando lavori come attore, spesso con grandi registi, a spettacoli scritti e messi in scena da me. Il cinema è arrivato solo dopo.

Uno dei tuoi grandi amori è la drammaturgia; mi spieghi quali sono le caratteristiche per scrivere un testo teatrale convincente?

Se lo sapessi probabilmente ne scriverei uno al mese! Invece credo di averne scritti cinque o sei veramente convincenti, nella mia vita. Tendenzialmente, credo che bisogna riuscire intanto a toccare un argomento che sia vivo. La storia del teatro è talmente piena di testi meravigliosi che, se si decide di scriverne uno nuovo, è perché c’è bisogno di affrontare un tema attuale.

Io ho scritto buona parte delle cose insieme a Lino Musella, con cui ho fatto compagnia per dieci anni. Per esempio, uno dei nostri spettacoli trattava il tema del rimbambimento davanti alla televisione, o comunque del potere televisivo sulla società. Questo argomento evidentemente non poteva essere stato toccato né da Shakespeare, né da Eschilo, né probabilmente da Tennessee Williams, perché riguarda l’Italia degli anni ’80 e ’90. Un altro spettacolo lo abbiamo scritto sulla finanza. Quindi, intanto, la prima cosa è scrivere di qualcosa che riguarda il nostro presente, presente che, tra l’altro, cambia a una velocità pazzesca. Poi credo che un testo teatrale funzioni quando provoca un conflitto, un conflitto tra idee che stimola nella mente e nell’animo dello spettatore: farsi delle domande, mettere in discussione il proprio punto di vista, provare commozione, un movimento di emozioni o di pensieri. Un testo è buono quando suscita una reazione in chi lo legge o in chi lo guarda.

Infine, da attore, posso dire che un testo funziona quando è piacevole da recitare. Se un testo è bello, l’attore si diverte; se è brutto, si annoia o non riesce a trovare una chiave. La mia percezione personale è che molta della drammaturgia contemporanea – almeno in Italia – si fermi al piano intellettuale, sia priva di carne e sangue. Invece, la scrittura teatrale è una scrittura per l’attore, viva, che va agita. Non deve essere bella da leggere, ma bella da recitare e poi da guardare per un pubblico.

Dallo spettacolo “Orazio” (ph Manuela Giusto)

Quanto è importante avere la consapevolezza del proprio “Io” per riuscire a comunicare con il pubblico?

Beh, può essere un’arma a doppio taglio. Un teatrante prende talmente tante bastonate dalla vita che deve avere una concezione del proprio io abbastanza forte da resistere a tutto quello che la vita, inevitabilmente, gli riserva. Se si leggono i diari dei grandi del teatro, da Edoardo De Filippo a Molière, emerge chiaramente la percezione che la vita li bastonasse continuamente. Figuriamoci una piccola nullità come posso essere io. Da un lato, quindi, ci vuole una percezione dell’io forte, senza falsa modestia: sapere di valere, essere convinti di valere e avere la capacità di resistere ai colpi del destino o, più in generale, della vita.

Dall’altro lato, però, bisogna imparare a liberarsi progressivamente dalla malattia del proprio ego, dal pensiero di essere importanti o bravi, perché non c’è nulla di più dannoso per un teatrante che pensare di essere bravo. Sono due direzioni contradditorie: sapere di valere e, allo stesso tempo, dimenticare di sapere di valere. L’equilibrio tra queste due forze è la strada da trovare. Non è semplice. Infatti, metà dei teatranti o finiscono al manicomio (ride, ndr), o diventano alcolizzati, oppure incontrano diversi problemi relazionali. La vita nel teatro non è per niente semplice.

Oltre che nel teatro, hai avuto esperienze anche nel cinema; ti ricordiamo nel film “Vallanzasca, gli angeli del male” con la regia di Michele Placido nel 2010; in “L’assalto” del regista Ricky Tognazzi nel 2014; quanto è cambiato Paolo da quelle esperienze fino ad oggi?

Tanto, perché queste due esperienze risalgono a 10-15 anni fa. Poi ne ho avute molte altre, fortunatamente, sia al cinema che in televisione. Tuttavia, quelle rimangono le mie prime esperienze cinematografiche importanti, in particolare quella con Placido. Quando sei giovane, credi ancora che fare un film importante cambierà la tua carriera. Poi capisci che non è così: devi farne dieci, quindici, venti, venticinque… la carriera di un attore ogni due anni ricomincia da zero. Il pubblico medio ricorda ciò che hai fatto negli ultimi 12-24 mesi. Solo chi è preparato, come te che sei una giornalista, sa guardare oltre. Se non hai fatto qualcosa di importante nell’ultimo anno, è come se non esistessi. All’inizio avevo questa ingenuità e pensavo “adesso faccio un film con Placido, sai cosa succederà?”. Sì, il film è bello, ma poi in realtà non succede niente: l’anno dopo sei di nuovo punto e a capo. È difficile. Adesso sono più preparato. Accetto quello che viene, consapevole che il mio primo amore resta il teatro. Mi considero un attore teatrale che ogni tanto ha la fortuna di fare cinema, e mi piace da morire farlo.

P. Mazzarelli con Celeste Dalla Porta in “Parthenope” (foto Greg Williams -©Hollywood Authentic)

Come hai conosciuto il regista Paolo Sorrentino?

Ho conosciuto Sorrentino per La grande bellezza. Avevo un piccolissimo ruolo, proprio all’inizio del film, ma nonostante fosse breve è un ruolo che è stato ricordato. Mi ha messo in bocca una battuta fulminante che molti hanno ricordato: interpretavo un attore di fiction che lui voleva fosse, diciamo, “stupidissimo”. Mi fece dire: “Proust è il mio scrittore preferito…anche Ammaniti”. È una di quelle piccole perle geniali di Sorrentino che restano impresse. L’ho conosciuto quindi in quella occasione. Mi aveva chiamato per un provino, ricordo che mi accolse col suo sigaro, era già Paolo Sorrentino. Personalmente provo per lui una grande simpatia: mi sta simpatico come essere umano e mi fa ridere. Per La grande bellezza sono stato due giorni su quella terrazza dove girava la prima scena, ed è stato come stare su una grande giostra. C’erano tutti i protagonisti del film, un dispiego di mezzi che non avevo mai visto: luci, mezzi meccanici, un’infinità di comparse… un vero primo bagno nel grande cinema. Poi recentemente l’ho conosciuto meglio con Parthenope, perché il ruolo era più consistente e lui ci teneva molto. Abbiamo lavorato insieme a Capri per una settimana, girando quelle scene. Anche questa volta il riscontro è stato molto buono: il personaggio è stato apprezzato dal pubblico, ed è stato un onore interpretarlo. Stare una settimana a Capri con Gary Oldman vicino, girare insieme a Sorrentino, è stato entusiasmante, ma ciò che rende l’esperienza davvero speciale è avere un personaggio scritto bene. Quando i personaggi sono ben scritti, interpretarli è un vero piacere.

Hai collaborato con il Maestro nelle pellicole “La grande bellezza” nel 2013 e più recentemente in “Parthenope” nel 2024, nei panni di personaggi affascinante e snob; secondo te, la bellezza è una carta in più per la carriera di un attore?

Allora: quando ho fatto il provino per quel piccolo ruolo ne La grande bellezza, il personaggio si chiamava “attore fiction”: un attore di fiction senza un nome specifico. Dopo il provino, Paolo mi disse che era perfetto, ma voleva che lo interpretassi come un attore completamente stupido. La caratteristica principale del personaggio, quindi, non doveva essere tanto l’essere affascinante e snob, quanto essere uno che si crede affascinante e snob, ma in realtà è stupido.

Il personaggio in Parthenope, invece, era veramente affascinante e snob, e non doveva essere per niente stupido. Anzi, doveva essere quasi l’unico nel film capace di mettere in dubbio l’intelligenza della protagonista, come quando alla fine della scena le dice: “Lei non è intelligente”. Alcuni hanno visto in lui una somiglianza con Gianni Agnelli; aldilà che fosse o non fosse ispirato a quella figura doveva incarnare uno di quei super ricchi e potenti che sicuramente stupidi non sono.

Per quanto riguarda la bellezza, è stata una caratteristica che mi ha riguardato qualche tempo fa. Ora ho 51 anni e cerco di difendermi, ma non è più come una volta (ride, ndr). Come tutte le cose, è un’arma che va saputa usare. All’inizio, alcune proposte di lavoro mi sono arrivate proprio perché ero gradevole all’aspetto, soprattutto in televisione. Chissà, forse se le avessi rifiutate avrei fatto scelte migliori. Mi è stata data la possibilità di fare scelte comode grazie all’aspetto fisico, ma le scelte comode non sempre portano lontano. Dipende da come usi gli strumenti che la natura ti dà. Sicuramente, essere bello è uno strumento in più… ma va saputo usare.

Dallo spettacolo “Soffiavento” (ph Simone Galli)

Insegni recitazione teatrale; che tipo di impatto hanno i giovani di oggi nei confronti di essa?

Posso condividere solo la mia sensazione, perché non insegno in una scuola di teatro e non ho un confronto continuo con chi ha 20 anni. Da quello che osservo e dalle occasioni di contatto che ho con i ragazzi, mi sembra che ci sia una generazione divisa, per così dire, in due: una parte di ragazzi è assolutamente stupenda, mentre un’altra parte è assolutamente problematica. Alcuni sono completamente chiusi in sé stessi, sempre chini sul cellulare, sembrano disumanizzati, a volte violenti, incapaci di comunicare. Altri, invece, mi sembrano meravigliosi: aperti, svegli, consapevoli molto più di quanto lo fossi io alla loro età. Hanno già fatto mille esperienze, girano il mondo, parlano lingue diverse.

Credo che questa divisione sia emersa forse nel periodo del Covid: alcuni si sono aperti, altri si sono chiusi.

Per la nostra generazione era tutto più semplice: eravamo meno minacciati dalla realtà. I social, invece, sono una rivoluzione totale nella vita dei ventenni e ci vuole maturità e intelligenza per gestirli. Se non sai usare i social nel modo giusto, rischi di esserne sopraffatto. Vedo ragazzi completamente schiavi del loro cellulare, mentre altri, per fortuna, lo usano come uno strumento utile, quale in effetti può essere. Il cellulare non va demonizzato: dipende sempre da come lo si utilizza. Noi avevamo al massimo la televisione che ci rincoglioniva, ma era tutto più semplice.

Vi sono degli attori con cui hai lavorato nel cinema e che vorresti facessero parte di un tuo spettacolo teatrale?

C’è sicuramente un attore con cui ho lavorato a teatro che mi piacerebbe incontrare anche al cinema: Lino Musella. Abbiamo fatto insieme venti spettacoli, ma non siamo mai riusciti a collaborare in un film. Lo dicevamo proprio in questi giorni: sarebbe bello prima o poi fare un film insieme. Funzioniamo così bene a teatro che non vedo perché non dovremmo funzionare anche al cinema, quindi spero ci sarà questa occasione.

Per quanto riguarda attori di cinema… Ce n’è uno con cui non ho lavorato, ma lo conosco personalmente e mi piace molto: Michele Riondino. Lui è un attore di cinema molto bravo, e mi piacerebbe incontrarlo a teatro. Sarebbe bellissimo fare qualcosa insieme perché lo stimo molto come persona e come artista.

Un’altra attrice è Isabella Aragonese. Non ci ho mai lavorato, anche se mi è stato proposto di farlo, ma mi piacerebbe collaborare con lei a teatro perché è una bravissima attrice ed una stupenda persona.

Esistono dei modelli di ispirazione per i tuoi progetti teatrali?

Intanto, la storia: la storia come processo, il processo storico delle cose. Cerco sempre di partire da qualcosa che è realmente successo. L’ultima cosa che ho scritto, ad esempio, è un lavoro sulla storia della famiglia Agnelli, un tema che mi ha sempre affascinato, e sto cercando di mettere in piedi un progetto su questo.

Mi faccio affascinare dagli eventi storici e da lì parto. A volte, invece, traggo ispirazione da testi letterari. L’anno prossimo, ad esempio, sarò in tournée con uno spettacolo tratto da Lettere a un giovane poeta di Rilke: un’opera letteraria che ho trasposto in teatro e che debutterà questa estate, per poi girare nel corso dell’anno.

Mi piace partire da testi, soprattutto letterari, e provare a portarli in teatro, trasformandoli in esperienze sceniche nuove e vive.

Quali sono le giuste qualità per essere amati dal pubblico?

Credo che servano talento, carisma e un’innata simpatia. Sicuramente la terza caratteristica io non ce l’ho. Sulle prime due ci lavoro.

Dallo spettacolo “Pinter Party”, regia di Lino Musella (ph Ivan Nocera)

Hai interpretato svariati ruoli dalla forte personalità; ti senti così anche nella vita?

No, mi sento quanto di più diverso dai ruoli che interpreto. Penso di essere una persona estremamente mite, amante dei buoni sentimenti; chi mi conosce sa che sono del tutto inoffensivo e rispettoso.

Tuttavia, il taglio degli occhi, la mia figura — sono alto un metro e novanta — fanno sì che certi tipi di ruoli mi vengano più facilmente. A teatro, ad esempio, è difficile che mi propongano di fare Amleto; è più probabile che mi propongano di interpretare Claudio.

Sono adatto a quei personaggi che nel teatro inglese chiamano “villain”. Però chissà, magari col passare degli anni …

Hai nuovi interessanti progetti per l’estate prossima?

Sì. Tra un mese circa partirò per Siracusa, dove lavorerò al Teatro Greco per il terzo anno consecutivo. Negli ultimi anni questa esperienza ha contraddistinto molto il mio percorso, e ne sono molto felice: lavorare al Teatro Greco di Siracusa per un attore teatrale è speciale.

Quest’anno, in particolare, metteremo in scena Antigone, uno dei testi più belli della storia del teatro. Io interpreterò Creonte, a proposito dei “cattivi”, sotto la regia di Robert Carsen, uno dei più grandi registi al mondo. Questo sarà il primo impegno.

Poi ci sarà il debutto del mio spettacolo Lettere a un giovane poeta, e successivamente vedremo quali altre opportunità si presenteranno.

Un’ultima domanda: quali sono i tuoi registi preferiti?

Tra i registi stranieri amo molto Jacques Audiard, in particolare per il suo film Il profeta, un film stupendo. Recentemente ho visto Hamnet di Chloé Zhao, un film che mi ha veramente colpito nel profondo, quindi la inserisco tra le mie preferenze. Infine, posso citare Alfonso Cuarón per Roma.

Tra gli italiani, sarebbe facile citare Garrone o Sorrentino, che sono ovviamente i più noti, ma ce ne sono molti altri bravi. Per fare un nome fuori dal coro, tra qualche giorno girerò un piccolo ruolo in un film di Ciro Visco, che magari non è così conosciuto, ma è il regista con cui ho lavorato in Gangs of Milan, la serie Sky. Trovo che sia un regista che gira in modo straordinario. Quindi, se devo fare un nome tra quelli non super noti, scelgo il suo, perché lo considero davvero bravo.

Le domande sono terminate. Ti ringrazio molto, è stato veramente interessantissimo.

Grazie a te. Ciao!

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