Intervista all’attore Dario Aita


a cura di Francesca Bruni

28 Feb 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

Francesca Bruni ha raggiunto al telefono il talentuoso e raffinato attore Dario Aita, protagonista del recente film “FRANCO BATTIATO. IL LUNGO VIAGGIO” di Renato De Maria, in programma domani 1° marzo su RAI 1 e RaiPlay.

(Le foto di scena del film “FRANCO BATTIATO. IL LUNGO VIAGGIO” sono di Azzurra Primavera)

Volto magnetico e sensibilità interpretativa raffinata, Dario Aita si è affermato negli ultimi anni come uno degli attori più interessanti del panorama italiano contemporaneo. Con un percorso che attraversa teatro, cinema e televisione, ha saputo costruire una carriera solida e coerente, fatta di ruoli intensi e scelte artistiche mai banali.

Il grande pubblico lo ha conosciuto e apprezzato in serie di successo come “Questo nostro amore” (2012), dove ha mostrato una notevole capacità di muoversi in un racconto corale, e in produzioni come “La mafia uccide solo d’estate”, tratta dall’universo narrativo di La mafia uccide solo d’estate (2013), in cui ha dato vita a personaggi sfaccettati, sospesi tra ironia e dramma. Al cinema e in televisione ha dimostrato versatilità, passando con naturalezza da storie intime a narrazioni più complesse e impegnate.

Recentemente ha interpretato Sandrino in “Parthenope” (2024),diretto da Paolo Sorrentino.E proprio nel 2026 è approdato al biopic musicale con “Franco Battiato. Il lungo viaggio” (regia di Renato De Maria), dove interpreta il celebre cantautore siciliano, un’occasione per mostrare ulteriore profondità e versatilità nel ruolo di un personaggio reale.

In questa intervista Dario Aita ci accompagna dietro le quinte del suo mestiere: dagli inizi in Sicilia alla formazione attoriale, dal processo di scelta dei ruoli alle collaborazioni con registi di calibro internazionale.

Ne emerge il ritratto di un artista curioso e rigoroso, profondamente legato al valore dello studio e alla responsabilità culturale del proprio lavoro. Un dialogo autentico che ci permette di scoprire non solo il professionista, ma anche l’uomo: le sue passioni, i dubbi, le ambizioni e lo sguardo sul futuro.

Un incontro che è insieme racconto di carriera e riflessione sul senso del fare arte oggi.

INTERVISTA

Ricordi un momento particolare della tua vita, quando hai capito che la recitazione era la strada giusta da percorrere?

In realtà è come se quella sensazione non fosse mai arrivata in modo netto. Ho sempre cercato di vivere tutto nel presente. Non saprei individuare un momento preciso in cui mi sono detto: “Ok, questa sarà la mia vita e non voglio fare altro”. So che a un certo punto è successo, ma è stato qualcosa di graduale, quasi diluito nel tempo.

Anche quando ho iniziato a lavorare, per molto tempo ho pensato che avrei dovuto avere un piano B. E in fondo ce l’ho ancora. Ho sempre l’idea di differenziare, di fare investimenti, magari aprire un locale, avviare un progetto parallelo. Quel piano B è rimasto dentro di me, perché questo è un mestiere che porta con sé, ontologicamente, una certa precarietà. È un lavoro discontinuo, fatto di alti e bassi: ci sono periodi in cui si lavora molto e altri in cui si lavora meno.

Dire che la recitazione sarà il lavoro della mia vita, che sarà ciò di cui vivrò per sempre, non dipende soltanto da me. Per questo sono sempre stato con i piedi per terra. Però, lentamente, mi sono reso conto che è qualcosa che amo fare, e che sembra piacere anche agli altri. Così inizio a pensare che non vorrei fare altro, e mi impegno sempre di più perché questo continui ad accadere. Ma non do mai nulla per scontato: nella vita può succedere di tutto.

Hai esordito sul grande schermo con il film “La prima linea”, nel 2019, del regista Renato De Maria; mi racconti della tua esperienza sul set?

È stata un’esperienza incredibile, sotto molti punti di vista. Considera che non ero mai stato davanti a una macchina da presa, era la prima volta in assoluto! Mi sono ritrovato dentro un film importante, con un cast di primo piano, una coproduzione tra Lucky Red e i fratelli Dardenne, quindi realtà produttive di grande rilievo, e con un tema molto forte. Eravamo un gruppo di attori giovani, ma tutti bravissimi. E poi mi sono trovato a lavorare con Riccardo Scamarcio, e per me è stato uno scarto enorme: fino a un paio d’anni prima in casa mia c’erano i suoi poster, appesi nella stanza di mia sorella, mentre poi, all’improvviso, mi sono ritrovato a lavorarci fianco a fianco, ad andare a cena insieme. È stato come chiedermi: “Che cosa ci faccio qui?”. Un salto improvviso tra il mio passato più prossimo e un presente che mi sembrava quasi irreale.

Non sapevo nulla di cinema: ignoravo completamente come si facesse un film, cosa volesse dire recitare davanti a una macchina da presa, cosa significasse “stare in campo”. Ero un ragazzo con molto istinto – un istinto che Renato De Maria e il casting director Francesco Vedovati avevano intuito – ma mi mancava il lessico di base, la consapevolezza tecnica. Renato mi ha insegnato tutto, a partire proprio dal significato concreto di “stare in campo”, fino al suo senso metaforico: mi ha insegnato cosa significhi stare in campo in questo mestiere, scendere in campo e prendersi il proprio spazio. Questo è stato il suo insegnamento più grande.

Oltre a lavorare nel cinema, hai avuto diverse esperienze anche a teatro ed in televisione; quale di queste arti ti rappresenta di più?

Non credo ce ne sia una che mi rappresenti più delle altre. Ognuna mi ha dato qualcosa di diverso, mi ha fatto crescere e mi ha insegnato aspetti specifici del mestiere.

L’incontro con il pubblico dal vivo, per esempio, è un’esperienza che forma moltissimo. La televisione — soprattutto le serie — è un’altra cosa ancora. È come correre una maratona: può durare anche sei mesi, e per tutto quel tempo devi tenere duro. I percorsi dei personaggi sono lunghi, articolati, si sviluppano nel tempo. E, anzi, pur essendo una maratona, spesso i ritmi sono quelli di un centometrista. Il cinema, invece, ha tempi e dinamiche proprie. Ti confronti molto spesso con la visione di un autore, con qualcuno che è pienamente responsabile di quel racconto. È un mondo a parte, come nel caso di Paolo Sorrentino o di Renato De Maria.

Credo che ogni esperienza fornisca materiale prezioso per crescere, sia professionalmente sia artisticamente.

Come viene vissuto, secondo te, il cinema dai giovani di oggi?

Sono sempre un po’ restio a fare discorsi generazionali, anche se questa è comunque una domanda interessante, che offre spunti di riflessione. Credo infatti che i discorsi di questo tipo spesso lasciano il tempo che trovano: i giovani sono tanti e diversissimi tra loro. Conosco ragazzi che vanno spesso al cinema e altri che non ci vanno affatto. Io stesso, pur amando molto il cinema, fino ai vent’anni ci sarò andato forse dieci volte. Non avevo, infatti, una vera cultura cinematografica, un po’ perché in famiglia non c’era questa abitudine, ma anche perché non c’era questa grande disponibilità economica. Un biglietto non costa molto, è vero, ma non sempre è una priorità. Da adolescenti, tra una pizza con gli amici e il cinema, spesso si sceglie la pizza.

Guardavo comunque molti film in televisione o in videocassetta con mio fratello. Per questo eviterei generalizzazioni sui giovani che “non vanno al cinema”. Io ero uno di quelli che ci andava poco, eppure lo amavo moltissimo.

Oggi mi sembra che i ragazzi sotto i vent’anni in sala siano pochi. Forse manca una vera cultura del cinema tra i più giovani, e talvolta anche le proposte rivolte a loro non aiutano: portarli a vedere qualcosa che non li intercetta davvero può allontanarli invece che avvicinarli. È un discorso complesso.

Allo stesso tempo, il cinema è un’arte giovanissima: ha poco più di un secolo di vita. E oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, dei social, degli schermi che ci circondano ovunque, il racconto audiovisivo sta assumendo forme sempre nuove. Credo che sia necessario adattarsi a queste trasformazioni, trovare linguaggi capaci di dialogare con le nuove modalità di fruizione, per riuscire davvero ad avvicinare i giovani.

“Parthenope”

La grande svolta avviene quando il regista Paolo Sorrentino ti vuole nel suo film “Parthenope”, nel 2024; come sei stato contattato dal maestro per interpretare il ruolo di Sandrino?

Ho fatto un primo provino senza di lui, con il casting director Annamaria Sambucco e Massimo Appolloni. Mi hanno dato una scena sul momento: non te la mandavano prima, te la consegnavano lì per lì, con pochi minuti per leggerla e prepararla. Poi dovevi farla. Ricordo che quella scena era talmente evocativa, con temi che mi toccavano così profondamente, che l’incontro tra me e quella scrittura ha generato subito qualcosa. C’è stato un accadimento, una connessione immediata. Nonostante questo, sono uscito dal provino senza alcuna speranza di essere scelto. Anzi, l’ho praticamente rimosso: mi sono detto “figurati…”.

Poi ho incontrato Paolo Sorrentino altre due volte. Abbiamo parlato, lui ha rivisto il mio provino, ci siamo confrontati. Successivamente ci siamo incontrati insieme a Daniele Rienzo e Celeste Dalla Porta: ci ha fotografati, ci ha osservati insieme, ci ha fatto alcune domande. A un certo punto ci ha detto: “Io vi avrei preso”. Usò proprio il condizionale. Per un attimo ho pensato: cosa vorrà dire con quel “vi avrei”? Poi invece era vero.

Dario Aita con Paolo Sorrentino

Com’è Paolo Sorrentino sul set? È molto severo o lascia agli attori una certa libertà?

È esattamente come appare nelle interviste o negli incontri pubblici: una persona capace di grande ironia, ma anche molto riservata, a tratti sfuggente. Sa stare sulle sue, pur avendo un forte senso dell’umorismo.

Sul set dà poche indicazioni, ma molto precise. Ci sono momenti in cui è più soddisfatto e altri in cui lo è meno, come accade a tutti i registi. E quando non è del tutto convinto, il lavoro si fa inevitabilmente più intenso.

Sandrino è un ragazzo semplice che vive un amore non corrisposto; esiste qualcosa di te nella personalità del protagonista?

È una domanda difficile. Si parla spesso dei punti di contatto tra me e i personaggi che interpreto, ma poi finisco quasi per dimenticarli. Con Sandrino, a un certo punto, era tutto un punto di contatto: avevo sposato il personaggio in toto. Io, poi, sono una persona molto fluida: i miei temi cambiano nel tempo. Quando ho interpretato Sandrino avevo alcune urgenze interiori che oggi sono diverse. Sicuramente, però, c’era un nodo tematico che mi legava profondamente a lui: lo scorrere del tempo. Il film, tra le altre cose, racconta la crescita, il momento in cui si è chiamati ad abbandonare l’adolescenza, la giovinezza e quell’idea di bellezza e vitalità che le è connessa. Per me è stato un tema molto vivo. Oggi ho quasi quarant’anni, ho una figlia, e il pensiero della giovinezza lasciata alle spalle – con tutto ciò che comporta in termini di possibilità, speranze, futuro – è stato centrale negli ultimi anni. Dopo la nascita di mia figlia, in qualche modo, questo nodo si è ridimensionato. Non direi risolto – sarebbe presuntuoso – ma certamente più razionalizzato nel mio quotidiano.

Ecco, quello è stato un punto di contatto molto forte tra me e Sandrino.

Domenica 1° marzo andrà in onda su Rai Uno, il film “Franco Battiato, il lungo viaggio”, dove ti cali nei panni del grande cantautore Franco Battiato, con la regia di Renato De Maria; hai sentito di avere una grande responsabilità nell’interpretare un’icona della musica italiana?

È una cosa che mi capita di dire spesso: la responsabilità viene percepita quasi sempre come un sentimento negativo, come un peso che grava sulle spalle. Per me, invece, è qualcosa di diverso. La responsabilità è ciò che ci permette, quasi ci impone, di restituire qualcosa a noi stessi e agli altri per ciò che abbiamo ricevuto nella vita. Interpretare Franco è stata una responsabilità dolce. In qualche modo mi ha alleggerito: era come se dovessi restituire qualcosa, a me stesso e al pubblico. E spero di esserci riuscito.

In tutti i tuoi ruoli, comunque, dai molto a chi ti guarda: la tua espressività comunica emozioni profonde al pubblico.

Sono molto contento. Grazie.

Conoscevi già in precedenza la storia di Battiato, oppure hai dovuto approfondire gli studi?

Sì, lo conoscevo, ma come lo conoscono la maggior parte delle persone: sapevo dei suoi album più importanti, dei suoi pezzi più famosi. Lo ascoltavo al liceo, e anche da piccolo, in macchina con mio padre. Il grado di consapevolezza con cui ho ascoltato la sua musica e la profondità con cui mi sono interessato alla sua vita nell’ultimo anno, tuttavia, non avevano nulla a che fare con quello che avevo fatto prima. È stata per me un’occasione di studio molto più intenso, su tutti i fronti: umano, spirituale, professionale, artistico.

Quindi sì, lo conoscevo, ma la mia conoscenza era davvero una goccia nell’oceano rispetto a ciò che ho scoperto approfondendo il suo mondo.

Franco Battiato era un artista per il quale la spiritualità rappresentava una vera e propria filosofia di vita. Secondo te, perché, nonostante il suo grande talento, non veniva considerato e compreso come avrebbe meritato?

Non sono d’accordo con questa affermazione. In realtà, lui è stato uno dei pochi, a quei tempi, a vendere più di un milione di copie con La voce del padrone. A un certo punto ha avuto un successo incredibile, che nessun altro cantante italiano aveva raggiunto fino a quel momento.

Quando è morto, secondo me, si sarebbe potuto omaggiarlo di più.

Lui ha iniziato a fare musica negli anni ’70 e ha pubblicato una quantità incredibile di album fino a poco prima di morire. Parliamo di quasi cinquant’anni di musica ininterrotta, con alti e bassi, tra sperimentazioni pop e momenti più commerciali: ha fatto davvero di tutto.

Già aver resistito così a lungo è, per me, un atto assolutamente eroico, soprattutto considerando la sua carica di sperimentazione e la voglia di esplorare sempre nuove forme musicali, che non ha mai abbandonato.

Negli ultimi anni, credo, è tornato a uno stato di origine: i suoi album sono diventati sempre più sperimentali, e in qualche modo si è allontanato dal grande pubblico, anche se i suoi concerti restavano pieni e i suoi pezzi più famosi continuavano a vivere.

Non so se dopo la sua morte si sarebbe potuto fare di più, ma credo che alla fine lui abbia ricevuto ciò che voleva. Credo fosse molto felice di quello che aveva avuto nella vita.

Cosa ti ha lasciato a livello umano ed emotivo l’avere interpretato Franco Battiato?

Ogni personaggio rappresenta un’occasione di crescita, ogni volta che lo interpreti.

Nel caso di Franco, che racconta una storia di crescita spirituale, l’esperienza amplifica inevitabilmente anche la crescita dell’interprete. Mi ha lasciato in eredità domande profonde: Chi sono? Da dove vengo? Che cosa ci faccio qui e dove vado? Domande che sicuramente continueranno ad abitarmi per il resto della vita.

Mi ha anche permesso di fare pace con il mio potenziale. Mi ha dato fiducia in ciò che potevo fare e in quello di cui non ero nemmeno consapevole di essere capace. Questo, per un artista, è un grande regalo: spesso ci limitiamo, ci autocensuriamo, ci mettiamo da soli dei freni.

Hai spesso sostenuto ruoli di grande spessore; se ti proponessero di recitare in una commedia brillante, accetteresti?

Certo, perché no? Se la commedia brillante è scritta bene e fa ridere, perché no?

Hai anche recitato per la televisione in diverse fiction, ti ricordiamo in “La mafia uccide solo d’estate”, “Don Matteo”, per citarne alcune; un attore ha più libertà d’espressione nel cinema, nel teatro o in televisione?

Dipende molto dal regista con cui lavori. Ci sono registi più tirannici, che cercano di imporre completamente la loro visione, usando gli attori quasi come strumenti al servizio del progetto. Questo può accadere nel cinema, nel teatro o in televisione.

Poi ci sono registi con cui si costruisce un percorso condiviso, in cui l’opera diventa un lavoro collettivo. In questi casi l’attore ha una responsabilità creativa maggiore e può dare un contributo più significativo. Personalmente, preferisco senz’altro questa seconda strada.

Ci saranno nuovi progetti artistici prossimamente?

Sì, sto lavorando a una nuova serie che si chiama Memoriae, scritto con ae finale, alla latina.
La regia è di Cosimo Alemà e la sceneggiatura di Isabella Aguilar, per RaiPlay. Prevediamo di terminare le riprese entro la fine di marzo.

Perfetto, allora attenderemo! Ti ringrazio, le domande sono terminate.

Grazie ancora.

“Franco Battiato, il lungo viaggio”
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