Intervista all’attore Andrea Roncato


a cura di Francesca Bruni

14 Lug 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

In occasione del Premio Internazionale Cinearti “La Chioma di Berenice” di Roma, alla sua 27ª edizione, istituito da CNA, con la direzione artistica di Antonio Flamini e la presidenza di Graziella Pera, Francesca Bruni ha raggiunto al telefono l’attore Andrea Roncato, presente in giuria. Con il suo stile diretto e autentico, Andrea Roncato ci ha raccontato il mestiere dell’attore, la vita e le sfide di oggi.

Andrea con la moglie, l’attrice Nicole Moscariello al Premio Cinearti La Chioma di Berenice 2026 (credito foto ERMA PICTURES Lucia Casone e Irene Strazzeri)

Andrea Roncato è uno di quegli interpreti che hanno saputo attraversare il tempo senza mai rinunciare alla propria autenticità. Se il grande pubblico lo identifica con la sua innata verve comica e con alcuni dei film più popolari del cinema italiano, la sua carriera racconta anche un attore capace di misurarsi con ruoli intensi e drammatici, dando prova di una grande versatilità. In questa conversazione ripercorriamo le tappe di un percorso artistico ricco di esperienze, incontri e trasformazioni, soffermandoci sul valore del mestiere dell’attore, sull’evoluzione del cinema e sui progetti che continuano ad animare il presente di un artista dal grande spessore professionale e soprattutto umano.

Andrea Roncato al Premio Cinearti La Chioma di Berenice 2026 (credito foto ERMA PICTURES Lucia Casone e Irene Strazzeri)

INTERVISTA

Guardando indietro alla sua lunga carriera, c’è un momento in cui ha capito che recitare e far sorridere il pubblico sarebbe stata davvero la sua strada?

In realtà, fin da piccolo ho sempre pensato di recitare, più che di far sorridere il pubblico. Sognavo di fare commedie, film. Il fatto di far ridere è arrivato quasi per caso, perché nella vita sono sempre stato una persona a cui piace scherzare e ridere. In fondo non ho fatto altro che essere me stesso.

I primi film e le trasmissioni che abbiamo fatto con Gigi (Gigi Sammarchi, n.d.r.) erano nati proprio perché ci piaceva recitare. Però, quando fai il comico al cinema, in realtà non fai davvero l’attore: interpreti te stesso. Fare l’attore significa vestire ogni volta i panni di personaggi diversi, che magari provano emozioni simili alle tue, amano, si arrabbiano, piangono, ridono, ma sono persone differenti. Invece molti comici, quando fanno cinema, finiscono per interpretare sempre sé stessi. Infatti, a un certo punto, io e Gigi abbiamo anche smesso. Facevamo Gigi e Andrea al mare, Gigi e Andrea in montagna, Gigi e Andrea in tante situazioni diverse, ma io continuavo a fare Andrea e lui continuava a fare Gigi. Se vuoi fare davvero l’attore, prima o poi devi cambiare strada.

Così ho iniziato a fare film anche da solo e ho interpretato ruoli molto diversi, anche drammatici. Ho lavorato con Muccino, Avati, Virzì e lì interpretavo personaggi che non erano Andrea Roncato. Anche oggi continuo a farlo: l’anno scorso ho girato otto film e una serie per la Rai, La ricetta della felicità, le cui riprese riprenderanno ad agosto e andranno avanti fino a dicembre. Anche lì interpreto un personaggio, non me stesso.

Quindi non c’è mai stato un momento preciso in cui ho detto: “Voglio fare l’attore”. Mi è sempre piaciuto il mondo dello spettacolo. So suonare il pianoforte, ho sostenuto gli esami al Conservatorio e sono laureato in Giurisprudenza, perché i miei genitori avevano fatto tanti sacrifici per mandarmi all’università e volevo renderli felici. Ma, nello stesso tempo, ho sempre frequentato corsi di teatro e soprattutto di cinema. Ho fatto dieci anni di gavetta, con l’obiettivo di migliorarmi e diventare, un giorno, un vero attore.

Nel nostro mestiere, purtroppo e per fortuna, non arriva mai il momento in cui puoi dire: “Adesso sono bravissimo, meglio di così non si può fare”. E non parlo di me, ma anche di attori immensi come Robert De Niro o Al Pacino. Sono grandissimi, ma sono convinto che, fino all’ultimo giorno della loro vita, avrebbero potuto continuare a migliorare. Perché il nostro lavoro non ha un limite: recitare dipende anche dalla vita che hai vissuto. Più passano gli anni, più hai amato, sofferto, pianto, ti sei arrabbiato… e tutte queste esperienze diventano strumenti che ti aiutano a recitare.

Lei ha attraversato decenni di cinema e televisione italiana: come è cambiato, secondo lei, il modo di fare comicità oggi rispetto agli anni dei suoi esordi?

Ho girato ormai 65-66 film e circa 250 episodi di fiction. Più che la comicità, credo sia cambiato il mondo. Oggi la gente, forse, si diverte meno e fa più fatica a ridere. Purtroppo, viviamo in un periodo in cui ogni giorno sentiamo parlare di guerre, violenza, soprattutto nei confronti delle donne, bullismo, sessismo e di tante altre cose che non vanno. Le persone tendono a chiudersi in casa. Basta guardare cosa è successo ai luoghi di aggregazione. Molte sale da ballo hanno chiuso; negli anni Ottanta e Novanta erano piene tutte le sere, dal lunedì alla domenica, con migliaia di persone. Oggi, quelle che sono rimaste aperte fanno numeri molto più bassi. Lo stesso vale per i cinema: una volta c’erano grandi sale da 700-800 posti, sempre piene, mentre oggi la situazione è completamente diversa. La gente usciva, si divertiva, rideva.

Oggi è cambiato anche il linguaggio. Ci sono espressioni che giustamente non si usano più e una maggiore attenzione alle parole. Però, secondo me, il cambiamento più importante dovrebbe riguardare la mentalità. Se smetti di usare una parola ma continui a pensare nello stesso modo, non cambia nulla. Bisogna imparare a rispettare gli altri: le donne, chi ha un orientamento sessuale diverso dal tuo, chi ha un colore della pelle diverso, chi la pensa diversamente. Bisogna rispettare anche la natura, gli animali, tutto ciò che ci circonda.

Credo che oggi manchi soprattutto una parola: rispetto. È questa la cosa che mi preoccupa di più e che rende difficile guardare al futuro con ottimismo.

Lo vedo anche nella politica. Negli anni Ottanta gli avversari politici si confrontavano e si rispettavano. Dal confronto potevano nascere idee utili, sia per chi governava sia per chi era all’opposizione. Oggi, invece, sembra che non ci siano più avversari, ma nemici. E sono due cose molto diverse.

Molti la ricordano per i film cult e per il sodalizio con Gigi Sammarchi nel duo “Gigi e Andrea”. C’è un ricordo di quel periodo che ancora oggi le strappa un sorriso?

Io e Gigi abbiamo lavorato insieme per tantissimi anni. Gigi non è un amico, è un fratello. Lui, rispetto a me, era meno appassionato di cinema. Sapeva fare benissimo Gigi e, quando interpretava quel personaggio, era straordinario; affrontare ruoli molto diversi, invece, gli risultava più difficile.

Devo dire, però, che è sempre stato una persona molto parsimoniosa e oggi può vivere serenamente senza problemi. Io, invece, ero più spendaccione. Ma non perché mi interessassero le barche o le macchine: quelle cose non mi hanno mai attirato. Ero spendaccione perché sono sempre stato molto generoso. Se andavo a comprare un maglione firmato insieme a un operaio o al mio parrucchiere e vedevo che loro non potevano permetterselo, spesso lo compravo anche per loro. Altrimenti non avrei avuto piacere a indossare una cosa che loro non potevano avere. Sono modi diversi di vedere la vita.

Con Gigi ci sentiamo ancora e, ogni tanto, torniamo anche a esibirci insieme. Un mese fa, per esempio, eravamo a Torino per uno spettacolo che ha avuto un grande successo. Lui vive a Marbella, in Spagna, ma quando c’è da portare in scena il nostro cabaret, prende l’aereo e viene volentieri. E ci divertiamo ancora tantissimo insieme, proprio come una volta.

Dietro le quinte di £Che tempo che fa” con Max Pezzali e Giancarlo Fisichella

Nella sua carriera ha alternato ruoli comici e interpretazioni più intense. Quale personaggio sente più vicino alla sua personalità e perché?

Negli ultimi anni interpreto personaggi più seri, ma per un motivo molto semplice. Molti mi chiedono: “Perché non fate più i film degli anni Ottanta?”. Perché allora interpretavo il donnaiolo o quello che andava in spiaggia a cercare di conquistare le ragazze in modo simpatico, facendo ridere. Se lo facessi oggi sarei soltanto patetico.

Bisogna anche capire una cosa: quando si dice “largo ai giovani, ritiratevi voi vecchi”, secondo me non si è capito il senso del cinema. Il cinema racconta la vita, non è Miss Italia o un video rap. Racconta storie in cui ci sono giovani, adulti, anziani, perché la vita è fatta di persone di tutte le età, non solo di ragazzi belli e freschi. Capita anche che mi chiedano: “Sono bella, posso fare l’attrice?”. Certo, ma la bellezza non è un requisito sufficiente. Conta molto di più la bravura. Il talento, quando sei in scena, diventa bellezza. È chiaro che, se una sceneggiatura richiede una ragazza molto bella, servirà quel tipo di attrice, ma serviranno anche persone dall’aspetto normale, una ragazza un po’ più robusta, una alta, una bassa, una donna anziana, una giovanissima. Perché la vita è fatta di tutte queste persone.

A meno che non si racconti una storia ambientata in un contesto composto soltanto da giovani, il cinema parla della vita. E la vita appartiene a tutte le età, a ogni tipo di persona e a ogni forma di bellezza.

Che rapporto ha con le nuove generazioni?

Devo dire che ho un rapporto molto positivo con i giovani. Anzi, sto notando una cosa: oggi molti ragazzi sono forse più portati a confrontarsi e a parlare con gli anziani che con i propri genitori. Spesso sono più legati ai nonni, non perché vogliano meno bene ai genitori, ma perché con i nonni riescono a confidarsi di più e a raccontare cose che vengono comprese meglio. Il motivo è semplice: i nonni quelle esperienze le hanno già vissute. Se, per esempio, vai dal nonno e gli fai vedere un tatuaggio, magari ci ride sopra; se vai dal papà, forse potrebbe arrabbiarsi. Con gli anziani spesso c’è un approccio diverso.

Anche nel mio lavoro lo vedo. L’ultima cosa che ho fatto in televisione è stata La ricetta della felicità e ora inizieremo a girare la seconda serie, visto il successo che ha avuto. Lì lavoro con due ragazze giovanissime, Emma e Nicky Passarella, che sono influencer e bravissime, e con loro ho instaurato un rapporto bellissimo. Una volta ero a Rimini per uno spettacolo e sono venute a trovarmi semplicemente per stare insieme a me.

È una cosa di cui vado molto orgoglioso: l’affetto che mi dimostra anche la nuova generazione. I giovani sono il nostro futuro, quindi non bisogna mai eliminare le persone più grandi dal cinema o da altri settori. Anche i ragazzi hanno bisogno di loro e dimostrano di avere fiducia nelle esperienze delle generazioni precedenti.

Tra le sue innumerevoli interpretazioni ricordiamo quella nel film “Ricordati di me” del regista Gabriele Muccino; ci racconta di come è stata l’esperienza di lavorare con un regista così importante?

È stata un’esperienza molto bella. Venivo dal cinema comico e avevo già iniziato a girare Carabinieri, una serie di cui ho interpretato tutte le 180 puntate. Avevo anche avuto qualche esperienza in ruoli più seri, come all’inizio degli anni Novanta con Ne parliamo un lunedì, insieme a Elena Sofia Ricci, diretto da Luciano Odorisio, che aveva appena vinto il Leone d’Oro a Venezia. Lavorare con un regista di quel livello e con un’attrice così brava è stato molto importante.

Avevo quindi già iniziato a interpretare personaggi in film non strettamente comici, ma ero sempre alla ricerca di un cinema più d’autore. L’incontro con Muccino è stato una bellissima sorpresa. Mi scelse per Ricordati di me proprio in una fase in cui sentivo il bisogno di crescere come attore. Negli anni Ottanta avevo raggiunto il successo con i film comici, che avevano ottenuto incassi straordinari, ma mi mancava la possibilità di interpretare ruoli più seri e impegnati, in cui fosse necessario essere soprattutto un attore e non un comico. Anche perché vedo che ci sono molti comici che, arrivati a ottant’anni, continuano a ripetere gli stessi gesti che facevano a vent’anni. E, a volte, si rischia di risultare patetici.

C’è un progetto, un film o un ruolo che avrebbe voluto interpretare e che, per qualche motivo, non è mai arrivato?

A me piacciono tutti i ruoli. Ho avuto la fortuna di interpretarne di belli, da quelli con Muccino a quelli con Avati, che mi ha fatto partecipare ad alcuni film che considero davvero importanti, fino a Virzì con Notti magiche.

Anche oggi continuo a lavorare a progetti che mi danno grandi soddisfazioni, come la serie che sto realizzando per la Rai, diretta da Campiotti, un ottimo regista, con attrici come Nicoletta Mascino, Cristiana Capotondi e tanti altri interpreti bravissimi. Recitare con attori di grande livello rende tutto più semplice.

Io, infatti, cerco sempre di lavorare con persone più brave di me, perché posso solo imparare e, alla fine, ne guadagna anche la mia interpretazione. È come giocare a tennis: se giochi contro un avversario forte magari perdi, ma può capitare di fare due o tre colpi bellissimi perché lui ti manda delle palle perfette. Se invece giochi contro un avversario scarso, magari vinci, ma rischi di fare una brutta figura anche tu.

Dopo tanti anni di successi, cosa la emoziona ancora quando sale su un set o incontra il pubblico?

Quando salgo su un set non sono emozionato: ho voglia di salirci. E mi considero una persona molto fortunata, perché posso guadagnarmi da vivere facendo questo lavoro.

Non sono milionario né miliardario, anche se spesso la gente pensa che, quando vai in televisione o fai un film, arrivino automaticamente grandi quantità di soldi. Forse era più così negli anni Ottanta, ma oggi non funziona in questo modo. Due anni fa, per esempio, ho girato otto film e credo di aver guadagnato più o meno quanto si poteva guadagnare con un solo film negli anni Ottanta.

I soldi non arrivano dal cielo: bisogna guadagnarseli. E soprattutto, riuscire a guadagnarsi da vivere facendo qualcosa che ami è una ricchezza enorme. Io ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace e con cui riesco a mantenermi: questa, per me, è già una ricchezza incolmabile.

Sul set de “L’ispettore Coliandro”, 2017

Il suo amore per gli animali è noto a tutti. Da dove nasce questa sensibilità e che cosa le hanno insegnato gli animali nel corso della sua vita, anche attraverso il suo impegno nel volontariato e nella beneficenza?

Tanto, davvero tanto. Io credo molto negli animali e credo nella pet therapy. Penso che gli animali siano una vera terapia per noi, un aiuto immenso, perché rappresentano l’amore sicuro. Un animale, quando ti ama, ti ama davvero, a differenza di molti uomini e di molti esseri chiamati “umani”.

Fin da piccolo i miei genitori, durante l’estate, quando finivo la scuola, mi mandavano da mia nonna in campagna. Trascorrevo due mesi insieme alle mucche, ai maiali, ai conigli e alle galline. Lì ho imparato a rispettare la natura: ho visto crescere gli alberi, li ho visti fiorire, ho raccolto la frutta direttamente dalle piante, ho staccato l’uva dal filare o una pesca dall’albero. Soprattutto, ho imparato il linguaggio degli animali e l’affetto che sanno dare. Questa cosa mi è rimasta dentro. Credo che ognuno di noi, nella vita, cerchi sempre di rivivere il momento più bello, quello dell’infanzia: quando sei giovane e devi ancora imparare tutto, devi ancora sbagliare tutto, devi ancora fare tutto. Sono i momenti più spensierati, quelli che restano dentro di noi. Io dico sempre: se mi volete fare un bel regalo, regalatemi un’ora di quando ero bambino. Se ci pensiamo, a volte basta un odore, una luce, un colore o una sensazione per riportarci indietro nel tempo, a quando eravamo piccoli. E quella è una cosa bellissima.

Io ho imparato ad amare gli animali proprio lì. Lo dico sempre: noi adoriamo un Dio che non vediamo e poi spesso non rispettiamo gli alberi, la natura, i prati, l’aria e gli animali, senza renderci conto che tutto questo non è altro che ciò che noi adoriamo senza poterlo vedere.

Nella mia vita ho sempre avuto cani, gatti e anche cavalli. Ho persino un tacchino a casa. Quando ho vissuto momenti difficili, mi sono messo sul divano con i miei cani, abbracciato a loro, e mi hanno dato la forza per sopportare, andare avanti e ripartire da dove pensavo di non riuscire più a rialzarmi. Invece mi sono sempre rialzato, anche grazie a loro. Perché io credo che la fortuna non arrivi dal cielo: la fortuna ce la costruiamo noi. La costruiamo con la forza che ci dà l’amore che ci circonda. Quando un bambino ti regala un pupazzetto e tu lo tieni come portafortuna, non è quel pupazzetto a portarti fortuna: ti ricorda semplicemente che c’è qualcuno che ti vuole bene. Ed è questo che ti dà la forza. E nessuno più degli animali riesce a dimostrarti un affetto così sincero. Quando sei giù, prendi i tuoi animali, ti metti vicino a loro, senti tutto quell’amore vero e ritrovi la forza di andare avanti, superare i problemi e costruire la tua fortuna.

Andrea in “Odissea nell’ospizio” di Jerry Calà, 2019

Questo suo amore per gli animali ha poi alimentato anche il suo impegno nel volontariato e nella beneficenza …

Sì, quando si può fare qualcosa lo faccio molto volentieri. Anche mia moglie è molto impegnata: è presidente del MASES, il Movimento Anti Sperimentazione sugli Esseri Senzienti, e anche lei si dà molto da fare.

Però credo che non si debba mai estremizzare. Ci sono persone che si definiscono animaliste ma che, a volte, affrontano certe situazioni senza abbastanza equilibrio e intelligenza. Per esempio, ci sono persone che vanno in giro a requisire animali: “Questo portiamolo via, quell’altro togliamolo al proprietario”. Ma bisogna fare attenzione, perché noi non possiamo conoscere fino in fondo il rapporto tra una persona e il suo animale. Se c’è una persona senza fissa dimora che vive sotto un ponte e divide ogni giorno il suo pezzo di pane con il proprio cane, è chiaro che quel cane non vive una situazione ideale. Ma portarglielo via e metterlo in un canile non significa necessariamente aver risolto il problema: il cane potrebbe stare peggio perché era legato al suo padrone, e il padrone starebbe male perché gli è stato tolto l’unico affetto che aveva. Forse sarebbe più utile aiutare quella persona, dandole un riparo per la notte o qualcosa in più da poter condividere con il suo animale. Allo stesso modo, se vediamo un cane lasciato sempre su un terrazzo, bisogna parlare con il proprietario e spiegargli che l’animale ha bisogno di protezione dal sole, di un riparo adeguato e di attenzioni. Se vediamo un cane legato a una catena, bisogna far capire che ha bisogno di muoversi, di essere libero. L’unica cosa davvero inaccettabile è non dare affetto a un animale che vive con noi. Un cane, come tutti gli animali, ha bisogno soprattutto di amore: se una famiglia lo tratta solo come uno strumento, allora quella situazione va affrontata.

Sarebbe bello, inoltre, che le leggi venissero applicate davvero. Sento spesso animalisti lamentarsi perché alcune norme non funzionano, ma secondo me il problema non è sempre la mancanza di leggi: spesso è la loro applicazione. Se esiste una legge che prevede una pena severa per chi fa del male a un animale e poi chi commette un reato del genere riceve una punizione minima, allora qualcosa non funziona.

E questo discorso vale anche più in generale. A volte vediamo persone che commettono violenze gravissime ricevere pene che sembrano sproporzionate rispetto al reato commesso, mentre in altri casi per fatti meno gravi si arriva a conseguenze molto pesanti. Non sono io a dover giudicare, ci sono persone competenti che si occupano di queste cose, ma credo che, se una legge esiste, debba essere applicata nel modo migliore. Le leggi servono per impedire che le persone continuino a sbagliare. Se vengono create ma poi non vengono applicate, rischiano di perdere il loro significato.

Ha avuto l’onore di far parte della giuria del Premio Internazionale Cinearti ” La chioma di Berenice”; quali sono, secondo lei, le componenti fondamentali per giudicare un buon film?

La componente fondamentale è che un film riesca a lasciare un’emozione. A volte, forse, il cinema di oggi tende un po’ a esagerare: vengono realizzati film che cercano di toccare il cuore affrontando temi importanti, come la violenza sulle donne, l’omofobia o il bullismo, e questo va benissimo. Però, rispetto ai film degli anni Ottanta, spesso si arriva alla fine con una denuncia e basta. Secondo me, quando si va al cinema, bisognerebbe uscire sì con la consapevolezza delle cose brutte che accadono nel mondo, ma anche con un minimo di speranza, con l’idea che qualcosa possa cambiare e migliorare. Una volta questo messaggio era più presente. Un tempo, per esempio, c’era il personaggio cattivo che per tutto il film aveva commesso azioni negative, ma poi magari alla fine si buttava in mezzo alla strada per salvare un bambino che stava attraversando. E lo spettatore pensava: “È vero, questa persona ha fatto tante cose brutte, però dentro ognuno di noi può esserci ancora qualcosa di buono. Cerchiamo di tirarlo fuori”. Oggi, invece, spesso ci si ferma alla denuncia e basta. Ed è un peccato, perché molte volte si esce dalla sala con il magone. Sarebbe bello riuscire a uscire dal cinema con un po’ più di speranza.

Una bellissima conclusione. Grazie per la bella e interessante chiacchierata.

Grazie a voi e buon lavoro a tutti voi, un abbraccio!

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