Intervista alla regista Lisa Bosi


a cura di Francesca Bruni

31 Ott 2025 - Approfondimenti cinema, Interviste

In occasione dell’uscita del bellissimo documentario “Going Underground”, Francesca Bruni ha raggiunto al telefono Lisa Bosi, regista, fotografa, architetto, che le ha rilasciato una interessantissima intervista per il nostro magazine.

(Le foto sono state messe a disposizione dall’intervistata)

Lisa Bosi

Lisa Bosi, laureata presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, è interessata da sempre a creare nei suoi progetti connessioni tra architettura, fotografia, cinema, arte e letteratura. Come fotografa Lisa Bosi ha immortalato il mondo della notte ed in particolare la scena house e techno. Ha scritto e diretto il docufilm Disco Ruin (2020), documentario su 40 anni di club culture in Italia e Going Underground (2024).

INTERVISTA

Lei inizia il suo percorso artistico attraverso l’architettura, approfondendo successivamente la conoscenza ad altre forme artistiche come la fotografia, il cinema e la moda; mi può spiegare quali sono le relazioni fra di esse e com’è nata la sua passione per tali discipline?

Sono laureata in architettura. Già durante gli anni dell’università mi è apparso chiaro quanto l’interazione tra le arti rappresentasse una chiave vincente. Prendiamo ad esempio alcuni lavori fotografici: mi viene in mente La ballata della dipendenza sessuale di Nan Goldin. È inevitabile non definirlo anche cinema; parte dalla fotografia per poi trasformarsi in una narrazione musicale e cinematografica. In casi come questo, secondo me, diventa davvero difficile tracciare un confine netto tra un’arte e un’altra.

Il mio primo documentario, quello dedicato al mondo delle discoteche, mostrava come la discoteca fosse proprio questo: un luogo in cui convivevano diverse forme artistiche: musica, performance di teatro contemporaneo, tantissima moda, etc etc.

Ha realizzato nel 2020 il documentario “Disco Ruin” che racconta l’evoluzione della Club Culture dagli anni ’60 fino agli anni ’90; cosa significava all’epoca perdersi nella vita notturna?

Il mio racconto parte da quando è stato inventato un involucro fisico per il ballo nei progetti degli architetti radicali e finisce a fine anni ’90, con la fine dell’epoca d’oro delle discoteche. Ovviamente, in queste quattro decadi le cose cambiano moltissimo.

Questi luoghi erano delle sorte di utopie dove ci si lanciava alla ricerca della felicità attraverso l’affermazione di se stessi, un “Altromondo” che ha dato casa ad uno dei movimenti giovanili più grandi mai esistiti, quella che Tondelli chiama “la sfilata del desiderio”.

Era un viaggio verso un mondo “altro”, diverso dalla quotidianità vissuta di giorno, sia in senso figurato sia reale. Il nomadismo notturno si nutriva di centinaia di kilometri percorsi ogni notte alla ricerca dell’ultimo after.

Mi sembrava interessante raccontare tutto questo anche da una prospettiva diversa.

La discoteca viene spesso raccontata dai media solo in relazione alla droga, alle “stragi del sabato sera” e a certi stereotipi.

In questi luoghi c’era davvero molto altro!

Hanno per esempio subito captato la nuova musica che stava arrivando dall’America: la rivoluzione house, musica per le minoranze emarginate e discriminate, come lo erano i gay di colore in quegli anni.

Per la liberazione sessuale, volendo estremizzare, ha inciso di più la musica di Donna Summer che qualsiasi movimento socio-politico. Diritti di omosessuali, travestiti, lesbiche, transgender, discriminati per motivi razziali, donne… tutto parte dal desiderio di avere un luogo dove trovarsi: le discoteche!

A proposito del concetto di “perdizione”, secondo lei come viene vissuto il divertimento oggi e da cosa vogliono evadere i giovani attuali rispetto al passato?

Personalmente credo che la club culture sia ancora viva, anche se forse ha cambiato forma.

Queste grandi “astronavi nel nulla”, nate negli anni ’90, oggi faticano a trovare un posto nella società contemporanea. Quelle discoteche erano una sorta di teatro totale: si andava per guardare e per essere guardati, era tutto una grande messa in scena.

Oggi, forse, quella stessa messa in scena si è spostata sui social. Quando facciamo una “storia” su Instagram o su TikTok, in fondo, è come se stessimo facendo una performance artistica: ci mostriamo così come vogliamo essere visti.

Forse è proprio questo che ha preso il posto di certe performance dal vivo.

Negli anni ’90, ad esempio, eravamo noi gli attori della serata.

Ma, ripeto, è solo una riflessione personale: non ho studiato sociologia, però è evidente che le cose sono cambiate. Oggi ci sono festival enormi e meravigliosi, e anche questo è un elemento nuovo – un tempo ce n’erano molti meno.

In Italia molti locali storici di aggregazione hanno chiuso i battenti; è colpa dell’era social che porta l’uomo all’isolamento e all’individualismo?

Sì, questo è un po’ il pensiero che le stavo condividendo. Secondo me no: se guardo ai giovani di oggi, vedo che hanno magari modi diversi di incontrarsi, di trovarsi, ma in fondo anche noi non utilizzavamo gli stessi codici o luoghi di socialità dei nostri genitori.

È naturale, quindi, che le nuove generazioni non frequentino più i nostri stessi spazi. Ma in loro vedo comunque la stessa voglia di muoversi, di viaggiare, di fare qualcosa. È quello che diceva Kerouac, con la famosa domanda, “Dove andiamo? Non lo sappiamo, ma dobbiamo andare”. Tutte le generazioni hanno questa spinta, questo desiderio di intraprendere un viaggio che può essere mentale o fisico.

Nell’ambito della moda, quali erano le tendenze che andavano negli anni ‘80/’90 e quanta influenza ha avuto la musica su di essa?

In quegli anni, nelle discoteche si assisteva a vere e proprie sfilate, come dicevamo.

Non voleva dire per forza indossare abiti firmati, ma alcune firme – come Versace, Dolce & Gabbana, Vivienne Westwood – erano molto presenti.

Inoltre, molti stilisti sono nati proprio da quell’ambiente, dalle discoteche. Pensiamo a Dean e Dan Caten di D-Squared: nel mio documentario c’è una foto di loro mentre lavoravano al Cocoricò, dove facevano animazione. Molti altri stilisti andavano in discoteca e prendevano ispirazione magari semplicemente dal ragazzino o dalla ragazzina che si era impegnato/a tutta la settimana per crearsi un abito, il proprio outfit, anche da solo/a; e da lì nascevano delle nuove tendenze.

Ogni discoteca aveva uno stile architettonico che si distingueva dalle altre; secondo lei cosa rendeva unico un locale rispetto ad un altro?   

Dal punto di vista architettonico, la stragrande maggioranza di queste costruzioni non ha alcun pregio. Molte di esse sono volutamente kitsch, progettate per essere vissute e percepite esclusivamente di notte, grazie a complessi sistemi di luci.

La parte interessante riguarda la fase iniziale dell’architettura delle discoteche, quella legata alla corrente degli architetti radicali, attiva soprattutto in Italia. Abbiamo ancora due importanti esponenti viventi di quel movimento, Ugo La Pietra e Pietro Derossi, figure di grande rilievo nella storia dell’architettura italiana. Per loro, l’architettura non era solo il costruito, era anche un gesto, una performance. Il loro slogan diventerà: “Vogliamo progettare discoteche, non musei” e in questi luoghi troveremo, per esempio, le performance del Living Theatre e opere di Pistoletto in serate che si trasformeranno in veri e propri happening.

La discoteca è camaleontica, come la moda, la musica, l’arte. È un involucro per allestimenti in continuo cambiamento. Il sapersi trasformare di stagione in stagione (o addirittura di settimana in settimana) è da sempre l’urgenza di questi spazi. Rifarsi insomma il trucco, prima di uscire per una notte da leoni. L’architetto di discoteche allora mette le ruote a sedie e tavoli, installa binari su cui corrono le luci sul soffitto, costruisce pareti e pedane mobili, nello sforzo continuo di esaudire i sogni folli dei direttori artistici.

Nel febbraio scorso è uscito nelle sale cinematografiche italiane il suo secondo progetto da regista dal titolo “Going Underground”, che ripercorre la storia della band bolognese Gaznevada; com’è nata l’idea di raccontare questo storico gruppo attraverso una visione più intima?

Tutto è nato da un incontro al DAMS, la facoltà di arte, musica e spettacolo dell’Università di Bologna, luogo chiave anche della storia.

Quella sera i Gaznevada stavano facendo un dj-set riproponendo in chiave elettronica il loro album più significativo, “Sick Soundtrack”, un album fondamentale per la musica italiana. Questa performance è stata poi riproposta, tra l’altro, anche nel famosissimo Berghain di Berlino.

Da lì è partito un anno di interviste private, solo audio nel mio studio, con tutti loro.

Penso che sia stata una esperienza intensa. La memoria filtra alcune cose, ne ridisegna altre. È stato un percorso lungo di scrittura e di conoscenza approfondita, fatto anche di pagine dolorose della loro vita, come per esempio il raccontare le loro dipendenze passate.

L’eroina ha purtroppo segnato quell’epoca. È un aspetto che fa parte della storia, l’importante è raccontarlo nel modo giusto; io spero di averlo fatto.

Quale altro argomento le piacerebbe trattare per la creazione di un nuovo documentario?

Al momento sto lavorando a un nuovo documentario. Non parlerà di musica, ma tratterà argomenti più personali. Sto analizzando degli archivi privati per lavorare su tematiche inerenti la memoria, l’immaginario personale che diventa collettivo.

Adesso sono ancora in sviluppo, non posso dire più.

Ha nuovi progetti per l’avvenire?

Sì, sto scrivendo la sceneggiatura di un film di finzione. Chissà se convincerò i Gaznevada a recitare nuovamente in un mio film! (ride, ndr).

Le domande sono finite, la ringrazio tantissimo. E complimenti ancora per i suoi lavori bellissimi.

Grazie mille, grazie infinite a lei.

WEB

https://www.lisabosi.com/

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