Intervista alla chitarrista Roberta Raschellà


a cura di Francesca Bruni

31 Lug 2026 - Approfondimenti live, Interviste

Dalla passione nata nell’infanzia alle collaborazioni con Levante e Giusy Ferreri, Roberta Raschellà, nell’intervista telefonica curata da Francesca Bruni, racconta un percorso costruito sull’autenticità, dove tecnica ed emozione convivono e la musica resta, prima di tutto, un linguaggio capace di dare voce all’anima.

(Foto messe gentilmente a disposizione dall’intervistata. Indicazione crediti all’interno delle foto stesse)

In un panorama musicale sempre più orientato alla velocità, ai numeri e alle logiche del mercato, c’è chi continua a credere che la musica debba nascere innanzitutto da un’urgenza espressiva. Roberta Raschellà appartiene a questa categoria di artisti: una chitarrista che ha costruito il proprio percorso con passione, studio e coerenza, senza mai smarrire il legame più autentico con il proprio strumento.

Dagli esordi torinesi alle collaborazioni con Levante, fino all’esperienza al fianco di Giusy Ferreri nel progetto rock Bloom, Raschellà ha attraversato mondi musicali diversi mantenendo sempre intatta la propria identità artistica. Un’identità fatta di ricerca, libertà creativa e desiderio di comunicare emozioni prima ancora che virtuosismi.

Nel corso di questa conversazione emerge il ritratto di una musicista che guarda con lucidità all’evoluzione dell’industria discografica, riflette sul ruolo dei social, sull’impatto dell’intelligenza artificiale e sulla necessità di ritrovare autenticità in un’epoca in cui tutto sembra consumarsi rapidamente. Non manca uno sguardo alle difficoltà che ancora oggi incontrano molte donne nel mondo della musica, ma anche la fiducia in una nuova generazione di artiste sempre più preparate e consapevoli.

Con sincerità e senza filtri, Roberta Raschellà parla del delicato equilibrio tra tecnica ed emozione, del valore dello studio, della libertà di essere sé stessi e dei sogni che ancora la accompagnano, come quello di firmare la colonna sonora di un film. Un’intervista che va oltre il racconto di una carriera e diventa una riflessione sul significato più profondo del fare musica oggi: un atto di verità, capace di lasciare qualcosa nel cuore di chi ascolta anche dopo che l’ultima nota si è spenta.

INTERVISTA

Come nasce in te la passione per la chitarra?

In realtà non so spiegare esattamente come sia nata, perché è qualcosa che mi porto dentro da sempre. Mia madre mi racconta che, quando avevo appena due o tre anni, dicevo già che da grande avrei suonato la chitarra. Per questo penso che sia una passione innata, da quando ho memoria ho sempre sognato di diventare una chitarrista.

Qual è stato il primo musicista con cui hai collaborato?

Inizio a lavorare nel 2009 con le Shooting Stars, la mia storica cover band e con Levante, Claudia, all’epoca entrambe vivevamo a Torino e suonavamo insieme nel progetto Levante e le Effemeridi. Queste due esperienze sono quindi partite parallelamente: da una parte la collaborazione con Claudia che mi ha dato moltissimo perché lei è davvero un’artista immensa e dall’altra quella con le ragazze delle Shooting Stars, con cui ho condiviso quindici anni di concerti dal vivo davvero indimenticabili. Sono state entrambe esperienze molto belle.

Come nasce un tuo arrangiamento o una tua idea musicale: parti dalla tecnica, dall’emozione o dall’immagine che vuoi evocare?

A dire il vero, l’aspetto tecnico non è mai il punto di partenza. Di solito prendo il mio strumento, quasi sempre la chitarra, anche se a volte mi capita di fare lo stesso con altri strumenti, e semplicemente inizio a suonare. Se percepisco che sta nascendo qualcosa di interessante, cerco subito di fissare quell’idea: la registro con il cellulare, usando le note vocali, oppure, se sono in studio, collego rapidamente un microfono. È un processo molto istintivo, qualcosa che arriva da dentro, in modo viscerale. A volte mi capita anche di essere in giro e di immaginare una melodia senza avere uno strumento a disposizione. In quei casi la canto, la registro e la conservo. Solo in un secondo momento la sviluppo e la trasferisco sugli strumenti.

Com’è nata la collaborazione con Giusy Ferreri e cosa ti ha lasciato artisticamente lavorare accanto a un’artista con una personalità così riconoscibile?

La collaborazione nasce tramite Max Zanotti. In quegli anni era l’insegnante di canto nella mia scuola di musica, la Delay House Of Art e un giorno, chiacchierando, mi racconta di aver visto Giusy la quale gli confida il sogno di creare una band rock. Da quel momento l’idea si concretizza ed il nostro primo incontro, una sera a cena a casa di Giusy, è stato un parlare di musica per ore. Conoscevo già Max e Alessandro Ducoli (batterista) e sapevo che condividevamo una forte passione per il rock; Giusy, invece, non la conoscevo così a fondo. Quella sera ho scoperto un’artista con una cultura musicale vastissima: tirava fuori nomi di band anche molto di nicchia, con una naturalezza sorprendente. Mi ha lasciato davvero a bocca aperta e ho scoperto in lei un’anima rock fortissima.

Dal punto di vista umano ci siamo trovati subito tutti e quattro: gusti musicali, intenzioni e visione artistica erano molto vicini. Così ci siamo detti: “Lasciamoci andare e facciamo quello che ci viene”. Il progetto “Bloom” non è mai nato con un obiettivo prestabilito né con l’idea di inseguire il mainstream, il pop o un altro genere specifico. Era un progetto di libertà creativa. Quello che mi è rimasto più di tutto da questa esperienza è proprio questo: la libertà di scrittura e la libertà di essere ciò che sei, a prescindere da tutto il resto.

Nel progetto “Bloom”, qual era l’atmosfera o il messaggio che volevate trasmettere al pubblico?

Il messaggio era quello di cui parlavo prima: essere sé stessi.

Ho la sensazione che oggi, soprattutto in Italia, si stia perdendo qualcosa di fondamentale: scrivere musica perché se ne sente davvero il bisogno. Vedo molti giovani comporre senza avere una vera conoscenza musicale. È giusto scrivere ciò che si sente, ma credo sia importante anche conoscere e comprendere quello che si sta facendo. Oggi, invece, spesso manca la voglia di approfondire, di ascoltare dischi, di studiare. Molte canzoni nascono per ragioni che, a mio avviso, hanno poco a che fare con la motivazione autentica che dovrebbe spingere una persona a scrivere musica: esprimere emozioni, trasmettere messaggi, raccontare la propria anima, ciò che si è davvero.

Per questo credo che il progetto Bloom rappresentasse esattamente questo. Eravamo, e siamo tuttora, quattro persone profondamente innamorate della musica, della bella musica. È questo il messaggio che abbiamo cercato di trasmettere e di lasciare al pubblico. Certo, oggi non è semplice far arrivare un messaggio del genere. Anche perché apparteniamo a un’altra generazione e il contesto è molto cambiato.

Certo, oggi non è semplice far arrivare un messaggio del genere. Anche perché apparteniamo a un’altra generazione. Io sono cresciuta negli anni Novanta, con gruppi come i Nirvana e con un certo modo di vivere e ascoltare la musica. Non è un caso che continuino a esserci celebrazioni, ristampe e tour dedicati agli anniversari di album e band di quegli anni. Credo che oggi il linguaggio musicale si sia allontanato molto da quello della nostra generazione. A volte faccio persino fatica a riconoscermi in certe produzioni contemporanee: mi sembrano molto distanti dall’idea di musica con cui sono cresciuta.

Sono d’accordo con te. Detto questo, credo che ci troviamo in una fase di passaggio. Paradossalmente, penso che anche l’intelligenza artificiale possa contribuire a un ritorno all’autenticità. Molti temono che possa sostituire il lavoro creativo, ma io la vedo diversamente: il rischio è piuttosto quello di appiattire tutto, di rendere ogni cosa simile alle altre. Proprio per questo, però, penso che a un certo punto emergerà nuovamente il bisogno di qualcosa di vero. Le persone torneranno a cercare strumenti reali, interpretazioni autentiche, emozioni che nascono dall’esperienza umana. Credo che sia un processo inevitabile, perché l’arte non può morire. Se smettesse di esistere quell’esigenza di esprimere e condividere emozioni, perderemmo una parte fondamentale della nostra umanità. Per questo sono convinta che, prima o poi, ci sarà un ritorno a quel tipo di approccio. Noi, che siamo cresciuti negli anni Novanta e abbiamo conosciuto quel mondo, stiamo vivendo in prima persona questa fase di transizione tra due epoche molto diverse.

Prendiamo il caso dei Måneskin: hanno avuto un successo straordinario, e se lo sono meritato. Sono stati capaci di riportare l’attenzione su un certo tipo di sonorità e di raggiungere un pubblico enorme. Tuttavia, oggi assistiamo spesso a fenomeni che esplodono molto rapidamente e con la stessa rapidità rischiano di essere superati da qualcos’altro. È una dinamica che riguarda molti artisti e molti progetti musicali contemporanei. Tutto si consuma in tempi molto più brevi rispetto al passato.

Credo che, molto spesso, dietro certi fenomeni ci siano dinamiche che vanno oltre la musica in senso stretto. Oggi esiste un sistema molto strutturato, un vero e proprio meccanismo industriale che orienta e sostiene determinati progetti artistici. I giovani artisti, soprattutto all’inizio della loro carriera, si trovano inevitabilmente a confrontarsi con queste logiche e non sempre hanno gli strumenti o l’esperienza per gestirle pienamente. Il rischio è che la musica finisca per essere trattata come un prodotto da immettere sul mercato secondo precise strategie commerciali. A volte ho l’impressione che il settore funzioni come una grande fabbrica: l’obiettivo principale diventa vendere un prodotto, indipendentemente dalla sua natura. In questo contesto, la dimensione artistica rischia di passare in secondo piano rispetto alle logiche del mercato.

Tornando a Giusy Ferreri, di solito siamo abituati a vederla associata a una musica più pop e, in parte, commerciale. Eppure, è emersa improvvisamente un’altra dimensione, un’anima più grintosa e più istintiva. Io, personalmente, ho sempre apprezzato molto Giusy Ferreri come artista, ma ora percepisco qualcosa di diverso, una componente più energica e autentica.

Sì, infatti nei suoi primi dischi ha fatto anche cose piuttosto aggressive, molto interessanti. Poi, chiaramente, quando lavori nel pop entri in un mercato più complesso e con dinamiche diverse. Però lei ha davvero un’anima rock incredibile.

Dopo questa esperienza, senti che il tuo modo di suonare o di vivere il palco sia cambiato in qualche modo?

Onestamente no, perché questa esperienza è stata esattamente ciò che sono. Anzi, in quel percorso sono stata semplicemente me stessa, senza dovermi adattare o modificare.

Molti musicisti parlano del conflitto tra tecnica ed emozione: tu come vivi questo dualismo?

È un tema di cui si potrebbe parlare per ore. Spesso sento dire da alcuni musicisti, magari con qualche limite tecnico, che “basta l’emozione”, la sola parte emotiva. Allo stesso modo, altri musicisti con un virtuosismo straordinario sostengono il contrario, cioè che la tecnica sia tutto. Secondo me, invece, la musica è un giusto compromesso. È un linguaggio: quando ascoltiamo qualcuno, vogliamo sentirlo parlare una lingua corretta, ma anche con un tono capace di emozionarci.

In musica è lo stesso: serve una base tecnica adeguata, ma deve esserci anche pathos, presenza, anima. Perché la tecnica senza emozione non basta, così come l’emozione senza tecnica rischia di non arrivare davvero.

Nel tuo percorso, quanto hanno inciso i social e le piattaforme online nella possibilità di raggiungere pubblico e collaborazioni?

Abbastanza. Ho iniziato quando è nato MySpace: noi siamo proprio nell’epoca di MySpace. Il primo contatto sia con le Shooting Stars sia, probabilmente, con il produttore all’epoca di Claudia è avvenuto tramite quella piattaforma, oppure poco dopo su Facebook. Parliamo comunque dei primi anni Duemila, intorno al 2005-2006, quando i social stavano iniziando a diffondersi.

All’inizio è chiaro che i social aiutano soprattutto nel primo contatto. Poi, però, devi saper fare il tuo lavoro: se lavori bene, conosci persone, musicisti, e nel momento in cui ti comporti in un certo modo, con rispetto per tutti e per il contesto, può succedere che qualcuno si ricordi di te e ti richiami in futuro. Il social, quindi, è utile per aprire porte, ma non è ciò che ti permette di mantenere il lavoro nel tempo.

Quanto conta oggi, per un musicista, trovare un equilibrio tra virtuosismo tecnico e comunicazione emotiva?

Sì, è un po’ quello che dicevamo prima. Secondo me è fondamentale trovare un equilibrio, un proprio “balance”. Ma ancora prima di questo, è importante trovare la propria direzione.

Ognuno ha un proprio mondo e per me questo conta più del virtuosismo in sé: riuscire a capire chi si è e portarlo fuori in modo autentico. A volte, anche nella didattica, si rischia di creare allievi troppo simili al proprio insegnante. Io amo insegnare, quindi l’ho visto spesso, ma credo sia un limite: ogni persona ha un universo interiore diverso e dovrebbe poterlo esprimere. Se qualcuno ha una natura più virtuosa, è giusto che la segua; se invece è più emotivo, deve poter valorizzare quella dimensione. È un po’ come essere una persona molto loquace o molto riservata: non c’è un modo giusto o sbagliato, sono semplicemente modi diversi di essere. L’importante è trovare la propria identità e restituirla in modo onesto e sincero, senza costruzioni o forzature legate all’apparenza.

Oggi, purtroppo, spesso l’apparenza sembra prevalere sulla sostanza, e questo lo trovo un limite. Personalmente preferirei suonare davanti a dieci persone davvero interessate, ma autentiche, piuttosto che inseguire altro. L’estetica, per come la intendo io, non è ciò che mi interessa: conta la sostanza. Quando sei su un palco o quando ascolti un disco, ciò che rimane è quello che c’è dentro. Non si giudica un artista dal suo aspetto, ma da ciò che riesce a trasmettere. E se una musica non ha contenuto, poco importa tutto il resto.

Secondo te, perché ci sono ancora poche donne chitarriste?

In realtà non è del tutto vero che oggi ci siano poche donne chitarriste. Piano piano, rispetto a vent’anni fa, quando ho iniziato io, la situazione sta cambiando in modo evidente.

Fortunatamente, nelle nuove generazioni vedo sempre più ragazze avvicinarsi allo strumento. Io stessa insegno in un’accademia in Svizzera e ho quasi esclusivamente allieve donne: il numero è spesso superiore a quello dei ragazzi. Quindi, in realtà, le musiciste ci sono.

Il punto, semmai, è un altro: bisogna dare loro più spazio e più possibilità di lavorare. Perché, ancora oggi, non è sempre semplice per una donna inserirsi in certi contesti professionali. Esiste ancora un po’ di pregiudizio, a volte da parte degli uomini, ma anche — e lo dico con sincerità — tra le stesse donne. Mi è capitato, per esempio, di non essere scelta proprio perché donna, perché questo creava qualche resistenza nella cantante o nel contesto con cui avrei dovuto lavorare. Non è la norma, certo, e ho avuto anche esperienze bellissime con colleghe straordinarie, senza alcun tipo di problema. Però queste dinamiche esistono ancora. Finché non ci sarà una reale parità di opportunità nel lavoro, è inevitabile che la presenza femminile in certi ambiti resti meno visibile. Detto questo, credo che la direzione sia quella giusta: le musiciste ci sono e si stanno facendo valere sempre di più.

Quando il pubblico ascolta Roberta Raschellà, qual è la cosa che speri resti dentro anche dopo l’ultima nota?

Spero, prima di tutto, che resti un’emozione. Per me l’emozione è la cosa più importante: che arrivi qualcosa. Poi cosa sia esattamente lo decide ogni ascoltatore. Ma quello che mi interessa davvero è che arrivi un’emotività, che si senta qualcosa.

Se potessi lasciare un messaggio a chi sogna di vivere di musica ma ha paura di non essere all’altezza, cosa consiglieresti?

A chi vuole vivere di musica direi di non farlo… (ride, ndr). No, ovviamente sto scherzando.

In realtà, non sentirsi all’altezza spesso è un segnale positivo, quasi un sinonimo di verità. Chi ha la presunzione di sentirsi già “arrivato”, forse ha già imboccato una strada sbagliata: probabilmente non fa questo mestiere per amore della musica, ma per il bisogno di apparire. Chi invece si mette in discussione, chi si sente insicuro, secondo me è esattamente nel punto giusto del percorso. A queste persone direi di scavare più a fondo possibile dentro di sé e di tirare fuori quello che hanno, perché credo sia questo il senso più autentico del fare musica.

Qual è il sogno musicale che non hai ancora realizzato?

Questa è una bella domanda.

In questo momento sto scrivendo molto e mi sono avvicinata tantissimo alle colonne sonore e alle musiche che accompagnano e sottolineano le immagini. Il nostro lavoro, in fondo, è fatto di tante fasi ed evoluzioni. Oggi ti direi che il mio sogno è probabilmente quello di scrivere una bella colonna sonora per un film.

E invece, hai dei progetti in futuro, nel senso qualche tour, magari?

In questo momento ho appena finito un musical. È stato un tour impegnativo: abbiamo girato tutta l’Italia e siamo stati in tournée dalla fine di novembre. È stata un’esperienza molto bella, ma anche molto intensa.

Adesso mi sto concedendo un momento di pausa, sto continuando a seguire le scuole e, al momento, non ho tour attivi. Quindi oggi non posso dare date precise. Più avanti, sicuramente sì.

Visto che parlavamo di colonne sonore. Hai una colonna sonora famosa che ti piacerebbe poter suonare su un palco?

Se penso alle colonne sonore, soprattutto italiane, mi viene in mente Ennio Morricone. Per me è qualcosa di inarrivabile. In particolare, penso a Nuovo Cinema Paradiso: solo a immaginarlo mi viene la pelle d’oca. Sarebbe bellissimo poterlo suonare, anche se allo stesso tempo mi metterebbe un po’ d’ansia, perché sono musiche talmente perfette che quasi preferisco ascoltarle piuttosto che interpretarle in prima persona. È una sorta di dicotomia, un sentimento un po’ contraddittorio.

Un’ultima domanda: che musica ti piace ascoltare?

Chiaramente ascolto rock, ma vado molto anche a giornate. Mi piace tantissimo il blues: quando ho bisogno di staccare, metto Stevie Ray Vaughan e trovo la mia pace. Poi ci sono momenti in cui ascolto funk, oppure jazz. Per esempio, questa mattina, mentre facevo colazione, ascoltavo Cassandra Wilson.

Insomma, dipende molto dallo stato d’animo: non posso dire di avere un solo genere preferito, cambia a seconda di come mi sveglio la mattina.

L’intervista è terminata, grazie mille per la disponibilità.

Grazie a voi, un saluto.

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