Intervista alla cantautrice Irene Grandi
a cura di Francesca Bruni
1 Giu 2026 - Approfondimenti live, Interviste
Abbiamo intervistato la cantautrice toscana Irene Grandi, la cui energia e determinatezza l’hanno contraddistinta nel panorama musicale italiano. Cantante dall’anima rock, ha raccontato la sua trentennale carriera dal talento ineguagliabile. Semplicità, spigliatezza e simpatia hanno reso l’intervista interessante e piena di aneddoti.
(ph Luca Brunetti)
Voce inconfondibile della musica italiana, artista capace di reinventarsi senza perdere autenticità, Irene Grandi è da oltre trent’anni una delle protagoniste più apprezzate del panorama musicale nazionale. Con una carriera costellata di successi, collaborazioni prestigiose e una costante ricerca artistica, ha saputo conquistare generazioni diverse grazie alla sua energia, alla sua personalità e alla sua capacità di raccontare emozioni attraverso la musica.
In questa intervista ripercorriamo insieme alcune tappe fondamentali del suo percorso professionale e umano, approfondendo i progetti più recenti, le sfide affrontate nel corso degli anni e la sua visione della musica oggi. Un dialogo sincero che ci permette di conoscere più da vicino l’artista e la donna dietro il palco.


INTERVISTA
Puoi spiegarmi il significato del titolo che hai dato al tuo ultimo disco “Oro e rosa”?
Oro e Rosa richiama una luce di passaggio, una luce che cambia continuamente. Può essere quella di un congedo, di una perdita: la luce del tramonto che lentamente lascia spazio alla notte, un momento che nella vita purtroppo esiste e che tutti, prima o poi, attraversiamo. Ma può essere anche la luce dell’aurora, quella che annuncia un nuovo giorno. Un giorno che però non si è ancora completamente manifestato, che è ancora una promessa.
Mi interessava raccontare proprio quel momento della vita in cui bisogna trovare dentro di sé la forza per affrontare un dolore, una trasformazione, un cambiamento, ma anche il coraggio di piantare un seme senza sapere ancora quali frutti porterà. Serve fiducia: in sé stessi, nelle persone che ci accompagnano durante questi passaggi, nella possibilità di cambiare e di crescere. Credo che ogni cambiamento, in fondo, sia anche un modo per rinnovarsi, crescere e restare giovani.
Nell’album sono presenti sonorità più complesse, insieme a tematiche riguardanti la donna, in tutte le sue sfaccettature; cosa vuoi comunicare al pubblico attraverso i tuoi testi?
In questo disco c’è sicuramente un momento di riflessione molto personale. Arrivando anche al trentennale della mia carriera, mi sono resa conto che a un certo punto della vita non si può essere soltanto proiettati verso il futuro: bisogna avere anche il coraggio di guardarsi indietro, capire il percorso fatto e riconoscersi per ciò che si è diventati.
Spesso guardiamo sempre avanti e ci dimentichiamo di fermarci a vedere quante cose abbiamo già affrontato. Invece credo sia importante riprendersi anche un po’ di fierezza, rendersi conto del proprio cammino: delle cose andate bene, di quelle andate male, ma soprattutto del coraggio avuto nel cambiare, nel prendere decisioni, nell’affrontare passaggi importanti della propria vita. Può trattarsi di cambiamenti semplici oppure profondi: una casa nuova, un diverso stile di vita, rapporti che finiscono, persone che entrano nella nostra vita, amori. Guardarsi indietro, in questo senso, significa anche riappropriarsi della propria identità. Da lì nasce poi il desiderio di volersi bene davvero e di cercare di vivere sempre più in armonia con ciò che si è. Perché quando siamo giovani non sappiamo ancora fino in fondo chi siamo: è una ricerca che dura tutta la vita.
Credo che sia importante, per le donne ma anche per gli uomini, concedersi questi momenti di riflessione, riconoscere le cose belle che si è riusciti a costruire e, proprio per questo, imparare a scegliersi ogni giorno in una direzione di felicità e appagamento.




“Oro e rosa” vanta la collaborazione di svariati artisti importanti, tra cui Carmen Consoli, Francesco Bianconi dei Baustelle e Stewart Copeland; mi racconti della nascita di queste collaborazioni?
Ogni collaborazione nata attorno a Oro e Rosa ha avuto una storia diversa.
Con Francesco Bianconi, ad esempio, questo è il terzo brano che interpreto scritto da lui. Prima c’erano stati Bruci la città e La cometa di Halley, mentre questa volta è arrivata Universo, che secondo me scava ancora più in profondità. È una canzone forse meno immediata, più particolare, ma che io trovo davvero bellissima. Amo molto la scrittura di Bianconi e ogni volta per me è come ritrovare un amico, oltre che un autore straordinario.
In questo album, però, ho sentito anche il bisogno di aprirmi a collaborazioni nuove, di esplorare territori diversi e avere il coraggio di mettermi in gioco con autori con cui non avevo mai lavorato prima. Per esempio, Daniele Coro e Martina Vinci hanno scritto Favole, uno dei singoli del disco, mentre Astronauti è nata insieme a Jampa, che ho conosciuto più recentemente. Da una parte quindi ci sono stati autori giovani e nuovi, dall’altra collaborazioni ormai consolidate come quella con Bianconi.
Con Carmen Consoli, invece, c’è anche un forte legame artistico e umano. È una delle artiste italiane che amo di più: mi piace la sua libertà creativa, il fatto che sia sempre fuori dalle logiche più commerciali e continui a essere una ricercatrice nella musica. La canzone che abbiamo condiviso racconta il viaggio di due donne un po’ fuori dagli schemi, alla ricerca del proprio posto nel mondo. Per questo mi sembrava naturale coinvolgere proprio Carmen, perché sento che ci accomuna questo desiderio di libertà espressiva. Lei ha accolto subito il progetto con entusiasmo e sono stata davvero felice della sua partecipazione.
Ci sono stati poi anche nuovi incontri artistici importanti, come quelli con Leo Di Dante e Jole Canelli, con cui sto collaborando spesso ultimamente. Jole, tra l’altro, aprirà alcune date del tour: è una giovane artista che ha appena pubblicato il suo primo album. Leo invece è un autore e un chitarrista straordinario con cui condivido spesso anche il palco.
E poi c’è stato l’incontro con Stewart Copeland, nato grazie a un’opera rock che lui aveva scritto per l’Italia. Era un progetto molto sperimentale, in cui io interpretavo una cantante rock accanto a cantanti lirici. Non ha avuto un grande riscontro commerciale, ma per me è stata un’esperienza importantissima, soprattutto perché mi ha permesso di conoscere un artista come Copeland, che ha segnato profondamente la storia della musica e della batteria.
Nel tuo percorso artistico hai sempre preferito la libertà di essere te stessa, rispetto ai canoni che il mercato musicale richiede; hai avuto spesso timore di non essere capita come artista?
È una domanda che ogni tanto mi faccio, naturalmente. Va bene avere un’identità forte e credere in sé stessi, però a volte uno pensa anche: “Sì, ma se poi nessuno ti segue?”.
Credo che ci sia sempre un equilibrio da trovare tra l’esprimere se stessi e il riuscire anche a raccontare qualcosa in cui le persone possano riconoscersi. Io parto da me stessa, certo, ma attraverso le mie canzoni voglio raccontare anche le donne, le mie amiche, le persone di oggi, le relazioni, i problemi e le fragilità del presente. A volte mi pesa un po’ il fatto che oggi il modo di comunicare la musica sia completamente cambiato. Un tempo era più semplice: usciva un album, un brano passava in radio, c’erano spazi più naturali per arrivare alle persone. Adesso invece sembra quasi che l’artista debba trasformarsi continuamente in promotore di sé stesso, attraverso i social e tutti questi strumenti tecnologici che non appartengono del tutto al mio linguaggio naturale.
Questa cosa ogni tanto la soffro, perché mi sembra quasi di dover fare un altro mestiere oltre alla musica. Di recente ho visto il film su Michael Jackson: lui voleva restare un personaggio misterioso, non sentiva il bisogno di raccontare continuamente la propria vita privata. E in questo mi trovo in linea con la sua visione. Oggi invece sembra quasi che si debba condividere tutto, anche gli aspetti più intimi e personali. Forse da questo punto di vista mi sento un po’ “vintage”. Noi eravamo abituati a comunicare qualcosa quando aveva davvero un significato importante, non ogni singolo momento della quotidianità. E quindi sì, ogni tanto mi chiedo se il mio modo di vivere la musica e questo mestiere sia ancora davvero attuale. È una domanda che ogni tanto mi rimane addosso. Alla fine, però, cerco di trovare un compromesso tra la realtà di oggi e il mio modo di essere. Vado avanti così, sapendo che forse potrei fare di più, ma anche che potrei fare molto meno.




Tra i brani del tuo repertorio come “La tua ragazza sempre”, “Prima di partire per un lungo viaggio”, per citarne alcuni, sono stati scritti da Vasco Rossi; quali sono i legami artistici con lui?
Quando c’è di mezzo Vasco Rossi è sempre tutto molto intenso. Basta davvero poco: un messaggio, un commento, persino un semplice “mi piace”, e intorno si crea subito una specie di agitazione generale. Tutti iniziano a chiedersi cosa voglia dire, se ci sia qualche significato nascosto, se magari voglia invitarti a qualcosa o stia preparando qualche sorpresa. Vasco ha questa energia molto forte, è un personaggio che quando si fa vivo in qualche modo smuove tutto. Però è anche questo il bello: è una presenza che ti accende, ti dà entusiasmo, ti fa sentire sostenuta.
Recentemente, ad esempio, durante questa esperienza televisiva legata a Canzonissima, ho interpretato Albachiara e lui ha seguito la cosa, mi ha fatto i complimenti. Sono momenti che per me restano davvero speciali.
Naturalmente, quando c’è lui di mezzo, tutti aspettano sempre una sua reazione: gli sarà piaciuto? Non gli sarà piaciuto? E quindi inevitabilmente si crea un certo scompiglio.
Ecco, diciamo che mi sento molto onorata di essere “scompigliata” da Vasco Rossi.



Dopo una carriera così consolidata, quali aspetti del fare musica continuano a sorprenderti e a stimolarti maggiormente?
A stimolarmi spesso sono anche le persone con cui faccio musica. Le scelte delle persone che mi accompagnano, che siano i musicisti in tour, i produttori o lo stesso manager, sono fondamentali. Per me è importante prima di tutto stimare le persone, cioè devono piacermi come individui prima ancora che come professionisti. È una cosa che deve andare insieme, perché è proprio la relazione con loro che mi stimola ad andare avanti, che mi diverte, che mi fa sentire completa e appagata. Ci deve essere una vera apertura, il desiderio di far funzionare il progetto, di uscire un po’ da sé stessi e lavorare insieme, in una logica di squadra. Un po’ “tutti per uno e uno per tutti”, per capirci.
Per quanto riguarda la sorpresa, a volte mi arriva proprio da tutt’altro. Mi succede, per esempio, quando riascolto cose che non sentivo da tempo: abbozzi di canzoni, idee rimaste nel cassetto. Capita di ritrovare brani scritti anche sette anni prima e riscoprirli dopo tanto tempo, e magari pensare: “No, questa ora mi racconta molto più di adesso di quando l’ho scritta”. Ed è una sensazione bellissima, quella di riaprire quei cassetti e trovare pezzi di sé che sembrano quasi parlare in un tempo diverso, come se quelle canzoni sapessero già dove sarei arrivata.




In che modo ritieni sia cambiato nel tempo il rapporto con il tuo pubblico, e quali aspettative nutri oggi nei confronti dei tuoi ascoltatori?
Credo che in parte il mio pubblico sia cresciuto con me. E questo mi auguro sia anche il motivo per cui oggi ci ritroviamo ancora: perché ho sempre cercato di essere sincera rispetto a quello che provavo in un determinato momento, rispetto alla storia che avevo da raccontare in quel periodo. C’è quindi questa bella idea che chi mi segue da tanti anni possa riconoscersi in questo percorso, perché anche loro sono cresciuti insieme a me, in qualche modo. È quasi un rapporto “storico”, fatto di continuità e di evoluzione condivisa.
Allo stesso tempo spero di avere anche la fortuna di attrarre qualcuno delle nuove generazioni, qualche giovane ascoltatore che ancora si appassiona alle canzoni e agli strumenti suonati. Io resto molto legata a un’idea di musica costruita anche attraverso gli strumenti veri, e forse questo oggi rappresenta qualcosa di meno “scontato”, in un certo senso, rispetto ad altre produzioni più standardizzate.
Sembra comunque che i giovani stiano ricominciando ad apprezzare la musica live, quella fatta con gli strumenti veri.
Magari, meno male che questa cosa sta tornando, perché sarebbe davvero un peccato il contrario! Ci vuole tanto amore, tanta passione e tanta pazienza per imparare a suonare uno strumento, e quindi è qualcosa che dovrebbe partire da giovani. Se anche solo qualcuno, vedendo l’esempio della musica fatta con strumenti veri, si incuriosisse o avesse voglia di provarci, sarebbe già una cosa bellissima.
Perché alla fine è anche un’esperienza che si fa insieme agli altri. Con un computer puoi fare tutto da solo, ma vuoi mettere la bellezza di una band, di andare in giro, di condividere il percorso, di costruire amicizie, piuttosto che stare in una cameretta davanti al computer?
E vi lascio con questa domanda. (ride, ndr)
Ti ringrazio tantissimo, in bocca al lupo per il tour!
Grazie tanto. Ciao!
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DATE DEL TOUR “Fiera di Me 2026”
17 maggio 2026: FORLI’ – Parco Urbano – Festival Romagna in Fiore- 2 giugno 2026: CELLOLE (CE) – Piazza Aldo Moro
- 7 giugno 2026: CAMPOBASSO – Piazza della Vittoria
- 20 giugno 2026: CARBONIA – Piazza Roma
- 25 giugno 2026: RIETI – Piazza Mazzini
- 28 giugno 2026: CARRARA – Piazza Matteotti – Carrara Estate
- 8 luglio 2026: FIESOLE (FI) – Teatro Romano
- 13 luglio 2026: ISOLA DEL LIRI (FR) – Piazza Santa Triade
- 15 luglio 2026: FINALE LIGURE (SV) – Piazza Vittorio Veneto
- 25 luglio 2026: PATTI (ME) – Piazza Marconi
- 15 agosto 2026: MONTESILVANO (PE) – Teatro del mare
- 19 agosto 2026: BENETUTTI (SS) – Piazza Santa Croce
- 13 settembre 2026: MARCONIA DI PISTICCI (MT) Piazza della Vittoria
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- https://www.musiculturaonline.it/irene-grandi-annuncia-il-tour-fiera-di-me-2026/ (24 aprile 2026)
- https://www.musiculturaonline.it/la-grinta-e-lenergia-di-irene-grandi-arriva-al-teatro-verdi-di-firenze/ (29 n0vembre 2024)



