Intervista alla cantante, conduttrice televisiva, attrice e scrittrice Luisa Corna
a cura di Francesca Bruni
21 Lug 2026 - Approfondimenti live, Interviste, Libri
Francesca Bruni ha intervistato Luisa Corna, cantante, conduttrice televisiva, attrice che recentemente ha pubblicato il libro “Tofu e l’Isola di Plastica”. Un dialogo sincero con un’artista poliedrica, tra il valore dell’esperienza e l’entusiasmo di nuovi inizi.
Per il grande pubblico è una delle voci più eleganti della musica italiana, un’artista che nel corso degli anni ha saputo muoversi con naturalezza tra il palcoscenico, la televisione e il teatro, costruendo un percorso fatto di talento, passione e continua voglia di mettersi in gioco. Oggi, però, Luisa Corna aggiunge un nuovo tassello al suo universo creativo, scegliendo di parlare ai più piccoli attraverso una fiaba che affronta con delicatezza un tema quanto mai attuale: la tutela dell’ambiente.
Con Tofu e l’Isola di Plastica, la cantante e conduttrice firma un racconto che unisce fantasia, musica e sensibilizzazione ecologica, invitando bambini e adulti a riflettere sul valore della collaborazione e sul rispetto del pianeta. Un progetto nato dall’osservazione del mare, che da anni accompagna la sua quotidianità, e dal desiderio di trasmettere alle nuove generazioni messaggi positivi attraverso il linguaggio universale delle storie.
In questa intervista Luisa Corna ripercorre le tappe più significative della sua carriera, racconta come è nato il suo amore per la scrittura, riflette sul mondo dell’infanzia e sulle sfide educative di oggi, senza dimenticare la musica, da sempre il filo conduttore della sua vita artistica. Ne emerge il ritratto di una donna consapevole, curiosa e profondamente sensibile, convinta che la creatività possa ancora essere uno strumento capace di emozionare, educare e costruire ponti tra generazioni diverse. E mentre guarda al futuro con nuovi progetti musicali già in cantiere, continua a coltivare quella parte di sé che sa ancora stupirsi, immaginare e sognare, proprio come fanno i bambini.
INTERVISTA
Partiamo dal suo nuovo libro “Tofu e l’Isola di Plastica”: qual è stata la scintilla che l’ha spinta a raccontare questa storia e quale messaggio spera arrivi ai lettori?
Ormai da otto anni vivo al mare. È un luogo che ho imparato ad amare profondamente, soprattutto nei periodi meno affollati dell’anno: maggio, giugno, settembre e ottobre. Proprio in quei mesi mi rendo conto di quanti pezzi di immondizia il mare restituisca alla costa. Quando sono in spiaggia, insieme ad altre persone, spesso raccogliamo questi rifiuti. A volte improvvisiamo anche delle piccole raccolte differenziate. Ed è stato proprio durante uno di questi momenti che ho iniziato a riflettere. Pensavo alle grandi isole di plastica presenti nei vari oceani, di cui avevo letto, e a quanto fossero estese.
Avendo già scritto una prima fiaba musicale, Tofu e la magia dell’arcobaleno, mi sono detta che questo poteva essere un tema importante da raccontare anche ai bambini, perché è fondamentale sensibilizzarli su questi argomenti. Così, osservando il mare, ho lasciato spazio all’immaginazione e ho immaginato questa fiaba: gli alieni Tofu e sua sorella Seitan tornano sulla Terra e, insieme agli esseri sottomarini e a quelli terrestri, uniscono le loro forze per ripulire il mare da un’isola di plastica. Il messaggio è proprio quello dell’unione: da soli non si può fare tutto, ma insieme si può fare moltissimo. Lo vedo anche sulla spiaggia: quando le persone si mettono insieme per ripulirla, si riesce davvero a fare la differenza.
Nel corso della sua carriera l’abbiamo vista cantante, conduttrice e oggi anche autrice: qual è il filo rosso che unisce tutte queste esperienze?
In primo luogo, è sempre stato il mondo dello spettacolo e dell’arte. Fin da ragazza ho seguito un percorso di studi legato al teatro, alla musica e alla recitazione: la mia formazione è stata orientata proprio verso le arti dello spettacolo.
La scrittura di fiabe è arrivata in un secondo momento, anche grazie all’esperienza vissuta accanto ai figli di mio marito. Non avendo figli, ho imparato a stare vicino a loro leggendo fiabe e inventando storie. Durante i viaggi in macchina, ad esempio, facevamo spesso un gioco: chi riusciva a raccontare la storia più fantasiosa. Credo che siano stati proprio loro ad aprirmi nuovi canali ricettivi verso il mondo dei più piccoli e a farmi nascere il desiderio di scrivere.
Oggi sono adulti, ma quando li ho conosciuti avevano circa due e cinque anni. Per stare loro vicino mi sono un po’ improvvisata: guardavo con loro i cartoni animati, leggevo racconti e cercavo ogni volta nuovi modi per condividere il loro immaginario.
C’è un episodio della sua vita o della sua carriera che ha influenzato in modo particolare la scrittura di questo libro?
Sì, sicuramente l’incontro con i figli di mio marito e, più in generale, con il mondo dei più piccoli. Conoscendo loro e i loro amici, ho imparato a osservare i bambini, cosa che mi incuriosisce molto. Mi piace guardarli perché non hanno filtri: sono diretti. In qualche modo assomigliano a noi adulti, ma senza tutte le sovrastrutture che acquisiamo crescendo.
Proprio l’altro giorno, dopo un impegno di lavoro, ero al mare e osservavo alcuni bambini che giocavano sulla spiaggia con delle navi, fingendo una guerra. Mi sono avvicinata e ho chiesto: “A cosa state giocando?”. Mi hanno risposto: “Alla guerra”. Allora ho domandato: “Ma voi sapete cos’è la guerra?”. E loro mi hanno detto: “Sì, c’è la guerra e noi abbiamo paura”. Quella risposta mi ha colpita molto. I bambini, soprattutto quelli che vivono lontano dai conflitti, non dovrebbero avere questo tipo di preoccupazioni. È comprensibile per chi vive in Paesi in guerra, ma oggi le notizie arrivano ovunque, anche a loro. Vengono informati e finiscono per avere paura.
Lei ha spesso manifestato una grande sensibilità verso il mondo dell’infanzia: da dove nasce questa attenzione e cosa le insegnano i bambini ancora oggi?
I bambini mi insegnano moltissimo perché, come dicevo, sono un po’ lo specchio di noi adulti, ma sono ancora liberi. Liberi di esprimersi, di mostrare ciò che provano. A volte possono sembrare anche un po’ cattivelli, proprio perché non hanno ancora quei filtri che, crescendo, impariamo ad avere. Dicono quello che pensano, ma poi sanno anche farsi perdonare. Le loro emozioni sono autentiche, palpabili, e questa è la cosa più bella: non si nascondono e non hanno paura di mostrarsi per quello che sono.
Credo che da piccoli si impari soprattutto a essere se stessi. Poi, con il tempo, si cresce e si cerca anche di migliorarsi.
I bambini di oggi, però, sono sottoposti a sollecitazioni ancora più forti rispetto al passato. Per certi aspetti mi fanno molta tenerezza, soprattutto quando penso al mondo di Internet e alla violenza verbale che spesso lo caratterizza. Viene naturale volerli proteggere.
Naturalmente non possiamo proteggerli da tutto, perché il mondo è lì fuori e dovranno affrontarlo con le loro forze. Credo però che noi adulti abbiamo il dovere di prepararli, trasmettendo loro ciò che abbiamo imparato attraverso la nostra esperienza e ciò che stiamo vivendo. Dobbiamo aiutarli a diventare più forti, ad affrontare il futuro con maggiore serenità, facendo leva sui loro talenti e sulle loro capacità. E, soprattutto, cercare di liberarli da quell’insicurezza che li porta a pensare di dover raggiungere a tutti i costi determinati traguardi per sentirsi qualcuno.
Quanto è importante, secondo lei, proporre ai più giovani storie e modelli positivi attraverso i libri?
È importantissimo. I modelli positivi esistono, ma spesso non riescono ad arrivare ai più giovani. A fare più rumore sono quasi sempre le figure che fanno clamore, mentre ci sono persone che rappresentano esempi bellissimi e che, purtroppo, rimangono più in sordina. Bisogna andare a cercarle. Ci sono tanti ragazzi che studiano con serietà e che aspirano a costruire percorsi professionali diversi, non necessariamente sotto i riflettori, ma altrettanto importanti per la società. Anche questi sono modelli che meritano di essere raccontati.
Quella dei libri, poi, è sicuramente una sfida, oggi…
Sì, purtroppo credo poi che si legga sempre meno. Parlando anche con il mio editore, riflettevamo proprio su questo: andando avanti ci si rende conto che la lettura veloce, quella dei social e di Internet, prende sempre più spazio, mentre il libro, quello vero, viene letto molto meno.
Quando ero bambina, mia madre mi leggeva sempre qualcosa prima di andare a dormire. Ho sempre amato leggere perché era un momento tutto mio, che mi permetteva di entrare nelle storie e viverle. Certo, allora non c’erano tutte le sollecitazioni di oggi: YouTube, i contenuti immediati, i cartoni animati sempre a portata di mano. Era un mondo diverso. È naturale che il mondo cambi e che si vada avanti. Credo però che sia importante conservare ciò che di buono avevamo, perché fa parte del nostro bagaglio culturale.
A volte noto che molti ragazzi, pur andando a scuola, scrivono senza rispettare la punteggiatura e con uno stile molto sintetico, influenzato dai nuovi linguaggi digitali. Può avere anche un suo fascino, ma penso sia importante continuare a valorizzare la nostra lingua e la bella scrittura italiana, che ha ancora tantissimo da dare e da raccontare.
Dopo tanti anni sotto i riflettori, ha scoperto nella scrittura un modo diverso di comunicare rispetto alla musica e alla televisione?
È un modo diverso di esprimersi, ma alla base c’è sempre la stessa esigenza: la fantasia e la creatività. In fondo la finalità non cambia mai, perché si tratta sempre di creare qualcosa che riesca ad arrivare alle persone. In questo caso, però, mi rivolgo ai più piccoli.
All’interno del libro, inoltre, c’è un QR code dedicato alla parte musicale. Ho inserito le canzoni, gli spartiti, le basi musicali e i testi, così che i bambini possano ascoltarle, cantarle e, se a scuola stanno studiando le note, anche suonarle. Le canzoni sono parte integrante del racconto: sono inserite nel testo come se l’intero libro fosse pensato come un musical. Ognuna accompagna un momento preciso della storia e ne sottolinea il significato.
Oggi vedo che i bambini tendono a cantare soprattutto brani pensati per gli adulti. Io, invece, ho voluto scrivere canzoni dedicate a loro, pensate davvero per il loro mondo.
Qual è stata la sfida più grande nell’affrontare il ruolo di scrittrice?
In realtà è stato tutto abbastanza spontaneo. Se non lo fosse stato, probabilmente non mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere un libro. È nato in modo molto istintivo.
Mi piace molto scrivere poesie perché, in qualche modo, è un’attività terapeutica: mi permette di esprimere ciò che sento in un determinato momento. Poi mi piace rileggerle, perché è anche un esercizio introspettivo. Scrivere per i più piccoli, in fondo, è un po’ la stessa cosa.
È divertente perché ti porta a immaginare situazioni particolari, creative, giochi e piccoli mondi da costruire. Per me è stato anche uno svago, un modo per fare un tuffo nella mia parte più fanciullesca.
In fondo è una bella sfida. Del resto, anche la tradizione della poesia ci invita a riscoprire il fanciullo che è dentro di noi…
Credo che sia importante, perché a volte ce ne dimentichiamo. Questo libro mi ha riportata indietro nel tempo, a pensare a com’ero da bambina e a come sarebbe potuta essere la mia vita se avessi fatto scelte diverse. Mi sono anche chiesta che bambina sarei stata oggi e penso che, con il mondo di adesso, per me sarebbe stato molto più difficile.
Da piccola ero timidissima. Poi, però, ho trovato il coraggio di seguire la mia passione. Sono andata via di casa molto presto perché il richiamo del mondo dello spettacolo era più forte. Volevo studiare e, nelle mie zone, non c’erano scuole dedicate alle arti, così mi sono trasferita a Milano. Anche per questo considero la scrittura un modo per ritrovare un contatto con il proprio io bambino e per restargli vicino.
Nel libro ci sono valori o insegnamenti che considera particolarmente importanti da trasmettere alle nuove generazioni?
Sì. Uno dei valori centrali è sicuramente quello dell’unione, che considero fondamentale. Ho l’impressione che oggi molti ragazzi tendano a chiudersi in se stessi. Sono sempre connessi, attraverso il telefono esiste una forma di comunità e di contatto con gli altri, ma molto spesso questo rapporto passa attraverso uno schermo. Naturalmente non è così per tutti, ma credo che questa sia una tendenza sempre più diffusa.
Nel libro, invece, ho voluto mettere al centro l’incontro e il confronto tra esseri appartenenti a mondi diversi: ci sono personaggi che arrivano dal cielo, altri dal mare e altri ancora dalla terra. Ognuno proviene da luoghi e realtà differenti e proprio questa diversità diventa una ricchezza.
L’altro grande tema è il rispetto per l’ambiente, un valore che ritengo fondamentale, perché dal modo in cui sapremo prenderci cura del nostro pianeta dipende il nostro futuro.
Dopo questo libro, la scrittura avrà ancora spazio nei suoi progetti futuri? Possiamo aspettarci nuove storie?
Non lo so. Questo libro è nato in modo del tutto spontaneo e, se oggi dovessi pensare a una nuova storia, non saprei ancora da dove partire. Però, se dovesse arrivare un’altra ispirazione, mi piacerebbe continuare questo percorso. Mi piacerebbe che le storie di Tofu diventassero almeno tre.
La scrittura, per me, nasce soprattutto nei momenti di relax. In realtà faccio fatica a stare ferma, anche con la mente: sono una persona molto attiva e faccio fatica a staccare. Così, magari, mi siedo sul divano, prendo il computer e inizio a scrivere una poesia oppure metto giù un’idea. È proprio in quei momenti che possono nascere intuizioni capaci di incuriosirmi. Se succederà di nuovo, allora continuerò a scrivere. Per ora, però, non so ancora quale potrebbe essere la prossima storia.
Guardando al suo percorso professionale, c’è un momento che considera decisivo per la donna e l’artista che è oggi?
Sì, ci sono stati diversi momenti decisivi, anche perché il mio percorso si è sviluppato in fasi differenti. Ho studiato e mi sono formata, e il mio primo amore è sempre stato il mondo della musica, fin da ragazzina. La televisione è arrivata più tardi, a 33 anni, anche un po’ per caso. È stata un’esperienza completamente nuova, in cui mi sono dovuta mettere in gioco. Allo stesso tempo, però, l’ho vissuta con grande consapevolezza, perché non ero più giovanissima e questo mi ha permesso di affrontarla in modo più maturo.
Ricordo che tutto è iniziato durante una convention: in quell’occasione fui notata e mi fu proposto di fare un provino per Domenica In, dove c’era Fabrizio Frizzi. Da lì fui scelta. Successivamente Corrado, che mi vide in Domenica In, mi propose di partecipare a Tira e molla insieme a Giampiero Ingrassia, incoraggiandomi anche a cimentarmi nella conduzione.
Ci sono stati poi altri incontri importanti, come quello con Fausto Leali. Da quel momento è stato un susseguirsi di circostanze fortunate che mi hanno portata a vivere diversi anni di carriera con un buon successo.
Se dovesse riassumere con un aggettivo il momento che sta vivendo oggi, tra carriera, scrittura e progetti futuri, quale sceglierebbe e perché?
È difficile scegliere un solo aggettivo. Direi che è un momento di maggiore consapevolezza.
Sono in un’età in cui ci si può permettere di tirare un po’ le somme, in qualche modo, pur mantenendo sempre lo sguardo aperto al futuro. Io, infatti, vivo molto il presente e resto sempre operativa. Però sì, credo che la parola giusta sia consapevolezza.
Con quali artisti musicali della nuova generazione le piacerebbe duettare?
Ce ne sono diversi che apprezzo molto. Tra gli artisti maschili, ad esempio, mi piace tantissimo la voce di Marco Mengoni, anche per la qualità dei testi, che spesso veicolano messaggi importanti. Apprezzo molto anche Blanco, così come Ermal Meta e Diodato: sono tutti artisti bravissimi.
Tra le artiste, mi piace molto Angelina Mango, soprattutto per la sua scrittura così personale e per la sua autenticità. Trovo molto interessante anche Elodie, nel suo mondo artistico, e Annalisa. Credo che oggi ci siano molte interpreti valide, ognuna con una propria identità ben definita.
Noi lanciamo questa idea, chissà che un giorno non possa davvero concretizzarsi…
Se dovessi indicare una direzione più vicina al mio mondo, direi sicuramente un brano di Diodato, legato alla tradizione cantautorale. Ma resto comunque aperta a nuove possibilità.
Ci sono in cantiere nuovi progetti nell’ambito musicale e televisivo che ci può svelare?
Sì, sto lavorando a due nuovi singoli. In questo momento li sto finendo di scrivere e poi li realizzeremo. L’uscita è prevista non prima dell’estate, probabilmente in autunno.
Nel frattempo, per tutta l’estate sarò impegnata con i concerti. Porto avanti due tipi di spettacolo. Uno si intitola Grandi Voci ed è dedicato ai grandi interpreti della musica italiana e internazionale. È uno show arricchito da contributi video che raccontano questi artisti, oltre naturalmente al mio percorso professionale. Nel corso degli anni ho avuto la possibilità di duettare con moltissimi nomi importanti, tra cui Fausto Leali, John Warwick, Gloria Gaynor, Tony Hadley e Sananda Maitreya, cioè Terence Trent D’Arby. Durante lo spettacolo interpreto anche alcuni dei loro brani.
C’è poi un secondo progetto, sempre legato a Grandi Voci, ma in una versione semiacustica, chitarra e voce, quindi più intima. Anche in questo caso racconto qualcosa di me e del mio percorso, accompagnata da immagini e dal ricordo degli artisti con cui ho condiviso il palco.
Bene, in bocca al lupo allora. Grazie mille della disponibilità e della bella intervista!
Grazie a voi!








