Intervista al regista Stefano Chiantini
a cura di Francesca Bruni
24 Lug 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste
Con il suo sguardo sensibile e profondamente umano, Stefano Chiantini, intervistato da Francesca Bruni, racconta un cinema fatto di emozioni autentiche, personaggi fragili e storie capaci di interrogare il presente senza rinunciare alla poesia.
(Le immagini dei film sono quelle disponibili nell’area press delle case di produzione)
Stefano Chiantini appartiene a quella schiera di registi che hanno scelto di raccontare il mondo senza alzare la voce, affidandosi alla forza delle immagini, dei silenzi e delle emozioni più autentiche. Il suo è un cinema che rifugge gli artifici e le facili scorciatoie narrative, preferendo immergersi nelle pieghe dell’animo umano, là dove convivono fragilità, contraddizioni e speranze. Film dopo film ha costruito una cifra stilistica riconoscibile, capace di coniugare rigore autoriale e sensibilità, mettendo sempre al centro l’essere umano e la complessità delle sue relazioni.
Con Separazioni, il regista torna a confrontarsi con il tema dei legami familiari e della perdita, trasformando una vicenda ispirata a fatti reali in un racconto intenso e profondamente rispettoso del dolore. Un’opera che conferma il suo interesse per i personaggi sospesi tra ferite e possibilità di rinascita, evitando ogni forma di spettacolarizzazione e affidando alle atmosfere, ai paesaggi e ai non detti il compito di parlare allo spettatore.
In questa intervista Stefano Chiantini ripercorre il proprio percorso artistico, racconta il rapporto con gli attori, riflette sul valore del silenzio come linguaggio cinematografico e sulla centralità delle location, considerate veri e propri personaggi. Non manca uno sguardo lucido sul presente del cinema italiano, tra piattaforme, nuove modalità di fruizione e il rischio di perdere quella dimensione autoriale che, secondo lui, rappresenta l’essenza stessa della settima arte.
Ne emerge il ritratto di un autore coerente, profondamente legato a una concezione del cinema come strumento di osservazione della realtà e dell’interiorità umana. Un regista che continua a credere nella forza delle storie capaci di interrogare lo spettatore, senza offrire risposte facili, e che guarda già al futuro con I Difettosi, un nuovo progetto che promette di esplorare, con un registro inedito, le imperfezioni che rendono ogni essere umano unico.
INTERVISTA
Il suo cinema è spesso molto attento alle relazioni umane e alle fragilità dei personaggi. Da dove nasce questa esigenza narrativa?
È qualcosa di molto istintivo. Mi sono sempre dedicato a raccontare storie che esplorano e indagano l’animo umano, calato in determinate condizioni. È un’esigenza viscerale, che non nasce da una scelta razionale, ma che mi appartiene profondamente e alla quale mi ritrovo ad aderire in modo del tutto spontaneo.
Nel suo modo di raccontare le storie, i silenzi sembrano avere lo stesso peso delle parole. Quanto è importante per lei ciò che resta non detto?
Avete colto un aspetto fondamentale del mio modo di raccontare. Per me i silenzi sono spesso ancora più importanti delle parole. Nei miei film il dialogo è essenziale, molto sottratto: sono soprattutto le atmosfere, gli sguardi e il non detto a diventare strumenti di comunicazione, a esprimere le emozioni e a far evolvere i rapporti tra i personaggi. Il silenzio, in fondo, è ciò che anima le mie storie.



Ogni film presenta sfide diverse. Quando inizia un nuovo progetto, parte dai personaggi, dalla storia o da un’immagine che ha in mente?
Dipende dal progetto, perché ogni storia ha una genesi diversa. A volte tutto nasce da uno sguardo, dall’incontro con una persona che osservi e che ti spinge a porti mille domande. Altre volte può essere la lettura di una poesia, anche solo di poche righe, oppure l’ascolto di una canzone. Ogni film segue un percorso differente. Una volta individuato lo spunto iniziale, però, la caratterizzazione dei personaggi diventa l’elemento portante della storia. Spesso sono proprio loro a guidarmi e a condurmi nello sviluppo del racconto.



Come costruisce il rapporto con gli attori durante la preparazione e sul set? Quanto spazio lascia all’istinto e all’improvvisazione?
Il rapporto con gli attori è un elemento determinante, proprio perché racconto storie in cui il personaggio e l’animo umano hanno un ruolo fondamentale. Per questo il confronto con gli interpreti diventa centrale. Mi piace lavorare lasciando loro molta libertà. Scrivo storie che, dal mio punto di vista, raccontano emozioni forti: non sono film in cui la battuta fine a se stessa ha un’importanza predominante, ma racconti in cui ciò che conta è la dimensione umana dei personaggi. Credo che, una volta instaurato un rapporto e creato un feeling con gli attori, siano loro a dover trovare il modo di far vivere le emozioni che voglio raccontare. È quello che è successo anche su questo set: non potevo certo andare da Adriano (Giannini), o Barbara (Bobulova) e dire loro: “Adesso piangi, adesso ridi, adesso fai questo movimento”. Io arrivavo e raccontavo un’emozione, una situazione, ciò che volevo emergesse dalla scena. Poi il modo di interpretarla, la battuta, lo sguardo, il gesto, erano elementi che trovavano loro.
Lavoro quindi con grande libertà insieme agli attori, lasciando loro un ampio spazio di espressione.
Nei suoi lavori emerge spesso un forte legame con i territori e con la realtà sociale. Quanto conta il luogo in cui una storia prende vita?
È fondamentale, perché il cinema è immagine, è atmosfera e, in un certo senso, anche le location diventano altri personaggi. In alcuni miei film è accaduto che i luoghi avessero un ruolo particolarmente importante, perché portavano con sé un significato preciso. In Una madre, ad esempio, il campeggio in cui vivono degli sfollati assume anche una valenza sociale.
In quest’ultimo film, invece, la montagna diventa proprio un personaggio: ha una sua psicologia, una sua emotività, un suo peso all’interno della storia. Per questo le location rappresentano una parte fondamentale dei miei film.


Il cinema italiano sta vivendo una fase di grandi cambiamenti, anche grazie alle piattaforme e ai nuovi modi di fruire i film. Come vede questa evoluzione?
La vedo molto male. La considero un’involuzione. Le piattaforme, a mio avviso, portano verso una stereotipizzazione dei progetti, una massificazione e un abbassamento di quello che dovrebbe essere il valore dell’arte e della cultura.
Le piattaforme, infatti, hanno l’obiettivo, giustamente o ingiustamente, non sta a me dirlo, di raggiungere un pubblico molto ampio, una grande massa di spettatori. Ma quando si punta a parlare a una platea così vasta, inevitabilmente si rischia di andare verso la banalizzazione delle emozioni e la stereotipizzazione dei contenuti. È una direzione molto lontana dal mio modo di intendere e raccontare il cinema.
C’è un regista, italiano o internazionale, che continua ancora oggi a ispirare il suo modo di fare cinema?
Dipende molto dai periodi e anche dal mio stato d’animo. Per quanto riguarda il cinema italiano, il mio modo di raccontare è stato ed è tuttora molto influenzato, ad esempio, da Antonioni e da Pasolini. Ci sono poi altri registi che amo: sono cresciuto con i film di Nanni Moretti, che rappresenta un cinema molto diverso, ma che ha avuto comunque un’importanza nel mio percorso. Se penso a un autore in particolare, Antonioni è sicuramente un regista che apprezzo molto, per il suo modo di raccontare e per la profondità dei suoi personaggi.
A livello internazionale gli esempi sono molti. In un periodo della mia vita sono stato molto vicino al cinema di Tarkovskij, ma mi piacciono anche registi come Kusturica, Kaurismäki e i fratelli Dardenne. Insomma, gli stimoli sono tanti e spaziano in direzioni diverse. Sono autori che ammiro, anche se naturalmente i risultati che hanno raggiunto sono inarrivabili.
Guardando indietro alla sua carriera, c’è un film che sente abbia rappresentato una svolta, sia dal punto di vista artistico che personale?
Ce n’è più di uno. Ci sono film che considero vere e proprie pietre miliari per il mio percorso: penso, ad esempio, a Sacrificio di Tarkovskij, ma anche a tutti i suoi film, oppure a Fino all’ultimo respiro di Godard. Sono opere che mi hanno segnato profondamente e che, in qualche modo, mi hanno aperto le porte al cinema.
Per quanto riguarda i miei film, quello a cui sono più legato e che ha rappresentato una sorta di svolta, soprattutto in termini di consapevolezza, è stato Isole, il film che ho realizzato nel 2011 con Asia Argento, Ivan Franek e Giorgio Colangeli. È stato il film che mi ha fatto pensare: “Ok, questo lavoro posso farlo, so farlo”, anche perché ha definito una mia riconoscibilità come autore. È stato presentato al Toronto Film Festival ed è poi stato selezionato per moltissimi festival internazionali. È un’opera a cui sono ancora oggi profondamente legato.



“Separazioni” racconta una frattura familiare ma anche la possibilità di ricostruire un legame. Che cosa l’ha colpita di questa storia al punto da volerla portare sullo schermo?
Innanzitutto, è una storia che nasce da un fatto realmente accaduto, anche se il film è chiaramente un’opera di finzione. Lo spunto, però, arriva da una vicenda successa nel mio paese, dove purtroppo alcune persone rimasero intrappolate sotto una valanga. Morirono e i loro corpi furono ritrovati soltanto dopo un mese. È un evento che mi ha colpito profondamente, perché nel mio paese ci conosciamo tutti e quella tragedia è avvenuta su una montagna dove io andavo ogni domenica. Erano persone e luoghi molto vicini alla mia vita. Ciò che mi ha segnato maggiormente è stato vedere come un dolore di quel genere lavorasse nell’animo delle persone che conoscevo. Non soltanto nelle famiglie che hanno vissuto quell’incubo e quella perdita, ma anche in chi era impegnato nelle ricerche. I soccorritori, molti dei quali erano miei amici, ogni giorno partivano con la speranza di trovare quelle persone e ogni sera tornavano con un senso di frustrazione. Mi ha colpito profondamente il modo in cui tutto questo agiva sull’animo umano, ed è da lì che è nato il desiderio di raccontare questa storia.
Il film nasce anche da un fatto di cronaca. Come si trasforma un evento reale in un racconto cinematografico senza perdere autenticità né rispetto per le persone coinvolte?
Questa domanda ha toccato un punto fondamentale. Per me il rispetto nei confronti delle persone coinvolte è sempre la priorità. Per questo ho cercato di non realizzare un film voyeuristico o enfatico, come spesso accade oggi, ma di mantenere la giusta distanza, sia narrativa sia emotiva. Ho voluto raccontare questa storia con un forte coinvolgimento umano, ma sempre con grande rispetto nei confronti del dolore. È questo il principio che ha guidato sia la scrittura sia la realizzazione del film.



Nei suoi film la famiglia è spesso un luogo di conflitto, ma anche di possibilità. Pensa che oggi il cinema abbia ancora il compito di raccontare queste relazioni con uno sguardo realistico?
Nel mio cinema è così, ma non voglio essere dogmatico su come il cinema debba raccontare le storie. Credo che il cinema possa, e debba, farlo in molti modi diversi. La cosa davvero importante, secondo me, è che sia un cinema autentico. Il cinema è un linguaggio, ha una sua grammatica, ed è proprio questo che oggi, a volte, sembra mancare. Si possono raccontare le storie con uno sguardo realistico, come nel neorealismo, oppure con un approccio più favolistico o surreale. Sono tutte scelte legittime. Quello che non bisogna dimenticare è che esiste una forma di racconto strettamente legata al linguaggio cinematografico. Quando questa consapevolezza viene meno, anche le storie finiscono per apparire artificiali. Si perde lo sguardo dell’autore, si perde quella capacità di osservazione e di analisi che ogni film porta inevitabilmente con sé. Perché, qualunque storia si racconti, si finisce sempre per restituire anche uno spaccato della società. Se, invece, il cinema viene trattato in modo superficiale, come se non fosse un’arte e non avesse un proprio linguaggio, allora tutto questo inevitabilmente si perde.
I suoi personaggi raramente sono divisi tra buoni e cattivi: preferisce raccontare le sfumature. È questa, secondo lei, la sfida più grande del cinema contemporaneo?
È sicuramente una sfida, anche se non so dire se sia la più grande. Spesso si tende a rappresentare il mondo in modo netto, contrapponendo bene e male, buoni e cattivi. Ma la realtà non è così. L’ambiguità, l’ambivalenza e la dualità fanno parte dell’animo umano. Molte volte la vera minaccia non arriva dall’esterno, ma nasce proprio all’interno delle persone, anche di quelle che dovrebbero proteggerci. Penso, ad esempio, a Shining: il personaggio interpretato da Jack Nicholson è un padre e un marito che dovrebbe essere il punto di riferimento della famiglia, e invece è proprio dentro di lui che prende forma il demone. È questo che mi interessa raccontare: le molteplici sfaccettature dell’essere umano. Dentro ciascuno di noi possono convivere il bello e il brutto, il bene e il male. È un aspetto che mi affascina molto e che cerco sempre di portare nei miei film.


Dopo “Come gocce d’acqua” e ora “Separazioni”, sembra esserci un filo rosso che lega i suoi ultimi lavori: il bisogno di ricomporre relazioni spezzate. È una scelta consapevole o è un tema che continua a cercarla?
Non è una scelta consapevole. Mi era già successo in passato: prima di questi film ne avevo realizzati tre –Naufragi, Il ritorno e Una madre – e solo una volta conclusi mi sono reso conto di aver raccontato tre diverse forme di maternità. Allo stesso modo, solo adesso mi accorgo che Come gocce d’acqua e Separazioni affrontano entrambi il tema della famiglia. Evidentemente è qualcosa che lavora dentro di me, anche se non ne sono pienamente consapevole mentre scrivo e realizzo i film. Solo dopo, riguardando il percorso, mi rendo conto di aver raccontato storie che condividono un filo rosso comune.



Ci parla del suo ultimo film in lavorazione “I Difettosi”?
Siamo ancora nella fase di preparazione. È un film diverso rispetto ai miei lavori precedenti, perché si tratta di una commedia, anche se molto particolare, più vicina al cinema nord-europeo che alla tradizione della commedia italiana. Anche in questo caso, però, il centro del racconto resta l’animo umano, con tutte le fragilità e i difetti dei personaggi. Cambiano il tono e il registro narrativo, ma rimane un film profondamente incentrato sui rapporti umani.
Per concludere, può anticiparci qualcosa sui suoi prossimi progetti e su ciò che la sta appassionando in questo momento?
In questo momento sono completamente concentrato su I Difettosi. Siamo nella fase di preparazione: stiamo facendo i sopralluoghi e sto lavorando al casting, anche se per ora non posso ancora svelare chi farà parte del film. Posso però dire che sono molto contento delle scelte che stiamo facendo. Sarà un cast curioso, poco convenzionale e, in un certo senso, sorprendente. Spero di poterne parlare presto.
Bene, in bocca al lupo per questo film, avremo sicuramente occasione di parlarne! Grazie per la bella intervista.
Viva il lupo, grazie a voi!



