Intervista al regista Renato De Maria


a cura di Francesca Bruni

12 Mar 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

Francesca Bruni ha intervistato il regista Renato De Maria, narratore dei nostri tempi, che per “Musiculturaonline” ha raccontato la sua importante carriera. I suoi film sono narrazione di contemporaneità attraverso la descrizione di pensieri, poetica e arte fuori dagli schemi ordinari. Durante l’intervista ha ripercorso la sua esperienza professionale, caratterizzata da uno sguardo capace di mettere in risalto ogni personaggio e di raccontare un’epoca storica estrema, con una poetica dura ma al tempo stesso moderna, civilmente compatibile con i nostri pensieri smarriti e disorientati.

(Le foto sono state messe a disposizione dall’intervistato o dall’area press delle case di distribuzione)

Renato De Maria sul set di “La vita oscena” (ph Angelo Turetta)

Regista e sceneggiatore tra i più riconoscibili del panorama autoriale italiano, Renato De Maria ha costruito nel tempo uno stile personale capace di attraversare cinema e televisione con la stessa intensità narrativa. Dai primi lavori negli anni Novanta fino ai progetti più recenti, il suo sguardo ha spesso esplorato il lato oscuro delle città, le tensioni della criminalità e le fragilità dei personaggi che la abitano, con un linguaggio visivo energico e fortemente cinematografico.

Nel cinema di Renato De Maria le città non sono mai soltanto sfondi: respirano, osservano, a volte minacciano. I suoi film attraversano strade notturne, tensioni politiche, mondi criminali e vite sospese tra ambizione e disincanto.

Film come Paz! (2002), La prima linea (2009) e Lo spietato (2019) testimoniano la sua capacità di muoversi tra generi diversi mantenendo una forte identità autoriale e una curiosità costante per i margini della società e per le contraddizioni della contemporaneità.

Il suo lavoro più recente, Franco Battiato. Il lungo viaggio, affronta la sfida di raccontare per il cinema una delle figure più enigmatiche e influenti della musica italiana, seguendone il percorso artistico e spirituale dalle radici siciliane fino alla consacrazione come “Maestro”.

In questa conversazione ripercorriamo il percorso artistico di De Maria, le influenze che hanno segnato il suo modo di raccontare immagini e storie e il rapporto — spesso complesso — tra il cinema e la realtà che lo ispira.

INTERVISTA

Mi racconti della tua prima esperienza con la macchina da presa?

Che bella domanda: non me l’ha mai fatta nessuno! Ho iniziato in una casa occupata che si chiamava Traumfabrik, un nome scelto in omaggio alla “fabbrica dei sogni”. Lì viveva un collettivo molto vario: tra gli altri c’era un gruppo musicale, i Gaznevada, che rappresentavano gli inizi del punk italiano. La casa era stata occupata da Gianpietro Huber e al piano di sopra c’era la redazione del Cannibale, con Andrea Pazienza, Filippo Scozzari e altri. Tutti noi stavamo nell’appartamento sotto.

Io ero appena tornato da un viaggio, diciamo quasi sabbatico, a New York. Venivo dall’esperienza del movimento del ’77, che avevo vissuto da liceale e che mi aveva coinvolto molto. Dopo quella stagione – che, come tutte le rivolte, è finita con una sconfitta – sentivo il bisogno di alleggerirmi, di prendere distanza. A New York ho cercato di farlo. Quando sono tornato non sapevo ancora bene cosa fare della mia vita, e non sapevo fare nulla, come molti di quelli che frequentavano quella casa. Ero però affascinato dalle immagini. Così ho iniziato in modo molto spontaneo: registravo programmi dalle televisioni private, serie come L’incredibile Hulk o Il tenente Colombo, e con un videotape – che apparteneva al sindacato e che potevamo usare di notte – costruivo, insieme ad altri due videomaker: Emanuele Angiuli e Walter Mameli, dei loop video. I nostri loop venivano proiettati su piccoli muri di televisori, mentre gli Stupid Set, gruppo che sperimentava musica elettronica, suonavano dal vivo. La performance si chiamava TAPESHOW e partecipammo anche alla IV Settimana Internazionale della Performance curata da Francesca Alinovi.

Poi, insieme a Roberto “Freak” Antoni, che aveva appena fondato gli Skiantos ed era una sorta di poeta del rock demenziale, realizzammo tre cortometraggi intitolati Trilogy of Banal Life. Li girammo in parte in video e in parte in Super 8. Raccontavano, appunto, una trilogia di vita banale del nostro eroe, interpretato dallo stesso Freak Antoni: tutto si svolgeva dentro un appartamento, con gente che entrava e usciva. In realtà non c’era una vera trama, era più un flusso di situazioni.

Con Trilogy of Banal Life e con TAPE SHOW e con un altro video loop, che avevo chiamato Stress Therapy, partecipai al Festival di Torino. E, incredibilmente, vinsi il primo premio per la migliore opera video. Il nostro gruppo di videomaker si chiamava Grabinski, dal nome della via dove si trovava la sede della Cisl che ci prestava il videotape. Con il premio – cinque milioni di lire – realizzai una miniserie autoprodotta, ambientata in un futuro distopico. Piacque molto ad alcuni produttori che all’epoca lavoravano a MISTER FANTASY, un programma musicale molto noto all’inizio degli anni Ottanta. Comprarono alcuni episodi di quella serie, che si intitolava Echi d’Occidente, una specie di racconto fantascientifico post-apocalittico.

Da lì mi sono trasferito a Milano e ho iniziato a lavorare davvero. Senza un obiettivo preciso, a dire il vero: non sapevo nemmeno come definirmi, se videoartista o videomaker. Non avevo degli obiettivi. Piano piano, però, sono diventato regista.

Nella tua cinematografia hai sempre affrontato diversi aspetti sociali dell’essere umano, ricordiamo il tuo primo lungometraggio dal titolo “Hotel Paura” del 1996, dove affronti la tematica della disoccupazione; cosa vuoi comunicare al pubblico con il tuo cinema?

Ho sempre avuto una scissione molto forte tra due anime, una divisione che non ho mai davvero risolto. Da un lato c’è il lavoro sulle immagini, di ricerca, un racconto quasi lisergico a cui appartengono film come Paz, La vita oscena e i miei primi video. Dall’altro c’è il racconto sociale, il racconto della realtà, dove però spesso ho inserito elementi di quella stessa ricerca più visionaria.

Prendiamo Hotel Paura, tratto da un romanzo allora inedito, pubblicato solo dopo l’uscita del film. Racconta la storia di un headhunter, una persona assunta dalle aziende per licenziare, che a sua volta viene licenziato. In dodici mesi, questo manager affermato, con una famiglia e con valori molto competitivi e capitalistici, perde tutto: lavoro, casa, certezze. Diventa un homeless. La storia è ispirata a fatti reali, e il film è essenzialmente una debacle esistenziale. Volevo raccontare la perdita: del lavoro, delle certezze, della famiglia. Ma dentro questa perdita c’è anche una ricerca di umanità, di amore, una ricerca della vita stessa, paradossalmente. È un film molto intenso e doloroso, tanto che da allora non riesco a rivederlo facilmente. Partecipò al Festival di San Sebastián e poi uscì nelle sale, ottenendo anche un percorso internazionale in Francia e apprezzamenti dalla critica. Ma, allo stesso tempo, mi lasciò un peso emotivo, perché avevo assorbito dentro di me quella sofferenza.

Quindi diciamo che ho portato avanti due filoni paralleli: da un lato la cinematografia più lisergica e sperimentale, da Paz! a La Vita Oscena, dall’altro quella realistica e d’impatto, da Hotel Paura a La prima linea, in cui cerco sempre di coniugare attenzione sociale e ricerca formale.

In molte tue pellicole è presente l’attore Riccardo Scamarcio, lo ricordiamo in “La prima linea” nel 2009, “Lo spietato” del 2019 e più recentemente in “Svaniti nella notte” nel 2024; come nasce questa collaborazione con Riccardo?

Nasce in modo pazzesco. All’epoca stavo lavorando a Distretto di polizia: dopo aver realizzato Paz, mi offrirono di fare questa serie televisiva, perché allora nessuno degli autori cinematografici si dedicava alle serie TV. Io, invece, come le ho spiegato, addirittura registravo e rimontavo i materiali creando dei veri e propri loop narrativi con le serie televisive. Così accettai di fare Distretto di polizia, una serie ispirata a Hill Street Blues, serie americana con protagonista un commissariato del Bronx con una cinematografia anni ’70, molto vicina al cinema indipendente. Cercai di trasferire queste caratteristiche anche nella serie italiana, la quale ebbe poi un enorme successo popolare.

Riccardo si presentò allora dal Centro Sperimentale. Era un ragazzo molto giovane e fece un provino proprio per quella serie, ma io non lo presi. Lo incontrai poi tempo dopo, ormai famosissimo, in un ristorante, e mi disse qualcosa del tipo “non mi hai preso al primo provino, non te lo perdonerò mai”.

Ci eravamo conosciuti, mi era piaciuto. Quando si trattò di fare La prima linea, Andrea Occhipinti mi disse che avevamo bisogno di una star, e io proposi Riccardo, che proveniva da un cinema più commerciale ma cercava un’occasione per interpretare un personaggio così forte. Nacque così la coppia improbabile Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, e da allora non ci siamo più lasciati: lui ha un volto molto “forte” e un modo di interpretare molto moderno, è un attore bravissimo ma anche, secondo me, poco riconosciuto per la sua bravura. È un po’ fuori dai giri – come anche lo sono io – dai giri “che contano”.

Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno in “La prima linea”

In riferimento al lavoro con gli attori, lasci spazio all’improvvisazione o prediligi un controllo molto preciso della scena?

Il lavoro con l’attore è sempre una questione alchemica: chiaramente hai un “luogo” dove vuoi arrivare, ma è un po’ come vedere la luce in fondo a una grotta.

Io preferisco avere un obiettivo e una verità che sto cercando sia per il personaggio sia per la mia storia. L’attore, però, non è un robot a cui puoi semplicemente muovere braccia e testa e dirgli cosa fare. È un essere umano in carne e ossa, e quando lo scegli, scegli anche un po’ l’anima che porta con sé.

Con l’attore c’è sempre uno scambio emotivo. Se mi devia dalla mia idea e mi porta in un’altra direzione, posso sentire che quella deviazione fa parte di un disegno energetico e positivo, e la accolgo. Altre volte, se penso che l’attore stia andando fuori strada, gli spiego il motivo e lo correggo. In generale, però, accetto molte idee provenienti dagli attori.

Nel tuo cinema è presente molto spesso il rischio, in diverse situazioni, sia esso di tipo politico, sessuale o sociale; se dovessi realizzare un film sulla condizione in cui versa oggi la civiltà, che tipo di argomenti tratteresti?

La condizione della società attuale, del rapporto dell’essere umano con la realtà, è sempre stata complicata in tutte le epoche. Non credo che questo momento sia più difficile di altri, ma oggi assumersi rischi è diventato più raro. Ci sono molti rischi nella società, ma anche molto condizionamento e poco spazio per il rischio personale.

Per me andrebbe riportato in luce un discorso legato all’individualità. L’individuo viene spesso esaltato, ma in realtà lo si celebra perché diventi uguale agli altri. Il vero rischio consiste nella ricerca della diversità, e nel permettere che questa diversità insegni a esplorare nuovi percorsi.

Vedo molto conformismo: le nuove generazioni hanno poco spazio per sperimentare sé stesse. C’è una sorta di obbligo al successo e al riconoscimento sociale immediato. Il concetto di fallimento pesa sulla vita dei giovani oggi, mentre quando ero giovane io, il fallimento poteva in realtà trasformarsi in successo.

Un altro tuo film controverso è “La vita oscena” (2014), paragonato da molti a “Trainspotting” (1996); ti sei ispirato ad esso per realizzarlo?

Assolutamente no. La vita oscena non ha nulla a che fare con Trainspotting. Quel film è un racconto pop della droga all’interno di un contesto sociale ben definito, descrivendo un’epoca e la vita nelle città inglesi/scozzesi; infatti, fa parte di un romanzo realista. La vita oscena, invece, non ha assolutamente a che fare con il realismo: è un mondo totalmente poetico, immerso nella poesia più che nella realtà.

Anche qui si tratta di un Bildungsroman, cioè di un romanzo di formazione, ma il percorso è completamente poetico. L’unico punto in comune con Trainspotting potrebbe essere, oltre all’eroina, il tema del rischio, del pericolo di morte, ma per il resto siamo partiti da tutt’altro.

Il film nasce dal libro autobiografico di Aldo Nove, quindi la storia è vera, ma traslata nel mondo poetico che Aldo definisce “drogastico”: non è solo droga, ma una percezione del sé e degli altri. Mi piace citare Fëdor Dostoevskij e le Memorie del sottosuolo, che secondo me rappresentano l’inizio del cinema dostoevskiano: “io sono io e loro sono tutti”. Ogni personaggio diventa cinematografico, e anche il protagonista de La vita oscena segue questa logica.

Nei tuoi film emerge spesso un’attenzione particolare all’estetica e all’atmosfera: da dove nasce questa sensibilità visiva?

Mi piace molto l’arte e parto sempre da essa per preparare un film. Come riferimento uso artisti e discipline artistiche, non solo la pittura tradizionale.

Per esempio, per Hotel Paura mi sono ispirato a Mario Sironi e alle sue periferie industriali. Per La vita oscena, ho preso spunto dall’arte contemporanea e anche dalla rivista Toilet Paper di Maurizio Cattelan, oltre a molta fotografia contemporanea. Per La prima linea mi sono ispirato a Richter, della Germania dell’Est, che dipingeva foto di giornali e della sua famiglia in modo sfocato, con una sorta di nebbia: quella sensazione volevo trasportarla nel film. Infine, Amatemi è totalmente influenzato da Luigi Ghirri e dalla sua fotografia. Mi piace sempre partire da un riferimento artistico per costruire l’estetica dei miei film.

Nel tuo ultimo lavoro dal titolo “Franco Battiato, il lungo viaggio”, racconti la vita del cantautore Franco Battiato, sotto una luce particolare, ovvero l’aspetto umano più che artistico; è stato un lavoro complesso ricostruire il pensiero dell’artista?

Complessissimo, un lavoro faticosissimo. La sceneggiatrice Monica Rametta ha passato due anni a parlare con tutte le persone che avevano conosciuto Battiato, costruendo una sceneggiatura basata su indagine, inchiesta e lettura di testi importanti. Io, una volta preso in mano il materiale, ho ricominciato da capo.

Sono partito dal libro di Aldo Nove, Franco Battiato, una biografia costruita attraverso i dischi dell’artista: ogni album racconta un periodo della sua vita. Ho riascoltato tutti i brani, analizzando testi e riferimenti con Aldo, e ho approfondito testi complessi come Frammenti di un insegnamento sconosciuto di Uspenskij, dedicato agli insegnamenti di Gurdjieff, e Incontri con uomini straordinari di Gurdjieff. Ho visto anche il film di Peter Brook ispirato a quest’ultimo. Mi sono immerso completamente nei videoclip di Battiato, veri esempi di videoarte, e ho voluto rifarli partendo dal fotogramma, perché contengono a mio avviso percorsi e visioni fondamentali dell’artista. Ho studiato anche tutto il materiale di Gianni Sassi, tutto il percorso della Cramps Records, di Fluxus… Insomma, un lavoro enorme, che a ripensarci può sembrare una vera follia!

Raccontare Battiato significa confrontarsi con un artista profondamente spirituale e al tempo stesso popolare: qual è stata la sfida più grande nel restituire questa duplice anima sullo schermo?

La sfida principale è stata cercare di restituire questa duplicità. Da un lato, c’era il suo approccio spirituale profondo: una ricerca instabile, un nomadismo dell’anima, un vagare alla ricerca di una verità. Battiato si definiva “un fantasma postapocalittico venuto dal futuro”, un po’ come un UFO arrivato sulla Terra per comprendere il proprio percorso e la propria identità. Credeva nel ciclo della vita e nell’immortalità: secondo lui, siamo anime che devono tornare sulla Terra per più vite, fino a raggiungere la libertà e l’immortalità. Questo lo guidava profondamente nel suo comportamento e nel suo pensiero.

Dall’altro lato, c’era il suo legame con la Sicilia, non solo come luogo geografico alle pendici dell’Etna, ma anche come culla di conoscenze millenarie e della prima filosofia. Non era nato colto, ma era diventato colto. La cultura la portava dentro di sé. Questo gli conferiva anche grande autoironia: amava raccontare barzellette e combinare verità profonde con associazioni di pensiero giocose, a volte apparentemente banali, che contenevano ricerca della verità e gioco allo stesso tempo.

Un esempio è il video di Bandiera bianca: Battiato gioca con gli occhiali da sole, li toglie, li rimette mentre fa una battuta, prendendo in giro sé stesso e tutti gli altri. C’è leggerezza, scherzo, ma anche profondità estrema. Questa è l’unicità di Battiato: la combinazione di pop e ricerca filosofica.

Ha percorso un cammino incredibile, partendo da studi di avanguardia come Stockhausen fino ad arrivare al pop, senza sacrificare la profondità. Brani come Centro di gravità permanente dimostrano perfettamente questa sintesi tra gioco, pop e ricerca spirituale.

Renato De Maria con Dario Aita (ph Lorenzo Silano)

Hai sentito una particolare responsabilità nel raccontare un artista così amato e ancora così presente nell’immaginario collettivo?

Sì, inizialmente il primo istinto è stato di scappare, di non farlo, proprio per la paura di affrontare un artista così importante. Poi, però, è scattata la sfida: un’occasione del genere capita raramente, e quindi ho affrontato uno studio estremamente approfondito.

Una preparazione che è stata condivisa con scenografa, costumista e tutta la troupe: una vera ossessione che ha coinvolto tutti. E poi Dario Aita, che interpretava Battiato, si è completamente calato nel personaggio, sembrava posseduto dall’anima dell’artista: lo chiamavano tutti “Franco”, sul set, parlava e camminava come lui, anche fuori dal set. La sua immersione è stata totale.

Ho avuto modo di intervistarlo, me ne ha parlato in effetti.

Aita conosceva tutte le interviste dell’artista a memoria e aveva la capacità di aggiungere battute o sfumature, perché le padroneggiava completamente. È stato un lavoro straordinario. Dario, tra l’altro, aveva partecipato anche a La prima linea, che era stato il suo primo film.

Sul set di “Franco Battiato, il lungo viaggio” (ph Lorenzo Silano)

Quanto hai dialogato con le persone che lo hanno conosciuto personalmente per costruire un ritratto autentico?

Personalmente, molto poco. Ho scelto di non avere contatti diretti con chi aveva conosciuto Battiato, per mantenermi libero nella costruzione del film. Altrimenti ognuno porta la propria immagine dell’artista e io avrei rischiato di perdere la visione complessiva: il film deve diventare un corpo a sé, che a un certo punto esce dal regista e viaggia da solo. Quindi non ho incontrato praticamente nessuno. Ho incontrato solo Juri Camisasca e la produttrice Francesca Chiappetta, amica di Battiato e promotrice del film, che lo conoscevano molto bene. Tutti gli altri li abbiamo incontrati solo dopo la proiezione. La sceneggiatrice Monica Rametta ha invece incontrato tutte le persone coinvolte, raccogliendo le testimonianze necessarie.

Se Battiato potesse vedere il film, quale aspetto speri riconoscerebbe come più fedele al suo spirito?

Oh, che domanda… Sinceramente mi mette un po’ in crisi. Allora, ho due speranze: la prima è che abbia apprezzato la devozione e tutta l’intelligenza che noi abbiamo cercato di mettere nel racconto. La seconda è che abbia colto l’ironia con cui abbiamo tratteggiato il personaggio. Il film è sempre sul filo tra vero e non vero; non volevamo creare un’opera “tronfia”, ma mantenere un equilibrio tra profondità e leggerezza. Spero che questo bilico sia stato percepito e apprezzato anche da lui.

Sul set di “Franco Battiato, il lungo viaggio” (ph Lorenzo Silano)

Guardando al tuo percorso, dai primi lavori fino a oggi, qual è il filo invisibile che unisce tutti i tuoi film — e quale territorio senti di non aver ancora esplorato ma di voler affrontare nel prossimo futuro?

Parto dalla fine: il territorio che ancora non ho esplorato e che vorrei affrontare è il concetto di Meridione. La mia famiglia è originaria di Vitulano, un piccolo paesino del Sannio tra montagne aspre, quasi isolato. Io sono cresciuto al Nord: nato a Varese, poi trasferito a Bologna, figlio di una famiglia emigrata nel dopoguerra in pieno stile Rocco e i suoi fratelli. Parlo con questo forte accento bolognese, ma in casa mia ho sempre respirato il Meridione: il dialetto stretto, i cibi, i cugini e i parenti che venivano continuamente al Nord in cerca di lavoro. Questa radice profonda è rimasta dentro di me, e sento il desiderio di indagarla in modo più approfondito attraverso il cinema. Vorrei fare un film dedicato al senso del Meridione, non semplicemente al Sud geografico, ma al Meridione come concetto, come identità e cultura da esplorare. Non so ancora esattamente come sarà, ma è un territorio che voglio raccontare.

E riguardo, invece, il filo invisibile che unisce tutti i tuoi film? Qualcosa l’hai già anticipato: l’arte, la sensibilità, l’attenzione…

Credo che Battiato si ricolleghi sicuramente a La vita oscena, ma paradossalmente anche alla linea realista di Hotel Paura, La prima linea e altri lavori precedenti.

Forse perché è l’ultimo film, o forse perché sto raggiungendo una venerabile età – pur continuando a sentirmi l’adolescente rivoltoso del ’77 – credo che Battiato rappresenti una sintesi di queste due anime: parte da Paz, attraversa La prima linea e raccoglie in sé aspetti di entrambi i percorsi. È una sintesi, certo, ma una sintesi da superare, da contraddire, da smontare subito dall’altare, se vogliamo dirla chiara.

Ci sono tuoi progetti in preparazione? Se sì, puoi svelare qualche anticipazione?

Ho un progetto che spero di riuscire a realizzare, anche se non so se ci riuscirò davvero; quindi, questa intervista potrebbe essere ricordata in due modi: servirà per dire “Vedi, quel film non l’ha mai fatto” oppure “Vedi, quel film alla fine l’ha fatto”.

Si tratta di una monografia sugli Skiantos. Non ha nulla a che fare con Battiato e non è un biopic come quello dedicato a Franco Battiato. Racconta piuttosto la storia della band, fondata da Roberto Freak Antoni, mio carissimo amico nonché vicino di casa. In un certo senso è un ritorno al 1977, a quell’idea di rivolta e di fallimento creativo. Il titolo provvisorio è “Io sono uno skianto”, con il sottotitolo “La vera storia di un fallimento di successo”.

Un titolo che è un po’ un ossimoro…

Esatto! Io spero di riuscire a farlo, non so se me lo faranno mai fare. Speriamo di sì!

Grazie mille per l’intervista!

Buona giornata e buon lavoro. Ciao!

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