Intervista al regista Lamberto Bava


a cura di Francesca Bruni

17 Nov 2025 - Approfondimenti cinema, Interviste

La nostra collaboratrice Francesca Bruni ha raggiunto al telefono il regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e televisivo Lamberto Bava che ci ha rilasciato un’interessantissima e approfondita intervista.

(Tutte le immagini utilizzate sono di pubblico dominio o messe a disposizione dagli uffici stampa)

Lamberto Bava al Lucca Film Festival 2025

Figlio d’arte e nome imprescindibile del cinema di genere italiano, Lamberto Bava ha saputo costruire nel corso dei decenni una carriera ricca e variegata, muovendosi tra horror, fantasy e televisione. Nato a Roma nel 1944, è figlio del celebre maestro del cinema gotico Mario Bava, dal quale eredita una profonda passione per l’artigianalità dell’immagine e l’invenzione visiva. Dopo gli esordi come assistente alla regia accanto al padre e a registi come Dario Argento, Bava debutta dietro la macchina da presa nei primi anni Ottanta, firmando titoli diventati cult come Macabro (1980), La casa con la scala nel buio (1983) e soprattutto Demoni (1985), realizzato in collaborazione con Argento.
Negli anni successivi si afferma anche in ambito televisivo con serie amatissime dal pubblico, come Fantaghirò, che segna un’epoca nell’immaginario fantasy italiano. Tra cinema e TV, Bava ha continuato a esplorare mondi sospesi tra paura, sogno e avventura, mantenendo viva una tradizione cinematografica fatta di creatività, mestiere e passione.

INTERVISTA

È figlio d’arte del grande regista di genere horror e thriller Mario Bava, quali valori umani e professionali le ha tramandato e quanto era diverso il cinema negli anni ‘60/‘70 rispetto a quello degli anni ‘80 quando lei ha esordito come regista?

Bella domanda. Quello che mi ha trasmesso mio padre, spero, è prima di tutto l’amore per il fantastico, per l’horror, per tutto ciò che non è reale — quello sicuramente.
Per il resto, credo di avere una concezione un po’ diversa. Per me il cinema, in fondo, è sempre lo stesso: io divido semplicemente i film in due categorie, quelli che mi piacciono e quelli che non mi piacciono.

Ancora oggi resto sorpreso quando incontro persone che conoscono film miei di quarant’anni fa, come ad esempio I demoni, e non solo spettatori dell’epoca, ma anche tanti giovani. Quello, secondo me, significa che il cinema ha lasciato un segno. Io non faccio grandi distinzioni tra “film di allora” e “film di oggi”. Certo, quando giravamo noi non c’erano i cellulari e tante altre cose, ma questo non cambia la sostanza. Un film, se è bello, vive comunque, anche fuori dal suo tempo. Quando vado al cinema e vedo un film che mi piace, non penso a quale epoca appartenga. In questo senso, continuo a guardare tutto con la stessa curiosità: ci sono film che mi affascinano e film che non mi prendono, ma l’amore per il genere fantastico resta sempre lì.

Lamberto Bava mentre firma autografi al Teatro Ariston di Sanremo nel 2013

Diciamo che il cinema allora, essendo un po’ più artigianale, era più bello probabilmente, anzi… sicuramente.

Personalmente trovo che la paura arrivi di più attraverso i mezzi tradizionali. Mi sono accorto che, soprattutto nel cinema fantastico, la computer grafica toglie qualcosa: rende tutto più perfetto, ma anche meno vero.

Parlando dei suoi esordi, il suo primo lungometraggio è stato “Macabro” realizzato nel 1980, un film molto introspettivo e psicologico più che un vero e proprio horror, dove è presente la componente della follia creatasi da un forte dolore dovuto ad un lutto; come fu accolto dalla critica ed era consapevole che avrebbe realizzato un film complesso e forse non capito da molti? 

Macabro è il mio primo film, quindi è logico che gli sia molto affezionato. Mi ricordo bene quel periodo, anche perché il progetto nacque grazie a Pupi e Antonio Avati, che ne furono i produttori. In realtà io pensavo che mi avessero chiamato per fare l’aiuto regista di Pupi, e invece mi dissero: “Guarda questo articolo di giornale… ti piacerebbe farne un film?”. Io pensavo si riferissero al loro prossimo lavoro, e invece mi risposero: “No, il tuo!”. Così nacque Macabro, da un’idea condivisa — il soggetto lo scrivemmo in quattro — e con una struttura narrativa molto particolare, piuttosto dialogata e psicologica.

Macabro (1979)

Alcune delle sue pellicole hanno delle componenti che hanno dei risvolti crudi ma anche surreali, basti pensare ad alcune scene del film “Le foto di Gioia” del 1987 con la bellissima Serena Grandi, la prima vittima, una meravigliosa modella, poco prima di essere uccisa ha sul volto un occhio gigante; cosa voleva rappresentare con tale scena e come venivano realizzati gli effetti speciali negli anni ‘80?

Mi ricordo bene quella scena. Quando pensai a Le foto di Gioia, cercavo un modo per rappresentare come l’assassino percepisse le sue vittime — modelle bellissime, protagoniste di una rivista per soli uomini — e mi venne in mente che lui dovesse essere un pazzo, uno che vedeva la realtà in modo distorto. Così decisi di mostrare allo spettatore il suo punto di vista: quando il killer si avvicina alle vittime, cambiano i colori delle luci, tutto diventa più surreale, più visionario. Mi ero ispirato ai quadri di Savinio, il fratello di De Chirico: quelle figure alterate, un po’ oniriche, che sembrano appartenere a un altro mondo. Molte immagini del film nascono proprio da lì.

Le foto di Gioia (1987)

Per quanto riguarda gli effetti speciali, allora erano tutti artigianali. Per quel film lavorammo molto con il trucco e con le sculture applicate direttamente sul volto delle attrici: erano realizzate prima da un abile artigiano e poi adattate in scena. Non ricordo esattamente chi le realizzò, ma so che erano fatte davvero bene, con grande cura.

Le foto di Gioia partiva da una sceneggiatura già pronta che il produttore mi fece leggere; io vi aggiunsi la mia impronta personale, portandola più sul mio gusto, più verso il giallo. Lo sceneggiatore aveva descritto molto bene quel mondo un po’ fané, fatto di luci artificiali e atmosfere sensuali. Io cercai di inserirvi la mia visione, creando un racconto dove il confine tra realtà, follia e finzione fosse sempre più sfumato.

Quei film così belli, secondo me, adesso non ci sono più. Non c’è più quella particolarità, quella cura artigianale che c’era allora.

Ma no, perché! Quei film così belli adesso forse non ci sono più, almeno non in quel modo… ma questo non vuol dire che oggi non si facciano film belli.

È stato aiuto regista in molte pellicole, tra cui nel controverso film “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato; cosa ricorda di quelle riprese sul set?

In realtà, di Cannibal Holocaust ho girato pochissimo. Io e Ruggero eravamo molto amici e accettai di firmare come aiuto regista più che altro per fargli un favore, anche alla produzione. Quando si girava un film all’estero serviva comunque qualcuno che firmasse per questioni burocratiche, per dare una sorta di “italianità” al progetto.
Io in pratica girai solo qualche piccolo dettaglio, delle inquadrature mancanti, i cosiddetti “fegatelli”, quindi pochissimi giorni di lavoro.
Mi ricordo però bene la prima proiezione, quando il film era appena montato: fu davvero sconvolgente, anche per me che pure conoscevo Ruggero e sapevo che tipo di cinema faceva. Il film ha avuto una storia complicata, ma col tempo è stato rivalutato ed è diventato un cult.
Di recente sono stato a una convention in Germania e c’erano fan che si presentavano con i poster di Cannibal Holocaust – e anche con quelli dei miei film – per farmeli firmare. Io dicevo sempre: “Firmo piccolo, perché c’entro poco!”, ma lo facevo volentieri, per affetto nei confronti di Ruggero.

Luca Barbareschi in “Cannibal Holocaust” (1980) di Ruggero Deodato

Certo… Ruggero purtroppo non c’è più, mi sarebbe piaciuto moltissimo poterlo intervistare, perché fare film di quel tipo, all’epoca, richiedeva davvero tanto coraggio.

Tra l’altro, se non ricordo male, la sceneggiatura di Cannibal Holocaust era di Gianfranco Clerici, lo stesso sceneggiatore di Le foto di Gioia, di cui parlavamo prima. Con lui avevo già lavorato anche a Ultimo mondo cannibale. Ricordo benissimo quel set: giravamo in Malesia, ed è stata un’esperienza straordinaria.
Erano altri tempi: quando arrivavi in certi villaggi, la gente non aveva mai visto degli occidentali, ti accoglievano con una curiosità incredibile. Ho dei ricordi davvero meravigliosi di quel periodo.

Infatti, la domanda iniziale era: sperimentare era la parola d’ordine nel cinema e non solo, che aria si respirava all’epoca ed il concetto di originalità distingueva ogni regista dall’altro?

Eh, bella domanda… sai, non so neanche che aria si respiri adesso! (ride). Di certo, a quei tempi si lavorava molto di più. Io ancora oggi divido i registi in due categorie: quelli affezionati a un genere e quelli che chiamo “onnivori”, grandi professionisti che però si cimentano un po’ in tutto.

Io, per esempio, sono sempre stato molto legato al mio genere. Gli unici due film “diversi” che ho realizzato – e uno di questi, tra l’altro, Blastfighter (1984), lo considero anche uno dei miei migliori – li ho firmati con un altro nome, proprio perché ero così appassionato del cinema fantastico e horror che non volevo confonderli con il resto della mia filmografia.

A me, ad esempio, non è mai piaciuto copiare. Ci sono colleghi che hanno fatto anche bei film, ma si attaccavano a un’idea che avevamo tutti. Io ho cercato sempre di differenziare e fare questo genere.

Oggi si parla spesso di “film di genere”, ma allora quella definizione aveva un altro peso. Il film di genere era cinema vero, fatto con grande professionalità e con tanta passione artigianale. Adesso, forse, quel tipo di approccio è stato un po’ sostituito da produzioni più seriali, più televisive. Ma negli anni Settanta e Ottanta, sì, si respirava davvero un’aria di originalità e di entusiasmo, e si lavorava tanto, tantissimo.

Lo immaginavo, perché poi c’erano ad esempio filoni zombie, e allora tutti magari tendevano a fare questi filoni qui…

Io mi ricordo ancora che Dario Argento — che fu il mio produttore in Demoni — ci teneva moltissimo a distinguere i nostri “demoni” dagli zombie. Diceva sempre: “Devono essere diversi, non devono sembrare morti viventi!”. E aveva ragione: volevamo creare qualcosa di nostro, un nuovo immaginario. All’inizio, tra noi, non li chiamavamo nemmeno “demoni”: erano delle creature, degli esseri diversi.

La casa con la scala nel buio (1983)

Un’altra sua bellissima pellicola è stata “La casa con la scala nel buio” del 1983; quali erano le componenti principali per realizzare un buon horror di successo?

Eh, beh… se fosse facile dirlo, lo farebbero tutti! Ci vuole anche un po’ di fortuna, ma per me quello che conta davvero è la storia. Tutto parte da lì.

A volte ti viene in mente un’idea, poi un’altra, poi un’altra ancora: una può essere buona, le altre magari no, non lo sai mai prima. È un processo un po’ misterioso. Succede a tutti: un’idea ti convince, la sviluppi, la porti avanti, la trasformi in un soggetto… e a un certo punto scegli quella che senti “giusta”. Poi può andare bene o no, ma intanto hai seguito il tuo istinto. Nel mio caso, direi che ho scelto abbastanza bene.

Le musiche, anche quelle erano molto belle in quel film.

Sì, la musica per me è sempre legata alla storia che sto raccontando. Non parto mai da un’idea musicale astratta: deve nascere insieme al film.

Nel corso degli anni ho cambiato diversi compositori proprio perché ogni film richiedeva un tono diverso. Macabro, ad esempio, era in fondo una storia d’amore, anche se raccontata in un contesto horror, e si svolgeva a New Orleans. Io avevo in mente tutt’altra atmosfera, poi il maestro Ubaldo Continiello – quello che alla fine realizzò le musiche di Macabro, con cui avevo già lavorato in un film diretto da Ruggero Deodato – propose un tema d’amore, quasi una poesia in musica. E devo dire che ci stava benissimo.

Negli anni Ottanta la musica elettronica e i sintetizzatori erano molto usati anche nel cinema di genere.

Sì, certo, allora andava molto la musica elettronica, i sintetizzatori… però io, nei film che ho fatto più tardi per la televisione, come Fantaghirò, ho seguito un percorso un po’ diverso. Ho letto una recensione, non molto tempo fa, che diceva “la musica è un po’ ripetitiva”… ma in realtà per me quella musica funzionava benissimo nel racconto.

Io ho sempre avuto questa abitudine: i miei collaboratori più stretti fanno uno o due film con me, poi nel terzo preferisco cambiare. Non perché uno sia migliore o peggiore dell’altro, ma perché ogni storia ha bisogno di essere raccontata da qualcuno che ti porta uno sguardo nuovo, anche nella musica.

Penso, ad esempio, a “Cannibal Holocaust”: le musiche in quel film funzionano benissimo proprio perché sono così diverse da ciò che si vede sullo schermo. Non è un suo film, certo, ma lo cito solo per chiarire: quel contrasto tra immagini e musica rende l’effetto ancora più potente. Quelle melodie meravigliose amplificano scene allucinanti, e proprio per questo restano impresse. Anche in “La casa con la scala nel buio” succede qualcosa di simile: quella musica elettronica dialoga perfettamente con le immagini.

Sì, la musica dipende anche da questo… Io, per esempio, sono un grande amante del rock, e devo dire che quello degli anni ’70 e ’80, quando lo sento, non dico che mi si drizzano i capelli, ma quasi. Tante volte penso — e non parlo solo di me, ma dell’arte in generale — che la musica sia la forma d’arte che ti dà di più.
Il cinema è più contorto: devi seguirlo, guardarlo, è un’esperienza concentrata. La musica invece ti accompagna nella vita: te la puoi ascoltare mentre sei al bagno a farti la barba, mentre guidi, mentre fai qualsiasi cosa. Il cinema forse è più potente nel momento in cui lo guardi, ma la musica… la musica è superiore.

Tra l’altro, della colonna sonora di “La casa con la scala nel buio” non sono stati mai realizzati né CD, né vinile. Dovrebbe pensarci, perché è veramente bella!

Più che pensarci io, dovrebbero farlo Guido e Maurizio… ma io non li sento e non li vedo da parecchio!

Sempre a proposito del film “La casa con la scala nel buio”, scelse un cast di attori molto in voga all’epoca, tra cui Andrea Occhipinti ed il regista e attore Michele Soavi; come avvenne la scelta di tali attori?

A quei tempi c’erano i casting e gli agenti che proponevano gli attori. Quando mi presentarono Andrea Occhipinti, mi piacque subito: sentivo che avrebbe portato il film verso il tipo di atmosfera che cercavo. Per quanto riguarda Michele Soavi, lo avevo conosciuto ai tempi di Macabro, un anno e mezzo o due anni prima, non ricordo esattamente. In un primo momento non sapevo se scegliere lui o Stanko Molnar, e alla fine scelsi quest’ultimo. Rimasi però in contatto con Michele, che poi divenne il mio aiuto regista in La casa con la scala nel buio. C’era un personaggio che doveva “uccidere” ma faticavamo a trovare l’attore giusto: molti avevano caratteristiche troppo maschili, peli lunghi, muscoli… Michele, invece, aveva un aspetto etereo perfetto. Lo guardai e gli dissi: “Forse lo farai tu”. Lui inizialmente fece resistenza, ma alla fine accettò con grande entusiasmo, felice di interpretare un ruolo davanti alla macchina da presa, essendo originariamente un attore.

La musica ha un ruolo fondamentale per creare la suspense giusta in una pellicola horror? Anche se, in parte, mi aveva già risposto prima.

Certo, sicuramente. Io poi ho un concetto tutto mio: a me il cinema piace fatto di immagini, musica ed effetti. Le parole, se sono troppe, danno fastidio, capisce cosa intendo? Quando ci sono troppi dialoghi, mi sento meno ispirato. Preferisco che siano le immagini a parlare. E poi, quando metto in scena qualcuno che parla, non lo inquadro mai contro un muro liscio: deve sempre avere qualcosa dietro, uno sfondo, un ambiente, soprattutto nei gialli o negli horror, perché non si sa mai cosa può venir fuori da dietro.

Il grande successo arriva con “Demoni” realizzato nel 1985, dove il fantastico e l’horror sono caratteristiche predominanti; secondo lei perché ha avuto così tanta popolarità, a tal punto che ha deciso di farne il seguito l’anno successivo realizzando “Demoni 2…L’ incubo ritorna”?

È abbastanza semplice, è la stessa ragione per cui ne stiamo parlando ancora oggi, dopo quarant’anni. Demoni è un film in cui il cinema stesso è l’elemento principale. La storia, come dico sempre, si può riassumere in dieci parole: delle persone vanno al cinema e ciò che accade sullo schermo comincia ad accadere anche in sala. E questo è l’aspetto vincente del film. Chi lo vedeva al cinema provava una sensazione completamente diversa da quella che avrebbe avuto altrove. L’idea che dentro una sala potesse succedere davvero ciò che si vedeva sullo schermo era — non dico geniale — ma sicuramente un’idea forte.

Esiste un film nella sua brillante carriera a cui è particolarmente affezionato?

È ovvio che a tutti i film resti affezionato, perché ci hai messo dentro tanto lavoro e tanta voglia di fare. Sono un po’ come dei figli: vuoi bene a tutti. Poi, certo, se devo dire quali mi sono riusciti meglio, Demoni è sicuramente uno di quelli.

Tornando alle sue collaborazioni, è stato aiuto regista anche nel film “Tenebre” di Dario Argento del 1982; mi può raccontare, oltre a questa esperienza, altre collaborazioni che ha avuto con il maestro?

Con Dario? Beh, ho fatto da aiuto anche in Inferno, l’anno prima. Inferno e Tenebre li ho fatti io. Poi, dopo quei due film, mi ricordo ancora, eravamo a Roma, un giorno in macchina, e lui mi dice: “Lamberto, mi piacerebbe fare un film. Portami qualcosa da leggere che lo fai tu”. Me lo ricordo come fosse ieri. Con Dario c’è ancora oggi una grande amicizia, anche se ormai siamo entrambi un po’ vecchietti. Rischiamo di vederci solo per caso!

Nelle sue produzioni televisive, le fiabe contengono spesso elementi oscuri e paurosi, ricordiamo “Fantaghirò” del 1991; ritiene che ci sia un legame intrinseco tra la narrazione fiabesca e l’horror?

Beh, direi proprio di sì. Io lo dico sempre: le mie paure nascono con le prime favole che mi raccontavano. Penso a Cappuccetto Rosso, quando me la leggevano mio padre o mia nonna… il lupo, l’atmosfera… Mi ricordo ancora la sensazione di paura. E poi uno dei primi film che ho visto da bambino, Bambi: quando la mamma — la cerva — viene uccisa dal cacciatore, quello è stato il primo vero incontro con la morte. Mi misi a piangere, e me lo ricordo ancora oggi.

Quindi sì, sicuramente c’è un legame profondo tra l’horror e le fiabe. È qualcosa che ho cercato di riportare sullo schermo anche in Fantaghirò, che in fondo è un grande successo epico. I miei due grandi successi restano Demoni e Fantaghirò. Poi aggiungo sempre un altro film a cui tengo molto, l’ultimo che ho fatto per il cinema: Ghost Son.
E Fantaghirò lo danno ancora oggi… è stato un altro di quei progetti che mi hanno portato in giro per il mondo.

Ha scritto diversi libri, tra cui recentemente “Demoni. La rinascita”, uscito nel giugno dell’anno corrente; quali tematiche ha affrontato in questo progetto letterario e se dovesse realizzare il film “Demoni” ai tempi attuali con quali caratteristiche lo farebbe?

Beh, sicuramente l’ho anche scritto nel libro. L’idea nasce proprio come possibile seguito di Demoni, una sorta di Demoni 3, diciamo così. Come nel primo film, anche qui Demoni è una metafora: può rappresentare molte cose, anche qualcosa di cattivo che si insinua nella nostra quotidianità.
Solo che oggi, se dovessi ambientarlo, verrebbe sicuramente dal web, da Internet, dal metaverso… che è la forma più attuale di “demone” che abbiamo intorno.

A suo parere, il cinema di genere esiste ancora oppure la creatività, con l’era digitale, è venuta meno?

Ma sai, ti dico una cosa: ieri sera ho visto un film, non ricordo nemmeno il titolo, con una coppia — marito e moglie — che avevano dei problemi tra loro. Vanno a fare una gita, cadono nelle sabbie mobili, e il film si svolge praticamente tutto lì, con loro due intrappolati. Era un horror, ma poteva essere anche un dramma: non c’erano effetti speciali futuristici, forse era un film piccolo, però mi ha incuriosito perché aveva delle problematiche reali. Quello che conta in un film è sempre la storia. Puoi ambientarla in un appartamento o su un pianeta pieno di mostri, ma dipende da come la racconti. Se vuoi far paura, devi puntare sull’atmosfera e sulla tensione. I grandi effetti speciali, secondo me, non vanno quasi mai a braccetto con la paura vera.

Quando vedo un film, prima di tutto sono uno spettatore. La prima impressione arriva sempre così, da spettatore: poi, magari, noti se qualcosa è fatto male o, al contrario, pensi “guarda quanto sono bravi a fare quello”. Ma il punto di partenza resta sempre lo stesso: guardare un film come spettatore. È lì che nasce l’emozione, l’ansia, la curiosità, la voglia di continuare a guardare… oppure di alzarti e andartene.

Ma “La casa con la scala nel buio” è stato girato di notte?

Le scene di notte sono girate di notte, per forza. La famosa “notte americana”, come si chiamava ai tempi dei film dei cowboy, si faceva di giorno con certi filtri… ma la notte vera è un’altra cosa! Quando giri di notte, hai tutta la troupe intorno che, anche se gli hai dato il giorno libero, all’imbrunire comincia ad avere gli occhi che si chiudono. A me, però, non è mai successo: anzi, forse è proprio di notte che si vede di più la magia del cinema.

Oggi molti pensano che con il computer e il digitale si possano fare i film senza luci, ma non è affatto vero — soprattutto per gli horror o i film fantastici. Le luci sono essenziali, e di notte, se non illumini, non vedi niente… diciamoci la verità.

Ha nuovi progetti per l’avvenire?

In questo momento non lo so, vediamo. Ho un film che è finito da qualche anno ma non è mai uscito per ragioni burocratiche: cerchiamo di far uscire quello, se possibile. Se poi non esce, non me la prendo.
Negli ultimi anni, anche per via dell’età, sono più propenso a scrivere. Sono già arrivato al quinto libro — tra romanzi e biografie — e adesso sto vagliando due o tre idee per capire quale portare avanti. Non ho ancora deciso quale mi entusiasma di più, perché scrivere è un po’ come… ecco, io ero un animale da set, come ti ho detto anche prima: sul set stavo benissimo, anche da aiuto regista, il set mi galvanizzava. Adesso, però, mi galvanizza scrivere.
Quando inizi, magari butti via delle cose, non sai dove stai andando, ma a un certo punto capisci che quello che stai scrivendo “ti viene bene”, e allora ti dà la forza di andare avanti, la grinta… Poi magari fai una cazzata, ma intanto vai avanti!

Grazie infinite per la bellissima intervista!

Grazie a te!

Tag: , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *