Intervista al regista Giancarlo Rolandi


a cura di Francesca Bruni

21 Gen 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

Francesca Bruni ha incontrato e intervistato, a San Giovanni Valdarno, per il nostro magazine, il regista Giancarlo Rolandi che in occasione del Premio Marco Melani, assegnato a Dario Argento, ha presentato il documentario “Profondo Argento”.

Giancarlo Rolandi

Con il documentario Profondo Argento, Giancarlo Rolandi firma un lavoro che si inserisce nel solco del cinema di ricerca e di approfondimento culturale, offrendo uno sguardo articolato e rigoroso sull’universo artistico di Dario Argento. Regista da sempre attento alla costruzione del racconto e alla forza delle immagini, Rolandi affronta in questo progetto una figura centrale del cinema italiano e internazionale, esplorandone l’eredità artistica, l’immaginario e l’influenza sul cinema contemporaneo. Profondo Argento si distingue per l’approccio analitico e per la capacità di intrecciare testimonianze, materiali d’archivio e riflessione critica, restituendo un ritratto complesso e stratificato. In questa intervista, Rolandi racconta la genesi del documentario, le scelte narrative e stilistiche che ne hanno guidato la realizzazione e il rapporto con un mito del cinema di genere, ripercorrendo al tempo stesso le tappe fondamentali del suo percorso registico.

INTERVISTA

Ha realizzato il documentario “Profondo Argento”, presentato alla 23ª Mostra del Cinema di Roma; quali sono state le fonti di ispirazione per realizzare tale film?

Come accade in tutti i documentari, ci si può preparare quanto si vuole, ma poi arriva la realtà. Anche in un ritratto, è la realtà stessa a orientare in parte la narrazione.

La mia fonte di ispirazione — o meglio, il timone che ha guidato la navigazione — è stata l’idea di ombra in senso junghiano e psicoanalitico: il nostro doppio, che custodisce ciò che di solito non mostriamo all’esterno. Questo è stato, in sostanza, il nucleo della narrazione.

Poi Argento, attraverso il suo racconto, ha portato alla luce determinati aspetti, sui quali io ho innestato ulteriori riflessioni e concetti.

“Profondo Argento” mette in risalto l’aspetto umano e sensibile del maestro; che tipo di ricerche archivistiche ha dovuto esaminare ed è stato difficile far aprire il regista al suo lato più intimo?

Sì e no. Io tendo a preparare molto il lavoro, quindi ho parlato prima con lui e ho cercato di evitare sorprese. Argento si era fatto male da meno di un anno e aveva attraversato una serie di problemi, ma si è affidato. A un certo punto ho capito che avevamo imboccato la strada giusta. Certo, con più tempo e più materiali si sarebbe potuto approfondire ulteriormente, ma credo che quanto fatto sia stato sufficiente.

Non è stato difficile farlo aprire, perché ho costruito un rapporto di fiducia. Inoltre, non mi interessa scavare nella vita privata o nel pettegolezzo: ciò che mi interessava era la parabola umana di Argento fino all’arrivo al successo, il modo in cui ha costruito sé stesso da ragazzo.

Per quanto riguarda l’archivio, le ricerche non sono state particolarmente profonde, anche perché il materiale disponibile non è molto e, soprattutto, ha costi molto elevati. Questo è uno dei principali problemi dei documentari che utilizzano repertorio. Avendo Cinecittà come coproduttore, abbiamo potuto usare il materiale disponibile lì; con la Rai sono state utilizzate alcune immagini e poco altro. In gran parte si trattava di materiali scritti, che sono stati impiegati, quando possibile.

Dario Argento è stato un regista innovativo e coraggioso, perché ha incarnato le proprie paure attraverso le sue pellicole; secondo lei, questo aspetto ha dato modo al pubblico di invitarli ad aprirsi a sé stessi?

È una domanda molto complessa e non è facile rispondere. Credo che il cinema, nel Novecento, sia stato la forma di narrazione più vicina al sogno: ha la capacità di evocare il sogno e, naturalmente, anche l’incubo, soprattutto parlando di Argento.

Per alcune persone sì. Per esempio, la scrittrice Banana Yoshimoto ha raccontato di aver quasi deciso di togliersi la vita ma che, dopo aver visto Profondo Rosso, ha capito che esisteva qualcuno come lei. Quindi sì, la risposta è affermativa, anche se resta inevitabilmente individuale.

Immagine tratta da “Profondo Argento”

Durante il documentario ci sono interventi di diversi personaggi del mondo della letteratura, come lo scrittore Donato Carrisi, ed artisti che hanno collaborato con il maestro, raccontando elementi del suo cinema e della personalità; mi può raccontare gli aspetti fondamentali della sua poetica cinematografica?

Torno a quanto dicevo prima: l’esplorazione dell’ombra, dell’incubo legato all’ombra, alla nostra parte più nascosta, più violenta, più feroce. È un discorso che si può estendere a tutto questo tipo di cinema, e anche a ciò che lo precede.

Se ci pensiamo, una delle scene più impressionanti della Divina Commedia di Dante è quella in cui il conte Ugolino mangia i propri figli: un’immagine terribile, che parla di cannibalismo verso i propri figli ed è di una ferocia estrema. Questo dimostra come esistano elementi profondamente sedimentati dentro di noi: una memoria animale, forse? una traccia del nostro essere stati selvaggi? Chissà…

Il primo grande rivelatore, nella letteratura moderna, di questa dimensione dell’ombra è senza dubbio Edgar Allan Poe. Ha avuto una vita estremamente infelice, eppure la sua letteratura continua ancora oggi a essere letta e venduta in tutto il mondo.

Altro elemento fondamentale del cinema di Dario è il sangue, rappresentato in maniera differente rispetto ad altri registi del periodo, lo rende astratto come un’opera d’arte; quali sono le fonti artistiche a cui si è ispirato?

Non lo so, bisognerebbe chiederlo direttamente a lui! (ride, ndr)

Credo però che, in questo caso, nel documentario io abbia inserito anche alcune mie suggestioni: per esempio riferimenti ad Alberto Burri, le cui opere, in quegli anni, erano molto presenti e proponevano aperture visive estremamente particolari.

Va poi considerato che nel tempo sono venuti meno molti vincoli di censura. Spesso dimentichiamo che, fino a non molti anni prima, proporre certi contenuti era molto difficile, sia per motivi censori sia per ragioni distributive. A questo si aggiungono anche fattori tecnologici.

Oggi possiamo guardare il cinema di Méliès, il primo grande narratore del fantastico, e sorridere. Quello che faceva Argento, invece, appariva realistico. Questa è stata la sua grande forza: non autocensurarsi. Il sangue, del resto, è ciò che ci dà la vita, e vederlo spargere rappresenta sempre la rottura di un tabù. E la rottura dei tabù, talvolta, porta al successo. Nel suo caso, è stato un grande successo.

Il maestro ha rappresentato diversi stili cinematografici, dal giallo all’horror, tra cui “Suspiria” del 1977, dove sogno e realtà visti dai suoi occhi si fondono insieme, cambiando radicalmente il suo modo di fare cinema; a cosa si ispirò per realizzare tale capolavoro unico e irripetibile?

Suspiria rappresenta l’irruzione della magia, del sovrannaturale, che nel cinema di Argento era già stato accennato in Profondo Rosso. Nasce anche dall’interesse di Daria Nicolodi, che all’epoca era sua moglie e compagna. È il mondo delle streghe, del maligno. Anche in questo caso, dire a cosa si sia ispirato in modo preciso è complicato: bisognerebbe chiederlo direttamente a lui.

Il risultato visivo, come racconto nel documentario, è frutto di un lungo lavoro di preparazione con il direttore della fotografia, di studio e di visione. È inoltre uno di quei film quasi interamente girati in interni, con pochissime scene in esterno, e questo contribuisce in modo decisivo alla creazione delle atmosfere.

In Tenebre, invece, accade l’opposto: il titolo evoca l’oscurità, ma ciò che viene messo in scena è quasi tutto in piena luce. La sfida era proprio questa: si può fare un film horror di giorno? Si può far paura alla luce del sole? Eppure, lo chiama Tenebre — e funziona.

I volti dei suoi protagonisti rievocano l’espressionismo tedesco e personalmente ci vedo anche i quadri di Caravaggio; come ha vissuto il concetto di bellezza nelle sue pellicole?

Non è una domanda semplice. La bellezza, nel cinema di Argento, è spesso veicolata dal femminile, così come l’innocenza e la maledizione. Le donne incarnano entrambe queste dimensioni.

Argento è un esteta: ha sempre avuto un gusto molto spiccato per l’inquadratura e per la messa in scena. Non mi sento di aggiungere molto altro su questo aspetto.

Ha in previsione di realizzare altri lavori su Dario Argento?
No. (sorride n.d.r)

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