Intervista al regista Gabriele Muccino


a cura di Francesca Bruni

13 Feb 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste

Francesca Bruni ha posto alcune domande al regista Gabriele Muccino, che ha raccontato le dinamiche del suo ultimo film dal titolo “Le cose non dette”, la sua passione per il cinema che definisce la sua salvezza dalle insicurezze giovanili. Ne è scaturito un racconto umano e delicato, come lo è tutta la sua cinematografia, che ha accompagnato diverse generazioni con le sue avvincenti pellicole che racchiudono un mondo interiore fatto di processi universali naturali ed essenziali per l’essere umano.

(Foto messe a disposizione dall’Ufficio Stampa)

Gabriele Muccino (saluti in sala, Torino)

Gabriele Muccino è uno dei registi italiani più riconoscibili e apprezzati a livello internazionale. Nato a Roma nel 1967, ha costruito una carriera capace di coniugare intensità emotiva, ritmo narrativo e uno sguardo profondamente umano sui legami familiari, le ambizioni e le fragilità contemporanee.

Dopo gli esordi negli anni Novanta, il successo arriva con film che segnano un’intera generazione, come “L’ultimo bacio” e “La ricerca della felicità”, quest’ultimo interpretato da Will Smith e capace di conquistare il pubblico di tutto il mondo. Con uno stile energico e coinvolgente, Muccino ha saputo raccontare le inquietudini, i sogni e le contraddizioni dell’età adulta, alternando produzioni italiane e hollywoodiane.

Autore di storie che mettono al centro le relazioni e le scelte che cambiano il destino, Muccino continua a interrogarsi, attraverso il cinema, su cosa significhi crescere, amare e trovare il proprio posto nel mondo.

È nelle sale il suo ultimo film “Le cose non dette” (recensito al seguente link: https://www.musiculturaonline.it/recensione-del-film-di-gabriele-muccino-le-cose-non-dette/) e nelle principali città italiane sta avendo grande successo lo spettacolo “A casa tutti bene” (adattamento del suo celebre film premiato con il David dello Spettatore) con il quale Gabriele Muccino ha esordito come regista teatrale. 

Gabriele Muccino con i protagonisti del film “Le cose non dette”

INTERVISTA

Nella sua cinematografia ha sempre affrontato i conflitti umani tra genitori e figli e di coppia, anche nel suo ultimo film “Le cose non dette” sono presenti queste dinamiche, secondo lei, perché nell’ epoca attuale esiste così tanta difficoltà di comunicazione?

La difficoltà di comunicazione tra genitori e figli non è una novità, né un problema esclusivo del nostro tempo. Per certi aspetti, è quasi inscritta nella dinamica stessa della crescita: genitori e figli, per definizione, faticano a capirsi fino in fondo. Tra gli archetipi dello sviluppo umano c’è infatti il momento in cui i figli devono “sdoganarsi” dai genitori, prendere le distanze, costruire una propria identità. È un passaggio necessario, che comporta inevitabilmente momenti di confronto e, talvolta, conflitto. Ma si tratta di tensioni funzionali, indispensabili per affermare al mondo — e a sé stessi — chi si è davvero. Naturalmente, ogni epoca presenta condizioni specifiche. Oggi viviamo una fase segnata da una digitalizzazione della comunicazione senza precedenti nella storia dell’umanità. La possibilità di raggiungere chiunque attraverso i social network rappresenta una novità antropologica ancora in gran parte inesplorata. Non conosciamo fino in fondo le conseguenze di questa trasformazione, né le possibili estremizzazioni a cui può condurre. Il fenomeno è troppo recente perché possiamo comprenderne appieno l’impatto.

Altra componente predominante nelle sue pellicole ed anche in quest’ ultima è il tempo e lo spazio come fonte di evasione e ricerca di libertà verso sé stessi, quanto è difficile essere qui ed ora nel luogo giusto e riuscire a prendere consapevolezza di voler veramente cambiare la propria vita?

È estremamente difficile essere davvero presenti a noi stessi, vivere ogni singolo momento con pienezza. Spesso siamo proiettati altrove, perché fatichiamo a fare i conti con noi stessi. Non ci conosciamo fino in fondo, non abbiamo imparato a dialogare con noi stessi.

Manca, nella nostra formazione, un’educazione alla conoscenza dell’inconscio, così come una reale educazione emotiva. Cresciamo, dunque, con strumenti limitati per affrontare il viaggio della vita, spesso impreparati a riconoscere e comprendere ciò che accade dentro di noi.

In questo quadro, sono pochi i genitori che hanno saputo raccontarsi ai figli, offrendo loro un bagaglio di consapevolezza capace di aiutarli ad affrontare il mondo con maggiore saggezza e intelligenza.

In questa ultima pellicola tutta la vicenda ruota intorno all’inganno ed alla paura di affrontare le verità nascoste; quanto tutto questo può stravolgere l’identità di una persona e far capire chi si è realmente?

Siamo tutti attraversati da una fitta trama di non detti. E non è un caso. Le parole, quando vengono pronunciate, possono avere conseguenze profonde, talvolta irreversibili. Possono condurci a un punto di non ritorno. Per questo stiamo sempre molto attenti nel tirar fuori i nostri sentimenti: temiamo che vengano fraintesi, giudicati, biasimati. Oppure che, nella loro verità, possano risultare così dirompenti da incrinare — o addirittura distruggere — ciò che amiamo e che, in realtà, vorremmo riparare, migliorare, talvolta persino trasformare radicalmente.

Eppure, proprio quei cambiamenti necessari restano spesso bloccati sotto il peso di silenzi accumulati nel tempo. Montagne di non detti che finiscono per allontanarci, generando una grande mancanza di una conoscenza della persona che abbiamo più vicino.

Lei ha sempre affermato che il cinema le ha salvato la vita, da cosa ha voluto proteggersi?

Il cinema mi ha salvato la vita. Mi ha salvato, soprattutto, dalla mia insicurezza, da quella mancanza di fiducia in me stesso che ha segnato in modo strutturale la mia crescita. Affidare a una storia ciò che non riuscivo a dire in prima persona, far parlare dei personaggi al posto mio, è stato un modo per trasferire il mio sguardo sul mondo dentro una nuova logica, quella drammaturgica del cinema. Una forma capace di contenere, esplorare e persino ordinare il mio caos interiore, rendendolo una storia, un racconto in grado di parlare a me, ma anche agli altri. Questo perché nasce da un movimento autentico, dell’inconscio.

Gabriele Muccino su “Musiculturaonline”:

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