Intervista al regista Gabriele Mainetti, miglior regia al Premio Cinearti “La Chioma di Berenice” di Roma
a cura di Francesca Bruni
13 Lug 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste, News cinema
Francesca Bruni ha posto qualche domanda al regista Gabriele Mainetti, presente a Roma col suo film “La città proibita”, che riceverà questa sera, 13 luglio alla Casa del Cinema di Roma il Premio Miglior Regia per “La città proibita” al Premio Internazionale Cinearti “La Chioma di Berenice”, alla sua 27ª edizione, istituito da CNA, con la direzione artistica di Antonio Flamini e la presidenza di Graziella Pera. Tra cinema di genere, visione autoriale e grandi produzioni, Gabriele Mainetti racconta il suo modo di fare cinema, il valore dell’immaginazione e le sfide che accompagnano ogni suo nuovo film.


Negli ultimi anni Gabriele Mainetti si è affermato come una delle voci più originali del cinema italiano, capace di coniugare spettacolo, identità autoriale e una forte attenzione ai personaggi. Dopo aver conquistato pubblico e critica con Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) e aver confermato la sua cifra stilistica con Freaks Out (2021), il regista continua a esplorare nuovi linguaggi cinematografici senza rinunciare alla propria visione. Lo abbiamo intervistato in occasione del Premio Internazionale Cinearti “La Chioma di Berenice” dove per il suo ultimo film La città proibita riceverà il premio come Miglior Regia. Un’opportunità per ripercorrere il suo percorso artistico, riflettere sul cinema di genere, sulle sfide della produzione italiana e su ciò che lo spinge, ogni volta, a mettersi nuovamente in gioco dietro la macchina da presa.
INTERVISTA
Il suo ultimo lungometraggio, dal titolo “La città proibita”, è tra i film con il maggior numero di candidature al “Premio la chioma di Berenice”; quali pensa siano gli aspetti che sono stati apprezzati maggiormente dal pubblico?
Penso che il pubblico, al di là dell’immagine che siamo riusciti a costruire grazie al lavoro di tutti i reparti, abbia apprezzato soprattutto il risultato complessivo. C’è stato un grande impegno anche sul piano tecnico, perché il film stesso lo richiedeva: si confronta con un tipo di cinema che in Italia frequentiamo poco, anzi, che generalmente non realizziamo. Per questo era necessario alzare il livello tecnico.
Il film ha avuto la fortuna di essere distribuito in molti Paesi del mondo e questo mi rende molto felice. Non perché i film italiani non vengano esportati, ma perché La città proibita si confronta con un genere solitamente affrontato da altre cinematografie ed è riuscito a distinguersi. Ciò che però mi sta più a cuore è altro: il pubblico sospende l’incredulità anche grazie a quel livello tecnico, ma soprattutto si immedesima nei personaggi e si emoziona. Questa è la cosa più importante. Il nostro obiettivo era proprio questo: realizzare un film di genere capace di far dimenticare i pregiudizi che spesso accompagnano il cinema di genere italiano e permettere allo spettatore di vivere la storia con grande trasporto.



“La città proibita” fonde diversi generi cinematografici; ci sono dei registi a cui si è ispirato per la realizzazione del film?
Essendo un cinefilo, avrei una lista infinita di registi da citare. Più che di singoli autori, però, parlerei di immaginari cinematografici.
La componente più ludica delle arti marziali è sicuramente riconducibile al cinema di Jackie Chan, mentre quella più drammatica si rifà soprattutto al cinema coreano contemporaneo, quello degli ultimi vent’anni. Penso, ad esempio, a The Man from Nowhere, un film incredibile che mi sconvolse quando lo vidi per la prima volta, tanto era travolgente, oppure a A Bittersweet Life di Kim Ji-woon, un’altra opera straordinaria.
La componente italiana, invece, arriva in modo naturale, istintivo. Quella asiatica è stata oggetto di studio, un percorso che ho iniziato ai tempi dell’università, anche se la passione è nata già tra la fine dell’adolescenza e i primi anni della giovinezza. Dopo gli anime, che continuo a guardare ancora oggi, il passaggio naturale è stato quello di scoprire il cinema asiatico.
Il cinema italiano, invece, fa parte del mio bagaglio culturale quasi automaticamente. Potrei citare Monicelli, ma anche tanti altri maestri, sia della commedia sia di un cinema più drammatico, che mi hanno profondamente segnato. Sarei però banale a fare un elenco.
L’idea di fondo era quella di fondere due mondi molto lontani tra loro: la Cina e l’Italia. La Cina è rappresentata, nella sua forma più immediatamente riconoscibile, attraverso il Gong Fu Pian, il cinema delle arti marziali di Bruce Lee e Jackie Chan. L’ultimo combattimento, infatti, è fortemente ispirato a Enter the Dragon di Bruce Lee. Dall’altra parte c’è il dramma popolare italiano, con sfumature di commedia. I personaggi, infatti, hanno caratteristiche che appartengono anche al registro comico, pur senza fare del film una commedia, che non lo è nel modo più assoluto. Alcuni di loro sono tragicomici e, proprio attraverso questa loro natura, spero riescano anche a strappare un sorriso.


Il suo cinema è basato molto sul concetto di artigianalità e spettacolarità; questi due aspetti, secondo lei, saranno apprezzati dalla giuria rappresentata da nomi importanti del cinema italiano?
Quello dell’artigiano è un mestiere nobilissimo. Chi vuole fare cinema non può prescindere dall’essere un artigiano e io mi sento assolutamente tale. L’autorialità, che in qualche modo nobilita il lavoro dell’artigiano identificandolo come qualcuno di speciale, è invece qualcosa di cui un regista non dovrebbe preoccuparsi. Saranno gli altri, eventualmente, a riconoscere nel suo cinema qualcosa di unico e irripetibile e a definirlo un autore.
Un autore è qualcuno che riesce a trovare uno sguardo nuovo, ma per arrivarci bisogna prima imparare a raccontare storie attraverso lo sguardo degli altri. Occorre fare scuola dagli artigiani, scegliendo quelli che ci parlano di più. Solo in seguito, quando si trova il proprio modo di raccontare, si riesce a emanciparsi pur conservando le tante contaminazioni che inevitabilmente ci accompagnano. Quel linguaggio continuerà a riecheggiare gli immaginari che lo hanno preceduto, perché il cinema ha una storia lunghissima, più di cent’anni, e quella tradizione continua a farsi sentire.
Credo profondamente nell’artigianalità e credo anche nella necessità dello spettacolo. Per me il cinema è spettacolo: si paga un biglietto per assistere a qualcosa di speciale. Che sia uno spettacolo profondamente emotivo, questo è ciò che conta. Lo spettatore deve uscire dalla sala con la sensazione di aver visto qualcosa di meraviglioso, qualcosa che abbia giustificato il prezzo del biglietto. Naturalmente non identifico lo spettacolo con il fuoco d’artificio. Il cinema americano, spesso, tende a giustificare il costo del biglietto facendo esplodere qualsiasi cosa e investendo enormi risorse negli effetti spettacolari. Ma non è solo quello. Esiste anche un cinema molto più semplice che sa essere, allo stesso tempo, grande cinema e grande spettacolo. Penso, ad esempio, a Little Miss Sunshine.


Quanto è cambiato Gabriele dal primo debutto come regista con “Lo chiamavano Jeeg Robot” ad oggi?
Non credo di essere cambiato molto. Penso di essere semplicemente diventato più capace e, a ogni film, cerco di migliorare come regista. Non vedo un cambiamento così radicale. Lo dicevo anche prima: se fossi riuscito a realizzare Lo chiamavano Jeeg Robot cinque o sei anni prima, probabilmente sarebbe stato più o meno lo stesso film. Se lo girassi oggi, invece, non so dire se sarebbe identico oppure no.
Naturalmente, sotto altri aspetti sono cambiato: sono diventato padre, ho tre figli, sono più grande, mi avvicino ai cinquant’anni. Ma mi piacciono ancora le stesse cose che mi piacevano dieci anni fa. Forse oggi sono semplicemente più sicuro.
L’esperienza mi ha dato maggiore sicurezza, ma questa sicurezza consiste soprattutto nel sapere di saper fare alcune cose e, allo stesso tempo, di non aver ancora fatto nulla di davvero importante. C’è ancora tantissimo da imparare e, prima di me, c’è stato un cinema straordinario al quale guardo con grande ammirazione e che mi piacerebbe vedere rinascere in una forma nuova.
Spero solo di avere il tempo per realizzare ancora molti film e continuare a sperimentare. Non voglio ripetermi: desidero raccontare storie che, ogni volta, mi mettano di fronte a una nuova sfida. Non cerco la strada più semplice e non voglio mai adagiarmi.
Si sente un regista fuori dagli schemi?
Mi ci hanno fatto sentire. Me l’hanno detto così tante volte che, per certi aspetti, ci ho anche creduto, forse persino sbagliando.
È vero che la competenza tecnica è necessaria per realizzare un certo tipo di cinema, ma la cosa più importante resta la visione. Se un regista non ha una visione, tutto il resto diventa secondario. Può anche essere bravissimo dal punto di vista tecnico, può far compiere alla macchina da presa qualsiasi evoluzione, ma se non ha qualcosa di speciale da raccontare, questo, secondo me, non basta.
In Italia abbiamo grandissimi registi che non fanno cinema di genere e che, proprio grazie alla loro visione, rappresentano un punto di riferimento. Penso a Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Luca Guadagnino: sono autori con uno sguardo personale e riconoscibile, pur non appartenendo al cinema di genere. E meno male che ci sono, perché continuano a ricordare al mondo quanto il cinema italiano abbia ancora da offrire.
Quanto conta, secondo lei, il cinema di genere nel raccontare l’Italia di oggi?
Il cinema di genere è fondamentale perché ha la capacità di trasfigurare il contemporaneo attraverso codici narrativi diversi, a seconda del genere che si sceglie.
Penso, ad esempio, a Possession, che mette al centro del racconto questa folle idea di essere amati per sempre e di vedere realizzato quel desiderio. Ma chi è il vero nemico? È proprio la persona che pretende questo dall’altro, che chiede a una donna di amarlo per sempre. In un mondo che, purtroppo, continua a essere profondamente maschilista e segnato dai femminicidi, una richiesta del genere è già di per sé una follia. Tutto ciò che ne consegue rappresenta, in fondo, la naturale conseguenza della follia di chi arriva a desiderare una cosa simile.
Per questo credo che il cinema di genere sia fondamentale. Pur rispettando determinati codici e offrendo allo spettatore un’esperienza apparentemente ludica, quando è grande cinema, quello con la “C” maiuscola, unico e irripetibile, riesce a intercettare le tensioni del presente e a trasmetterle quasi in modo subliminale, scuotendo profondamente chi guarda.
Spielberg ha fatto di questa capacità una delle cifre del suo cinema. Quando gli è stato detto che finalmente era riuscito a raccontare sé stesso, lui ha risposto: «L’ho fatto in tutto il mio cinema». Lo stesso vale per Tarantino, che sostiene come chiunque lo conosca davvero potrebbe dissezionare le allegorie, le metafore, i simboli e persino le sue continue citazioni cinematografiche, arrivando a vedere lui stesso attraverso i suoi film. Ecco, questa è la grande forza del cinema di genere. Le storie, a volte, devono avere un’immediatezza capace di coinvolgere subito lo spettatore. Ma credo che la cosa più importante, nel cinema come nell’arte in generale, sia che ogni immagine abbia una profondità tale da far intuire che esiste qualcosa oltre ciò che si vede. Il cinema di genere riesce a farlo in modo straordinario. Può riuscirci anche un altro tipo di cinema, naturalmente, ma il cinema di genere ha la capacità di mettere lo spettatore direttamente di fronte a figure simboliche, come il mostro di Frankenstein, e di spingerlo a chiedersi perché quei personaggi continuino ancora oggi a parlarci.

