Intervista al regista e sceneggiatore Sergio Martino


a cura di Francesca Bruni

23 Nov 2024 - Approfondimenti cinema, Interviste

La nostra collaboratrice Francesca Bruni ha raggiunto al telefono il regista e sceneggiatore Sergio Martino, icona e capostipite del “cinema di genere”, che ha concesso al nostro magazine un’intervista di grande interesse e ricca di approfondimenti sulla storia del cinema italiano e non solo.

(Tutte e foto sono libere da copyright)

Sergio Martino, regista e sceneggiatore italiano, nipote del regista Gennaro Righelli, fratello del produttore Luciano Martino, padre della regista Federica Martino e della fotografa Francesca Romana Martino, è uno dei maggiori esponenti italiani del cinema di genere usando, a volte, gli pseudonimi di Martin Dolman e Christian Plummer.

Inizia la carriera negli anni Sessanta come sceneggiatore ed aiuto regista; quindi, debutta nel 1969 con il documentario Mille peccati… nessuna virtù. Nel 1970 lavora al suo primo thriller Lo strano vizio della signora Wardh, che ha come protagonisti George Hilton e Edwige Fenech. Al primo ne fa seguire altri quattro di cui due interpretati ancora dalla Fenech, Tutti i colori del buio e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave. Si dedicò anche ad altri generi, lavorando ai film Milano trema: la polizia vuole giustiziaGiovannona Coscialunga disonorata con onoreLa montagna del dio cannibale e L’isola degli uomini pesce.

Negli anni Ottanta dirige alcuni film di genere come il thriller/horror Assassinio al cimitero etrusco ed il post-atomico 2019 – Dopo la caduta di New York, che entrò nella classifica dei dieci film più visti negli Stati Uniti, in cui si è firmato con gli pseudonimi anglofoni di Christian Plummer e Martin Dolman; in seguito nel 1986 dirige il film d’azione Vendetta dal futuro, in cui si firma sempre con lo pseudonimo Martin Dolman. Nello stesso periodo dirige anche molte commedie come Spaghetti a mezzanotteCornetti alla cremaAcapulco, prima spiaggia… a sinistra e L’allenatore nel pallone.

Negli anni Novanta si dedica sporadicamente al cinema, dirigendo i due thriller erotici Spiando Marina e Graffiante desiderio, per poi passare prevalentemente alla fiction.

A Sergio Martino il “Premio Mangiacinema Creatore di sogni”

Nel 2008 torna al cinema dirigendo L’allenatore nel pallone 2. Nel 2017 pubblica la sua autobiografia Mille peccati… nessuna virtu’? Nel 2019 è stato realizzato un documentario sulla sua carriera diretto da Daniele Ceccarini e Francesco Tassara. Nel 2024 è presente nel documentario Pretendo l’inferno, con protagonista Luc Merenda, per la regia di Eugenio Ercolani.

Per sottolineare l’importanza della produzione di Sergio Martino basta qui ricordare che ha girato, in qualità di regista, 45 film e 24 fiction per la televisione, oltre a varie sceneggiature.

INTERVISTA

D. Come è scoccata la “scintilla” tra lei ed il cinema?

R. Il cinema è per me una “questione di famiglia”, diciamo. Il mio nonno materno, Gennaro Righelli, è stato un regista di grande successo negli anni ’30 e ha diretto anche alcuni film nell’immediato dopoguerra. È scomparso all’età di sessant’anni. Ricordo che negli ultimi tempi era un po’ acciaccato, anche perché, come tutti quelli della sua generazione, fumava incessantemente. E, infatti, morì proprio a causa di un violento enfisema polmonare.

È stato il regista del primo film sonoro italiano, realizzato prima della guerra. Nell’immediato dopoguerra, ha diretto pellicole come Abbasso la miseria (1945) e Abbasso la ricchezza (1946), con protagonisti Anna Magnani e Vittorio De Sica. Il suo ultimo film è stato Il Corriere del Re (1947), un remake di una sua opera precedente, Rouge et noir (1928), che rifilmò con Rossano Brazzi. Purtroppo, nonostante la malattia, continuava a fumare una quantità incredibile di sigarette. All’epoca, in molti distruggevano la propria salute con quel terribile vizio, che non veniva nemmeno considerato tale.

Io non ho mai fumato, soprattutto per via dell’esperienza vissuta con mio nonno e anche per l’esempio di mio padre. Pur essendo napoletano, infatti, mio padre aveva un atteggiamento che definirei “asburgico”. A Napoli, i napoletani sono generalmente molto positivi, ma mio padre era un uomo disciplinato, quasi severo, con un carattere che ricordava quello dei tedeschi. Dopo la scomparsa di mio nonno, quando il medico gli disse che la morte era legata alle troppe sigarette fumate, mio padre smise drasticamente di fumare, con un approccio quasi militare. Mio fratello, invece, è morto nel 2013, intorno agli 80 anni.

D. Esordisce realizzando diversi documentari tra cui “Mille peccati…nessuna virtù” del 1969, mi può raccontare del cinema di quel periodo e come avveniva la realizzazione di un film?

R. I film-documentari erano qualcosa che ho sempre respirato nella società che avevo costruito, nel frattempo, insieme a mio fratello. La sua intuizione – e questo è uno dei suoi grandi meriti – è stata quella di fare molti film: non solo opere prettamente italiane, ma film d’azione e gialli che potevano essere venduti in tutto il mondo.

Una delle mie prime esperienze è stata con i film western, ma ancor prima con i documentari. In quegli anni, l’Italia viveva un’atmosfera piuttosto bacchettona, molto religiosa. Quando andai a Londra, mi si aprì un mondo completamente diverso. Per un giovane italiano come me, vedere quella realtà più evoluta è stato sorprendente perché era un tipo di vita che si discostava enormemente da quella italiana. Ricordo che Mille peccati… nessuna virtù (1969) ebbe un grande successo negli Stati Uniti. Fu un’esperienza straordinaria, anche perché erano gli anni del Vietnam: un periodo di contraddizioni, con un’America brillante e affascinante da un lato, ma segnata dalla guerra dall’altro. Per molte famiglie con i figli al fronte, la situazione era tragica.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di non essere mai coinvolto direttamente in un conflitto. Durante l’infanzia ho visto alcuni parenti partire per la guerra, ma da bambino non comprendevo appieno il dramma. La mia generazione, per fortuna, non ha vissuto l’incubo di dover partire per sparare contro qualcuno. Se ci si pensa, le guerre sono fatte da persone che uccidono sconosciuti, giovani come loro, costretti a combattere. È una realtà spaventosa, ed è quello che purtroppo vediamo accadere oggi in Europa. Sono eventi che, per fortuna, la mia generazione non ha dovuto affrontare.

Ricordo l’ingresso degli americani a Roma e, contemporaneamente, l’uscita dei tedeschi, con tutti i crimini che avevano commesso nei campi di sterminio e in città. Anche in Italia ci furono deportazioni e uccisioni di ebrei, ma da bambino ignoravo molte di queste cose.

I film di quell’epoca spesso speculavano sull’immagine di un’Italia arretrata rispetto a Paesi più liberi come l’America, l’Inghilterra o la Francia. In Italia, la censura era pervasiva. Da bambino ricordo che vicino alle chiese di ogni quartiere c’erano cinema rionali, mentre quelli di prima visione si trovavano solo nei centri città. Fuori dai cinema delle periferie si leggeva spesso: “Vietato a tutti, non consigliato”, per via delle imposizioni religiose. Ricordo in particolare Polvere di stelle, un film censurato perché si vedevano le cosce delle ballerine.

Un aspetto che mi rincresce è che i miei primi film gialli, che spesso ebbero successo, dovevano sempre includere una componente erotica per ottenere il divieto ai minori di 18 anni. Tuttavia, nelle versioni distribuite al pubblico o trasmesse in televisione, rimanevano spesso alcune scene pensate appositamente per essere tagliate dai censori, ma che contribuivano comunque a ottenere il marchio di divieto. L’obiettivo principale era portare la gente al cinema.

Sergio Martino è con Eugenio Alabiso e Francesco Romano (Camposecco Far West) – l’America rende omaggio a S. Martino

In America e in Europa mi conoscono per i miei film gialli e per i miei film d’azione, mentre in Italia, proprio per via di quel divieto, sono più famoso per le commedie e, in particolare, per L’allenatore nel pallone (1984). Alcuni mi chiedono: “Sergio Martino? Che cosa ha fatto?”. Certo, ho diretto anche film come I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973), ma in Italia molti non lo conoscono. Al contrario, L’allenatore nel pallone, rivedendolo oggi, fa ancora ridere ed è una storia ben scritta.

A differenza di Jerry Calà, Lino Banfi ha perso un po’ della verve che aveva nel film, specialmente dopo la serie televisiva in cui ha interpretato un personaggio anziano, molto simile a lui nella realtà. Nonostante questo, il film ebbe un incasso enorme, anche se parte del pubblico ne uscì delusa perché Banfi non rispecchiava il “tipico allenatore” che si aspettavano.

Un altro film che reputo bellissimo è Milano trema: la polizia vuole giustizia (1973). Era un cinema molto adrenalinico. Gli inseguimenti in macchina, per esempio, erano reali, girati senza particolari misure di sicurezza. A volte si correvano rischi, anche perché quegli inseguimenti venivano girati nel traffico normale. In America, invece, si bloccavano intere strade per ricostruire le scene in sicurezza. Devo dire che, in quegli anni, il cinema italiano era molto più approssimativo sotto questo aspetto.

Per fortuna oggi le cose sono diverse. Con le nuove tecnologie, realizzare un film è molto più semplice. Le macchine da presa moderne e l’uso dei droni hanno reso superflui strumenti complessi come gru e dolly.

Il mio ultimo lavoro è stato girato in Africa nel 2012 (Il paese delle piccole piogge). Dopo di allora, ho scelto di non girare più, ma recentemente ho ricevuto un’offerta per un nuovo progetto.

Oggi, fare cinema è sicuramente meno faticoso rispetto al passato, anche se la passione e il coinvolgimento emotivo restano sempre gli stessi.

D. È considerato uno dei capostipiti del cosiddetto “cinema di genere”, quali sono le caratteristiche di questo tipo di pellicole?

R. Il “cinema di genere” è caratterizzato da una forte riconoscibilità tematica e stilistica, in cui prevalgono elementi tipici di generi come il giallo, il western, l’horror, l’avventura, e le commedie. Questi film hanno una dimensione fortemente internazionale, poiché affrontano temi universali e utilizzano un linguaggio visivo che riesce a raggiungere pubblici di diverse culture e lingue. Ad esempio, una scena comica basata su situazioni fisiche, come un amante che si nasconde sotto un letto, è divertente a prescindere dalla lingua e dal contesto culturale.

Rispetto alla comicità odierna, spesso legata al doppio senso linguistico, il cinema di genere della mia generazione puntava su dinamiche narrative e visive che potevano funzionare in un mercato globale. Le commedie, così come i film d’azione o di avventura, miravano a conquistare un pubblico internazionale grazie a trame avvincenti, emozioni condivisibili e un’estetica immediatamente riconoscibile.

Un esempio emblematico è il mio film L’isola degli uomini pesce (1979), un’avventura fantastica con protagonista un uomo-pesce. Questo film è stato apprezzato in tutto il mondo per la sua atmosfera magica e surreale, e ha lasciato un segno anche su registi di fama internazionale. Guillermo Del Toro, ad esempio, mi ha definito “maestro” e ha raccontato che l’idea per il suo La forma dell’acqua (2017) gli è venuta dopo aver visto il mio film. Anche in Spagna, un giovane spettatore di nome Balagueró costringeva sua madre a portarlo al cinema per rivedere il mio film ogni volta che veniva proiettato, affascinato dall’universo incantato dei personaggi acquatici.

“L’isola degli uomini pesce” (1979)

Questa esperienza mi ha permesso di viaggiare e lavorare in contesti tropicali, vivendo avventure uniche che richiedevano anche una certa resistenza fisica. Guardando le mie vecchie fotografie, rivedo un uomo nel pieno della forma, magro, atletico, e perfettamente in linea con lo spirito avventuroso del cinema che rappresentavo.

In definitiva, il cinema di genere è stato un veicolo per creare connessioni globali attraverso storie avvincenti, visivamente affascinanti e culturalmente trasversali.

D. Nei primi anni ’70 realizza una serie di film thriller tra cui “Lo strano vizio della signora Wardh”, “Tutti i colori del buio” ed altri in cui è presente la bellissima Edwige Fenech. Possiamo considerarla come sua “musa” ispiratrice e simbolo di emancipazione femminile per l’epoca?

R. Edwige Fenech può essere sicuramente considerata una figura iconica nel panorama dei miei film thriller degli anni ’70, ma definirla una “musa” ispiratrice nel senso più classico del termine non corrisponde del tutto alla realtà. Nei miei primi progetti immaginavo una protagonista femminile molto diversa da Edwige, una figura più tormentata e fragile, forse anche fisicamente emaciata, bionda e magra, in linea con il prototipo del genere. Tuttavia, quando Edwige entrò nel cast, grazie anche a un contratto e alla sua relazione con mio fratello, si rivelò una scelta straordinaria, capace di rompere quei cliché.

Edwige aveva una bellezza solare e una fisicità che contrastava con l’immagine stereotipata della donna “in pericolo” tipica di quel cinema. Questo contrasto, col tempo, si è rivelato un punto di forza: anche nei ruoli più drammatici, come in Tutti i colori del buio (1972), dove interpreta un personaggio tormentato, coinvolto in un mondo visionario e inquietante fatto di sette e misteri, la sua interpretazione è risultata molto convincente. La sua bravura e la capacità di adattarsi a ruoli complessi la rendono ancora oggi un simbolo importante, anche di emancipazione femminile per quell’epoca.

È interessante notare come quei film thriller fossero spesso ispirati a eventi reali o a modelli narrativi già consolidati. Per esempio, in Lo strano vizio della signora Wardh (1971), la trama prendeva spunto dal caso Fenaroli, l’omicidio di una donna commissionato dal marito per riscuotere l’assicurazione sulla vita. Grazie alla sceneggiatura di Ernesto Gastaldi, abbiamo rielaborato e modernizzato quella meccanica narrativa, creando qualcosa di nuovo e avvincente.

Un aspetto curioso di quei tempi è che i film gialli si giravano spesso all’estero. Questo perché vi era la convinzione che la polizia italiana non fosse credibile in ruoli seri, a causa delle caricature comiche viste nei film di Totò e simili. Solo con La polizia ringrazia (1972) di Steno si cominciò a sdoganare questa idea, dimostrando che si potevano raccontare storie di genere poliziesco credibili anche ambientandole in Italia.

Quanto al rapporto personale con Edwige, è stato sempre molto affettuoso, quasi fraterno. Di recente ci siamo rivisti quando ha girato un film con Pupi Avati, e abbiamo trascorso del tempo insieme. Lei ora vive a Lisbona e ha costruito una carriera solida, lasciando un segno indelebile nella storia del cinema. Guardando indietro, posso dire che lavorare con lei è stata una delle esperienze più gratificanti della mia carriera.

D. Nei suoi film spesso predomina la componente erotica. Cosa significa per lei l’erotismo?

R. L’erotismo nei miei film, soprattutto in quelli gialli, è sempre stato presente, ma non l’ho mai considerato fine a sé stesso o gratuito. Era un elemento narrativo funzionale, che contribuiva a costruire le tensioni emotive e psicologiche dei personaggi. In molti casi, la componente erotica si legava a dinamiche più oscure, come le problematiche sessuali o i tratti sadici di alcuni protagonisti, riflettendo le inquietudini e le complessità della natura umana.

Un esempio che mi piace ricordare è Tutti i colori del buio (1972), dove l’erotismo non è mai esplicito o volgare, ma sottolinea le fragilità e i conflitti interiori del personaggio di Edwige Fenech. Tuttavia, va detto che il contesto storico del cinema di quegli anni era molto diverso da oggi. Le scene venivano spesso progettate per ottenere un divieto ai minori di 18 anni, e le censure, piuttosto che eliminare contenuti, finivano per cristallizzarli in versioni che oggi appaiono più esplicite di quanto avessi inteso originariamente.

Per quanto riguarda il mio rapporto personale con l’erotismo, l’ho sempre concepito come qualcosa di sottile e immaginativo. Non è la nudità in sé a creare attrazione, ma piuttosto ciò che viene lasciato alla fantasia. Uno sguardo, un gesto, o una camicetta leggermente sbottonata possono essere infinitamente più affascinanti di una donna completamente nuda. Quest’ultima, sebbene possa essere esteticamente bella come una statua, non evoca necessariamente un coinvolgimento emotivo o erotico.

Nel cinema, quando si giravano scene di nudo, non c’era spazio per un coinvolgimento personale, almeno non per me. Era parte del lavoro, una questione tecnica e professionale. Ho sempre cercato di trattare le attrici e le comparse con il massimo rispetto, e per quanto fossi giovane e pieno di energia, il set non era certo un luogo dove coltivare fantasie. L’erotismo autentico, per me, non è mai stato una questione di visibilità, ma di suggestione e immaginazione.

D. È un regista che ha attraversato svariati generi cinematografici; negli anni 70/80 i registi erano liberi di osare oppure la censura limitava questa creatività?

R. Negli anni ’70 e ’80, la libertà creativa dei registi era un equilibrio complesso tra l’innovazione artistica e le restrizioni imposte dalla censura. Da un lato, si poteva osare molto di più rispetto agli standard odierni, con tematiche e rappresentazioni che esploravano territori audaci. Dall’altro lato, però, la censura rappresentava una presenza costante, soprattutto in Italia, dove le influenze religiose e morali giocavano un ruolo determinante nel determinare i limiti di ciò che poteva essere mostrato al pubblico.

Molti registi, me compreso, adottavano una sorta di strategia: inserivano scene volutamente provocatorie, consapevoli che sarebbero state censurate, ma sperando di ottenere comunque il famigerato “Vietato ai minori di 18 anni”. Questo divieto era un marchio che, paradossalmente, attirava il pubblico e garantiva una maggiore visibilità commerciale. Tuttavia, il rischio era che quelle scene, pensate per essere tagliate, in alcuni casi rimanessero nelle versioni definitive, dando l’impressione di una maggiore audacia rispetto a quanto originariamente voluto.

Nei miei film, l’erotismo non era mai fine a sé stesso, soprattutto nei gialli, dove aveva un ruolo narrativo e simbolico. Penso a Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972): l’erotismo era parte integrante delle dinamiche psicologiche e delle tensioni tra i personaggi, senza mai diventare volgare. In quel film, il cast eccezionale, con Luigi Pistilli, Edwige Fenech e Anita Strindberg, ha contribuito a creare una profondità che ancora oggi il pubblico riconosce e apprezza.

Nelle commedie, invece, l’erotismo era più leggero e goliardico, una sorta di elemento decorativo per far sorridere senza troppe pretese. Non c’era mai un intento morboso, ma piuttosto un gioco malizioso, che si limitava a mettere in scena situazioni divertenti e accattivanti. La bellezza di una donna che si spoglia in una commedia aveva una funzione del tutto diversa rispetto a un film giallo, dove l’erotismo serviva a costruire mistero o intensità drammatica.

In definitiva, la censura influenzava la creatività, ma non la soffocava del tutto. Era necessario trovare modi intelligenti per aggirare i limiti imposti, e questa sfida spesso portava i registi a escogitare soluzioni innovative, che hanno contribuito a definire il carattere distintivo del cinema di quel periodo.

D. Ha fatto divertire milioni di italiani con le cosiddette commedie sexy come “La moglie in vacanza…l’amante in città”, “Spaghetti a mezzanotte”, “Cornetti alla crema” e molte altre in cui oltre ad Edwige Fenech era presente anche Barbara Bouchet, altra icona sexy dell’epoca. C’era rivalità tra di loro e com’erano sul set?

R. La collaborazione tra Edwige Fenech e Barbara Bouchet, due icone sexy della commedia all’italiana, si è sempre caratterizzata per una professionalità impeccabile e per un clima di rispetto reciproco. Anche se nei film in cui apparivano insieme, come La moglie in vacanza… l’amante in città (1980), le loro scene condivise erano poche, sul set non c’erano tensioni o rivalità evidenti.

Non ho mai percepito atteggiamenti competitivi tra loro, come invece talvolta accade tra attrici che temono di essere oscurate da una collega. Non c’erano richieste su chi dovesse avere più primi piani o chi dovesse emergere di più, almeno non in modo esplicito. Anzi, mi sembrava che si trattasse di una collaborazione naturale, di due professioniste che condividevano un momento importante delle loro carriere, consapevoli del proprio valore e del proprio ruolo nell’industria cinematografica di allora.

La rivalità, quando presente, era più comune in altri contesti, con attori o attrici che si preoccupavano di avere il giusto spazio in scena. Ricordo, ad esempio, Tomas Milian, un attore di straordinario talento ma anche molto insicuro, che temeva di essere messo in secondo piano. Tuttavia, la sua insicurezza non si manifestava mai in maniera ostile; era un atteggiamento che si intuiva piuttosto che essere esplicitato.

Con Edwige Fenech e Barbara Bouchet, invece, il clima sul set era sempre sereno e collaborativo, una dimostrazione di grande professionalità che ha contribuito al successo di quei film. Entrambe incarnavano un ideale di bellezza e sensualità diverso ma complementare, e questo ha permesso loro di brillare senza che una oscurasse l’altra.

D. Altri suoi cult movie sono stati, solo per citarne un paio, “Acapulco, prima spiaggia … a sinistra” con protagonisti Gigi e Andrea e “L’allenatore nel pallone” sempre con il duo bolognese ed il grande Lino Banfi, altra presenza costante nei suoi film; è stato divertente girare con loro?

R. Girare con Lino Banfi e con il duo comico Gigi e Andrea è stata sicuramente un’esperienza divertente, soprattutto per l’atmosfera goliardica che permeava i set. In particolare, con L’allenatore nel pallone (1984), la collaborazione è stata caratterizzata da un clima spensierato e giocoso. Le riprese in Brasile, con le loro situazioni comiche e i paesaggi esotici, sono state particolarmente piacevoli.

Questa leggerezza non era limitata solo a quei film, ma era una costante nei miei set, anche in quelli più seri come i gialli. L’atmosfera goliardica e rilassata era un elemento fondamentale, che permeava non solo i protagonisti ma anche l’intera squadra, dalla troupe agli attori. In effetti, io non ho mai avuto l’approccio rigido che ci si aspetta in un set tradizionale, con il famoso “Silenzio, motore!”. Al contrario, il mio stile di regia era molto più informale, basato su un’atmosfera di collaborazione e divertimento, in cui tutti si sentivano liberi di esprimersi.

Con Banfi, in particolare, c’era una chimica naturale che rendeva ogni scena ancora più divertente. La sua verve comica e la sua presenza sul set rendevano l’esperienza ancora più piacevole, creando un ambiente in cui si lavorava con entusiasmo e senza troppo stress. Questo approccio ha sicuramente contribuito al successo e alla leggerezza dei film che abbiamo realizzato insieme.

D. Gli anni ’80 danno il via ad un periodo di cambiamenti per il nostro paese reduce dagli Anni di Piombo; pensa che le sue pellicole abbiano contribuito a questa svolta e a regalare momenti di spensieratezza? 

R. Con le commedie sì, sicuramente. Negli anni di piombo ho girato Milano trema: la polizia vuole giustizia (1973). C’era un clima di grande paura perché, solo poco tempo prima, una bomba fatta esplodere in un ufficio di Polizia aveva provocato diversi morti tra i civili in coda per un passaporto. Ricordo che, durante le riprese, girando una sequenza che prevedeva l’esplosione di una macchina, in molti rimasero terrorizzati perché il boato ricordava l’attentato avvenuto a Milano, a piazza Fontana o in altre situazioni simili. Quegli anni sono stati davvero difficili per l’Italia, con il rapimento e la morte di Aldo Moro, gli attentanti e il clima di terrore che ne derivava.

Un terrore che ricordo di aver vissuto anche nel quotidiano. Nei confronti delle nostre figlie, ad esempio, io e mia moglie abbiamo sempre cercato di essere sempre protettivi, ma in quegli anni in particolare facevamo attenzione a portarle sempre a scuola e a riprenderle noi, senza lasciarle mai sole. Una cosa che per me, abituato ad andare e tornare da scuola da solo già alle elementari, al Collegio San Giuseppe, a piazza di Spagna, era abbastanza inusuale.

Lavorativamente parlando, comunque, quegli anni sono stati molto positivi, perché ho girato tanti film in poco tempo, spesso anche all’estero. Quando ci fu l’attentato di Piazza Fontana, infatti, io stavo girando America così nuda, così violenta (1970) e sentii l’accaduto alla radio, tornando da New York. Quindi ho vissuto indirettamente, dall’estero, questa esperienza così traumatica. Non avrei mai immaginato che Roma e l’Italia sarebbero potuti diventare luoghi così violenti e così difficili. Questi episodi mi hanno portato a riflettere su quanto sia meccanica, in alcuni casi, la vita: a volte bastano 5 minuti per cambiare un destino, magari uno decide di uscire di casa e non succede nulla, mentre 5 minuti più tardi gli potrebbe cadere un mattone in testa. La vita è un gioco incredibile, che può farti trovare in situazioni drammatiche da un momento all’altro.

Io, nella mia vita, purtroppo, ho vissuto degli episodi che mi hanno segnato e mi hanno sempre portato a essere molto attento ma, nonostante ciò, nei film d’azione più spettacolari mi sono successe anche delle vere e proprie tragedie. La peggiore, probabilmente, fu la morte del mio amico Claudio Cassinelli, un evento di cui parlo anche nel mio libro. Un dramma che dimostra come, a volte, la vita sia una vera e propria roulette a cui è impossibile sottrarsi.

D. Si è mai invaghito di qualche sua attrice?

R. Che le devo dire? Sì, probabilmente qualche volta mi è capitato. In realtà, però, ho avuto la fortuna di avere una moglie meravigliosa che, nonostante le mie tante occasioni di incontrare altre donne, non è mai stata gelosa.

Qualche coinvolgimento nei confronti di mie attrici l’ho sicuramente avuto, ma mai tale da poter pensare di lasciare mia moglie. Recentemente, in un’intervista, lei aveva dichiarato: “non ho nessun problema se mio marito passa due mesi in America con questa o quell’attrice: so che tanto tornerà da me”. Non mi ha mai mandato messaggi per chiedermi dove fossi e con chi, mai fatto nulla del genere. È stata davvero una signora… e parlo al passato perché, purtroppo, il covid – che stava per uccidere anche me – l’ha portata via non molto tempo fa.

D. Nel 1985 inizia a realizzare film per la televisione come “Doppio misto” in cui, tra le protagoniste, era presente anche la splendida Moana Pozzi, com’è nata questa collaborazione e che personalità aveva?

R. Moana Pozzi era una persona gradevolissima. Ricordo che suo padre era un generale.

Quando girammo quel film era una ragazza splendida che non aveva nessuna inibizione nello spogliarsi. Una caratteristica che mi sorprese, all’epoca. In realtà, comunque, non ho mai avuto pulsioni nei suoi confronti perché pur avendo un corpo bellissimo, statuario, non aveva un viso intrigante. Sembrava una statua, una bellissima statua.

Dopo aver lavorato per me, andammo a trovarla vicino Pescara, nel locale dove faceva il suo spettacolo con spogliarello. In quell’occasione, trovai il suo volto cambiato. La “ragazzona” dal bel fisico, sportiva, ma neanche particolarmente erotica, aveva avviato una sorte di metamorfosi. Andammo a trovarla nel camerino (non vidi neanche il suo spettacolo!), ma sembrava assente. Quel suo cambiamento mi sorprese, così come mi meravigliò poi l’evoluzione che ebbe tutta la sua vita da quel momento in poi.

D. Quale forma cinematografica le è più affine tra quelle che ha sperimentato? 

R. In realtà, molti mi chiedono come ho fatto a cambiare così spesso genere. Se avessi fatto sempre lo stesso film, mi sarei standardizzato per il peggio. Tendenzialmente, le commedie sono piacevolissime da girarsi e sono semplici; i film d’avventura, come quelli che ho fatto in Sri Lanka o in India, sono invece film che richiedono il fisico e che non potrei mai fare alla mia età. È pur vero che ho smesso di girare per mia scelta, come ho scritto anche nel libro, memore di quando da giovane sentivo gli altri dire ai registi anziani: “Guarda questo vecchio rincoglionito, come gira!”. L’idea che potessi continuare a fare un mestiere con una tecnica potenzialmente obsoleta, per i tempi attuali, non mi piaceva affatto. Inoltre, ho perso pure tantissimi miei amici collaboratori di set, come Giancarlo Ferrando, direttore della fotografia, e sinceramente non avrei più il coraggio di tornare a girare senza di loro.

Oggi, comunque, fare cinema è più semplice. Ai miei tempi, quando c’era un film molto spettacolare con mezzi tecnici importanti, ci voleva davvero molta gente per mettere un dolly o montare una gru e ci voleva la “ciccia”, come si suol dire, la forza fisica. La preparazione di un’inquadratura di una macchina da presa era più complessa e faticosa, serviva una preparazione di un’oretta almeno per posizionarla al meglio. Oggi, invece, si può fare un film anche con cinque persone perché tutto è decisamente più semplice. Le faccio un’osservazione particolare: ai miei tempi, le mie segretarie d’edizione, Annamaria Montanari e Mirella, sono state delle collaboratrici meravigliose. Avevano solamente una Polaroid per fotografare la scena, e annotavano sul copione qualsiasi cosa, in modo da ricordarsi alla perfezione com’era la scena nel momento in cui si interrompevano le riprese per un qualche motivo. Nei miei ultimi film e lavori televisivi, invece, c’erano i monitor. Insomma, sbagliare era molto più difficile. Nonostante ciò, alcuni segretari d’edizione dell’ultima generazione qualche errorino l’hanno comunque fatto, perché la soglia di attenzione di oggi non è quella del passato. Del resto, spesso e volentieri passano immagini che colpiscono l’attenzione ma che però non restano dentro, al contrario di quanto avveniva in passato, quando la cura maniacale dei copioni dava un prodotto di qualità migliore.

Oggi che ormai sono anziano, la mia memoria non è più quella di un tempo. Spesso mi capita di dimenticare i nomi, e anche io oggi mi rivolgo a tutti dicendo “Ciao caro, come stai?”, proprio come facevano i registi più anziani con me, da giovane. Spariscono prima i nomi e poi… ecco, i numeri me li ricordo tutti, invece, è incredibile! Ricordo tutti i PIN. Oggi la vita è tutto un PIN. Arbore diceva che “la vita è tutto un quiz” …, secondo me “è tutto un PIN!”.

L’ultimo film che ho fatto è stato nel 2010. Tra le varie altre proposte che ho ricevuto in seguito, c’è stata anche quella di recitare, perché pur essendo anziano ho ancora un aspetto gradevole, evidentemente. A mio avviso, però, ognuno ha il proprio mestiere, per cui ho sempre rifiutato, perché non volevo togliere il lavoro a chi, magari, non riceveva più proposte. E poi, a dir la verità, da giovane avevo capito che la recitazione non faceva per me dopo un’esperienza con Corbucci, in I ragazzi dei Parioli (1959). Dopo quel piccolo ruolo, compresi che il cinema mi piaceva ma che dovevo stare dall’altra parte della macchina da presa, perché quello era il mio talento.

D. Il “cinema di genere”, ai giorni nostri, sarebbe ancora una formula vincente oppure non avrebbe consensi come una volta? 

R. Il problema del cinema di quei tempi era che, ovviamente, non c’era tutta la televisione invasiva che c’è oggi. Tendenzialmente, allora, si facevano i grandi filmati televisivi ma erano quasi tutti relativi ad argomenti storici, e quindi quel cinema di attualità dava la possibilità al pubblico di girare il mondo e vedere, ad esempio, il panorama del Brasile dall’elicottero. Un panorama emozionante che io ho vissuto in diretta, mentre molti degli spettatori hanno vissuto attraverso le mie immagini.

Oggi, tutto è molto più universale di quanto non fosse negli anni della mia attività cinematografica e anche televisiva.

Berlusconi è stato un acquirente di molti dei film della società di mio fratello, come L’allenatore nel pallone, che poi è stato anche prodotto con lui. Alcuni dei miei film, tipo Zucchero, miele e peperoncino mi dicono che vengono mandati oggi in onda per riempire il palinsesto della serata.

“Zucchero, miele e peperoncino” (1980)

Forse non lo sanno in molti, ma ho fatto anche due film sentimentali, La bellissima estate (1974), e Cugini carnali (1974), che raccontano le mie introversioni giovanili, di ragazzo adolescente. Il primo l’ho girato a Castiglioncello, una città splendida, soprattutto d’inverno, mentre Cugini carnali l’ho girato in Puglia. In questo film racconto del mio passaggio dall’adolescenza alla pubertà, e quindi di tutte le inibizioni della mia generazione nel rapporto con gli altri, con l’altro sesso.

“Cugini carnali”: Alfredo Pea e Susan Playe

D. Certo, potrebbe anche sembrare un po’ tipo un “Paperino” di Fulci, dove c’era questa componente.

R. Lucio Fulci meriterebbe molta più attenzione di quanta non ne ha avuta perché era una persona di un cinismo spaventoso ma anche di una simpatia incredibile. Era pure parecchio aggressivo: ricordo l’aggressività con cui trattava i membri della troupe, ma lo faceva sempre con una grandissima punta di ironia, al punto che non si capiva quando si arrabbiava davvero o quando scherzava.

D. Tra gli innumerevoli film che ha realizzato, ne ha qualcuno a cui è particolarmente legato?

R. A parte i miei primi film, il film America così nuda, così violenta (1970) ma anche il primo Mille peccati… nessuna virtù (1969), che mi hanno fatto conoscere un mondo inimmaginabile per noi che qui, in Italia, vivevamo un’atmosfera piuttosto “bacchettona”. Ricordo, ad esempio, che durante le mie prime esperienze da assistente andai a Parigi perché parlavo bene il francese. In Francia, la prima cosa che faceva la troupe italiana era fermarsi alle edicole per comprare “Playboy”. Io ne rimasi sorpreso: tutti compravano “Playboy”. In quegli anni, la scoperta del sesso attraverso un giornale era fondamentale. Quella era l’Italia dell’epoca. E per il cinema, un nudo, un seno che si intravedeva, oppure un corpo femminile che si spogliava erano elementi di grande attrazione.

D. Ad un certo punto della sua carriera si è dedicato alla realizzazione di innumerevoli serie tv, ama più fare cinema o televisione?

R. Beh, direi il cinema. Per quanto riguarda la televisione, ho fatto delle serie tipo Delitti privati (1993) con un cast straordinario come Annie Girardot, Jacques Perrin, Laurent Terzieff, attori tedeschi e spagnoli, con una Fenech bravissima. E poi ho lavorato con Alida Valli, bellissima anche nella sua tarda età, così come Caterina Boratto, che ne La bellissima estate (1974), interpretava una donna che aveva probabilmente la mia età di oggi, ma aveva ancora un fascino incredibile.

Lavorando per la televisione ho avuto quindi il piacere di frequentare anche queste attrici, che sono state importantissime per me. Delitti privati racconta ancora oggi, a mio avviso, una bellissima storia. È un giallo in quattro puntate girato nella meravigliosa Lucca. Ebbe un incredibile successo in Italia, anzi fu il successo televisivo maggiore di quell’anno, ma a causa del cambio dirigenza della Rai non ci fecero mai più fare il seguito. Il cambio politico influenzava anche queste cose, in Italia, ma spero che oggi non accada più…

D. Secondo lei tra i suoi film quale può essere il più apprezzato dal pubblico?

R. Non saprei. Recentemente sono stato negli Stati Uniti, a Los Angeles e a Chicago, e sono rimasto sorpreso dalle standing ovation delle sale piene per Torso, che sarebbe I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973). Credo che tra i film più apprezzati dal pubblico ci sia anche Milano trema: la polizia vuole giustizia. Qual è invece il mio film preferito? Non lo so, ma direi che Torso a livello di intrigo, di meccanica della storia è ancora un film incredibile, in grado di creare un profondo legame emotivo con chi lo guarda. E poi c’è il film comico con Marisa Merlini e Renzo Montagnani, La moglie in vacanza… l’amante in città (1980) così come Spaghetti a mezzanotte (1981), che è quasi più un noir. Quello lo girai in una splendida Asti, una città meravigliosa, dove si mangiavano dei funghi straordinari. Alcuni ambienti, tipo la villa con la piscina, erano ricostruiti, ma il resto era girato in massima parte ad Asti e poi in teatro. Rivedendolo, devo dire che quel film è ancora incredibile: è diventato un giallo da un film comico italiano. Difficilmente ho visto un film simile. Ancora oggi mi fa molto divertire.

Un altro mio film che piace ancora molto è Cornetti alla crema (1981).

Renzo Montagnani, che era un attore bravissimo, forse avrebbe meritato molto di più di quanto ha avuto. Purtroppo, a causa di alcuni problemi di salute di suo figlio era sempre molto angosciato.

D. Nel 2017 è uscita anche la sua autobiografia dal titolo “Mille peccati… nessuna virtù?” C’è stato un momento in cui ha riscontrato difficoltà a farsi comprendere dalla critica?

R. Sì, sicuramente. Infatti, il punto interrogativo nel titolo della mia autobiografia è determinante. Ricordo che, a Venezia, i critici si sentivano molto a disagio a dovermi intervistare. Invece, registi affermati come Quentin Tarantino, Balagueró o Del Toro si inginocchiavano letteralmente davanti a me. Tarantino, in particolare, che è un ragazzone istrionico, si è inginocchiato davanti a me mettendomi in grande imbarazzo. Gli antichi dicevano “Nemo profeta in patria”: nel mio caso, l’apprezzamento che ho avuto dai Paesi esteri è stato sempre molto diverso da quello avuto in Italia, perché qui sono sempre stato considerato un regista di cinema spazzatura.

Ecco, quindi, perché ho usato il punto interrogativo nel titolo del libro; un comico disse “Sergio Martino è emblematizzato dal suo primo film, Mille peccati…nessuna virtù, quindi ha fatto tanti film, tutti brutti”. Io dico che forse non è proprio così, e qualcuno me lo ha fatto riapprezzare, come dimostra quanto accaduto a Los Angeles o a Chicago alcuni mesi fa. In questi Paesi, anche per merito di questi registi, sono stato molto più apprezzato di quanto non lo sia stato in Italia. Oggi, qui, se incontro un ragazzo per strada, è probabilissimo che non mi riconosca nemmeno.

D. È soddisfatto della sua lunga e luminosa carriera?

R. Io soddisfatto? Certo.

In realtà adesso ho il fascino della reversibilità (ride), ho una bella pensione, una nuova compagna ma non potrei mai pensare di risposarmi. “Ho il fascino della reversibilità” è una delle battute che uso più spesso, insieme a un’altra, che forse è ancora più divertente: “non faccio una vita di stenti economici, ma una vita di stent coronarici!” (ride). Ne ho ben otto al cuore!

Posso dire di avere una pensione che mi consente di vivere bene. Sono solo preoccupato per i miei nipotini, per il mondo che li aspetta, ma speriamo che andrà tutto per il meglio.

La ringrazio tantissimo per questa bellissima intervista. Grazie e arrivederci.

Arrivederci!

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