Intervista al regista e attore Giulio Base
a cura di Francesca Bruni
27 Apr 2026 - Approfondimenti cinema, Interviste
Abbiamo raggiunto al telefono Giulio Base, regista, attore e sceneggiatore, che tra cinema, teatro e televisione, ha ripercorso una carriera ricca di esperienze; un viaggio tra set e palcoscenico, tra tradizione e sperimentazione. Il racconto di un artista eclettico, guidato da passione, cultura e continua ricerca espressiva.
Giulio Base, attore, regista e sceneggiatore, con una carriera che attraversa cinema, teatro e televisione, si è formato alla scuola di Vittorio Gassman. Ha iniziato come attore teatrale per poi affermarsi dietro la macchina da presa, esordendo alla regia nel 1991 con Crack, premiato al Festival di San Sebastián.
Nel corso della sua carriera ha diretto e interpretato numerosi film e fiction, collaborando anche con produzioni internazionali e grandi nomi del cinema. Parallelamente, ha mantenuto un forte legame con la cultura e lo studio, conseguendo lauree in Lettere e Filosofia e in Teologia.
Negli ultimi anni è diventato anche una figura di riferimento nel panorama cinematografico italiano, assumendo il ruolo di direttore artistico del Torino Film Festival a partire dal 2024.
Il suo percorso è caratterizzato da uno stile eclettico e da un interesse costante per storie che uniscono intrattenimento e riflessione culturale.
INTERVISTA
Hai iniziato lavorando con grandi maestri. In che modo l’occhio dell’attore influenza la tua mano da regista quando devi dirigere i colleghi sul set?
Moltissimo, ovviamente. Ognuno si porta dietro la propria storia e la formazione che lo ha condotto fin lì. La mia è stata innanzitutto una formazione da attore e credo che alcuni dei più grandi registi al mondo siano stati, prima di tutto, attori: è un modo per conoscere il mezzo in maniera completa. Questo mi influenza molto e, anche in questo caso (il riferimento è al film “Il Vangelo di Giuda” ndr), ha influito sia nella scelta degli interpreti, che si sono sentiti a proprio agio perché diretti da qualcuno che, in qualche modo, parlava la loro stessa lingua, sia nella gestione del lavoro sul set. Penso, ad esempio, anche a Giancarlo Giannini, con cui ho anche un rapporto di amicizia e stima: dirigere un lavoro così complesso, come la voce narrante di un intero film, un vero e proprio flusso di coscienza di un’ora e mezza, richiede necessariamente la mano di chi conosce a fondo il mestiere.
Dai grandi successi popolari (come Don Matteo) a film più intimi e sperimentali. Come è cambiato il tuo modo di intendere il “racconto cinematografico” in questi trent’anni?
Cerco sempre di essere, in qualche modo, fedele al contesto in cui lavoro e al tipo di committente. Quando si tratta di una realtà come la Rai, e quindi di un prodotto come Don Matteo, rispetto quei canoni: provo certamente a dare il mio contributo e a migliorare il più possibile il risultato finale, ma senza fare voli pindarici che rischierebbero di snaturarlo solo per affermare una cifra personale.
Diverso è il caso in cui il “committente” coincide con la mia libertà, la mia coscienza, la mia ispirazione. In quei progetti mi lascio andare completamente, cercando sempre di dare il massimo, ma seguendo fino in fondo l’idea iniziale che mi ha spinto a realizzarli. In questi casi investo anche molto tempo e, spesso, anche risorse personali: nei film più autoriali c’è sempre una componente di rischio imprenditoriale che coinvolge direttamente anche me.
Cosa significa per te dirigere un festival storico come il TFF (Torino Film Festival) e quale “impronta Base” dobbiamo aspettarci per le prossime edizioni?
Da quello che si dice, sembra che il lavoro fatto finora sia stato apprezzato e che il Torino Film Festival sia in qualche modo rinato. Come si dice, squadra che vince non si cambia: l’idea è quindi quella di proseguire su questa linea, naturalmente con le novità offerte dalla migliore cinematografia giovane internazionale di ogni anno.
Continueremo a puntare su una formula che si è dimostrata vincente: un programma snello e chiaro, articolato in sei sezioni ben definite, senza eccessi di sottosezioni, masterclass o eventi paralleli. Un’impostazione essenziale, ma solida. Abbiamo già individuato anche la retrospettiva, dedicata al centenario della grande Marilyn Monroe. Inoltre, il fuori concorso si è aperto maggiormente anche al cinema più popolare, permettendoci, come già accaduto negli ultimi due anni, di portare a Torino importanti star di livello internazionale.
In un’epoca dominata dallo streaming, qual è oggi la vera missione di un festival cinematografico per sopravvivere e rimanere rilevante?
Credo che la missione sia quella di riaccendere la passione per la dimensione più autentica del nostro mestiere, ovvero la sala. Mi auguro che il cinema non scompaia mai, ma è chiaro che i festival rappresentano oggi un volano fondamentale: possono far scoprire questa esperienza ai più giovani, che magari non l’hanno mai vissuta davvero, o non l’hanno mai vissuta come esperienza immersiva, totale, collettiva, comunitaria. Ma non solo: un festival può essere anche una riscoperta per chi già conosce l’esperienza della sala. A volte subentra infatti una sorta di assuefazione, quasi una dimenticanza. Invece il cinema ha ancora la capacità di sorprendere: spesso basta tornarci per pensare “mi ero dimenticato quanto fosse bello”.
Ecco, credo che un festival debba fare proprio questo: spingere le persone a riscoprire il piacere di vedere un film insieme agli altri, di condividerlo. Può essere un punto di partenza, sia per chi si avvicina per la prima volta, sia per chi torna dopo un po’ di tempo.
Hai spesso affrontato temi legati alla fede e alla spiritualità (pensiamo a L’inchiesta o Padre Pio). Cosa cerca un regista quando prova a inquadrare l’invisibile?
Cerca il mistero. Cerca di decifrare quella strada, in fondo indecifrabile, che è la vita, pur sapendo che probabilmente non ci riuscirà mai. Però il gioco vale la candela, almeno per me.
La ricerca, la speculazione su ciò che non è tangibile, che non si può vedere, toccare o percepire, ma che resta intangibile e in qualche modo imperscrutabile, è qualcosa che mi affascina profondamente. È un esercizio che mi appaga e che, allo stesso tempo, spero possa offrire qualcosa anche a chi guarda, contribuendo in qualche modo alla sua crescita.
Con film come Crack o Il banchiere anarchico, hai dimostrato che lo spazio ristretto può generare grande tensione. È una scelta stilistica o una sfida narrativa ai limiti del mezzo?
Per quanto riguarda Crack, tutto nasceva da un testo teatrale e, di conseguenza, l’unità di spazio era quasi inevitabile. Quando i produttori hanno deciso di farne un film, abbiamo scelto di non tradire quell’impostazione.
Per Il banchiere anarchico il discorso è simile: deriva da un testo letterario straordinario di Fernando Pessoa, che avevo già portato in scena a teatro, ottenendo un grande riscontro dalla critica. Anche in questo caso era difficile immaginare una struttura diversa: il testo si basa su un confronto serrato tra due uomini, e non avrebbe avuto senso forzarlo in direzioni innaturali.
C’è poi anche un interesse personale per un certo tipo di cinema, quello da camera (Kammerspiel), un linguaggio che mi affascina molto e che trovo particolarmente stimolante dal punto di vista narrativo.

Veniamo alla tua ultima fatica “Il Vangelo di Giuda” (https://www.musiculturaonline.it/il-vangelo-di-giuda-di-giulio-base-al-cinema-dal-2-aprile/). Cosa ti ha spinto a voler raccontare la figura di Giuda Iscariota? È stato un tentativo di “riabilitazione” o una ricerca di una verità storica e spirituale più sfumata?
In realtà volevo capire gli uomini “sbagliati” e perché lo sono, partendo anche da me stesso: quando commetto errori, quando tradisco prima di tutto i miei propositi o la mia volontà di essere perfetto, pur sapendo che nessuno lo è. Sono i tentativi in cui cado, gli stessi errori, le stesse rabbie, le stesse invidie, che mi interessano. A quel punto ho pensato a Giuda, l’epitome del “cattivo” per antonomasia. Dante lo colloca al trentatreesimo girone dell’Inferno, accanto a Lucifero, il peggio del peggio. Eppure, la sua figura mi ha sempre intenerito. Mi chiedevo se fosse davvero predestinato, considerando che Gesù stesso dice “uno di voi mi tradirà”. In un certo senso, tutto era già scritto. Per questo, il povero Giuda non appare solo come un carnefice, ma quasi come una vittima di un destino inevitabile. Volevo raccontare proprio questo lato umano e compassionevole.
In questo film la recitazione sembra passare molto per il corpo e per i silenzi. Come ha lavorato sulla gestualità degli attori per trasmettere il tormento interiore di un uomo segnato dal destino?
Io credo che metà del lavoro sugli attori si faccia già in fase di casting: scegliere la persona giusta significa aver già risolto gran parte del lavoro. Se poi gli attori sono grandi come quelli che ho scelto, molto viene da sé.
Quello che ho chiesto loro è di non trasformare gli apostoli in icone sacre, nonostante sappiamo che sono diventati santi come San Pietro, San Giovanni o San Matteo. Li ho invitati a guardare l’umanità di ciascuno, a vivere in modo naturale e autentico, senza caricare gesti o movimenti con una santità pregressa. L’obiettivo era rendere uomini reali, con sentimenti e debolezze.
Stai lavorando a nuovi progetti per il futuro?
Certamente sì, ma nemmeno sotto tortura dirò a cosa sto lavorando! (ride, ndr)
Benissimo, in bocca al lupo per il successo del film. Grazie molte per la disponibilità!
Grazie a voi!





