Intervista al musicista Saturnino


a cura di Francesca Bruni e Vincenzo Pasquali

12 Mag 2026 - Approfondimenti live, Interviste

Abbiamo raggiunto al telefono il bassista e compositore Saturnino (Celani) che ci ha raccontato il suo percorso artistico, lo storico sodalizio con Jovanotti, i suoi progetti discografici da solista e la sua visione del mondo musicale contemporaneo.

Saturnino (Saturnino Celani) è una figura unica nel panorama musicale italiano, un artista capace di attraversare generi, epoche e collaborazioni con una naturalezza rara. Bassista virtuoso, compositore e sperimentatore instancabile, ha costruito nel tempo un linguaggio sonoro riconoscibile e personale, fatto di groove, ricerca e libertà espressiva. La sua carriera, segnata da incontri fondamentali e da una continua evoluzione stilistica, racconta non solo la storia di un musicista, ma anche quella di un approccio alla musica inteso come esplorazione senza confini.

In questa intervista, Saturnino si apre al racconto del proprio percorso, soffermandosi sulle tappe più significative che lo hanno portato a diventare uno degli artisti più apprezzati della scena italiana. Emergono riflessioni sul processo creativo, sull’importanza dell’identità musicale e sul rapporto tra tecnica ed emozione. Non mancano aneddoti legati alle collaborazioni che hanno segnato la sua carriera, così come uno sguardo lucido sul presente e sul futuro della musica.

Il dialogo mette in luce anche il lato più umano dell’artista: la curiosità, la disciplina e la passione che continuano a guidarlo. Saturnino racconta come nascono le sue idee, quali sono le influenze che lo accompagnano e come riesce a rinnovarsi senza perdere coerenza. Ne emerge il ritratto di un musicista in costante movimento, capace di reinventarsi pur restando fedele a sé stesso.

INTERVISTA

Il tuo viaggio nella musica è iniziato con il violino, e solo più tardi sei passato al basso elettrico. Quali sono stati i tuoi primi approcci con il basso e che ricordi conservi di quegli anni che hanno segnato la tua crescita artistica?

La parte forse più importante era il desiderio di far parte del gruppo musicale del mio quartiere, ad Ascoli Piceno, il quartiere Tofare. Loro erano già in attività, si chiamavano Speedfire: c’era il leader chitarrista, il cantante, un’altra chitarra, e poi basso e batteria – insomma, la classica formazione rock. Io li adoravo, li osservavo… erano un po’ più grandi di me e rappresentavano i miei punti di riferimento, dei modelli da imitare.

Alla fine, è successo che il bassista è partito per il servizio militare e ha lasciato nella sala prove il basso con l’amplificatore. C’era questo amplificatore Montarbo con un Ibanez, e io, arrivando dagli studi di violino, ho colto l’occasione al volo. Il basso era l’unico strumento libero, e d’accordo con il chitarrista ho dovuto imparare un repertorio in una settimana per poter suonare.

Devo dire che è stato fantastico, ma più che altro perché in quel momento è scattata la scintilla, l’innamoramento per lo strumento. Tutto quello che è successo dopo ha avuto origine da quel momento.

(Courtesy of Michele Lugaresi Maikid 2015)

La tua carriera è spesso associata alla lunga collaborazione con Jovanotti. Come vi siete conosciuti e qual è stata la prima proposta che ti ha fatto?

In realtà tutto è nato da una sua richiesta fatta al proprietario dello studio dove aveva appena iniziato a registrare Una tribù che balla: era il 1991, un album coprodotto da Claudio Cecchetto. Lui aveva espresso il desiderio di incontrare giovani musicisti, un po’ fuori dal giro classico di quelli che lavoravano negli studi.

Io ero già stato lì a registrare con Gatto Panceri, in un album prodotto da Patrick Djivas, bassista della PFM, e allora il proprietario dello studio gli disse: “Guarda, ho conosciuto questo ragazzo… È appena arrivato a Milano da Ascoli Piceno, l’ho sentito suonare e secondo me può essere giusto per la tua idea”.

Così vengo convocato in studio: arrivo con il mio basso, ci mettiamo a parlare, per un’ora intera parliamo di musica, gusti, visioni. Poi a un certo punto mi dice: “Dai, vieni di là e registra un assolo di basso su questo pezzo”. Il pezzo era Libera l’anima: quello che ho suonato è stato registrato ed è esattamente ciò che è rimasto nel disco.

Dopo aver fatto questa cosa, lui mi disse dall’altra parte del vetro della regia: “Sei libero per i prossimi sei mesi?”. E sono passati più di trentacinque anni!

Qual è stato il momento in cui hai capito che quella partnership sarebbe diventata così importante nella tua vita artistica?

In realtà ho colto l’attimo. Non ho neanche esitato: ho detto “certo, sono libero, assolutamente!”. E quei sei mesi, in realtà, sono diventati qualcosa di molto più lungo. All’inizio non c’era nulla di definito, non esisteva una vera pianificazione, ma ho accettato senza esitazione.

La cosa che mi ha fatto capire che forse era la scelta giusta è stato il sound, la direzione che stava prendendo quel disco: un suono che, in quel momento, in Italia era lontano anni luce da ciò che si sentiva. È da lì che è partita la consapevolezza. E poi, diciamolo: a quale bassista viene chiesto di registrare un assolo come primo pezzo? È qualcosa di completamente fuori da ogni logica.

Insomma, è stato tutto lì.

Con Dardust a Civitanova Marche, 6 dic. 2023 (ph Luigi Gasparroni)

Sei considerato uno dei bassisti più riconoscibili della scena italiana, d’altra parte. Come si è evoluto il tuo linguaggio musicale dagli esordi fino ad oggi?

Credo che sia legato semplicemente a una questione di volume. Nel senso che, nei dischi con cui ho iniziato, il basso veniva mixato a un volume altissimo. Quindi penso che sia solo una questione di volume! (ride, ndr)

Per quanto riguarda l’evoluzione del mio linguaggio musicale, ci sono stati dei momenti che hanno segnato un cambio di rotta. A un certo punto lo strumento diventa quasi un’ossessione, nasce il desiderio di crescere sempre di più dal punto di vista puramente tecnico.

Poi, anche se non si finisce mai di studiare, l’incontro in studio con Franco Battiato e Manlio Sgalambro ha rappresentato una svolta importante. Ricordo una frase di Sgalambro che mi è rimasta impressa: «Caro Saturnino, la semplicità è vicina al divino». Da lì è come se avessi toccato un punto sensibile: qualcosa che, una volta interiorizzato, ti accompagna sempre. Da quel momento ho iniziato a cercare sempre di più una sintesi, a dare vita a cose essenziali. E questo ha fatto tantissimo.

Quali bassisti ti hanno formato di più quando stavi costruendo il tuo linguaggio?

Senz’altro tutti quelli che sono i “capi scuola” dello strumento, che tra l’altro è relativamente giovane se lo confrontiamo con gli strumenti classici. Gli ascolti arrivavano spesso da segnalazioni di persone più grandi di me, che mi dicevano: “Hai ascoltato Pastorius? Hai ascoltato Stanley Clarke?”. Da lì è iniziato tutto. E ho fatto solo due nomi, ma in realtà ci sono stati tantissimi altri riferimenti: da Bernard Edwards degli Chic, a John Deacon dei Queen, fino a Paul Simonon dei Clash.

Andavo a identificare le linee di basso all’interno dei pezzi che mi colpivano e da lì iniziava la ricerca. Non era ovviamente quella dei motori di ricerca come Google: bisognava documentarsi con i mezzi che c’erano. Si cercava sempre di approfondire condividendo le informazioni, c’era una grande fame di conoscenza. Oggi, per certi versi, è tutto molto più semplice, perché puoi accedere a una banca dati infinita. Ma questo, paradossalmente, crea anche più confusione: quando hai troppe informazioni, è come se non ne avessi nessuna. Diventa tutto troppo, e spesso non si approfondisce davvero nulla.

Nei tuoi dischi da solista (Testa di basso del 1995, Zelig del 1996, SaTOURnino del 1997, Clima del 2000, Satelliti del 2021) si percepisce un approccio molto libero tra funk, elettronica e pop. Cosa cambia per te quando lavori come autore principale rispetto a quando sei musicista al servizio di un progetto altrui?

In realtà cambia poco, perché anche quando sono al servizio di un progetto altrui la ricerca è sempre quella di fare qualcosa che, come dicevo prima, sia sì basato su una sintesi, ma che resti sempre funzionale a ciò che accade. Nel mio caso, non faccio altro che mettere insieme tutti gli ascolti della mia vita, da quando ne ho memoria. Sono riferimenti, cose che interiorizzi e che, quando arriva il momento, ti giochi: metti sul tavolo le tue carte.

Poi, alla fine, i dischi solisti… è importante sentire il desiderio di farli, ma puoi anche decidere di non farli. Per me conta soprattutto realizzare qualcosa, al di là di quello che succederà dopo. Che poi abbia un grande riscontro o uno più circoscritto, poco importa: l’importante è che rappresenti sempre il momento in cui è stato creato.

Nel corso degli anni hai collaborato con artisti molto diversi tra loro (oltre a Jovanotti, gli 883, Franco Battiato, Fiorello, Gianni Morandi…). C’è una collaborazione che ti ha sorpreso particolarmente o che ha cambiato il tuo modo di suonare?

Sono tante, come hai detto tu. Ci sono molte collaborazioni belle e diverse, e ognuna ti arricchisce in un certo modo.

Poi, naturalmente, ci sono esperienze che colpiscono più di altre. Penso soprattutto ai quindici giorni passati in studio, a Parigi, con Franco Battiato, Manlio Sgalambro e Stefano Senardi. Eravamo lì in piena immersione: io ero il più giovane del gruppo, insieme a Carlo Guaitoli, che sarebbe poi rimasto collaboratore di Franco fino alla fine e direttore musicale del Memorial all’Arena di Verona. All’epoca non mi rendevo pienamente conto della meraviglia di quei giorni: si va avanti velocissimi, e solo dopo si assapora davvero quello che si è vissuto. Per esempio, quando sono stato invitato alla prima dell’ultimo film documentario sulla vita di Battiato, e ha iniziato a suonare La cura, mi sono commosso: ho pianto, perché è stato come salire su una macchina del tempo. Tornando a quei momenti, ho realizzato quanto quei giorni fossero straordinari e quanto abbiano inciso sulla mia vita artistica.

Hai partecipato ad una puntata del programma “Gli occhi del musicista” condotto da Enrico Ruggeri; ci racconti di quell’esperienza?

Io mi meraviglio sempre quando qualcuno pensa a me in mia assenza. Mi chiama la produttrice del programma e mi dice: “Guarda, Enrico sarebbe felice di invitarti a fare due pezzi, perché per ogni serata c’è un ospite”. Così mi sono ritrovato in una rosa di musicisti di altissimo livello: da Ricky Portera a Massimo Varini, fino a Michele Bravi.

Un programma molto bello che però, secondo me, non è stato valorizzato a dovere.

In parte sono d’accordo, ma comunque c’è RaiPlay e, quando vuoi, puoi rivederlo: anche questo è un bel modo di fruire dei contenuti. Chi ha voglia di vedere qualcosa di interessante, la va a vedere.

Ovviamente fa sorridere quando video assolutamente idioti fanno molte più visualizzazioni di un programma o di un TED, per esempio. Ma questa è la vita, è la natura umana, non si può farci nulla: è evoluzionismo!

Il basso per molti è uno strumento “di supporto”, ma tu lo hai spesso portato al centro del suono. È stata una scelta consapevole o qualcosa che è nato naturalmente?

Come dicevo poco fa, è una questione proprio di volume.

Pino Palladino, quando registrò l’album di Paul Young suonando il basso fretless, quando sentì il pezzo mixato rimase sorpreso perché disse “ma il basso è quasi allo stesso volume della voce!”.

È quello. Per esempio, quando uscì Penso positivo o L’ombelico del mondo. Ieri sera, infatti, ho goduto come un pazzo a sentire il gruppo della trasmissione di Geppi Cucciari, capitanato da Ballo: suonare L’ombelico del mondo è un’emozione incredibile, soprattutto quando lo sento interpretato da gente capace… è bellissimo, bellissimo! Quel brano è come un mattoncino nella vita delle persone. È come aver piantato un semino che poi è diventato una pianta importante, alta, che sostiene. Bello, bellissimo.

Nei tuoi lavori da solista emerge anche una forte attenzione per l’estetica e l’immagine. Quanto conta per te l’aspetto visivo nella costruzione di un progetto musicale?

Sai, io sono cresciuto nel periodo in cui esplodeva MTV, quindi l’aspetto visivo è fondamentale. Sono nato proprio nell’epoca in cui il linguaggio musicale era strettamente legato all’immagine.

Però, guardando The Beatles Anthology, il documentario forse più bello mai fatto sui Beatles e prodotto da George Harrison, ti rendi conto che loro avevano già fatto tutto con una cinquantina d’anni di anticipo rispetto agli altri. Già allora davano enorme importanza all’aspetto visivo: uscivano, si vestivano e si pettinavano tutti nello stesso modo per risultare coerenti… solo questo era già qualcosa di enorme.

Io ci sto comunque molto attento e do sempre grande importanza anche al modo di stare sul palco. Il palco è qualcosa che ti pone in una posizione sopraelevata, quindi devi sempre presentarti al meglio!

Guardando alla tua discografia personale, c’è un album o un brano che senti particolarmente rappresentativo della tua identità artistica oggi?

Alla fine dell’anno esce di solito l’analisi degli ascolti e, in base a quella, io ho 83 anni. Questo perché, anche se ascolto cose nuove, vado sempre a riascoltare i grandi classici della musica, quelli che non passano mai di moda.

Ci sono brani come Slave to the Rhythm, prodotto da Trevor Horn per Grace Jones, che per me rimane uno degli esempi più alti di groove. Poi riascolto tantissimo James Brown, i The Crusaders, e Chick Corea, che è stato uno dei miei primi amori musicali, con l’Electric Band.

I miei sono ascolti molto trasversali, sono molto “onnivoro” e vado sempre a cercare cose nuove. Ma non faccio mai il discorso da nostalgico: quando arriva qualcosa di nuovo, inevitabilmente ci sono detrattori che dicono “si rifà a questo, si rifà a quello”, ma sono discorsi da nostalgico. Io cerco sempre di non congelare i miei gusti e di rinnovarli. Vado per innamoramenti, ma c’è anche un amore che non passa mai: ad esempio, quando ascolto l’album dal vivo Bring on the Night di Sting, provo ogni volta un effetto quasi terapeutico.

(ph Stefano Rosselli)

Hai attraversato diverse epoche della musica italiana: dall’analogico al digitale, dal CD allo streaming. Come è cambiato, secondo te, il ruolo del musicista in questo passaggio?

Il musicista, e in generale l’artista, lo vedo come un surfista. Deve essere in grado di restare in equilibrio sui cambiamenti. I cambiamenti sono come le onde: non sai mai come saranno, possono anche essere onde anomale, ma l’importante è affrontarle con coraggio e “surfare” sopra, altrimenti cadi e rischi di farti male.

La cosa importante è non vedere mai le novità come qualcosa di negativo. Se arrivano, ci sarà una ragione. Quindi sei lì e te le godi. Pensa: se Bach avesse avuto Pro Tools per registrare un finale e scrivere le partiture, sicuramente lo avrebbe usato!

E Mozart? Probabilmente sarebbe stato un rockettaro!

E sì, se avesse avuto una Fender Stratocaster tra le mani…

Sei un punto di riferimento per molti giovani bassisti. Qual è l’errore più comune che vedi fare a chi inizia e che consiglio daresti a chi vuole trovare un proprio stile sullo strumento?

Io, personalmente, non amo i consigli non richiesti. Però non mi risparmio mai quando qualcuno vuole parlare con me della propria ossessione. Perché se c’è passione, sei un appassionato, ma è l’ossessione che ti fa fare il salto. Sono sempre felice di confrontarmi e di rispondere, soprattutto quando mi vengono fatte domande specifiche. Però è fondamentale capire cosa si vuole davvero fare: devi essere quella cosa prima ancora di diventarlo. Devi avere molto chiaro qual è il tuo desiderio, il tuo obiettivo finale. Vuoi diventare un bassista? Vuoi accompagnare cantanti famosi? Vuoi essere un compositore?

Ci sono grandi figure come Frank Zappa che iniziano la loro autobiografia dicendo: “Se vuoi diventare un compositore, comincia col trovarti un lavoro part-time”. Perché non è detto che quella strada si trasformi automaticamente in una carriera.

Una cosa che invece mi sento di dire, visto che me lo chiedi, riguarda un episodio che mi ha colpito molto: quando Göransson ha ricevuto l’Oscar per la colonna sonora di Oppenheimer, ha ringraziato i suoi genitori dicendo che, invece di regalargli una console per videogiochi, gli avevano regalato una chitarra. Ecco, vedi come alla fine entrano in gioco tanti fattori che possono diventare determinanti nella scelta della propria strada. Ma tutto parte sempre da lì: dal desiderio di capire cosa vuoi essere. Tutto qua.

Se qualcuno dovesse raccontare la tua vita musicale in un film, quale sarebbe la colonna sonora di tre brani che non potrebbero assolutamente mancare?

Prima te ne ho citati tre: Something About You dei Level 42, Slave to the Rhythm di Grace Jones e Good Times degli Chic. Sono tre pezzi che ho ascoltato in momenti particolari della mia vita e che mi hanno folgorato ogni volta. Ancora oggi, ogni volta che li riascolto, mi danno la stessa emozione.

Se dovessi immaginare il tuo prossimo capitolo musicale ideale: più collaborazioni, più produzione, o un nuovo progetto solista completamente diverso da ciò che hai fatto finora?

In questo periodo provo un grandissimo piacere a suonare sopra pezzi degli altri e anche a suonare il basso da solo, utilizzando il pedal looper. Mi metto lì, un po’ come una vecchina con il telaio, è come dipingere… È una cosa che mi dà grande gioia. Non escludo, quindi, un progetto costruito proprio in questo modo, completamente in versione solista: basso e basta.

L’intervista è finita. Ti ringrazio tantissimo per le belle cose che ci hai raccontato.

Grazie a te, buona giornata!

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