Intervista al musicista Pierpaolo Capovilla


a cura di Francesca Bruni

16 Mar 2026 - Approfondimenti live, Interviste

Francesca Bruni ha intervistato per Musiculturaonline il musicista Pier Paolo Capovilla, personaggio eclettico del rock alternativo italiano, cultore di un linguaggio musicale sincero e rincuorante, apparentemente aggressivo ma con un’anima grande. Leggete le sue risposte, caratterizzate da un cuore enorme, consapevole di essere un personaggio difficile ma pronto sempre a mettersi in discussione.

Pierpaolo Capovilla (ph CC BY 2.0)

Pierpaolo Capovilla è una delle voci più riconoscibili e intense della scena musicale e culturale italiana contemporanea. Cantautore, bassista, performer e autore di testi fortemente evocativi, nel corso della sua carriera ha saputo unire musica, letteratura e impegno civile in una forma espressiva potente e personale.

Fondatore e frontman del Teatro degli Orrori, Capovilla ha attraversato più stagioni della musica indipendente italiana, portando sul palco e nei suoi dischi una visione artistica radicale, capace di coniugare poesia, denuncia sociale e ricerca sonora. La sua voce — profonda, teatrale, a tratti visionaria — ha dato vita a brani che non sono solo canzoni, ma veri e propri racconti emotivi e politici del nostro tempo.

Nel corso degli anni Capovilla ha esplorato diversi linguaggi: dal rock più viscerale alla parola recitata, fino a progetti solisti e collaborazioni che mettono al centro il potere della parola e della presenza scenica. Il suo lavoro si muove costantemente tra musica e riflessione, tra arte e coscienza civile.

Tra i progetti più recenti c’è anche l’esperienza con i Cattivi Maestri, un percorso che mette al centro il valore della parola, della lettura e del confronto critico, riportando al centro della scena testi, idee e pensiero.

In questa intervista abbiamo attraversare il suo percorso artistico e umano: un dialogo con un artista che ha sempre scelto di abitare la scena non solo come musicista, ma come voce critica e poetica della realtà.

Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri

INTERVISTA

Mi parli del nuovo progetto musicale insieme ai Cattivi Maestri “Dimenticare Maria”?

“Dimenticare Maria” è il primo brano di una manciata di canzoni nuove che andranno a comporre il nuovo album, e ne rappresenta bene lo spirito complessivo. In questo nuovo repertorio, come nel precedente album, il tema dell’indifferenza e del disimpegno è centrale; sarà un disco “politico”, come sempre.

Il singolo è un richiamo a riflettere sulle nostre distrazioni contemporanee; cosa ne pensi della società contemporanea e cosa secondo te dovrebbe cambiare?

Ne “La Religione del mio Tempo” Pasolini osservava, collerico, come la società italiana del secondo dopoguerra e del boom economico, avesse repentinamente voltato le spalle ai valori della Resistenza, per abbracciare i disvalori del capitalismo: il consumismo più sfrenato, l’individualismo, l’arrampicamento sociale; quel processo di oblio della Resistenza e di rinuncia alle speranze del socialismo, nei decenni, ha compiuto progressi giganteschi, fino ad irrompere in questa nostra contemporaneità, con una forza immensa, grazie anche e soprattutto alle nuove tecnologie. Tutte le conquiste delle masse lavoratrici sono state e sono gradualmente erose, quando non tradite tout-court…, nel frattempo, siamo diventati schiavi dei dispositivi. Il personale politico, mai come oggi tanto inadeguato e insufficiente, ha saputo e voluto seminare discordia e paura nella gente, ed eccoci a fare i conti persino con il razzismo, veleno nelle vene della società. Che fare? Non lo so. Ma di una cosa resto convinto: è necessario non arrendersi alle circostanze storiche dentro le quali vengono costrette le nostre esistenze. La canzone popolare serve a questo.

La tua voce è sempre stata lo specchio della nostra esistenza, sia con i Cattivi maestri che con Il Teatro degli Orrori, hai raccontato un disagio sociale molto forte e presente in tutti noi; senti che la tua musica possa essere di aiuto a chi ha bisogno di sentirsi amato?

La mia risposta non può che essere un SI, cento, mille volte SI. Il rock esprime un’energia che altri generi musicali non manifestano, è la sua forza, ed è seducente. In questa forza c’è, perché c’è, anche un aspetto consolatorio, e per fortuna, direi.

Io ritengo che tu sia un poeta della contemporaneità, che tu abbia una grande sensibilità nell’ascoltare gli altri; ma tu ti senti ascoltato e capito?

Scrivo canzoni, Francesca, non sono un poeta, anche se amerei diventarlo. La poesia pretende dedizione assoluta, ricerca, studio, vocazione. Scrivo canzoni che raccontano i miei sentimenti e, con essi, i valori in cui credo. La mia persona vive in seno al consorzio umano, e le mie canzoni non possono che raccontarlo, quel consorzio, nella speranza di servire a qualcosa. Mi sento ascoltato? Direi di sì. Mi sento capito, compreso? Anche. So ascoltare gli altri?… Non saprei. Anch’io devo combattere il mio egotismo: come tanti altri, mi perdo nel mio privato, nei miei piccoli egoismi quotidiani, nella depressione.

Nel nuovo singolo “Dimenticare Maria” parli anche di un anestetismo dovuto ai social e al fatto che non ascoltiamo più noi stessi e l’altro; secondo te era meglio quando la tecnologia era meno diffusa e, probabilmente, eravamo più felici?

Eravamo un altro popolo, eravamo speranzosi, avevamo voglia di lottare, amavamo l’uguaglianza e la giustizia, sognavamo il socialismo, eravamo più felici, certamente, persino negli anni di piombo.

A questo proposito, la felicità esiste oppure a tuo parere è una pura illusione?

Antonin Artaud, dal manicomio in cui era sepolto, avrebbe risposto che “tutto è illusione”. Quando abbraccio un fratello africano, o tendo la mano ad un’anziana Romanes, quando incontro le compagne e i compagni palestinesi, quando osservo il volto della mia compagna sorridere, vorrei piangere, ma mi sento felice.

Teatro Cartiere Carrara a Firenze, 27.02.2025 (ph Francesca Bruni)

Il tuo linguaggio musicale è il teatro della vita, ci sono molti riferimenti letterari ed artistici dove è presente il dolore in tutte le sue forme; cosa significa per te condividere il palco con il pubblico che ti segue?

Credo sia l’esperienza più emozionante, amorevole e avvincente che una persona possa vivere. L’affetto del pubblico è quanto di più prezioso la vita mi abbia portato in dono.

Il tuo modo di stare sul palco emoziona perché percepisco che sei un grande artista e un grande uomo, forse anche perché dietro questa tua immagine potente ho sempre avvertito che c’è una grande tenerezza, dote molto rara oggi, sei d’ accordo su ciò che sento e percepisco?

Sono un uomo scostante, spesso dissociato, bevo troppo, m’incazzo senza ragione, cambio umore da un momento all’altro, come un borderline, vivo questo momento storico con grande disagio e inquietudine, e ho paura, si, anch’io ho paura, me l’hanno iniettata addosso, paura di ritrovarmi imprigionato e sconfitto in questo abisso morale. Sei troppo generosa, Francesca, ma ti ringrazio, le tue parole mi inorgogliscono.

Il rock secondo te in Italia è morto? Perché l’Indie Rock ha sempre avuto delle difficoltà nell’ emergere nel nostro paese?

Beh… Non è sempre stato così, anzi. Sono corsi e ricorsi storici; oggigiorno ci ritroviamo con questa merda di trap che diseduca i nostri ragazzi, che sia stramaledetta, ma passerà, scomparirà nel suo nulla. Che i discografici, miserabili, si facciano un esame di coscienza.

Il rock e la musica alternativa sembrano avere meno spazio mediatico rispetto a trap e pop urbano. È solo un ciclo storico o stiamo assistendo alla fine di un certo tipo di musica?

È un ciclo storico, voglio sperare. Qui da noi hanno grande successo personaggi inqualificabili, mentre dal Regno Unito, dall’Irlanda, dalla Germania, arrivano proposte intelligenti e intellettualmente puntuali. Prima o poi getteremo anche noi, nel dimenticatoio, l’insulso trapper di turno, e riempiremo gli stadi con i Kneecap, i Fountains DC, o quei due geni degli Sleaford Mods, tornerà la voglia, il desiderio dell’impegno morale, culturale e politico. Se guardiamo al successo di artisti come il Piotta, o Caparezza, possiamo essere persino fiduciosi che un cambiamento avvenga presto. Insomma, non tutto è perduto. Per tornare a Pasolini, in “Una Luce”, poesia dedicata alla figura materna – della quale il poeta era sentimentalmente conquistato – scrisse “non c’è mai disperazione senza almeno un po’ di speranza”. E che speranza sia!, perché di tanta ignavia ne abbiamo tutte e tutti abbastanza.

Pensi che oggi un artista abbia ancora il dovere di prendere posizione politica e sociale, oppure la musica rischia di perdere forza quando diventa esplicitamente militante?

Se per ‘militanza’ intendiamo saper e voler prendere una posizione netta nei confronti delle assurde disuguaglianze, della crudele ingiustizia imposta ai migranti e alla povera gente, della ‘cachistocrazia’ al potere, delle guerre sanguinarie e della legge del più forte, e allora viva, viva la militanza!

Nelle tue canzoni c’è spesso rabbia, ma anche un desiderio di riscatto: oggi prevale in te più la disillusione o la speranza?

Temo se la giochino alla pari…

Teatro Cartiere Carrara a Firenze, 27.02.2025 (ph Francesca Bruni)

Hai sempre usato parole forti contro il potere e le ingiustizie. Ma guardando l’Italia di oggi, pensi che la musica impegnata abbia davvero inciso su qualcosa, o è stata solo una forma di testimonianza impotente?

La forza brutale del Capitale, in questo momento storico, è soverchiante. Dobbiamo correre ai ripari, e fare qualcosa. Tutti possiamo renderci utili, in famiglia, al lavoro, a scuola, nei momenti di socializzazione, ma anche nel nostro privato, e nella canzone, come no. Non sono certo così ingenuo da credere che una rivoluzione dell’esistente la faremo a suon di canzonette, ma possiamo contribuire, altro ché.

Le tue canzoni parlano spesso di coscienza critica e responsabilità collettiva. Ma il pubblico che ti ascolta è davvero disposto a mettersi in discussione, o la rabbia nei concerti resta solo una valvola di sfogo?

Scrivo canzoni e faccio musica per il popolo e con il popolo. Chi ci ascolta, chi viene ai nostri concerti e si emoziona, si commuove, piange e ride, canta insieme a te, rappresenta il senso stesso di questo ‘lavorio’, e il concerto è insieme un atto di conciliazione e di resistenza. Majakovskij scriveva: “credo nella grandezza del cuore umano”… Quel grande cuore umano, in cui anch’io voglio credere, lo incontro sempre: nei concerti. Che Dio lo benedica.

Molti citano filosofi o poeti nelle canzoni, ma nel tuo caso sembra qualcosa di vissuto. C’è un pensiero filosofico o un autore a cui torni nei momenti difficili della tua vita?

Tutte, ma proprio tutte le mie canzoni sono autobiografiche, ma di citazioni sono piene zeppe! Come diceva quell’aforisma? Rubare a uno è plagio, rubare a tutti è ricerca. Nel frattempo, sono e resto un marxista impenitente.

La musica ti ha “salvato la vita”; da cosa?

Dall’emarginazione, dal disagio sociale, dall’abbrutimento intellettuale, e da quella lenta morte quotidiana che chiamiamo turno di notte. Mi ha fatto crescere, mi ha insegnato a credere in ciò che faccio, a rincorrere i miei sogni, a progettare e sprogettare, come direbbe Carmelo Bene, a confrontarmi con gli altri, a sentirmi parte di un insieme. E certo, sono e resto una persona difficile, un indisciplinato… ormai è tardi per cambiare, mi accetto per quel che sono.

Il Teatro degli Orrori

Approfondimenti

https://www.musiculturaonline.it/dimenticare-maria-il-nuovo-singolo-di-pierpaolo-capovilla-e-i-cattivi-maestri/

TOUR

  • 10/04 – Locomotiv Club – Bologna (prevendite)
  • 11/04 – CS Sisma – Macerata (biglietti in cassa)
  • 17/04 – Hacienda – Roma (prevendite)
  • 26/04 – Arci Bellezza – Milano (prevendite)
  • 09/05 – Palafenderl – Vittorio Veneto (TBC)
  • 13/05 – Hiroshima Mon Amour – Torino (prevendite)

WEB

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