Intervista al musicista Patrick Benifei dei Casino Royale
a cura di Francesca Bruni
16 Feb 2026 - Approfondimenti live, Interviste
Francesca Bruni ha raggiunto al telefono Patrick Benifei, in arte Pat Cosmo, cantautore, polistrumentista, una delle voci dei Casino Royale e Bluebeaters dal carattere solare e sincero, ha raccontato per Musiculturaonline le sue innumerevoli esperienze artistiche caratterizzate da spirito innovativo, cambiamenti sociali e voglia di rinnovarsi continuamente grazie al suo talento ed alla sua voce da bluesman. Ne è scaturito un racconto che parte dai memorabili anni ‘90 fino ad oggi con un percorso di amore per il pubblico e la voglia di mettersi sempre in gioco.
(Le foto, dove non indicato diversamente, sono state messe a disposizione dall’intervistato)
Patrick Benifei, musicista eclettico e voce riconoscibile della scena musicale italiana, è una figura che incarna perfettamente la capacità di coniugare tradizione, sperimentazione e autenticità sonora. Con una carriera iniziata negli anni ’90, Benifei si è fatto strada come tastierista, cantante e compositore, entrando stabilmente nella formazione dei Casino Royale, una delle band più innovative e longeve del panorama nazionale, attiva sin dal 1987 e sempre capace di rinnovarsi senza perdere il proprio spirito originale.
La sua presenza nei Casino Royale, dove oltre a suonare tastiere presta anche la voce, ha contribuito alla trasformazione del sound del gruppo, unendo elementi di funk, dub, reggae, rock ed elettronica in una miscela che ha segnato la storia recente della musica italiana. Parallelamente a questa esperienza, Benifei ha fatto parte anche dei Bluebeaters, altro progetto di riferimento per chi ama la fusione tra ska, rocksteady e soul, consolidando il proprio ruolo come protagonista di studi e palchi fin dagli anni ’90.
INTERVISTA
Quando hai capito che la musica avrebbe fatto parte della tua vita?
Sin da bambino mi è sempre venuto naturale avvicinarmi alla musica: cantare, suonare e maneggiare gli strumenti fino a farli suonare. Mia mamma cantava in un gruppo di musica popolare della zona, mentre mio padre, ancora oggi, è un grande appassionato di musica. Crescere circondato da persone che cantavano e suonavano ha alimentato questa mia attitudine. Alla fine, ho seguito questo percorso perché è ciò che, istintivamente, mi veniva meglio.
Sei entrato a far parte della band milanese dei Casino Royal nel 1994; mi parli di quel periodo e di come eravate accolti dai giovani all’epoca e dalla critica musicale?
Quello è stato un momento d’oro per i Casino Royale. Anche fortunato, da un certo punto di vista. Facevamo una musica che all’epoca non era affatto facile: ci ispiravamo a sonorità inglesi di nicchia, che erano in un certo senso di nicchia anche in Inghilterra. Non è che i Massive Attack fossero in cima alle classifiche o che la drum & bass fosse pop mainstream: era tutto molto underground. La differenza è che noi portavamo quei suoni in italiano. Ed è stata quella la chiave: un linguaggio musicale nuovo, ma con testi che parlavano direttamente alle persone. Non più band italiane che imitavano l’estero cantando in inglese, ma un’identità precisa. Negli anni Novanta, con quelle coordinate musicali e culturali, abbiamo fatto breccia tra i ragazzi.
Non tutti, ovviamente. C’era chi ci trovava complessi, un po’ “con la puzza sotto il naso”. Altre band avevano un linguaggio più diretto: penso ai 99 Posse, che sono amici e che stimo molto. Loro usavano slogan, frasi immediate, molto politicizzate. Noi no: i Casino Royale non hanno mai lavorato per slogan. Eppure, vivevamo la stessa realtà. Io e Alioscia abitavamo in una casa occupata. Nel documentario In trasmissione si vede il nostro viaggio a Londra: un mese a registrare vivendo tutti insieme, con strumenti, campionatori, mixer, registratori. Passavamo le giornate nei negozi di dischi a cercare materiale da campionare: colonne sonore anni Sessanta, musica strumentale, suggestioni da ovunque — Stati Uniti, Inghilterra, Africa. Siamo sempre stati cultori della ricerca musicale, anche nel passato.
I Clash, per esempio, avevano segnato profondamente i primi Casino Royale: il loro modo di mescolare generi, di portare il reggae dentro il rock, ci ha insegnato che la musica nuova nasce dalla contaminazione. Nulla si crea dal nulla: si prendono ispirazioni diverse e si ricompongono in modo personale, con un messaggio proprio.
Eravamo giovani, pieni di energia. Io avevo i capelli decolorati, venivo dal mondo skate e punk; altri erano più rude boy, altri più legati al rap. Tutte queste differenze sono diventate la nostra forza: i Casino Royale erano un punto d’incontro tra identità diverse, e forse è per questo che persone con gusti anche lontani riuscivano a riconoscersi nella nostra musica.


3. Tra tutti gli album che hai realizzato con i “Casino Royale”, ne hai uno o più a cui sei particolarmente affezionato?
Sicuramente Sempre più vicini, per motivi umani e creativi. È stato il primo disco che ho fatto davvero sul serio. Avevo vent’anni e mi sono trovato a mixare a Londra, registrare in uno studio in Toscana, tutte esperienze nuove per me. Ricordo un momento speciale su “Ogni singolo giorno”: la coda di pianoforte, tutta improvvisata. Mi hanno detto di registrarla, ho chiuso gli occhi e l’ho suonata di getto. È stato magico, un’emozione pura che non avevo mai provato prima.
Poi c’è CRX, che artisticamente considero il nostro disco più alto. Qui la struttura era più decisa: io, Alioscia e Michelino abbiamo scritto testi, arrangiamenti, campionamenti, e gli altri si sono aggiunti gradualmente. È stato un lavoro più concentrato, mentre Sempre più vicini era più collettivo e sperimentale, con l’influenza importante del produttore.
Questi due album, i primi della mia vita, rappresentano per me anche gli album più belli, uno per motivi umani, l’altro per motivi artistici. Poi, sono molto felice anche di ciò che ho realizzato al di fuori dei Casino Royale. Ho collaborato anche con Neffa, facendo tre dischi e l’ultimo concerto al Forum con la sua band storica. Neffa ha poi scelto di concludere la sua esperienza da musicista live, e io sono tornato ai Casino Royale perché sentivo il bisogno di ritornare in una band “militante”, che volesse raccontare qualcosa di nuovo e sperimentare davvero, musicalmente e nei testi – cosa che gli altri non fanno. I Casino Royale hanno sempre sconvolto le cose, rivisitando i generi e facendoli diventare un altro tipo di musica.
Ho anche lavorato con Night Skinny, con gli Africa Unite (con cui ho fatto cinque dischi), e sono persino stato a Sanremo come chitarrista, insieme a Ron. Tutte queste esperienze mi hanno permesso di crescere e oggi mi piace trasmettere ai ragazzi non solo l’uso degli strumenti, ma tutto il mondo che ruota attorno alla musica: come funziona, come si costruisce, come si sperimenta.
A maggio 2025 è uscita la suite album Fumo, un disco introspettivo e concettuale. Come è nato questo progetto?
È stata una lunga gestazione di tre anni. Ognuno di noi aveva vite diverse da gestire: io con i miei figli, Alioscia con il suo bar sui Navigli, che gestisce da oltre 13 anni. Ritrovarsi per lavorare insieme non è stato semplice, ma quei pochi giorni condivisi sono stati preziosi. C’era una grande armonia, senza competizione tra di noi, e molta comprensione reciproca.
Abbiamo iniziato a buttare giù le prime idee nello studio di Lillo Dadone, il nostro batterista, che produce anche altri artisti. Successivamente, Clap! Clap! ha curato la produzione finale, dando al disco un sound ricco e variegato: elementi tribali, musica tradizionale da tutto il mondo, parti orchestrali, jazz, beat e batterie suonate alla perfezione. Abbiamo poi coinvolto Marta Del Grandi e Alda, nostra amica e rapper, che hanno portato ulteriore freschezza e talento al progetto.
Il mondo del rap e del trap, che un tempo ci dava influenze, oggi è totalmente cambiato, perché parla a generazioni diverse dalla nostra. Mia figlia, ad esempio, ascolta la trap inglese e italiana; molti di quei pezzi non hanno molto da dire a me, ma è interessante osservare come alcuni artisti — come Supreme, che considero uno dei più talentuosi del genere — si dedichino completamente alla musica, suonando strumenti dal vivo e curando ogni dettaglio. Il panorama musicale odierno è spesso dominato da logiche di mercato: molti cercano visibilità e guadagni veloci, con produzioni più semplici e accessibili, mentre noi preferiamo rischiare artisticamente. Purtroppo, siamo distribuiti da major e quando un artista firma con le major queste chiedono cose che a volte non si è in grado di sopportare – come è capitato ad Angelina Mango o a Sangiovanni.
Non riescono a supportare il successo, perché arriva subito…
Perché arriva subito, senza un percorso graduale. Noi siamo partiti dai club, davanti a 250 persone, per poi salire su palchi più grandi. I Casino Royale hanno costituito una società di edizioni per avere il controllo completo sulle proprie canzoni: dai diritti di stampa dei testi all’utilizzo in film o libri. È qualcosa che molti artisti ancora oggi non conoscono o non gestiscono, ma che è fondamentale per capire e tutelare la propria musica.
Oggi poi conta molto anche l’immagine.
Creare contenuti ogni giorno, essere sempre all’altezza, comporta stress enormi, spesso sottovalutati, che nel tempo possono portare a depressione e altre difficoltà. Cerco di spiegarlo anche a mio figlio: il mondo che vediamo sui social non è la realtà. È un mondo costruito da chi ha creato le piattaforme, con l’obiettivo di trasformare le persone in target costanti per vendere prodotti e contenuti. La prossima generazione rischia di crescere senza mai fermarsi a riflettere. Per questo controllo con la massima attenzione il tempo che mio figlio passa davanti agli schermi.
La musica oggi è stata distrutta dalle piattaforme. Spotify, ad esempio, ha trasformato i musicisti in semplici ingranaggi di un’industria che trae profitti enormi dai loro lavori. Peggio ancora, parte di quei guadagni finiscono in settori legati alla produzione di armamenti, contribuendo indirettamente a conflitti in Medio Oriente e altrove. È una situazione insostenibile. Credo che il mondo della musica debba cercare alternative, rimanere più piccolo, più indipendente, ma soprattutto sottrarsi a questo sistema deleterio e devastante.
A me, ad esempio, piace ancora comprare i CD, che trovo nei pochi negozi rimasti o online. I ragazzi di oggi non sanno nemmeno come si usino i CD, probabilmente…
I ragazzi di oggi spesso non sanno cosa siano, però poi, crescendo, molti iniziano a rendersene conto. Io lavoro in una scuola di musica e vedo che tanti ragazzi non hanno idea di cosa siano vinili o strumenti, ma quando arrivano sui 20-25 anni iniziano a stancarsi della ripetizione continua dei contenuti digitali e cercano qualcosa di più concreto. Alcuni comprano strumenti, vinili, giradischi, cercano DJ che suonano solo vinili…
È chiaro che l’intelligenza artificiale oggi viene usata molto per i social e per manipolare le persone, ma alla fine, come dimostra la storia, questi condizionamenti passano. L’IA può essere utile per la scienza o per creare cose belle, ma se il messaggio è solo propaganda o lavaggio del cervello, alla lunga viene smascherato. Ho visto succedere lo stesso con il digitale: quando arrivò, ad esempio, tutti dicevano che la fotografia era finita, che anche un bambino avrebbe potuto fare delle foto, che nessuno avrebbe più pagato un fotografo… ma non è andata così.
E per quanto riguarda i concerti e i prezzi dei biglietti?
Anche lì ci sono bolle speculative. I biglietti costano troppo, il sistema è concentrato nelle mani di poche agenzie che decidono tutto: concerti, prezzi, disponibilità. Alcune di queste agenzie sono già state commissariate in Italia, perché questo accentramento è fuori controllo, probabilmente anche fuori legge. Il risultato è che la musica rischia di diventare un lusso invece che un’esperienza accessibile. E poi dipende anche quali concerti si vanno a vedere; in alcuni casi mi sembra di essere al museo delle cere: guarda i Rolling Stones di oggi, quattro persone anziane che continuano a fare dischi e ristampe dei vecchi album. Purtroppo, viviamo in un mondo dove il culto della morte domina anche la musica!
Spesso ci chiedono se faremo operazioni “revival” con i Casino Royale. Io rispondo sempre che non mi interessa. Non voglio tirare fuori vecchi pezzi o entrare nel ‘club dei vecchi’ (ride, ndr). Ho letto articoli in cui si diceva che oggi in Italia la musica sarebbe tutta di bassa qualità, “musica del ca**o”, per citare l’articolo di una nota testata nazionale. Per me non è vero. Lavoro con i ragazzi, e loro cercano musica bella. Se dai loro programmi come X Factor, non puoi lamentarti dei risultati mediocri: è da lì che arriva il materiale di merda, scusate il termine!
Ma tu hai fatto X Factor, da coach, giusto?
Sì, esatto. Ero l’aiuto di Vernetti nella squadra della Mori. Ed è stato interessante vedere da vicino come funziona tutto il “baraccone” dietro le quinte. È stata un’esperienza bellissima: non si può dire che sia stata del tutto negativa. X Factor, soprattutto quando era in Rai, ha un livello di professionalità pazzesco: registi, autori, costumisti, musicisti… un vero e proprio team Lamborghini. Ti preparano tutto in tempo zero, basi, arrangiamenti, in base a come li chiedi, pronti per il live. Il problema non sta nella professionalità, ma nell’approccio del programma: è una gara che si ripete continuamente e si concentra solo su una superficie della musica, quella pop che piace a tutti. Molti ragazzi hanno pensato che la musica fosse solo quella di X Factor, ma fuori c’è un mondo enorme, miliardi di possibilità musicali in più.
E poi in quel programma conta anche molto l’immagine. Quanto conta per un artista?
Conta moltissimo. Noi con i Casino Royale siamo sempre stati molto attenti anche all’immagine: come vestirci, il colore, l’allestimento del palco… volevamo avere il pieno controllo, finché le finanze lo permettevano. Non lasciavamo nulla in mano alla casa discografica: loro vendono quello che facciamo noi, ma se intervengono troppo, ti impongono come fare un pezzo o come vestirti. Così l’artista rischia di perdere completamente la propria personalità.
Va bene il primo disco, ma se continui a seguire le logiche del discografico, diventa tutto ripetitivo. E prima o poi arriva qualcun altro più giovane, che fa le stesse cose e tu resti indietro. Negli anni Settanta c’era più coraggio: l’impresario credeva nell’artista e lo lasciava libero di esprimersi. Oggi spesso la logica è quella del prodotto che deve funzionare subito. Noi abbiamo sempre voluto essere liberi di esprimerci, musicalmente e anche esteticamente.
Poi, tornando al discorso dei vecchi artisti che si ripetono: continuare a fare sempre le stesse cose diventa difficile per me. Io preferisco creare musica nuova, cercare di stimolare anche un discorso insieme al pubblico. Noi creiamo un’emozione e speriamo che la gente la colga, vogliamo capire se l’emozione arriva davvero ai nostri estimatori. Dico “estimatori”, perché il termine “fan” è un po’ riduttivo, come “follower”: a me interessa l’interazione reale, capire se quello che facciamo ha un effetto sulle persone, non solo avere qualcuno che ci segua passivamente.
Adesso va molto di moda il ritorno indietro nel tempo, gli anniversari degli album… come avete fatto poi anche voi.
Eh sì, con le case discografiche e le etichette bisogna cercare di accogliere anche la nuova generazione, creare contenuti per loro, portarli ai concerti e continuare a mantenere un appeal, a lavorare, a fare il nostro mestiere. Con Casino Royale, comunque, questa cosa non esiste in realtà. Ci hanno proposto di fare un concerto per ogni anniversario, come il trentennale, ma i tempi sono cambiati: non siamo più gli stessi. Giuliano non c’è più, Michelino non c’è più, Alessio non c’è più. Da diversi anni siamo io, Alioscia, Geppi e poi Lillo, il batterista, che ha portato nuova energia. Ormai guardiamo al futuro e preferiamo rischiare facendo cose nuove, perché ci dà più soddisfazione artistica e creativa, non solo un ritorno economico. Non è che disprezziamo i soldi – non viviamo certo in castelli dorati, anzi! – ma preferiamo restare in difficoltà finanziarie pur facendo la musica che ci piace, piuttosto che ripetere schemi già collaudati che non ci darebbero nulla di più a livello artistico. Così abbiamo coinvolto, nel nostro ultimo disco Fumo, Clap! Clap!, un produttore bravissimo che gira tutto il mondo, e Marta Del Grandi, una cantautrice di talento che canta anche in inglese, quindi ha appeal internazionale – ma sul nostro disco canta in italiano, ed è bravissima anche nella nostra lingua.
Gli anniversari comunque sono bellissimi. Se faceste un tour sui dischi che avete fatto, la gente sicuramente verrebbe, ne sono sicura.
Il nostro tour è proprio sui dischi che abbiamo fatto. A parte Polaris e l’ultimo, Fumo, nella scaletta live ci sono tanti pezzi del passato, che riadatteremo al sound attuale della band. I brani mantengono la loro identità, ma ora assomigliano più al sound di Polaris, perché abbiamo seguito una direzione più precisa.
In realtà, questo è qualcosa che abbiamo sempre fatto: chi conosce i Casino Royale sa che dal disco al live i pezzi cambiano. Non ci limitiamo a riproporre le tracce così come sono registrate, vogliamo dare qualcosa in più al pubblico. Non ci interessa fare il “compitino”, suonare i pezzi del disco e tornare a casa soddisfatti. Abbiamo sempre cercato interazioni più profonde con chi ci ascolta, stimolandolo con novità e sorprese.
Oggi il nostro pubblico è molto variegato: ci sono genitori con bambini, studenti universitari che riscoprono la musica degli anni ’90, e persone che si ritrovano nei nostri testi, che parlano di attualità, società e tematiche ancora oggi rilevanti. Purtroppo, argomenti come violenza, guerre, oppressione e isolamento sociale rimangono tragicamente attuali, anche per le nuove generazioni. Vedo i miei figli immersi nei loro device e capisco quanto sia facile sentirsi soli, perdere il contatto con la realtà e vivere solo attraverso ciò che c’è dentro gli schermi.
Prevedevamo certe dinamiche, ma non lo diciamo perché siamo dei profeti: semplicemente, chi conosce la storia e le persone sa leggere certi segnali e capire come certe dinamiche possono ripetersi nel futuro.
A proposito di eventi recenti, è stato davvero bello l’evento di Venezia, in cui c’erano anche i Subsonica.
I Subsonica sono un po’ i nostri “figliocci”: hanno preso in mano il nostro testimone e lo hanno portato verso una musica più pop rispetto a quella che siamo stati noi. Siamo amici, e ogni volta mi mettono in imbarazzo perché mi dicono: “Senza di voi non saremmo potuti esistere! Avete aperto la porta della musica elettronica in italiano, una cosa che prima non esisteva! Noi ci siamo detti: ‘Cazzo, vogliamo farla anche noi questa roba, perché è bellissima!’”. E così loro si sentono sempre un po’ di debito nei nostri confronti, e noi siamo felici di essere stati un’ispirazione anche per loro.
È un altro stampo rispetto a voi, però, secondo me…
Sì, hanno usato altri tipi di musica, ma il fatto di fare elettronica e cantare in italiano ha radici anche in noi. Quello che abbiamo seminato ha permesso loro di creare qualcosa di nuovo, e ancora oggi ne traiamo beneficio, perché ci sono tanti giovani che vogliono fare un lavoro simile. Ad esempio, è arrivato Frankie Caradonna, un regista, che ha fatto il film Alba a Ovest, presentato al Festival del Cinema di Milano e che probabilmente porteremo anche a Torino. Lui ci ha detto: “Sono vostro fan, voglio lavorare con voi, musicalmente e visivamente”.
Così abbiamo realizzato un film di 45 minuti che racconta delle storie attraverso di noi. Frankie e tanti altri hanno lavorato in maniera totalmente gratuita, per passione: così manteniamo vivo il progetto dei Casino Royale. Ormai la band è più un collettivo culturale che un gruppo di musicisti: attorno a noi ruotano tanti creativi. Alioscia dà l’impulso iniziale, crea le prime frasi, le suggestioni, e poi gli altri le elaborano dal loro posto. Così si genera un collettivo che dà soddisfazione, e che mantiene vivo il progetto.
Nel 2016 decidi di emergere come cantante solista con il brano “Sono qui”; che impatto emotivo ha avuto tale esperienza su di te e quanto è stato difficile mettersi a nudo avendo sempre fatto parte di gruppi musicali?
In realtà non volevo fare un progetto solista in senso classico. È stato più un viaggio, un tentativo di provare anche quella dimensione. Nella musica ho fatto un po’ di tutto, dal rap, ad altre forme, ho perfino provato a scrivere. A un certo punto avevo questo brano e il figlio dell’editore, che è un mio amico, mi disse: “Questo devi cantarlo tu. È bellissimo cantato da te, non puoi darlo ad altri”. Così è uscito.
Però io sono sempre rimasto uno da band. Mi sono ritrovato da solo a fare interviste radio, festival radiofonici dove non conoscevo nessuno… mi sentivo davvero un pesce fuor d’acqua. In gruppo, dentro questo sistema, riesci a trovare dei compromessi, c’è uno scambio. Da solista invece vai lì, canti il pezzo in playback e torni a casa. È tutto molto asettico, costruito. È un meccanismo pensato per vendere e far conoscere la canzone, ma lì dentro non c’è niente di artistico. Finisce il pezzo, finisce l’arte. Dopo inizia la promozione, che diventa il lavoro principale — e a me questa cosa non piace.
Io sono un artista che fa un po’ di promozione, quel che basta. Il mio lavoro deve essere la creatività, non la promozione. Oggi invece tanti ragazzi hanno autori che scrivono per loro: loro cantano il brano e poi il loro mestiere diventa promuoverlo. Fanno mesi, a volte un anno intero, solo a promuovere un pezzo o un tour, ma di creativo non c’è più nulla. È un massacro: spostamenti continui, furgoni, aerei, viaggi infiniti tra Italia ed estero. Non è quella la vita creativa.
Quando ti accorgi che non sei più creativo ma una macchina che serve a far guadagnare un’azienda, inizi a farti delle domande. Nelle band che ho frequentato, invece, siamo sempre partiti dalla creatività e poi abbiamo cercato di capire come inserirci nel sistema con quello che facevamo. Sono due approcci diversi: uno magari fa guadagnare meno, ma salvaguarda la tua psiche e ti permette di andare avanti negli anni, con alti e bassi. Nell’altro caso rischi di diventare davvero un prodotto, e alla fine ci resti sotto.
Io vorrei che gli artisti avessero più possibilità di esprimersi, anche sbagliando: scrivere le proprie canzoni, non avere sempre un team di autori, lo stylist che decide come devi essere, il discografico che ti manda in trasmissione. Quel giro lì lo vedo da anni ed è sempre uguale. L’industria funziona così, purtroppo.
Il tuo timbro vocale è di matrice soul; hai dei musicisti a cui ti sei ispirato durante il tuo percorso artistico?
Tantissimi, impossibile citarli tutti. Più che nomi, ti direi dei mondi: la black music in generale, il reggae, il jazz americano. Le mie certezze musicali arrivano da lì, da tutto quello che nasce dalla diaspora africana, da ciò che è uscito dall’Africa e si è contaminato con il resto del mondo. Anche alcuni cantanti giamaicani hanno contato molto per me.
Poi c’è stato il punk inglese. I Clash, ad esempio: avevano una parte melodica che mi ha parlato molto. I Sex Pistols, invece, avevano una voce molto particolare, ma con i Clash ho sentito qualcosa di più vicino alla mia sensibilità.
All’inizio però col punk ho fatto fatica. Venendo da una formazione molto legata alla musica classica, ero un perfezionista: per me la musica doveva rispettare certi canoni, e il punk mi sembrava “suonato male”. Poi ho capito che non è suonato male: è suonato così apposta, ed è suonato benissimo per quello che deve essere. Sono io che dovevo liberarmi da quell’idea. Col tempo ho distrutto quei canoni. I canoni stanno bene nei conservatori: la musica, invece, può nascere per mille motivi diversi. C’è chi la fa per rabbia, chi per gioia, chi per tristezza. Non esiste una sola musica, né un solo modo giusto di farla.


Sei un artista dalle molte sfaccettature e ami fare diverse esperienze; la musica è un mezzo fondamentale per conoscersi ed affrontare la vita in maniera più positiva?
La risposta è un sì netto. Per me la musica è sempre stata un viaggio, non un mezzo per raggiungere obiettivi o fare soldi, ma un’esperienza umana di conoscenza e apprendimento. Mi ha portato in tanti luoghi, a suonare generi diversissimi, a frequentare persone lontane tra loro per cultura e visione, e a collaborare con mondi musicali differenti. Tutto questo mi ha aiutato a conoscere meglio il mondo… e me stesso.
Per esempio, con Ron sono stato a Sanremo: ho lavorato a un suo disco e lui mi ha voluto con sé sul palco. È stato incredibile capire dall’interno come funziona una macchina gigantesca come il Festival, vivere l’emozione di stare su quel palco sapendo che a casa ti stanno guardando parenti e amici. E magari la settimana dopo mi ritrovavo in un piccolo club, davanti a 150 o 200 persone, con altri progetti, a bere una birra con chi era venuto ad ascoltarti.
Sono esperienze opposte ma entrambe fondamentali: da una parte il grande evento, dall’altra il contatto diretto, quotidiano, con chi segue il tuo percorso da anni. È un viaggio condiviso.
Ogni cosa che ho fatto, anche gli errori, è servita a conoscermi meglio e a provare a migliorarmi, come succede a tutti nella vita. Farlo attraverso la musica, che è qualcosa di innato per me fin da bambino, è un privilegio.
Proprio perché ci tengo così tanto, però, a volte è stato anche doloroso: non poter suonare, dover rinunciare, fermarsi. Durante la pandemia ho vissuto un momento di vera depressione: niente concerti, niente viaggi, niente incontri. Una mazzata, come per tanti altri settori.
Ma resta questo: per me la musica è vita. E quindi sì, è uno strumento potentissimo per conoscersi e attraversare la vita con più consapevolezza.
Cosa ne pensi del consumismo musicale nell’era social me lo hai già detto in precedenza. Ti chiedo, invece: rispetto agli esordi, quanto è cambiato il mercato musicale ed il concetto di “live” rispetto agli anni ‘90?
È cambiato tantissimo. Intanto non esiste quasi più il supporto fisico: il CD, il vinile, l’oggetto. La musica è diventata qualcosa di impalpabile, un file caricato su una piattaforma. E insieme al supporto si è perso tutto il contenuto che stava attorno alla canzone. In un CD potevi leggere chi aveva suonato, chi aveva mixato, dove era stato registrato il disco. C’era una storia, un contesto. Nelle playlist invece è tutto anonimo. E le piattaforme stanno andando sempre di più in quella direzione: puntano su flussi continui, su musica di sottofondo, su prodotti che devono funzionare subito. Ormai ragionano così: un brano non deve avere un’introduzione lunga, perché altrimenti “non aggancia” l’ascoltatore. È diventato puro intrattenimento da consumo veloce.
L’industria discografica si è piegata a questa logica. Anche le grandi etichette si devono adattare alle decisioni delle piattaforme, che di fatto dettano le regole. Ci sono playlist per tutto: per dormire, per studiare, per concentrarsi… La musica diventa arredamento sonoro.
Io personalmente non ho mai avuto Spotify. Ho usato Apple Music perché in qualche modo costretto, avendo un Mac, ma almeno paga leggermente di più e la qualità audio è migliore. Spotify carica file molto compressi, e quando li ascolti su un impianto serio si sente che la qualità è bassa. Ho amici che lavorano nei service audio e mi dicono che quando la musica arriva da lì si sente subito.
Anche sul fronte live le cose sono cambiate. Per chi non fa i concerti giganteschi è sempre più difficile trovare spazi con situazioni tecniche adeguate. Dopo la pandemia c’è stata molta paura, poi pian piano si è ripartiti, soprattutto con gli eventi all’aperto, che hanno permesso di sopravvivere. Però serve coraggio, servono investimenti.
Un esempio è il Tenax a Firenze: è sopravvissuto anche perché è anche una discoteca. Ha saputo trasformarsi, fare festival, chiudere e riaprire, rinnovarsi. Ma in quello spazio è sempre rimasta anche la musica suonata, i concerti, non solo il clubbing. E proprio l’attività del club, con i weekend e il pubblico che va a ballare, ha permesso di sostenere anche la parte più “live”, più musicale. Oggi spesso funziona così: è l’intrattenimento più commerciale che tiene in piedi gli spazi dove poi, ogni tanto, si può ancora fare musica dal vivo in senso vero.
Quindi avremo presto un concerto dei Casino Royale al Tenax?
In questo momento no. Stiamo facendo un giro di teatri, perché siamo in una fase di costruzione di un nuovo percorso e sentiamo che questo tipo di contesto è più adatto a quello che stiamo portando adesso sul palco. Anche realisticamente, non abbiamo un pubblico tale da riempire facilmente un club grande come il Tenax.
Lavoriamo con Ponderosa, che è un’agenzia molto attenta ai progetti artistici e ci inserisce in contesti curati, non semplicemente in circuiti da club o in situazioni estive un po’ casuali. Per noi è importante che ci sia coerenza tra la musica che facciamo e i luoghi in cui la portiamo.
Il tour, quindi, partirà in primavera?
Sì, l’idea è di iniziare intorno a marzo. Ci sono già proposte e direzioni possibili, ma siamo ancora nella fase delle trattative con teatri, club e spazi vari. Al momento ci sono delle ipotesi di città, ma nulla di completamente definito: è un periodo di costruzione, anche organizzativa.
Grazie per questa chiacchierata, è stata davvero intensa.
Grazie a te, è stato un piacere.









