Intervista al musicista Ghigo Renzulli


a cura di Francesca Bruni

31 Gen 2026 - Approfondimenti live, Interviste

Francesca Bruni ha raggiunto al telefono Ghigo Renzulli, co-fondatore e chitarrista del gruppo rock dei Litfiba, compositore e produttore che ha raccontato i suoi lavori da solista e la sua carriera con il gruppo, ripercorrendo la storia del rock alternativo italiano nella Firenze underground degli anni ’80 quando tutto iniziò.

(Le foto senza didascalia sono di Riccardo Piccirillo)

Parlare di rock italiano significa inevitabilmente incrociare il nome di Ghigo Renzulli, chitarrista, autore e co–fondatore dei Litfiba, una delle band che più hanno segnato la scena musicale dagli anni ’80 in poi. Con il suo stile riconoscibile, fatto di riff taglienti, atmosfere scure e una continua ricerca sonora, Renzulli ha contribuito a definire un linguaggio che ancora oggi influenza generazioni di musicisti.

In questa intervista ripercorriamo il suo percorso artistico, esploriamo il suo approccio alla composizione e scopriamo come è cambiata — e come continua a evolversi — la sua visione della musica. Un’occasione rara per entrare nel mondo creativo di uno dei protagonisti più importanti del rock italiano.

INTERVISTA

Quando ha capito che la chitarra avrebbe fatto parte della sua vita?

Molto presto. Già da ragazzino, intorno ai dieci/undici anni, mi piaceva la chitarra. Mi divertivo tantissimo anche se non sapevo suonare, perché ho iniziato verso i quattordici anni a suonare davvero. Per dire, avevo una racchetta da tennis: la prendevo, la imbracciavo tipo chitarra davanti allo specchio e imitavo i grandi chitarristi. Avevo solo undici anni, pensa un po’!

La vera rivelazione però fu nel ’77, quando avevo quattordici anni: iniziai davvero a suonare la chitarra e ad andare a lezione. In quell’anno vidi una band alla Mostra Internazionale di Venezia: i Vanilla Fudge, un gruppo americano psichedelico, un po’ sul genere degli Iron Butterfly. Suonarono un brano che si chiamava Some Velvet Morning e rimasi scioccato dall’energia, dalla potenza, da tutto. Mi colpì tantissimo.

All’epoca conoscevo abbastanza i gruppi musicali, ma quelli americani e inglesi un po’ meno. In Italia c’erano gli Equipe 84, i Camaleonti… facevano tutt’altro genere, più “all’italiana”. Invece loro, americani e psichedelici, mi fecero un effetto enorme. Da lì ho cominciato seriamente a suonare la chitarra. Fu uno shock positivo per me.

È uno dei migliori chitarristi in Italia secondo me.

No, non è vero, non sono il miglior chitarrista! Ci sono tantissimi chitarristi molto più bravi di me. La differenza è che io, fondamentalmente, non sono un chitarrista. Sembra strano dirlo, però è così: prima sono un compositore, poi un arrangiatore e infine un chitarrista. Uso la chitarra per comporre.

Quando compongo, lo faccio addirittura con la voce: canto con la chitarra, e poi ciò che suono lo trasferisco su altri strumenti. La chitarra è un mezzo per esprimermi, ma so suonare anche il basso, un po’ di tastiere e la batteria. Però la chitarra è lo strumento che suono meglio, sicuramente. Ho un mio stile, sì, ma perché non è lo stile classico di un chitarrista: è lo stile di un compositore. È diverso. Io tendo a fare melodie con la chitarra, melodie cantate. È proprio il mio modo di essere.

Durante la carriera si è mai ispirato a chitarristi storici del passato?

Quando ho iniziato a suonare la chitarra, il primo a cui mi sono ispirato è stato un vecchio bluesman molto famoso: B.B. King. Mi piace il blues. B.B. King è stato un grande maestro, pace all’anima sua. È praticamente morto sul palco: era ormai molto acciaccato, ma ha suonato fino all’ultimo istante.

Purtroppo, il blues è un genere musicale che, per quanto bello e per quanto io lo ami profondamente, non è più un genere “di cassetta”. E questi lavori, con i concerti, li devi anche portare avanti. Allora fai un po’ di blues, un po’ di rock… A Pistoia Blues, per esempio, fanno tutte cose di un certo tipo.

Io ho vissuto anche gli anni Ottanta, quando c’erano — non so se li hai vissuti — tutti i fricchettoni. Però i tempi sono cambiati. Io sono del ’53, quindi quei periodi li ho attraversati da grande, da persona cosciente. Li ho vissuti a trent’anni, capito? Me li sono goduti tutti e poi ho visto il mondo cambiare strada facendo. E anche adesso è rimasto quel che è rimasto.

I Litfiba nel 1983. Da sx: Renzulli, Franchi, Aiazzi, Pelù, Maroccolo

Come nasce la rock band fiorentina dei Litfiba?

Nasce per caso. Non sto scherzando. Io, prima dei Litfiba, suonavo in una band che si chiamava Cafè Caracas, che avevo formato insieme a Raf, il famoso cantante di musica leggera italiana. Suonavo con lui: Raf — che all’anagrafe si chiama Raffaele Riefoli — suonava il basso e cantava, mentre io suonavo la chitarra; trovammo un batterista e mettemmo in piedi questa band nel ’79: eravamo i Police italiani. Facevamo un genere rock con un po’ di influenza reggae alla Police e diventammo anche abbastanza famosi perché eravamo i pupilli di Red Ronnie, che ci faceva suonare dappertutto. Diceva che eravamo “i Police italiani simpatici”, perché secondo lui i Police originali erano antipaticissimi. Lo diceva lui, eh! (ride, ndr) Io non ho mai avuto… anzi no, un collegamento con loro l’ho avuto: ho una chitarra che era di Sting. L’ho comprata di seconda mano dal Niccolai a Pontedera. Sting, che ha una casa da quelle parti, aveva venduto una Fender per comprarsi una Gibson: quella Fender l’ho comprata io. Giri strani! Ce l’ho ancora, è bellissima. È la chitarra che ho usato durante la reunion con Piero nel 2010.

Tornando a noi: i Cafè Caracas fecero tanti concerti, arrivarono addirittura a suonare come spalla dei Clash in Piazza Maggiore a Bologna nel 1980, in un concerto mitico perché quella sera c’erano 120.000 persone. I Clash ci trattarono malissimo, il pubblico peggio: immagina un gruppo spalla italiano che osa ritardare l’ingresso dei Clash! Ci tirarono una quantità di monetine incredibile: si poteva vivere di rendita per mesi! (ride, ndr) Dopo quel concerto, però, io e Raf ci separammo, perché litigammo. Lui si era rotto il ca**o dell’ambiente rock — si era proprio rotto il ca**o, scusa il termine — e voleva fare qualcosa di più mainstream. A me, in quel periodo, da ragazzo, solo sentire quella parola faceva venire l’orticaria! Puoi immaginare… Così ci separammo e ognuno fece la sua strada. Lui intraprese un’ottima carriera solista, fece il singolo Self Control, che ebbe un successo enorme e vendette milioni di dischi. Io invece fondai i Litfiba. E noi facevamo tutto fuorché mainstream…

Via de’ Bardi, 28-30-32, Palazzo Canigiani, cantina dove nacquero i Litfiba (ph Francesco Bini CC BY-SA 4.0)

La nascita dei Litfiba, come dicevo, fu una cosa un po’ casuale. In realtà la band è stata fondata da me e da Gianni Maroccolo, il bassista. Io avevo già la cantina in Via de’ Bardi come sala prove — ci suonavo con Raf — e la noleggiavamo anche ad altre band, tra cui quella di Gianni. Un giorno mi chiama e mi dice: “Ho visto il tuo annuncio!” e io: “Quale annuncio? Non ho messo nessun annuncio!”. Lui insiste: “Sì, quello in cui Federico cerca elementi per formare una band”. Io non avevo messo proprio niente: scoprii poi che l’annuncio lo aveva messo Federico Fiumani dei Diaframma.

Gianni però pensava fossi io e mi chiamò comunque per rispondere all’annuncio. Alla fine, mi disse: “Visto che ci siamo e ci conosciamo… facciamola, questa band!”. A me fece piacere: mi ero appena lasciato con i Cafè Caracas e quindi decidemmo di provarci. Poi Gianni portò Antonio Aiazzi, poi si aggregò Francesco Calamai. Piero invece arrivò dopo, qualche mese più tardi: all’inizio cantavo e suonavo la chitarra io, ma non riuscivo benissimo a fare le due cose insieme. Così, di comune accordo, decidemmo di trovare un cantante e io mi spostai definitivamente sulla chitarra.

Antonio pensò a questo ragazzo, che si chiamava Piero Pelù, ed era stato il cantante dei Mugnions Rock, un’altra band fiorentina che si era sciolta. Lo contattammo e fece il provino in cantina. Però Piero arrivò almeno tre o quattro mesi dopo che noi già suonavamo.

I Litfiba nel 1988. Da sx Ringo De Palma, Piero Pelù, Antonio Aiazzi, Ghigo Renzulli e Gianni Maroccolo

Negli anni ‘80 Firenze era una città di grandi innovazioni culturali, che clima si respirava in quel periodo e come veniva accolto il rock alternativo in Italia?

Veniva accolto bene in quel periodo, è stato un momento molto proficuo e felice. Il fatto è che Firenze, nei primi anni ’80, ha vissuto un boom veramente grosso: era una città all’avanguardia, piena di vita, piena di nuove tendenze, e dettava legge al pari di New York o di Londra. Purtroppo, quel periodo è durato solo la prima parte degli anni ’80, poi pian piano tutto è decaduto e Firenze è diventata una città morta, ultimamente.

È diventata anche abbastanza bruttina e pericolosa, purtroppo. Peccato. Su quel periodo sono usciti tanti libri, tra cui quelli di Bruno Casini e altri. E poi, proprio l’altro giorno, io e la mia compagna siamo andati a vedere un documentario della Rai, un’anteprima teatrale a Firenze, che hanno fatto sulla Firenze degli anni ’80, con Stefano Pistolini e Bruno Casini, che si intitola “Uscivamo molto la notte”. È un lavoro molto carino: un po’ nostalgico, però molto bello. Stefano Pistolini è un collaboratore Rai, quindi è uno che ci acchiappa. Io me lo ricordo addirittura quando ero ragazzo: ai primi tempi dei Litfiba era il direttore di una rivista che si chiamava Fare Musica. Poi la rivista chiuse i battenti e lui si è concentrato più sul cinema, sui reportage televisivi e su queste cose qui.

Tra i suoi interessanti lavori troviamo il progetto musicale “No Vox”, mi può raccontare di cosa si tratta?

Il primo brano di questo progetto è abbastanza vecchio, risale al 2016, e si chiama La Danza di Minerva. È andato nella sua versione originale anche in un disco dei Litfiba, Eutòpia, solo sul vinile, nella quarta facciata. Era un brano di musica strumentale, peraltro molto bello.

Io ho sempre composto musica strumentale: lavorando per i Litfiba ho sempre scritto anche musica strumentale, ma quello fu il primo brano che portai a un livello produttivo più alto. Quando compongo, di solito mi fermo a un certo punto perché poi deve starci il cantante: un brano può subire modifiche, cambi di tonalità, di struttura, di velocità… quindi non mi conviene approfondirlo troppo. Invece quel brano l’ho approfondito moltissimo, anche se poi alla fine è andato comunque a finire su un disco dei Litfiba, perché da quel lavoro venne fuori L’impossibile, il primo singolo di Eutòpia.

Dopo quel primo brano, ci fu un periodo di pausa. Ho ripreso il progetto durante la pandemia: eravamo tutti in casa e io ho uno studio di registrazione casalingo, che uso per comporre e fare provini. Ho approfittato di quel periodo di stop forzato per lavorare: ho fatto un libro e un disco. Me la sono vissuta abbastanza bene, non mi sono annoiato! Quei brani li ho poi finiti nello studio di registrazione vero e proprio, dove ho aggiunto le batterie, perché a casa avevo solo batterie programmate. Sono state completate da Simoncioni, dove sono state registrate le batterie vere e altri strumenti, e da lì è uscito Cinematic, il primo disco del progetto “No Vox”. Poi c’è stato un disco live, Alcazaba, e infine ho realizzato Dizzy, ultimamente, un disco molto più evoluto perché ci ho lavorato più di un anno, anzi un anno e mezzo. Ho iniziato dopo il tour de L’ultimo girone dei Litfiba ed è uscito un anno fa, nel 2024. È un bel disco, molto particolare: Dizzy è il titolo giusto, perché in inglese significa “vertiginoso”, e descrive bene l’insieme di generi musicali che ci sono dentro, tutti mescolati.

Qui la chitarra è quella che fa le melodie: praticamente le melodie della voce sono sostituite dalle melodie della chitarra. Il prossimo disco lo inizierò tra un po’, con calma, anche perché il prossimo anno ci sarà la parentesi del tributo a 17 Re. 17 Re è stato un disco importante: sarà un tributo bello concentrato, con 20 concerti in 45 giorni, e poi ci si rivedrà dopo il tributo. Mi fa piacere suonare con Gianni e con Antonio, è tanto che non ci troviamo insieme. Sono grandi musicisti: l’importante è stare sereni, divertirsi a suonare.

In “No Vox” vi è la partecipazione di diversi artisti italiani, tra cui Davide “Boosta” Dileo, tastierista dei Subsonica, nella realizzazione del brano “La danza di Minerva” del 2016, cosa ricorda di quella collaborazione e quali altri artisti hanno partecipato al progetto?

Sì, c’è Boosta, che mi ha fatto tante cose, tutte elettroniche. Poi c’è anche un quartetto d’archi, bravissimo, proveniente da Genova: violoncello, violino, flauto e viola.

Con Boosta la collaborazione l’abbiamo fatta a Torino, negli studi di Carlo Rossi, il fonico che ci ha registrato anche Desaparecido. Eravamo sempre rimasti amici, gli ho detto: “Facciamo questa cosa…”.

Purtroppo, Carlo Rossi è morto in un incidente di moto: era un appassionato motociclista e, travolto da un camion, ci ha lasciato.

Per un artista facente parte di una band significativa come i Litfiba, mettersi in gioco come solista è un modo per far conoscere totalmente al pubblico la propria anima?

Sì, da una parte sì, ma dall’altra è anche una questione di pura e semplice soddisfazione personale.

Parliamo della soddisfazione personale: da compositore ho fatto la maggior parte dei brani dei Litfiba, però quando componi musica, devi sempre arrivare a dei compromessi con un cantante. Ci deve infilare la voce, il testo, e in base a come vengono voce e testo, spesso devi rinunciare a parti musicali o cambiare l’atmosfera del brano. Ad esempio, se scrivo un pezzo aggressivo e Piero decide che deve essere più morbido, devo adattarlo. A volte va velocizzato, altre rallentato: è sempre un compromesso fare musica con un cantante.

Con un progetto come No Vox, invece, oltre a mettermi in gioco, c’è pura soddisfazione personale. Non è un progetto commerciale per fare soldi, ma un lavoro di nicchia, soprattutto in Italia. Fare musica strumentale qui è un’impresa: siamo il paese di Sanremo, del canto, della pizza e degli spaghetti al pomodoro. La gente tende a sentire disagio se manca il cantante. Ci sono frange intellettuali che apprezzano altri generi, ma il grosso del pubblico ama altre cose. In America, in Australia o nei paesi del Nord Europa è diverso, ci sono realtà strumentali molto forti e molto famose, come Plini ad esempio. Qui, invece, non è così, il popolo apprezza altro.

Sono andato a suonare in piccoli teatri e club davanti a 200-300 persone. È stato un progetto di soddisfazione personale. Ho venduto diversi dischi, e la musica strumentale in Italia si ascolta più che vedendola dal vivo: in questo senso, il business migliore è stato il disco, più che i concerti.

Il prossimo disco sarà diverso. Il prossimo lo farò un po’ “alla Santana”, nel senso di progetto: Santana inserisce ospiti cantanti ma continua con musica strumentale. Anche io farò così: qualche ospite cantante e musica strumentale. Ho già iniziato a lavorarci. Dal vivo ci sarà una performance “generica” come fa Santana. L’ho visto recentemente al Lucca Summer Festival: otto musicisti sul palco, uno più bravo dell’altro, tutti senza cuffie, monitor alla vecchia maniera. Un concerto come una volta, dove si suonava veramente, non come oggi, dove spesso ci sono basi registrate. Ora sono tutte basi registrate: anche nell’ultimo tour, per le ospitate che abbiamo fatto, erano tutte basi registrate; gli artisti pop e trap di oggi lavorano così, a volte nelle basi c’è persino la voce.

I concerti di oggi sono dei semi-playback: la voce è a volte registrata, l’autotune è presente, e l’attenzione è più sull’immagine e sulla scenografia che sulla sostanza musicale. Magari in futuro sarà diverso, ma per ora questa è la moda…

In Italia al momento c’è un bel sottobosco di musicisti che suonano per passione. All’estero esiste qualcosa di più spontaneo e rock. Qui avevamo i Maneskin. Prima ancora che si sciogliessero, rilasciai un’intervista all’Agenzia Dire in cui dissi: “Vediamo quanto durano, tanto prima o poi litigheranno o il cantante vorrà fare carriera solista”. E così è stato.

Sempre del genere, però c’è un gruppo messicano che consiglio di seguire, The Warning, tre sorelle di 20-23 anni. Suonano hard rock in stile Metallica, in inglese. Le seguo da quando avevano 14 anni: erano spontanee, fresche e acerbe. Ora stanno crescendo, ma restano piacevoli. Hanno suonato in tutto il mondo, anche in Italia, a Milano ai Magazzini Generali. Hanno molta energia, ma non sono concentrate solo sull’immagine o sul look.

Oggi la musica viene ascoltata e consumata più velocemente, l’avvento dei canali digitali e multimediali ha reso più diffusa la sua conoscenza; questi mezzi di comunicazione la fanno apprezzare maggiormente?

No, per me no. La musica sta diventando sempre più un genere di consumo “da sottofondo”. Complici i canali musicali e lo streaming: ormai tutti si sono buttati sullo streaming, ma questo è anche un problema per gli artisti. Non è sostenibile, perché non pagano praticamente nulla; le royalties sono vergognosamente basse. Una volta, con le vendite dei dischi, anche artisti medi o piccoli riuscivano a campare facendo il loro lavoro. Ora non più.

I dischi che prima si vendevano, oggi non si vendono più. Un vinile di successo oggi vende al massimo qualche migliaio di copie, perché alla fine è destinato solo agli amanti del settore e ai collezionisti. Ora è così.

Piero Pelù (sx) e Ghigo Renzulli (dx) fotografati da Luciano Viti all’epoca della pubblicazione dell’album “Terremoto” (1993)

Molti chitarristi internazionali leggendari come Jimi Hendrix, Eric Clapton, Carlos Santana, per citarne alcuni, hanno utilizzato la chitarra in maniera differente dandole un valore simbolico e sociale, lei invece cosa vuole esprimere al pubblico con il suo stile?

Loro sono stati dei simboli, specialmente Hendrix, che…

…bruciava la chitarra!

Sì, ma quello faceva parte della scena, alla fine. Il succo interessante di Hendrix era un altro: bruciare la chitarra ha contribuito a renderla più famosa, più magica, così come il suo abbigliamento e le cose che faceva sul palco. Ma alla fine suonava, Hendrix. Musicalmente, inoltre, è stato un innovatore dello strumento: fino a quel periodo, la chitarra elettrica era uno strumento di accompagnamento per i cantanti. Invece Hendrix la rese protagonista, con uno stile innovativo.

Dopo di lui, con uno stile altrettanto innovativo, c’è stato Edward Van Halen, un altro grande che ha definito un modo nuovo di suonare lo strumento. Sono stati loro due, Hendrix e Van Halen, a rivoluzionare il modo di suonare la chitarra elettrica.

E il tuo stile come lo definisci, invece?

Il mio stile è partenopeo, io sono un chitarrista melodico. Faccio melodie, non faccio funambolismi con la chitarra. Non avendo una voce così intonata, uso la chitarra per cantare. Quindi faccio poche note, molto melodiche, molto espressive. Tutto ciò che suono è “cantato”. Prendi un brano famosissimo e bellissimo come Lo spettacolo: c’è quel super riff di chitarra molto noto — ta-ta-ta-ta-ta-ta — e lo puoi cantare con la voce, perché l’ho composto cantandolo. La chitarra è solo il mezzo per esprimerlo sullo strumento. 

Ghigo Renzulli (a sx) e Piero Pelù (a dx) si esibiscono sul palco del Monza Rock Festival 1999

All’inizio eravate molto dark.

All’inizio sì, era il periodo. Poi siamo cambiati abbastanza rapidamente.

Nel suo ultimo lavoro discografico dal titolo “Dizzy”, ci sono riferimenti al mondo del cinema, cos’è che accomuna la musica al cinema?

Diciamo che la musica strumentale nel cinema è praticamente basilare: sono le famose colonne sonore, che devono descrivere le immagini delle pellicole. Le colonne sonore ci sono in ogni film e possono essere più o meno diverse o più o meno famose: si va da quelle bellissime ma poco conosciute a quelle conosciutissime, come Pirati dei Caraibi, per esempio. E io mi sono divertito, nel primo disco, a fare diversi adattamenti di colonne sonore.

Ho rifatto Pirati dei Caraibi, per esempio, ma in una versione più fusion, non orchestrale; ho rifatto anche un brano di un altro film famoso, 1492: Conquest of Paradise, con Depardieu, la colonna sonora di Vangelis: l’ho reinterpretata in maniera completamente diversa, più flamenco. Ma anche in quest’ultimo disco ci sono riferimenti al cinema. Ce n’è uno davvero particolare: un brano che si chiama Engelcord Suite, un miscuglio incredibile, perché il nome deriva da due mondi opposti. “Engel” viene da Engel, un brano dei Rammstein — una band tedesca di industrial metal di cui sono fan — mentre “Cord” richiama Amarcord, il famoso film di Federico Fellini con colonna sonora di Nino Rota.

Amo i Rammstein: sono una band che ha un solo “handicap”, ovvero essere tedesca e non americana, perché se fossero americani sarebbero più famosi dei Metallica; li trovo geniali. Due anni fa andai a vederli allo Stadio di Padova: 45.000 persone, un concerto meraviglioso, bravissimi, uno spettacolo da urlo, a un prezzo molto inferiore rispetto alla trap italiana, che ha prezzi indecenti. In quell’occasione fecero Engel in versione acustica e, mentre li ascoltavo cantarla a cappella, mi venne in mente un abbinamento con un brano di Amarcord. Allora mi sono detto: “Perché non proviamo a mescolare il sacro e il profano?”.

Mi sono messo di impegno e ci ho lavorato due mesi finché non ci sono riuscito. Ho chiamato il brano Engelcord Suite perché è composto da tre “parti”: Engel, una sezione psichedelica centrale composta da me, e Amarcord. Tutto mescolato armoniosamente insieme. Mi piacciono questi esperimenti culturali: mi danno soddisfazione. Sono cose che puoi fare solo da solo, non con un cantante, perché con un cantante devi stare attento al mercato. E, purtroppo, in Italia troppa cultura… un po’ stona.

Nel 2026 festeggerà con il nucleo storico dei Litfiba i quarant’anni dell’album “17 re” con un tour celebrativo, oltre a questo, esistono altri motivi che vi hanno portato a riunire la band?

Il dovere di celebrare un disco come 17 Re è già abbastanza. 17 Re è uno dei capisaldi dei Litfiba, insieme a El Diablo e Terremoto. Sono i tre dischi più rappresentativi e anche i tre più famosi, senza andare a toccare quello che ha venduto di più, Infinito. Però Infinito è stato anche il disco della disfatta, anche se ha venduto un milione di copie.

E nulla, era un dovere: era giusto omaggiarlo. Chiaramente faremo tutto il disco, ma per realizzare uno spettacolo completo non basta, perché dura un’ora e dieci; per arrivare almeno a due ore, due ore e mezza, faremo tutto il meglio del repertorio anni ’80. Sarà uno spettacolo anni ’80 a tutti gli effetti.

Ci sono nuovi progetti per gli amanti del buon rock?

Sì, come dicevo sto iniziando a lavorare al mio prossimo disco, che sarà più “alla Santana”, con diversi ospiti alla voce. Anche perché ho voglia di cambiare un po’: fare sempre le stesse cose, alla lunga, annoia. Vorrei realizzare qualcosa di più vario.

A me piace continuare a guardare avanti. La mia prima ispirazione è sempre stata B. B. King: ho amato lui e Chuck Berry, entrambi musicisti della vecchia guardia che praticamente sono morti sul palco… e io spero di fare lo stesso!

Grazie tante per questa bellissima intervista!

Grazie mille, buona giornata. Ciao ciao!

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