Intervista al musicista Frankie hi-nrg mc
a cura di Francesca Bruni
30 Mag 2026 - Approfondimenti live, Interviste
Abbiamo avuto il piacere di raggiungere al telefono Frankie hi-nrg mc, una delle voci più lucide, originali e riconoscibili della scena hip hop italiana, in partenza, oggi 30 maggio, da Bologna, per il “VOCE e BATTERIA tour”.
(Foto Damiano Andreotti)


Pioniere del rap italiano fin dagli anni Novanta, Frankie hi-nrg mc — all’anagrafe Francesco Di Gesù — ha trasformato la musica in uno strumento di osservazione critica della società, affrontando nei suoi testi temi come politica, informazione, contraddizioni sociali e responsabilità collettiva. Dalla forza di “Fight da faida” al successo diventato cult di “Quelli che benpensano”, il suo percorso artistico ha sempre unito ricerca musicale, profondità di scrittura e uno sguardo estremamente contemporaneo sul presente.
Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti italiani e internazionali, partecipato al Festival di Sanremo e continuato a reinventarsi, fino ai progetti più recenti come “Voce e Batteria” (https://www.musiculturaonline.it/frankie-hi-nrg-mc-e-tornato-nuovo-album-e-tour/), un lavoro essenziale e diretto che riporta al centro la parola, il ritmo e il significato della musica.
Con lui abbiamo parlato di musica, evoluzione del rap italiano, libertà espressiva, società e del valore che oggi possono ancora avere le parole.
INTERVISTA
Com’è nata l’idea di realizzare il suo ultimo album “Voce e batteria”?
L’idea è nata inizialmente quasi per scherzo, da una battuta di Donato Astolfi, il batterista con cui ho ideato, arrangiato e registrato il disco e con cui partirò in tournée dal 30 maggio.
Dovevamo partecipare a un evento con una band, ma gli unici disponibili eravamo noi due. A quel punto lui disse scherzando: “Perché non facciamo voce e batteria?”.
Quella battuta mi ha acceso una lampadina e, lavorandoci sopra, è diventata poco alla volta un progetto vero e proprio, fino a trasformarsi nel disco che oggi tutti possono ascoltare.
Il disco è caratterizzato dalla ritmica creata da due elementi essenziali, ovvero la voce e la batteria; cosa desiderava venisse messo in risalto attraverso questa scelta musicale?
Sicuramente volevo portare l’attenzione sulla voce, sui testi e sull’importanza delle parole.
Attraverso questa scelta musicale, essenziale e ridotta a voce e batteria, emerge ancora di più il peso dei testi, che pur appartenendo a momenti diversi della mia carriera mantengono, nel bene e nel male, una freschezza immutata. Purtroppo, restano attuali soprattutto nei passaggi in cui critico certi comportamenti e certe abitudini della nostra società, aspetti che secondo me andrebbero aboliti, rivisti o cambiati. Evidentemente, però, viviamo in una società troppo incline alla pigrizia per sperare davvero che questo accada.
Con questo album è tornato alle sue origini e dunque a quelle dell’hip pop; quali sono stati gli artisti che nel corso della sua carriera l’hanno maggiormente influenzato?
Gli artisti che mi hanno influenzato sono stati tanti e appartenenti a diversi filoni dell’hip hop: dai Run D.M.C. ai Beastie Boys, passando per Public Enemy, De La Soul e A Tribe Called Quest. Parliamo soprattutto di artisti americani e, molto spesso, newyorkesi, che nel corso degli anni hanno portato nuovi sguardi e nuovi approcci alla filosofia hip hop. Tutto questo mi ha appassionato sempre di più e mi ha spinto a portare avanti una mia ricerca personale. Potrei citare anche i Wu-Tang Clan o gli Onyx, ma ce ne sono davvero tanti.
Ho avuto la fortuna di vivere un’epoca in cui arrivavano cose molto belle, varie, ricche e corpose, musica piacevole da ascoltare ma anche capace di lasciare un segno
In “Voce e batteria” vi è la collaborazione di svariati artisti italiani; come ha pensato di far partecipare a questo suo progetto cantanti così diversi dal suo genere musicale?
Ho sempre avuto una passione per la sperimentazione e per gli accostamenti apparentemente impensabili, o comunque inaspettati, che però alla fine hanno assolutamente ragione di esistere.
Partendo dalla tracklist che avevamo realizzato, è nata così l’idea di coinvolgere alcuni amici artisti e di giocare con gli abbinamenti. Ci siamo chiesti, ad esempio, chi potesse essere la persona giusta per un brano come Elefante, e la risposta è stata subito Raiz, perché ha timbri, una storia personale e caratteristiche che lo rendevano il complemento naturale di quella canzone. Ho avuto la fortuna di conoscere tanti artisti molto bravi, con i quali esiste una stima reciproca, prima ancora umana che professionale, e tutti si sono messi in gioco con entusiasmo. Penso al coraggio di Diodato nel partecipare a un brano rap, oppure a quello di Emma, che si è addirittura cimentata con una strofa rappata, riuscendoci in maniera straordinaria.
Da cosa nasce cosa, e quando la cosa è bella nasce ancora più facilmente.
Nell’album non è presente una delle sue canzoni più importanti, ovvero “Quelli che benpensano” del 1997; come mai questa scelta e se la riproponesse attualmente la rifarebbe allo stesso modo?
Non l’ho inserita semplicemente perché è una canzone talmente radicata e definita nell’immaginario collettivo che riproporla in questo contesto mi avrebbe dato un po’ l’effetto della “Gioconda con i baffi”, qualcosa fuori tempo massimo. E poi, se dovessi scriverla oggi, sarebbe inevitabilmente un’altra canzone. Avrebbe forse la stessa urgenza di fondo, ma nascerebbe con uno sguardo diverso e con prospettive differenti.
In “Voce e batteria” l’essenzialità dei suoni crea un sound pulito ed asciutto; tutto ciò è voluto per dare risalto alle parole ed invitare l’essere umano a tornare alle proprie origini non contaminate?
No, non ho questo ardire. Anche perché io vivo di contaminazioni, quindi sono probabilmente la persona meno indicata per invitare gli altri a vestirsi di foglie e andare in giro scalzi. Sicuramente, però, c’è un invito a prestare più attenzione e a riconquistare il proprio tempo. E questo non significa necessariamente tornare alle origini: lo si può fare anche guidando un’automobile con motore a combustione interna. Il punto è riportare l’attenzione sul tempo che viviamo e cercare di sprecarne il meno possibile
Agli esordi della sua carriera in Italia l’hip pop era un genere poco praticato rispetto all’estero; secondo lei, perché questo linguaggio musicale ha attecchito più tardi nel nostro paese?
Sinceramente non saprei dirlo con certezza. Probabilmente, prima o poi, l’hip hop avrebbe attecchito comunque anche in Italia, visto che è successo in tutto il mondo. Forse, inizialmente, c’era una minore disponibilità da parte dei media nei confronti di questa novità musicale. Inoltre, chi praticava questo genere tendeva a restare piuttosto chiuso nel proprio ambiente. Poi i tempi sono cambiati, c’è stata una maggiore apertura e questo ha permesso all’hip hop di diffondersi molto più rapidamente anche nel nostro Paese.
I suoi testi sono sempre molto diretti ed affrontano tematiche sociali; quanto pensa sia importante il contributo di un artista nel sensibilizzare la gente?
Penso che gli artisti abbiano il compito di individuare i paradossi della società e, attraverso la lente deformante della propria arte, restituirli al pubblico come un punto di vista personale. Poi ciascuno è libero di farne ciò che vuole: può farne tesoro, usarlo come punto di partenza per costruirsi una propria opinione, sentirsi indignato oppure affascinato. In ogni caso, gli artisti svolgono una funzione di amplificatori del possibile.
Nel momento in cui si riduce l’arte a semplice intrattenimento, secondo me non si sta più facendo arte, ma decorazione. Che resta comunque un mestiere nobile, ma diverso da quello dell’artista.
Rispetto agli anni ‘90 quanto è cambiato il genere hip pop in Italia?
È cambiato come cambiano i gusti, i linguaggi e la società stessa, di cui l’hip hop è un’espressione diretta. Se oggi viviamo in una società più materialista rispetto al passato, è naturale che anche l’hip hop racconti quel materialismo in modo più evidente. L’hip hop, in fondo, è uno specchio: è una conseguenza della società, non la causa.



A fine maggio partirà questo tour nelle principali città italiane. Cosa proporrà il pubblico? Come pensa verrà accolto il suo nuovo album in versione live?
Porterò dal vivo il nuovo album, con un paio di sorprese in più. Lo spettacolo sarà essenziale, proporremo voce e batteria: sul palco ci saremo soltanto io e Donato Astolfi. E naturalmente il pubblico. L’energia del pubblico sarà fondamentale, perché sarà un concerto molto fisico, da vivere e da ballare. Proprio per questo spero che venga accolto come un’occasione per ritrovarsi e fare festa insieme, perché il progetto nasce con questo spirito e manterrà lo stesso DNA anche nella sua versione live.
Bene, a giugno saremo al suo concerto di Firenze. Grazie mille e in bocca al lupo per il tour!
Vi aspetto allora. Grazie, arrivederci!




