Intervista al musicista e produttore Max Zanotti


a cura di Francesca Bruni

17 Lug 2026 - Approfondimenti live, Interviste

Musicista, autore e produttore, Max Zanotti, raggiunto al telefono da Francesca Bruni, racconta il suo percorso artistico tra nuove produzioni, ispirazioni e il futuro della musica indipendente.

Nel panorama del rock italiano degli ultimi trent’anni, Max Zanotti rappresenta una figura capace di attraversare epoche, linguaggi e trasformazioni senza mai rinunciare alla propria identità artistica. Chitarrista, compositore, autore e produttore, ha legato il suo nome innanzitutto all’esperienza dei Deasonika, una delle realtà più significative della scena alternativa italiana tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, per poi intraprendere un percorso che lo ha portato a esplorare nuove forme espressive tra progetti solisti, collaborazioni e attività di produzione.

Nel corso della conversazione telefonica, Zanotti ha ripercorso le tappe fondamentali della sua carriera, dagli esordi e dalla nascita dei Deasonika fino alle esperienze più recenti, soffermandosi sui momenti di svolta, sulle difficoltà incontrate lungo il cammino e sulle scelte artistiche che ne hanno definito il percorso. Ne emerge il ritratto di un musicista che ha vissuto in prima persona i cambiamenti dell’industria discografica e della scena indipendente italiana, mantenendo sempre al centro la ricerca musicale e la necessità di esprimersi attraverso la scrittura e la composizione.

L’intervista offre così l’occasione per ripercorrere una storia artistica ricca di esperienze e riflessioni, ma anche per comprendere come sia cambiato il mestiere del musicista negli ultimi decenni e quale possa essere oggi il ruolo della musica in un contesto culturale in continua evoluzione.

INTERVISTA

Com’è iniziata la tua passione per la musica?

Devo tornare molto indietro nel tempo! Mi vengono in mente un paio di aneddoti legati a quando ero bambino. Quando andavo a casa di mia nonna – una grande famiglia siciliana, numerosissima e molto appassionata di musica – c’era questo enorme salone con un pianoforte al centro. Io ne ero completamente attratto: ci mettevo le mani sopra, anche se ovviamente non sapevo minimamente da dove cominciare. Giorno dopo giorno mi sedevo lì e cercavo di capire come funzionasse. Credo che quella sia stata la prima vera “pillola” di musica che ho assorbito, quella che poi ha segnato il percorso che avrei intrapreso. In seguito, mi è piaciuto suonare la chitarra, cantare, ma in generale sono cresciuto in un ambiente musicale. Anche mio padre cantava alla radio, quindi c’era già questa inclinazione in famiglia. Diciamo che ho assorbito la musica nel tempo: ne ero naturalmente attratto. Probabilmente doveva andare così.

Cosa significa per te essere un musicista?

Sinceramente non mi ero mai fatto questa domanda. Però, col senno di poi, credo che essere un musicista sia una condizione privilegiata. Ogni forma d’arte, infatti, presuppone un’apertura mentale che finisce per segnarti profondamente come persona. E quando parlo di apertura mentale intendo sensibilità, impegno, condivisione, i regali che fai e quelli che ricevi. Da questo punto di vista mi sento molto arricchito, quindi considero quella del musicista una condizione davvero privilegiata. C’è tanta gente che avrebbe potuto intraprendere questa strada, ma che per mille motivi è stata portata altrove dalla vita. Per questo mi sento fortunato.

Essere musicista, secondo me, non è semplicemente una professione: o sei così, oppure non lo sei. Altrimenti diventa un lavoro come un altro. E va benissimo anche così, perché per molti è comunque un lavoro, ma io non vorrei mai sminuire il significato della parola “musica”.

Casablanca

Le tue origini sono di matrice punk, a metà anni ‘90 decidi di formare la band Deasonika; quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente ispirato durante la tua poliedrica carriera?

Domande semplici! (ride, ndr)

Mi piacciono molte cose diverse. Forse, a dirla tutta, ho trascurato la musica italiana degli anni ’70, il cantautorato di quel periodo, che faceva scuola in tutto il mondo. L’ho riscoperto solo più tardi, per fortuna.

Ho avuto la fortuna di vivere quelli che, secondo me, sono stati tra i migliori anni della musica: dalla fine dei ’70, passando per gli ’80, fino alla grande immersione nei ’90. La qualità era talmente alta che qualsiasi cosa bella trovava immediatamente spazio nello stereo.

Poi ogni decade ha avuto momenti cruciali che hanno reso il mio percorso molto trasversale. Negli anni ’80 si passava dai The Cure ai Depeche Mode, tra new wave ed elettronica. Poi è arrivato il grunge, e tutti gli occhi si sono spostati altrove: una musica più sporca, viscerale. E proprio in quel momento, mentre il mondo era immerso in quel suono, è arrivato Jeff Buckley, che era tutt’altra cosa, e di nuovo l’attenzione si è spostata. Insomma, qualunque cosa arrivasse sembrava “super figo”. Ed è per questo che la mia generazione ha avuto la possibilità di ascoltare davvero tanti generi: perché, in un modo o nell’altro, tutto aveva una sua forza. Una cosa che oggi, forse, è un po’ meno evidente. Ma per fortuna ognuno può ancora scegliere cosa ascoltare.

Negli anni ‘90 anche in Italia sono nati tanti gruppi. A fare rock c’erano i Marlene Kuntz, gli After Hours…

Sì, quei gruppi riportavano in Italia quello che, all’estero, era ormai la normalità. A noi sembrava qualcosa di strano, ma fuori da qui si ascoltava già quel tipo di musica. Ovviamente l’hanno inventata loro, e noi abbiamo dovuto aspettare il nostro turno per arrivarci e farla nostra.

Però adesso, io non sono musicista, ma sinceramente ho difficoltà ad ascoltare la musica di oggi. Non so… forse semplicemente mi piacciono di più le cose di allora.

Certo, basta non ascoltarla. Eh, ma infatti… mi dirai: però per il lavoro che fai anche tu devi essere aggiornata…

Purtroppo, sì. E anche i concerti, a volte, devo andare a vederli… e non è semplice. Il linguaggio è cambiato. Però cambiano i tempi, cambiano i linguaggi e quindi cambia anche la musica, presumo. Io ho la sensazione che i nostri tempi fossero migliori. Poi è chiaro che i ragazzi di oggi direbbero il contrario.

Non lo dico solo per la musica. In generale, secondo me, la qualità della vita è scesa. Il modello “fast food” si è esteso a ogni aspetto della vita sociale, non solo alla musica. Il consumare velocemente è il sintomo di qualcosa che difficilmente può essere di alta qualità.

Perché le cose belle richiedono tempo. Oggi spesso non si ha il tempo di farle, perché il mercato non lo permette. E quindi quello che arriva è quello che c’è.

Detto questo, c’è sempre la possibilità di scantonare, di scegliere altro. Non vedo questo grande dramma.

Però è affascinante cercare di capire perché i ragazzini siano attratti da questa cosa. Probabilmente perché non hanno avuto altro, e quindi per loro è “figo” così.

Hai collaborato con svariati artisti importanti, tra cui Enrico Ruggeri nella rivisitazione del brano “Mistero”, nel 2019; mi parli di questa collaborazione?

L’idea nacque nell’ambito del progetto Rezophonic, il collettivo musicale creato da Mario Riso, di cui ho fatto parte per diversi anni. La rivisitazione del brano di Enrico Ruggeri è stata piuttosto veloce, non è stata un’esperienza lunga o particolarmente ricca di aneddoti. Collaborare con Enrico Ruggeri è comunque, di per sé, qualcosa che ha un peso: è un nome importante, un marchio di qualità, e si può dire con orgoglio di aver lavorato con un grande artista.

La versione che abbiamo realizzato era più orientata al punk rock rispetto all’originale, proprio perché lo richiedeva il progetto. Inoltre, lo stesso Enrico si era avvicinato a Rezophonic; quindi, è stata sicuramente una bella esperienza.

Cosa significa essere un produttore in un’epoca dove la musica viene “consumata” rapidamente in streaming?

Sinceramente non mi interessa dove finisce la musica che produco. Per me la cosa importante è fare solo ciò che mi stimola davvero, ciò a cui posso dare un contributo reale a livello di produzione.

Credo che le cose belle restino nel tempo. Le cose “efficaci”, invece, trovano spazio per poco, perché se cambia la moda sei già fuori. Quindi l’importante è fare musica che ti rappresenti, che sia in qualche modo figlia degli ascolti che hai avuto nella vita.

Se devo fare qualcosa che è troppo distante da quello che per me è bello, allora ho fallito. Non come produttore, ma nelle scelte. E la vita è fatta di scelte: bisogna assumersi la responsabilità di quello che si decide. Se poi un brano è poco efficace per lo streaming, non mi interessa, anche se dovesse essere ascoltato per dieci anni.

Il mio compito, quando lavoro con gli artisti, è quello di tirare fuori il meglio del loro potenziale. Credo sia questo il ruolo di un produttore: altrimenti diventi tu l’artista e l’artista diventa semplicemente quello che finanzia il progetto. E non è così che dovrebbe funzionare.

Quanto è cambiato il mercato musicale negli ultimi decenni?

Quello che dicevamo prima: è stato completamente stravolto.

Gli artisti, da quando la televisione si è praticamente “mangiata” la musica, li vedo un po’ come carne da macello: come i tonni con gli squali, da spremere e dare in pasto a un pubblico vasto, che spesso è poco interessato a ciò che ascolta, perché deve essere tutto veloce.

Molto spesso chiedo ai ragazzi che seguo, comunque giovani, se hanno ascoltato un disco in particolare. E mi rispondono che ascoltano solo singoli. “Mi piace Beautiful di Christina Aguilera”. “Ah, bello quell’album”. “No, no, ho ascoltato solo quello”.

E invece bisognerebbe andare in profondità, capire cosa vuole dire l’artista, le sfumature che ci sono dentro un album. È una cosa che si è completamente persa. Un po’ per mancanza di interesse, un po’ perché oggi serve meno impegno.

Io mi ricordo quando andavamo a comprare i dischi, che costavano ventimila e passa lire: lo portavi a casa e lo ascoltavi fino a consumarlo. E lo ascoltavi anche perché per quel mese non avevi altro. Quindi entravi davvero dentro il progetto, dentro la visione dell’artista, scoprivi davvero la musica. Ecco perché oggi, secondo me, è più difficile che nascano artisti destinati a durare nel tempo: perché non vengono più ascoltati davvero. Si ascolta il singolo che passa in radio o quello che va per la maggiore. Ascoltare solo un singolo era impensabile ai nostri tempi! Se un singolo piaceva, si andava a comprare l’album.

Nel 2024 hai collaborato con la cantautrice Giusy Ferreri realizzando il progetto alternative rock “Bloom”; com’è nata questa idea insieme anche a Roberta Raschellà ed Alessandro Ducoli?

Con Giusy Ferreri ci conosciamo da diversi anni: in passato avevo già scritto delle cose per lei. Tra noi c’è sempre stata una stima reciproca. Lei ha una voce molto particolare, immediatamente riconoscibile, e soprattutto un background musicale molto più ampio di quello che potrebbe sembrare. È una vera “mangia dischi”.

Da tempo aveva il desiderio, un po’ rimasto nel cassetto, di fare qualcosa che rappresentasse davvero i suoi ascolti. Un giorno, ricordo, avevamo collaborato a un singolo di Casablanca: lei era venuta a cantare, aveva partecipato anche al videoclip, e si divertiva tantissimo. In quell’occasione mi disse: “Anche a me piacerebbe fare un progetto così”. Io le risposi subito: “Facciamolo”. Per me era una cosa naturale. Lei invece è rimasta un po’ spiazzata: “Ma davvero? A me piacerebbe…”. E io le dissi di pensarci, che da parte mia non c’erano problemi, e che la parte più esposta sarebbe stata la sua. Dopo un po’ è tornata convinta: “Sì, mi piace l’idea, voglio farlo”. E così abbiamo iniziato a lavorare. Le dissi però che era fondamentale coinvolgere musicisti che parlassero la stessa lingua: non semplici turnisti, ma una vera band. In quel periodo stavo lavorando con Roberta (Raschellà, ndr) e con Alessandro Ducoli, con cui collaboro da anni. Ho proposto a loro il progetto e hanno subito accettato: per tutti noi era una cosa naturale, qualcosa che si poteva semplicemente fare. Abbiamo iniziato a scrivere delle basi da sottoporre a Giusy. Ed è stata la prima volta che un’artista veniva in studio a proporre direttamente testi e melodie, perché su questo progetto i testi, giustamente, ha voluto occuparsene lei.

C’era un’energia particolare, anche perché in qualche modo eravamo fuori da certe logiche “standard” della produzione dei testi. È arrivata in studio emozionatissima e ha registrato la prima linea vocale del primo brano, che poi è diventato il terzo singolo, e siamo rimasti tutti colpiti. C’era un entusiasmo enorme. È stata un’avventura molto gratificante sotto tutti i punti di vista.

Poi, ovviamente, ci sono le dinamiche discografiche e di esposizione: Giusy Ferreri ha una visibilità diversa rispetto ad altri artisti. Il grande pubblico la conosce per altro, ma lì è emersa la Giusy rock, che io sapevo esistesse e che infatti è venuta fuori in modo molto chiaro.

Sarebbe molto bello un tour, se faceste un tour su questa…

Guarda, dopo il Primo Maggio ci sono state un po’ di cose che hanno fatto sì che il progetto fosse temporaneamente accantonato, perché lei poi doveva lavorare al disco nuovo. Ci sono dinamiche che vanno al di là del semplice “che figata, abbiamo una band”, com’è giusto che sia, perché stiamo comunque parlando di un’artista con una carriera importante.

Noi eravamo assolutamente consapevoli di questo: stavamo lavorando con un’artista che ha un pubblico enorme e una carriera consolidata.

La performance al 1° maggio è stata comunque davvero memorabile…

Sì, e l’aneddoto è che al Primo Maggio siamo stati gli unici a suonare senza basi, perché era saltata la corrente a causa della pioggia. A un certo punto dovevamo iniziare, ma non funzionava più niente.

Così abbiamo semplicemente attaccato il jack e suonato senza sequenze, senza nulla: molto “nudi e crudi”. È stato anche difficile, perché non sentivo praticamente niente, però alla fine è venuta fuori l’essenza della band. Ed è proprio questo che è rimasto di quella performance.

Hai lavorato molto anche all’estero soprattutto in ambito “live”; ci sono delle differenze tra il modo di concepire la musica rispetto al nostro paese?

È un po’ come dire il calcio in Italia e il calcio negli Stati Uniti: lì magari è qualcosa di più marginale, meno centrale rispetto ad altro. All’estero la musica è proprio nel tessuto sociale delle persone. È presente in ogni casa, in ogni radio, in ogni luogo. Nei posti da cui arriva la musica che poi ascoltiamo, in questo senso, è proprio parte della quotidianità.

Io mi sono accorto che, a livello live, la gente è più pronta a percepire determinate cose, è più abituata a certi tipi di sonorità. L’attenzione è più alta e c’è molta più interazione con il pubblico. Per loro è una cosa normale.

Anche con The Elephant Man, nei concerti fatti in Austria, Francia e Germania, abbiamo percepito una differenza netta. Non tanto nei grandi contesti, perché negli stadi è sempre “facile” suonare: lì il gioco è già fatto. La differenza vera la vedi nei club più piccoli, dove arrivi e non sai cosa aspettarti. In quei contesti abbiamo capito che il musicista, anche se non sempre visto come una star, è comunque trattato con un livello di rispetto diverso. Qui invece ti può capitare anche che ti chiedano di abbassare la musica perché non riescono a parlare: situazioni abbastanza incredibili.

All’estero, anche in club importanti, si respirava un’energia diversa. Ripeto: parlo soprattutto del livello medio e piccolo, perché nei festival grandi il pathos è comunque naturale. Ma è proprio nei locali più intimi che si percepisce davvero il termometro del pubblico. E questa differenza l’abbiamo sentita chiaramente.

Esistono degli artisti italiani e internazionali con cui ti piacerebbe collaborare?

All’estero la lista è lunga! In Italia mi piacciono molto, per esempio, Niccolò Fabi: l’ho sempre seguito, è un artista che stimo molto. Anche Samuele Bersani è molto gradito.

Per quanto riguarda le band, al di là di quelle storiche con cui magari ci siamo sfiorati o abbiamo già condiviso palchi e collaborazioni, è difficile fare una lista precisa. All’estero ce ne sono tantissimi, davvero. Eviterei i nomi più ovvi, quelli storici, perché sarebbe scontato. Però, se devo proprio “sparare alto”… Alicia Keys.

Tipo tra i gruppi italiani, hai mai pensato di collaborare con gruppi rock italiani? 

Io adoro i Verdena, li ho sempre stimati. Ti direi loro, in Italia…

Perché in Italia, di gruppi rock veri e propri, oggi non ce ne sono più. A livello mainstream ce ne sono sempre stati tanti, ma spesso sono band mascherate da rock, che però non reggono davvero il confronto.

Ci sono i Måneskin, bravi per quello che hanno fatto, però concepisco il rock in un altro modo. Non voglio giudicare, però mi piacciono cose più interessanti. È quello che ti dicevo prima dell’efficacia: a volte l’efficacia va a discapito della bellezza delle cose. Le cose che funzionano non devono per forza essere belle, però nel tempo rimangono le cose belle, non quelle solo efficaci.

Nel tuo percorso artistico hai alternato il lavoro con diverse band e quello da solista: dal punto di vista musicale, cosa cambia di più per te tra lo scrivere e arrangiare in una band e da solista?

Sono esigenze del momento. Ogni tanto ho bisogno di isolarmi e fare le cose come le immagino nella mia testa, seguendo una mia proiezione precisa. Quando lavoro da solo so già dove voglio arrivare: ho meno influenze esterne e questo si percepisce anche nel risultato, perché il gusto è completamente il mio. Quando invece lavori in una band, come è successo per esempio con Casablanca o con i Deasonika, arrivano input da altri musicisti che non necessariamente coincidono con ciò che avevi in mente. I background sono diversi, quindi può capitare che ti venga proposta un’idea che inizialmente non ti appartiene.

A quel punto hai due strade: dire “no, non mi piace” oppure provare a capire se quella proposta può entrare nel tuo mondo e nel tuo modo di concepire la canzone. Se superi questo passaggio, allora nasce davvero il suono di una band, perché è il risultato di più influenze che si incontrano.

Ovviamente, se ci sono cinque teste pensanti con approcci diversi, andare avanti può diventare complicato. Però quello “scoglio”, se lo superi, ti permette di inglobare altri modi di intendere la musica e quindi di arricchirti, sia come musicista che come persona. Se invece in una band tutti hanno ascoltato e assimilato solo punk, inevitabilmente uscirà un disco punk. Se invece riesci a contaminarti, nasce qualcosa di più ibrido, quello che spesso chiamiamo crossover: un’etichetta che in fondo funziona per molti generi, perché indica proprio questa apertura verso altre forme musicali.

Hai in cantiere nuovi progetti e collaborazioni artistiche?

Sì, sto lavorando a qualcosa di mio, a livello solista, ma è un progetto un po’ diverso dal classico disco. Non vorrei spoilerare troppo perché si tratta di una cosa molto particolare: sto ancora cercando di capire quale linguaggio darle.

Per quanto riguarda i live, invece, con The Elephant Man saremo a Serravalle Pistoiese, a un festival a fine agosto a cui ho partecipato praticamente ogni anno, sia da solo che con la band.

Allora seguiremo sicuramente il live di agosto. Grazie davvero per la bella intervista!

Vi aspetto! Grazie a voi, buona giornata!

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