Intervista al giornalista Pino Rinaldi


a cura di Francesca Bruni

9 Dic 2025 - Interviste, Letteratura

Francesca Bruni ha raggiunto al telefono, per Musiculturaonline, il giornalista investigativo Pino Rinaldi, che ha raccontato fatti di cronaca nera con risvolti scientifici e controversi facendoci entrare nei meandri più bui e irrisolti della mente umana e cosa ci sia dietro agli assassini che hanno coinvolto la storia d’ Italia.

(Per le foto del Festival Culturale Liberevento ringraziamo Cristian Strina @cristianstrina)

Da decenni, la sua voce accompagna l’Italia nelle pieghe più oscure della cronaca. Giuseppe “Pino” Rinaldi non è solo un giornalista: è un tessitore di verità nascoste, uno specialista dell’inchiesta che con grande rispetto per le vittime e profondità d’analisi ha saputo dare volto e voce a storie che molti avrebbero preferito dimenticare.

Dagli inizi negli anni ’90 con “Chi l’ha visto?” — che lo ha consacrato come “cacciatore di scomparse e misteri” — la sua carriera si è evoluta costantemente, con programmi pensati per scavare nella materia grigia del crimine e della giustizia. Ha raccontato storie difficili, riportato alla luce casi dimenticati, rimettendo al centro chi cerca risposte e chi aspetta verità.

Negli anni più recenti Rinaldi ha guidato trasmissioni come “Detectives – Casi risolti e irrisolti” su Rai 2 e Rai 3 — un programma in collaborazione con la Polizia di Stato, in cui ogni puntata è un’indagine vera: tra documenti ufficiali, interviste ai protagonisti, profili psicologici ed esperti di criminologia, si ricostruisce non solo “chi” ma “perché”.

Oggi — con il suo nuovo impegno su “Ignoto X” su La7 — Rinaldi torna alla cronaca quotidiana: storie di cronaca nera, attualità, misteri irrisolti raccontati senza enfasi o spettacolarizzazione, ma con rigore, empatia e la voglia di dare dignità alle vittime. Un modo di fare informazione che, a suo dire, non vuole “spettacolarizzare il dolore”, ma restituire dignità, memoria, responsabilità.

INTERVISTA

Lei è uno dei giornalisti investigativi più autorevoli che abbiamo in Italia; di cosa si occupa questo tipo di giornalismo e quali ruoli ricopre all’interno di un’indagine di cronaca nera?

Innanzitutto, la ringrazio per l’aggettivo “autorevole”. Per quanto riguarda il ruolo e la funzione del giornalismo investigativo, partirei da una distinzione fondamentale: dividerei i casi in base al contesto temporale in cui si verificano.

Se stamattina leggo sul giornale che c’è stato un delitto, o comunque un episodio drammatico, io starei ben attento dall’ipotizzare o affermare qualcosa. Il livello di conoscenza che si ha nell’immediatezza è molto limitato, quasi pari a zero, ed è facilissimo costruire teorie e ipotesi sul nulla. Oggi, a vario titolo, spuntano figure come la criminologa, la tuttologa, o comunque chi ha sempre la risposta pronta per qualsiasi cosa accada. Io, personalmente, consapevole di ciò che compone la mia storia professionale e dei dati che ho accumulato in oltre quarant’anni di onesta professione, non ho certezze: mi pongo interrogativi. Perché ci sono aspetti che, nell’immediatezza, non sono noti nemmeno a chi sta indagando. Avere un forte senso del limite, secondo me, è una virtù.

Diverso è quando ci troviamo di fronte a casi di cui possediamo la documentazione: penso ai cold case o, come sta accadendo per Garlasco, a quelle vicende che hanno un forte “divenire”, ma sulle quali non si hanno ancora tutti i dati. Nel caso specifico di Garlasco, abbiamo a disposizione una mole di documenti: verbali, atti delle udienze, sentenze degli anni precedenti. In questi contesti si possono fare riflessioni oneste ed esprimere un’opinione, sempre partendo dal dato oggettivo.

Riguardo a Garlasco, è legittimo affermare che probabilmente — anzi, sicuramente — le indagini svolte all’epoca furono monodirezionali, lasciando aperti molti interrogativi che nel tempo sono emersi. Gli stessi carabinieri, soprattutto nel 2020, hanno rimproverato ai colleghi del passato alcune scelte investigative, in particolare ciò che fecero e soprattutto ciò che non fecero.

In quarant’anni di studi su casi che ha trattato, quanto si sono evolute le ricerche investigative nel corso dei decenni?

Sicuramente c’è stato un incremento notevole a livello metodologico per quanto riguarda l’aspetto scientifico e tecnologico: lo studio approfondito dei tabulati telefonici, il posizionamento dei cellulari, tutto ciò che riguarda il DNA, le tracce, la dattiloscopia… Insomma, ci sono stati progressi significativi, agevolati da ciò che la scienza ha messo a disposizione dell’attività investigativa. Questo, però, ha spesso generato problematiche nella qualità delle investigazioni tradizionali che, a mio avviso, restano un elemento imprescindibile.

Quello che ho notato negli ultimi anni è che la disponibilità di una grande mole di dati attraverso cui risolvere rapidamente un caso — penso, per esempio, alla presenza del DNA — ha creato un effetto collaterale. È come se una persona smettesse di utilizzare una mano: a forza di non usarla, quell’arto finisce per “addormentarsi”. Allo stesso modo, molti investigatori hanno perso l’abitudine a osservare, analizzare, studiare e valutare il contesto. Sono venute meno altre forme di raccolta informativa. In sostanza, è venuta a mancare la figura del grande investigatore, per dirla con un riferimento letterario e cinematografico: mancano figure alla Maigret. Se non usi un arto, si atrofizza; se non eserciti la capacità di osservazione, comprensione e ascolto, finisci per perderla.

L’elemento scientifico deve essere un contributo, non un sostituto. Ho visto in più casi perizie e controperizie annullarsi a vicenda, lasciandoti con un pugno di mosche in mano. Alla fine non hai una visione abbastanza solida per affermare con certezza: “questo DNA lo ha lasciato l’assassino”. Potrebbe anche non essere così. Serve un’attività investigativa tradizionale, che negli ultimi anni, secondo me, ha lasciato molto a desiderare.

Lei afferma che “un delitto va analizzato, studiato e inteso come chiave interpretativa della realtà”; ritiene che alcuni casi italiani siano stati affrontati con poca chiarezza a causa degli effetti mediatici ingannevoli?

La cronaca nera per molti anni è stata considerata – soprattutto in passato – un po’ la cenerentola del giornalismo, e il cronista di nera era percepito a un livello inferiore rispetto a chi seguiva la politica, gli esteri e simili. A mio avviso, occorrono esperienza, capacità investigative e soprattutto la competenza per leggere certi fatti. Solo chi possiede questa conoscenza può davvero comprendere la realtà.

Faccio un esempio: quando riusciamo a decifrare i fatti che si consumano nell’ambito della cronaca nera, otteniamo una vera e propria “cartina di tornasole” del tessuto sociale. Analizzati attraverso le lenti della sociologia, dell’antropologia culturale e della psicologia, questi fatti ci restituiscono un quadro della società in cui viviamo. La natura di certi delitti, più di qualsiasi altro evento, ci aiuta a capire se stiamo evolvendo – o, talvolta, involvendo – come collettività. Leggere statisticamente un certo tipo di reato ci permette di comprendere quali valori abbiamo abbracciato, quali abbiamo lasciato alle spalle e che tipo di sensibilità collettiva si è sviluppata.

Questo processo si realizza anche attraverso la comunicazione. Dobbiamo distinguere due livelli: da una parte, il racconto del cronista, che ci presenta i fatti. Può essere più o meno morboso, più o meno elegante, ma offre una rappresentazione di un certo evento. Dall’altra, però, dobbiamo considerare il pubblico. Le persone non si nutrono solo dell’articolo, del servizio televisivo o dei dibattiti spesso inutili e volgari in certe trasmissioni, dove posizioni opposte si scontrano generando conflitto – utile in termini di audience.

Questi sono peccati che molti commettono, sia a livello di stampa sia a livello televisivo. Ma il vero “alimento” che nutre il lettore o lo spettatore non è solo il racconto del cronista. Se abituiamo il pubblico a valori superficiali, ad esempio attraverso grandi contenitori televisivi o giochi immediatamente dopo il telegiornale, succede qualcosa di molto pericoloso: la percezione della realtà si altera. Lo spettatore vede qualcuno vincere somme di denaro enormi in pochi minuti, e allo stesso tempo, se perde, sente il rimpianto di non aver fatto la scelta giusta. Tutto questo si inserisce in un quadro di superficialità e inconsapevolezza che altera la percezione della vita reale.

A questo punto, è più pericoloso l’articolo di cronaca che enfatizza i dettagli sanguinari del delitto, o la televisione che ogni giorno “rincoglionisce” il pubblico con trasmissioni che distorcono completamente la realtà, facendo del denaro l’unico valore assoluto? Nel tempo, questo ha fatto scomparire altri valori, anche se diluiti in momenti in cui le persone esprimono un sentimento: piangono o si commuovono per i giochi televisivi, ma è un’emozione effimera.

Negli ultimi trent’anni, la televisione ha perso il ruolo di educatrice, di chi fa crescere il pubblico. I programmi di cronaca sono spesso diventati un “soap crime”: racconti quotidiani che si ripetono, dove ogni giorno si torna sulla stessa storia, come nel caso di Garlasco, di cui ogni giorno c’è un nuovo sviluppo. La cultura in televisione è quasi scomparsa, e ci troviamo sempre di fronte alle stesse dinamiche.

Si è perso il senso della realtà, della misura, dei valori e dei disvalori, del giusto e dello sbagliato. Tutto entra nella dimensione effimera del niente. Alla fine, la Sora Lella di turno vince 100.000 euro senza fatica, mentre chi lavora ogni giorno si trova a lottare per arrivare a fine mese. Senza contare che, superato il confine, la situazione in alcuni paesi è ancora più drammatica…

Ripercorrendo la sua illustre carriera, torniamo al 1998 quando andò come inviato a Londra per il programma televisivo “Chi l’ha visto?”, per fermare Ferdinando Carretta fuggito dall’Italia; in quel frangente le confessò per primo il triplice omicidio, un fatto che ha segnato la storia della televisione italiana; mi racconta di quell’accaduto e di cosa provò in quel preciso istante quando glielo dichiarò?

Io non volevo “fermare” nessuno. Non sono un poliziotto né un carabiniere. All’epoca lavoravo per “Chi l’ha visto?” e stavo seguendo l’ipotesi che Carretta fosse in Centro America, senza però arrivare a nulla. Quando andai a Londra incontrai una persona che, ufficialmente, aveva semplicemente raggiunto la città insieme ai genitori. Dieci anni prima – questa era la sua versione – avevano litigato e si erano separati. È ciò che aveva raccontato alla polizia e ai giornalisti che lo avevano avvicinato prima di me.

Quella notte, però, mi raccontò ciò che era realmente successo. Confessò. E certe cose appartengono così profondamente al nostro essere che è difficile perfino verbalizzarle. Cosa vuoi che ti dica? Nel momento in cui ascoltavo il racconto, io sentivo il dramma, la follia, l’inenarrabile che quest’uomo mi stava comunicando. Aveva ucciso, sparandoli, sua madre, suo padre e suo fratello. 

Quello che provai fu qualcosa di inaspettato, doloroso, umano. Ma la cosa di cui vado orgoglioso è che quella notte non registrai nulla di nascosto. Avrei potuto farlo: avrei avuto immediatamente un’intervista pronta, uno scoop enorme, non solo nazionale ma internazionale, come effettivamente è stato. Ma sopra questa consapevolezza ce n’era un’altra, molto più forte: temevo che Carretta potesse fare una sciocchezza, compiere un gesto estremo. Dopo dieci anni, era come se quella diga dentro di lui si fosse improvvisamente rotta. Io, per giorni, non ho fatto altro che cercare di “puntellare” quella frattura, stargli accanto, convincerlo a chiarire la sua posizione.

E alla fine effettivamente lo convinsi a chiarire la sua posizione. È questo il punto per me essenziale. Ogni volta che parlavo con magistrati o con il capo dell’Interpol non dicevo mai “Carretta è l’assassino, ve lo porto”. Dicevo solo: “Carretta vuole chiarire la sua posizione”. Era lui che doveva parlare. E alla fine ci riuscì.

La sua intervista andò in onda su “Chi l’ha visto?” la notte prima del nostro rientro a Roma. Gli dissi chiaramente: “Io sono qui per lavorare, lavoro per Chi l’ha visto”. E nonostante il rapporto di empatia e solidarietà che si era creato, rimasi sempre corretto. Poi, in seguito, Carretta fu giudicato incapace di intendere e di volere e trascorse anni in un OPG. Io ho semplicemente registrato la sua versione dei fatti, quella che poi riferì anche ai magistrati. Questa è la storia.

Mi permetta una domanda personale, dettata dalla mia passione per la cronaca: seguo il suo lavoro da anni e la considero uno dei miei giornalisti preferiti proprio per come tratta questi temi. Le chiedo quindi per semplice curiosità: si è occupato anche del caso di Pietro Maso?

No, non mi sono occupato del caso Maso. E la differenza tra Maso e Carretta è profonda. Nel caso di Carretta, le motivazioni non erano finalizzate a ottenere qualcosa attraverso la morte dei familiari. Ferdinando Carretta soffriva di gravi disturbi mentali. All’epoca gli chiesi: “Perché non sei scappato, invece di uccidere e sterminare la tua famiglia?”. E lui, nel 1998, mi rispose: “Io avevo mio padre nella testa. Quella voce non si fermava mai”. C’era un rapporto malato tra lui e il padre.

Pensi che siamo rimasti in contatto per anni. Una volta lo chiamai per fargli gli auguri di Natale o di Pasqua, non ricordo esattamente. E inevitabilmente il discorso tornò lì, come sempre, perché con lui non si riusciva a parlare d’altro. E quella volta, a distanza di vent’anni, mi disse: “Ma perché quel giorno, invece di commettere quei delitti, non ho scelto di scappare via, di andarmene?”. Ci sono voluti vent’anni perché riuscisse a fare questo passo mentale.

Ha portato il “Crimewatch” in Italia con il programma televisivo “Detectives: casi risolti e irrisolti”, con la partecipazione degli stessi protagonisti che raccontano il fatto in prima persona; come si struttura un rapporto di sincerità tra il giornalista e l’assassino o il serial killer, a seconda delle situazioni?

Per 27 anni ho lavorato a “Chi l’ha visto?”, e per me Crimewatch è sempre stato un punto di riferimento. Non solo per me, in realtà: a livello mondiale è stato il programma che ha fatto scuola. La BBC lo realizzava insieme a Scotland Yard, e riuscire a portare quel modello in Italia era una sfida enorme.

Il programma che ho realizzato ha due “padri”: io e Vittorio Rizzi. All’epoca Rizzi era vice capo della Polizia; oggi guida i Servizi segreti italiani. Quando era a capo del DAC, ci venne l’idea di un programma che si chiamava “Commissari”, in onda su Rai 3. Poi, per ragioni che solo chi lavora in Rai può comprendere – quelle logiche di palinsesto che cambiano continuamente e non si sa mai bene perché – il programma passò su Rai 2. E dovetti cambiare nome: da “Commissari” diventò “Detectives”.

“Detectives” aveva un doppio scopo. Da un lato, raccontare un caso risolto con la stessa struttura narrativa di un libro. Dall’altro – e questo è un motivo di cui vado particolarmente orgoglioso – convincere per la prima volta la Polizia a mettersi in gioco sui casi irrisolti.

Il caso irrisolto è un caso che non si dimentica, ma che può essere percepito anche come un fallimento. Per la Polizia, raccontare un fallimento non era un gesto naturale. Eppure, negli anni ho visto un salto di qualità nella comunicazione, nell’investigazione e negli stessi investigatori. Esaminando molti casi insieme, si è creata una nuova consapevolezza: mettersi in gioco non significa esporsi a una critica, ma ribadire che un caso irrisolto non va dimenticato. E magari, attraverso la televisione, può arrivare proprio l’informazione che permette di chiuderlo.

Questo è lo spirito autentico di Crimewatch: affiancare i casi risolti con quelli irrisolti. Era la peculiarità della trasmissione. Abbiamo realizzato, se ricordo bene, sei edizioni.

Poi, come sempre, io ho fatto delle scelte e la Rai ne ha fatte altre. Oggi sono felicemente a La7 con “Ignoto X”, un’esperienza nuova e molto bella. La sto vivendo con l’entusiasmo di chi fa qualcosa per la prima volta: ogni giorno impari qualcosa, ogni giorno sai che puoi sbagliare, ed è una grande scuola. Avere un maestro come Mentana è un privilegio, e sono orgoglioso di questa trasmissione.

Tra i fatti di cronaca attuali che affronta nel programma “Ignoto X”, ne esiste uno o più di uno che ha colpito particolarmente il nostro paese, creando svariate divergenze di parere?

Ignoto X è nato pochi mesi fa, e la prima puntata è andata in onda il 15 settembre. Naturalmente, ci sono programmi che raccontano i fatti di cronaca da decenni, a partire da Chi l’ha visto? e da molti altri.

I casi che hanno diviso l’Italia… dividere gli italiani è probabilmente la cosa più facile del mondo! L’Italia, in un certo senso, è un po’ come il vestito di Arlecchino: un pezzo è di uno, un pezzo è dell’altro. La storia ci ha insegnato che qui basta poco per far scattare la dietrologia, è nel patrimonio genetico degli italiani.

Pensi che la prima grande divisione dell’opinione pubblica su un fatto di cronaca risale allo “Smemorato di Collegno”. Il processo si celebrò a Firenze e l’Italia era spaccata in due: da una parte chi sosteneva che fosse un impostore, dall’altra chi credeva nella veridicità della sua storia.

Poi ci furono altri casi: il Mostro di Firenze e Pacciani – “il mostro non è il mostro”, la famosa frase che sintetizza bene le ambiguità di quell’epoca –, i delitti di Erba e di Garlasco, fino alla vicenda di Emanuela Orlandi, una storia lunga e complessa.

Oggi, ad esempio, c’è il caso della “famiglia nel bosco”. Giusto o sbagliato? In realtà, ciò che dovrebbe insegnare è che la realtà è più complessa di quanto le semplici opinioni possano far credere. E noi, come spesso accade, ci divertiamo a dividerci, un po’ come nelle partite di calcio: chi sta da una parte e chi dall’altra.

Il suo modo di raccontare i fatti pone lo spettatore di fronte a riflessioni umane ed a quesiti sociali, per un giornalista, nel suo caso investigativo, l’aspetto emotivo quanto influisce sul giudizio finale e sui risultati scientifici?

Il punto è questo: la parte scientifica dovrebbe essere appannaggio degli inquirenti — carabinieri, polizia, magistrati. Quando ci si trova davanti a un delitto, la realtà va analizzata con un metodo scientifico, non partendo da un’idea a priori da confermare a tutti i costi. E su questo potrei portare mille esempi.

Per questo la sua domanda forse andrebbe rivolta più a un investigatore che a un giornalista: quanto un inquirente, durante l’indagine, si lascia condizionare da una propria idea iniziale, invece di seguire ciò che dicono i dati scientifici e oggettivi?

La differenza sta tutta nell’approccio. Molti investigatori usano quello che io chiamo il telescopio: osservano da lontano, e a quella distanza si è più esposti a suggestioni, teorie, letture distorte. Al contrario, bisognerebbe usare un microscopio: partire dai dettagli, analizzare elemento per elemento, perché è da lì che si ricava la rotta giusta.

Quando affronti un delitto, ci sono aspetti che possono insospettire, indizi che si prestano a più interpretazioni. Ma l’indizio, di per sé, è un elemento relativo: puoi annullarlo facilmente, e solo raramente diventa una prova vera e propria.

C’è una frase molto bella, diventata famosa, che pronunciò il procuratore generale Piero Tony nell’appello contro Pacciani: “Mezzo indizio più mezzo indizio non fa un indizio: fa zero indizi”. Ecco, questo dovrebbe essere l’ABC di chiunque faccia investigazione. L’indizio può suggerire qualcosa, può orientare, ma va sempre interpretato nel quadro complessivo.

Un fatto di cronaca nera che ha affrontato è il “massacro di Ferrazzano”, dove Angelo Izzo, conosciuto per il “massacro del Circeo”, uccide nel 2005 mamma e figlia; cosa ricorda di quelle indagini ed a suo parere, un assassino può cambiare nel corso degli anni, pentendosi realmente degli omicidi commessi?

Io, personalmente, ho vissuto quei fatti quasi come una prosecuzione di una vicenda iniziata anni prima. Ero tornato a occuparmi del massacro del Circeo perché avevo un imperativo: capire che fine avesse fatto uno dei protagonisti, Andrea Ghira. Mi ero spinto anche in Africa per cercarlo. Quando andò in onda il primo servizio che realizzai, la polizia intercettò una telefonata della donna di servizio della famiglia Ghira: lei diceva a un’amica, “A Chi l’ha visto? stanno ancora a cercare Andrea, ma non sanno che è morto e sta a Melilla?”. Da lì partì tutto: arrivammo a Melilla, a quella tomba, all’esame del DNA. Ghira, si scoprì, era emigrato e aveva militato nella legione straniera spagnola, dove credo sia poi morto per overdose. Questo è il dato specifico di quell’inchiesta.

Nei mesi successivi — io allora ero a “Chi l’ha visto?” e seguii attentamente anche il caso in Molise; la puntata su Angelo Izzo la realizzai poi anche per “Detectives” — emerse una notizia sconvolgente. Se Izzo non aveva ancora ucciso di nuovo, lo si doveva all’instancabile lavoro della Polizia di Stato e del capo della Squadra Mobile che, andando controcorrente, non si fidò dei buoni propositi dichiarati da Izzo. Lo tennero sotto controllo e lo arrestarono al momento giusto.

Questo avvenne in un contesto in cui parte dell’intellighenzia, guidata da riflessioni “romantiche” sul possibile recupero di un soggetto criminale, descriveva Izzo più come un uomo che poteva “migliorare” dopo il massacro del Circeo. La realtà, però, mostra il contrario: Izzo stesso ha dichiarato di aver voluto rivivere, in modo aberrante, l’esperienza di tanti anni prima, e fu anche deluso dai complici dell’ultimo duplice omicidio.

Non è un caso isolato. A Maurizio Minghella, ad esempio, vennero concesse attenuanti e opportunità di reinserimento — libertà vigilata, possibilità di lavoro esterno — ma lui, proprio quando aveva margini di libertà, continuò a delinquere. Questi fatti dovrebbero far riflettere su chi e come decide in ambito carcerario.

Il tema è complesso e meriterebbe analisi molto più approfondite di quelle spesso condotte. Troppe volte le scelte e le valutazioni interne al sistema penitenziario vengono affidate a persone che hanno dimostrato di non essere all’altezza — o perlomeno non adeguatamente preparate — a comprendere la natura e i rischi reali di certi soggetti.

Nell’ultimo libro che ha scritto dal titolo “Il mostro di Firenze, la verità nascosta”, affronta il noto fatto di cronaca nera riaprendo il caso della “pista sarda”; perché, secondo lei, resta ancora nell’ombra, nonostante sia stato analizzato per molti anni, senza arrivare a conclusioni veritiere?

Ci sono stati processi che hanno prodotto un risultato: la Corte di Cassazione ha sancito che i cosiddetti “compagni di merende” sono gli autori di quattro dei sette duplici omicidi, quelli compiuti tra il 1982 e il 1985. Questo è il dato ufficiale. Ma, dopo aver letto attentamente tutta la documentazione — e non sono il solo — sono arrivato a una conclusione: quel processo è stato un processo politico, un processo che non si regge su basi solide. Non c’è una prova oggettiva, soltanto le dichiarazioni di un personaggio estremamente ambiguo, Giancarlo Lotti, che nel corso dei processi ha raccontato, e anche male, una serie di eventi. Su quelle dichiarazioni è stata costruita l’accusa e, di conseguenza, le sentenze.

Consultando quelle carte, ho seguito con grande interesse l’attività investigativa svolta da Nunziato Torrisi, con il quale ho scritto a quattro mani il libro. Il suo lavoro analitico e approfondito porta a conclusioni differenti. La pista sarda — che a un certo punto venne messa da parte, senza però essere esplorata fino in fondo — era, a mio avviso, la strada giusta, quella che avrebbe potuto condurre ai veri risultati. Punto.

Ha in previsione altri casi irrisolti da mettere su carta per i suoi lettori?

Di casi irrisolti, di vicende rilevanti e di interrogativi ancora aperti ce ne sono sempre, e non mancano certo le storie da approfondire. Per il futuro, però, non ho ancora deciso quale affronterò. Vedremo.

La ringrazio tantissimo per questa bellissima intervista.

Grazie infinite e buon lavoro!

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