Intervista al compositore e polistrumentista Rodrigo D’Erasmo
a cura di Francesca Bruni
26 Feb 2026 - Approfondimenti live, Interviste
Francesca Bruni ha raggiunto al telefono Rodrigo D’Erasmo, uno dei più importanti violinisti rock, dal magnetismo dark, del panorama musicale italiano. Artista camaleontico, ha regalato alla musica italiana le sue innumerevoli esperienze di musica, cultura e poesia dal fascino rock.
(PH studio di Ilaria Magliocchetti Lombi)
Musicista raffinato, sperimentatore curioso e anima inquieta della scena indipendente italiana, Rodrigo D’Erasmo è una figura capace di attraversare i confini tra classica e contemporanea con naturalezza e visione. Violinista, compositore e polistrumentista, ha costruito negli anni un percorso personale che intreccia rigore accademico e libertà espressiva, collaborando con alcuni dei nomi più significativi del panorama musicale italiano e internazionale.
La sua cifra stilistica si riconosce nell’equilibrio tra profondità emotiva e ricerca sonora, tra scrittura e improvvisazione, in un dialogo continuo tra tradizione e sperimentazione. Con il suo violino – strumento che nelle sue mani diventa voce narrante, tessitura ritmica e paesaggio sonoro – D’Erasmo esplora territori musicali che sfuggono alle definizioni, mantenendo sempre uno sguardo aperto e contemporaneo.
Ha raccontato, per “Musiculturaonline”, la sua affascinante carriera e le collaborazioni con svariati artisti, tra cui gli Afterhours capitanati da Manuel Agnelli. Il suo talento e carisma hanno dato lustro alla musica italiana.
INTERVISTA
Quale tipo di approccio ha un compositore e direttore d’orchestra nei confronti della musica?
Non credo che nel campo musicale esistano definizioni o ruoli che determinino un approccio preciso alla musica. Credo piuttosto che dipenda da come si vive la musica, a prescindere dal ruolo che si ricopre. Per me, la musica è semplicemente respiro. Non potrei fare altro che musica, come non potrei smettere di respirare, perché non sarei più su questa terra.
I miei ambiti, poi, sono molteplici. Tu ne hai citati due, ma in realtà, come sai bene, ho sempre amato muovermi a 360 gradi. La musica è una materia talmente multiforme da essere come l’acqua: si insinua in ogni fessura, assume forme diverse e si adatta a ciò che la accoglie. Così cerco di fare io. Negli anni mi sono reinventato in tanti contesti musicali, a volte per caso, altre per scelta. Il “me” ragazzino che studiava violino e si diplomava al conservatorio, che all’epoca pensava di dedicarsi esclusivamente alla musica classica, non avrebbe mai immaginato quanti percorsi si sarebbero aperti nella mia vita, per caso o perché li ho cercati.
Il mio approccio è rimasto sempre lo stesso: grande curiosità, sete di conoscenza, voglia di avventura e sperimentazione. Cerco sempre di trovare una mia voce, sia con il mio strumento principale, il violino, sia con altri strumenti che ho imparato a suonare. Che si tratti di direzione, composizione, arrangiamento o direzione artistica, cerco di mantenere una cifra stilistica riconoscibile, pur restando aperto al confronto e al cambiamento.
Il nutrimento più grande viene dal contatto con gli altri, con la musica altrui e con le persone: fare musica insieme significa conoscere persone meravigliose, confrontarsi con loro e arricchirsi reciprocamente.
Sei un noto polistrumentista ed abile violinista; quali tecniche compositive richiede l’utilizzo di tale strumento unito alla musica rock?
Nel rock, il violino è uno strumento relativamente giovane, di cui non si ha ancora una letteratura storica consolidata. È un percorso iniziato mutuando elementi dalla musica folk e, dagli anni ’70, ha cominciato a trovare un ruolo all’interno delle band, andando oltre il semplice contributo agli arrangiamenti. Mi viene in mente, per esempio, Kashmir dei Led Zeppelin: un pezzo di rock sinfonico in cui gli archi, sebbene orchestrali, si sommano alla potenza della band.
Negli anni ’70, un grande pioniere è stato Mauro Pagani. In questi giorni, tra l’altro, c’è un documentario su di lui al cinema che cercherò di vedere (“Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco”, diretto da Cristiana Mainardi, febbraio 2026, N.d.R.). Pagani è stato uno dei primi a portare il violino in una band rock, dandogli un ruolo che prima poteva essere riservato a una chitarra elettrica: un ruolo solistico e sonoro, capace di conferire dignità e personalità allo strumento all’interno di una band. Dopo di lui, molti altri musicisti hanno seguito la strada che ha tracciato.
Il mio personale punto di riferimento è Warren Ellis, che da molti anni suona con i Bad Seeds ed è anche compositore. Per me, Warren è stato un esempio enorme: quando ho visto i Dirty Three suonare a Roma quasi trent’anni fa, ho capito che cosa davvero mi sarebbe piaciuto fare. Mi affascinava l’idea di avere una voce unica e riconoscibile con il violino, innestandola nel contesto del rock.
Detto questo, ho spaziato in molti generi musicali e mi piace cambiare voce a seconda del contesto. Nel rock, il violino richiede talvolta un po’ di distorsione, un modo di “ammalare” il suono; amo comunque che il violino resti riconoscibile come tale. Quando sento violini troppo sintetizzati, trasformati in qualcos’altro che non riconosci più, lo trovo una forzatura e non è di mio gusto. Adoro Warren Ellis proprio per questo: i suoi suoni sono estremamente distorti, aggressivi e dirompenti, ma rimane sempre chiaro che si tratta di un violino portato al limite, a un’altra frontiera del suono. È esattamente questo il mio approccio.
Tra tutte le tue innumerevoli e prestigiose collaborazioni, sei stato il direttore d’orchestra al Festival di Sanremo 2020 a fianco del cantautore Diodato, vincitore della famosa rassegna musicale con il brano “Fai rumore”; mi racconti di quella esperienza?
È stata un’esperienza straordinaria. Quell’anno, in particolare, è stato magico. Avevamo tutti, in un certo senso, la sensazione che stesse per accadere qualcosa di speciale con quel brano. Antonio, chiaramente, non poteva confessarlo, un po’ per scaramanzia, un po’ perché era concentrato sulla sua performance. Tutti, comunque, avevamo l’impressione che quel brano avesse qualcosa di magico. Ricordo che Antonio mi fece ascoltare il brano con largo anticipo, chiedendomi cosa ne pensassi. Gli dissi subito: “Vai assolutamente al Festival di Sanremo con questo pezzo, se lo prendono, perché è una bomba. Sembra già un grande classico, una hit del passato o del futuro”. Abbiamo vissuto quella settimana in relativa serenità, vedendo il brano scalare la classifica. Antonio, all’epoca, non era ancora famoso come lo è diventato dopo la vittoria: era al suo secondo Festival tra i big, ma era ancora un po’ un outsider. Eppure, già allora, si percepiva la forza di quella canzone e l’energia che sprigionava.
Quando sei sicuro del tuo lavoro e di quello dei tuoi collaboratori, e conosci la capacità di Antonio sul palco – lui è un vero killer, ogni performance è perfetta – entri in scena sapendo che puoi divertirti. La qualità era così alta che la pressione si sentiva relativamente.
Il momento più difficile, in realtà, è stato l’annuncio della vittoria. Ci fu un rallentamento micidiale – non so se ricordi – per problemi tecnici, che ci tenne in sospeso per un tempo indefinito. Addirittura, una soffiata su Sky anticipò la vittoria prima che fosse comunicata ufficialmente dalla Rai, creando un mezzo scandalo. Ricordo che mi dissero più volte, tra ansia e confusione: “Ha vinto!” e poi “No!” e poi di nuovo “Ha vinto!”. È stata una tensione forte, sia per me sia per Antonio.
Poi, finalmente, è arrivata la grande gioia, la liberazione. Ci sono voluti mesi per capire esattamente cosa fosse successo, anche perché poco dopo scoppiò la pandemia, che congelò tutto. Quella canzone è diventata un vero faro in quel periodo così particolare.
Ti conosciamo anche per essere lo storico violinista della rock band Afterhours, capitanata da Manuel Agnelli; hai dei progetti in futuro con Manuel?
Al momento no. Abbiamo avuto collaborazioni molto strette e abbiamo concluso un ciclo bellissimo: è stata l’avventura musicale più intensa e significativa della mia vita. Tutto ciò che ho fatto e imparato con gli Afterhours resta, per me, il capitolo più avventuroso della mia carriera.
Manuel è uno dei miei artisti preferiti in assoluto. La sua creatività, il suo coraggio, la sua sfrontatezza artistica e il fatto che non scenda mai a compromessi sono stati per me un enorme insegnamento, da ogni punto di vista. Ho per lui una stima enorme e spero vivamente che, in futuro, ci sarà occasione di fare qualcosa insieme. Credo, però, che in questo momento entrambi stiamo esplorando nuovi mondi: Manuel sta probabilmente lavorando a un altro disco da solista, mentre io ho diversi progetti in cantiere, tra colonne sonore, iniziative teatrali e altri progetti musicali di vario genere.
È un periodo di esplorazione intensa per entrambi e, naturalmente, mi auguro che possano nascere nuove opportunità di collaborazione, sia con lui sia con la band. Per ora, però, non se n’è parlato.
Rodrigo D’Erasmo e Manuel Agnelli (Afterhours) – Quello che non c’è – Live@Magazzini Musicali (Rai2):
Hai realizzato diverse colonne sonore; ne hai una o più che ti rappresentano?
Negli ultimi anni ho composto molte colonne sonore, per film e documentari, e guardandomi indietro posso dire di averne fatte ormai diverse. È sempre una bellissima avventura lavorare con immagini e narrazione, e al momento sto sviluppando tre nuove colonne sonore in parallelo: per due film, entrambi esordi, e per un documentario su Vittorio De Sica — quindi sono al lavoro su tre progetti cinematografici contemporaneamente. Tra quelle che ho già realizzato, due mi hanno segnato in modo particolare, perché sono state esperienze molto diverse tra loro ma entrambe entusiasmanti. Una è la colonna sonora di Caracas, l’ultimo film di Marco D’Amore (2024), con cui ho anche costruito un rapporto d’amicizia e di scambio artistico molto forte. Marco è una persona che stimo moltissimo: la sua visione e la sua capacità di connettere i diversi reparti produttivi di un film – dalla scrittura alla musica, dalle riprese agli attori – sono state fonte di grande insegnamento per me. Ho passato molto tempo sul set con lui e vedere il suo modo di lavorare è stato estremamente formativo; credo davvero che abbia il tocco del grande regista, e spero di continuare a collaborare con lui in futuro.
Un altro film al quale sono particolarmente legato è Non dirmi che hai paura – nella versione internazionale Samia (2024) – la storia dell’atleta somala che corre alle Olimpiadi e poi affronta il dramma del suo viaggio verso l’Europa. Lavorare a questo film di Yasemin Şamdereli, regista tedesca, una donna meravigliosa di grandissimo talento e visione, è stato un altro tipo di esperienza, con tutt’altro tipo di sonorità, ma comunque una delle migliori della mia vita.
Per quanto riguarda invece la storia delle colonne sonore, ce ne sono alcune che considero fari assoluti. Un punto di riferimento è sicuramente C’era una volta in America (regia di Sergio Leone, 1984, N.d.R.), con la colonna sonora magistrale del Maestro Ennio Morricone, che ha segnato intere generazioni di ascoltatori e compositori. Tra i contemporanei, invece, un esempio che ammiro moltissimo è The Brutalist (film del 2024 co-scritto, diretto e co-prodotto da Brady Corbet, N.d.R.), la cui colonna sonora, composta dal giovane musicista britannico Daniel Blumberg, ha vinto l’Oscar e rappresenta un lavoro di grande coraggio timbrico e inventiva, al confine tra sound design, improvvisazione e composizione riconoscibile. Blumberg ha fatto un lavoro incredibile: ha dichiarato, infatti, che molto del materiale che ha usato è frutto di un lavoro fatto con un gruppo di improvvisatori provenienti dall’ambito jazz, jazz core, jazz improvvisativo, jazz sperimentale londinese, tirando fuori delle sonorità veramente super affascinanti, perfettamente calate nel film. Quando la musica diventa un “personaggio” del film — come mi è capitato con Marco D’Amore — allora si crea un’alchimia speciale. In quei momenti succede una vera magia: la colonna sonora non accompagna solo le immagini, ma diventa parte integrante della narrazione, e per me questa è la cosa più bella di questo mestiere.
Quali sono le sensazioni che provi quando prendi in mano il violino e sali sul palco?
In realtà, il palco è il posto in cui mi sento più a casa. La vita quotidiana, come per tutti noi, può essere impegnativa e mettere a dura prova sotto vari aspetti: personali, pratici, emotivi. Salire sul palco, invece, è come entrare in un porto sicuro: mi sento completamente a mio agio, anche nei momenti più difficili o emotivamente complessi.
Quella situazione diventa una forma di autoanalisi molto profonda. Spesso, quando sono sul palco, entro quasi in uno stato di trance che mi permette di attraversare e comprendere gli ambiti emotivi che sto vivendo. In questo modo, a volte trovo risposte che riflettendo da solo non riuscirei a ottenere. Per me, salire sul palco è quasi una forma di meditazione: un momento di trascendenza in cui la musica diventa strumento di introspezione e connessione con me stesso e con chi mi ascolta.
Video presso Angelo Mai, Sala feste 1-2-2025, Roma (#partyhall)
Sei stato produttore ed arrangiatore di quattro edizioni ad “X Factor”, nel team di Manuel Agnelli; quali intuizioni deve avere un musicista per scoprire nuovi talenti?
Su questo dovresti chiedere direttamente a Manuel! Io, però, mi sono ritrovato a lavorare al suo fianco e ho potuto osservare da vicino il suo fiuto straordinario. Prendi i Måneskin: è stato un colpaccio incredibile. Individuare un talento non è semplice. Dal punto di vista dell’appeal immediato, della personalità sul palco e della capacità di catturare l’attenzione, i quattro ragazzi erano già straordinari: giovanissimi, sfacciati, pieni di energia. Ma trasformare quella potenzialità in un percorso concreto, indirizzandoli verso una sonorità rock più definita, è stato il lavoro di Manuel, e io ho contribuito dando una connotazione più precisa e coerente al loro sound.
All’inizio non è stato facile: non tutti accettavano subito le direzioni suggerite, soprattutto Damiano, che è sempre stato più propenso a sonorità più pop, come poi è emerso nel suo album da solista. Scoprire e valorizzare l’anima più rock del gruppo – quella che ha conquistato il pubblico – è stata una grande intuizione di Manuel, e io ho lavorato quotidianamente con loro per convincerli, farli sperimentare e spingerli oltre i propri limiti.
Secondo me, lavorare con nuovi talenti richiede la capacità di osare e di avere visioni personali, anche se inizialmente distanti dalle preferenze dei giovani artisti. Bisogna suggerire, far sperimentare e accompagnare nella scoperta di nuove possibilità: spesso così emergono aspetti di sé che i ragazzi stessi non immaginavano. Lo stesso è accaduto a me: come dicevo, prima di vedere quel concerto di Warren Ellis, non avrei immaginato che il rock potesse diventare una parte così importante della mia vita. A differenza di Manuel, che sente sue quelle sonorità da quando ha 15-16 anni, io ci sono arrivato molto più tardi ed è stata una rivelazione altrettanto grande.
In questo percorso, è fondamentale avere mentori, esempi e guide capaci di indicare una direzione, ma anche lasciare spazio alla curiosità e alla scoperta personale.


L’estate scorsa hai suonato con la rock band Marlene Kuntz, rielaborando il loro repertorio musicale in chiave orchestrale; è stato un lavoro complesso adattare brani rock in versione sinfonica?
No, è stato un lavoro molto divertente, anche se impegnativo. Ci sono molti esempi a cui mi sono ispirato: prima ti citavo Kashmir dei Led Zeppelin, che per me è stato un vero faro. Quando mi hanno proposto questo progetto, ho subito pensato a quella tipologia di sonorità, andando a scovare i temi all’interno dei brani dei Marlene Kuntz e potenziandoli con gli strumenti orchestrali.
È stato un lavoro lungo e complesso, sia dal punto di vista della scrittura sia per la costruzione del progetto, con l’obiettivo di rendere il risultato finale il più coinvolgente, impattante e dirompente possibile. La prima cosa che ho detto a Cristiano è stata che non volevo che la band si limitasse o facesse uno show più morbido solo perché c’era l’orchestra. Volevo che rimanessero loro stessi. Abbiamo scelto insieme il repertorio, dando spazio anche ai brani più melodici, perché Cristiano teneva molto a far emergere il gusto melodico della band. Allo stesso tempo, ci tenevo che i pezzi più dirompenti, come Ape Regina e Sonica, fossero valorizzati dalla sezione orchestrale, e così è stato. Mettere in scena questo progetto è stato molto soddisfacente. Infatti, credo e spero che l’anno prossimo potremo riprenderlo e trasformarlo in un vero tour, perché il lavoro di arrangiamento realizzato da me, Diego Conti e Clara Rigoletti – i miei collaboratori – merita di essere ascoltato dal vivo in più tappe. Sono davvero molto soddisfatto del risultato.
In primavera sarai in tour con la giornalista Francesca Mannocchi con lo spettacolo “Crescere, la guerra”, dove musica, parole e tematiche attuali diventano motivo di riflessione; di cosa si tratta e da dove è partita l’idea di realizzare questo progetto artistico?
Si tratta di una sorta di diario di Francesca, in cui racconta tutto ciò che ha visto e vissuto in prima persona come giornalista e scrittrice in diversi territori di guerra negli ultimi anni. Abbiamo scelto di concentrare il focus su tre zone di conflitto ancora attive nel mondo: Afghanistan, Siria e Palestina.
Il progetto è nato da un messaggio di Francesca: io la seguivo e ammiravo da tempo come inviata e scrittrice, e lei mi ha contattato dicendo di voler portare per la prima volta su un palco teatrale le sue storie, raccontando non solo i fatti, ma anche l’impatto che queste esperienze hanno avuto su di lei come donna, come essere umano e come professionista. L’idea era di dare suono, di dare musica alle sue parole, e io ho accettato immediatamente, da suo fan.
Abbiamo iniziato a confrontarci, scambiandoci materiali: Francesca mi ha mandato molti dei suoi video realizzati in questi anni, bellissimi, poetici e sconvolgenti. Da parte mia ho iniziato a proporre suggestioni musicali e abbiamo coinvolto Giorgina Pi, regista teatrale e grande amica, la scelta perfetta per sensibilità e visione. Insieme abbiamo lavorato allo spettacolo, che abbiamo già presentato in tre anteprime alla fine dello scorso anno, all’Auditorium di Roma, ad Assisi e a Nichelino, e che ora andrà finalmente in tour da fine marzo.
È un’esperienza potente, a volte dolorosa, ma necessaria. È un progetto a cui tengo moltissimo: una delle cose più belle che abbia realizzato nel mio percorso. Per me è molto emozionante salire sul palco e vedere come il pubblico reagisce; è un’emozione condivisa, intensa e unica. Non vedo l’ora di portarlo di nuovo in tour con Francesca.
Francesca Mannocchi e Rodrigo D’Erasmo, “Crescere, la guerra” – Splendida Cornice 20/11/2025:
Sarai presente al Festival di Sanremo 2026 con l’evento “Superluna”, insieme a Marco Gallorini; mi parli di questa iniziativa culturale oltre che musicale?
“Superluna” è un contenitore ideato da Marco Gallorini attraverso la sua etichetta discografica Woodworm, con la quale collaboro già da tempo: sia per lo spettacolo Crescere la Guerra, prodotto da Gemma Concerti (di cui Marco è socio), sia per il mio progetto Il dominio della luce con Roberto Angelini, realizzato proprio da Woodworm. Negli ultimi anni, Marco e il suo team sono diventati dei collaboratori stretti di cui sono estremamente felice.
Marco mi ha chiesto di contribuire alla direzione artistica di questo spazio, che vuole essere un punto di ritrovo per addetti ai lavori e non presenti al Festival. All’interno ci saranno momenti di approfondimento, talk e il podcast quotidiano dei De Core. Roberto Angelini curerà la direzione musicale di una “Superluna Band”, che suonerà tutte le sere con ospiti alternati, tra cui alcuni già annunciati come i Casino Royale, e giovani talenti che vogliamo sostenere, come Gallas o Simone Matteuzzi, vincitore di “Musicultura” qualche anno fa.
Sarà un luogo di incontro dove amici e professionisti della musica potranno ritrovarsi anche a sorpresa. Credo sia importante che, in questa settimana di Sanremo, tutti i player della musica italiana possano confrontarsi: i numeri del settore vanno bene, ma sui contenuti c’è ancora molto su cui riflettere. (https://www.musiculturaonline.it/superluna-2026-a-sanremo-tra-mare-musica-e-connessioni/)
Dopo Sanremo, hai in previsione altre collaborazioni artistiche?
Ho lavorato all’ultimo disco di Gemitaiz con un team straordinario, una squadra di musicisti che adoro e che sono grandi professionisti. Quest’estate saremo in tour tutti insieme: Gemitaiz ha scelto di portare sul palco una band piuttosto ampia, dopo anni di show più minimal con Flavio, il suo DJ, come spesso accade nel mondo urban e hip hop. Si è divertito moltissimo a realizzare quest’album, che considero uno dei suoi migliori lavori, se non il migliore.
Oltre a questo, continueremo a portare in giro con Roberto il progetto Il dominio della luce, e stiamo già lavorando al secondo capitolo, a cui tengo moltissimo. Avrò anche alcuni spettacoli con Isabella Ragonese per un progetto su Italo Calvino, in programma a marzo e aprile, e credo che ci saranno ulteriori appuntamenti anche in estate.
Inoltre, con Francesca Mannocchi, dopo il tour primaverile, probabilmente ci saranno alcune date estive, partendo da Firenze, che fungerà da anticipazione di alcuni appuntamenti del progetto Crescere la Guerra. Insomma, sarà un’estate molto piena e ricca di musica e collaborazioni!
Le domande sono terminate, ti ringrazio molto per la bellissima intervista.
Grazie a te!





