Intervista ai Planet Funk


a cura di Francesca Bruni

17 Feb 2026 - Approfondimenti live, Interviste

Al termine di un anno intenso, creativo e ricco di musica i Planet Funk tornano alla grande con il loro nuovo album “Blooom”. Hanno raccontato a Francesca Bruni, per Musicultura on line, la loro carriera, tra successi e dolori come punto di forza per ripartire e l’amore per quella dimensione meravigliosa che è la vita.

(Foto Live di Julian Kanz)

I Planet Funk, 2026 (foto di Julian Kantz)

I Planet Funk rappresentano una delle esperienze più solide e internazionali della musica elettronica italiana. Il progetto nasce alla fine degli anni ’90 dall’incontro tra producer e musicisti provenienti da percorsi differenti – dal mondo dei club alla scena rock – unendo competenze e sensibilità diverse in un’unica identità sonora. Fin dagli esordi, la loro cifra stilistica si è distinta per la capacità di fondere elettronica, funk, rock e pop in un linguaggio contemporaneo, elegante e potente allo stesso tempo.

Il successo arriva nei primi anni Duemila con brani destinati a diventare veri e propri classici della club culture europea, come Chase The Sun, Inside All The People e Who Said (Stuck In The UK). Canzoni che non solo scalano le classifiche, ma definiscono un’estetica sonora precisa: groove incisivi, linee melodiche immediate, produzioni curate nei dettagli e una forte dimensione live. Proprio l’impatto dal vivo diventa uno degli elementi centrali del progetto, trasformando i Planet Funk in una band capace di portare l’energia del club su palchi rock e grandi festival internazionali.

Nel corso degli anni il gruppo ha attraversato evoluzioni naturali, cambi di formazione e nuove collaborazioni, mantenendo però intatto il proprio spirito sperimentale. La loro musica non si è mai limitata alla semplice dimensione dance: c’è sempre stata una ricerca sonora attenta, una costruzione stratificata dei brani e una tensione costante verso l’innovazione.

A più di vent’anni dall’esordio, i Planet Funk continuano a rappresentare un punto di riferimento per la scena elettronica italiana, dimostrando come sia possibile coniugare qualità produttiva, identità artistica e respiro internazionale senza perdere autenticità.

In questa bellissima ed intensa intervista che hanno concesso al nostro magazine hanno evidenziato il loro amore per la musica come punto di forza per rinascere e donare la propria dimensione musicale senza tempo, perché ciò che è meraviglioso rimane per sempre.

INTERVISTA

Siete sulla scena musicale da oltre 25 anni; potete raccontarmi come tutto ebbe inizio?

Fino alla fine degli anni ’90 eravamo due team di produzione separati, Gigi Canu e Sergio Della Monica avevano la loro struttura con Etichetta (la Bustin’ loose) e studio di registrazione a Napoli venivano da produzioni rilevanti a livello internazionale come Souled Out o Karen Ramirez; dall’altro lato Alex Neri e Marco Baroni al tempo noti anche come Kamasutra per le loro produzioni e remix conosciute a livello internazionale. C’era quindi stia reciproca ma l’incontro fisico avvenne a Londra tra Gigi ed Alex ad un party dell’etichetta Manifesto e dopo poco ci incontrammo tutti a Miami durante la famosa Winter conference. Nacquero’ così le basi per incontrarsi in studio, conoscersi meglio e da lì a poco nacque l’idea di fare un progetto nuovo insieme che divenne appunto Planet Funk, “traghettando” il titolo di un progetto che facevamo io ed Alex da Titolo a nome di gruppo.

Il grande successo è arrivato con l’album d’esordio “Non Zero Sumness Plus One” nel 2002; vi aspettavate così tanta accoglienza dal pubblico e dalla critica musicale?

Diciamo che ancora prima dell’album c’era stato il grandissimo successo di quello che era il nostro primissimo singolo e cioè Chase The Sun, che ci ribaltò istantaneamente all’interesse del pubblico e dell’industria discografica internazionale. L’album arrivò subito dopo dove includemmo altri cantanti, tra cui Dan Black che diventò la voce dei brani che vennero utilizzati come singoli e che definirono lo spettro sonoro di Planet Funk, ampliandolo a 360 gradi in quelle che erano le nostre inclinazioni naturali di quel periodo.

Vi definite un collettivo musicale; mi spiegate cosa significa per voi essere un’identità unica?

Il collettivo nacque appunto con l’intento di includere e collaborare con vari artisti, poter scrivere con voci e cantanti diversi e considerare l’identità di Planet Funk anche più importante di quella dei singoli componenti. Credo che lo abbiamo fatto avendo ospitato in qualche modo molti cantanti e scritto con vari artisti. Ad oggi si mantiene questa forte identità del progetto iniziale, c’è un’identità più marcata nei componenti in quanto c’è uno storico, ma continuiamo a mantenere aperte le porte per ampliare il nostro suono come, ad esempio, con Sabina Sc giubba nell’ultimo album.

La vostra musica accompagna diverse generazioni; come viene vissuto il divertimento dai giovani attuali rispetto a quelli degli inizi anni 2000?

Ovviamente i giovani di oggi potrebbero rispondere molto meglio di noi, ma per quanto vediamo, abbiamo notato che c’è un modo diverso di ascoltare la musica. Il catalogo infinito di musica disponibile sotto le dita consente ai più interessati di spaziare molto e di fare ricerca su quelli che erano i decenni passati in maniera molto semplice e veloce. Sicuramente tutto è più veloce rispetto ai tempi in cui ascoltavi un brano alla radio o in discoteca che magari ti colpiva e così andavi a cercarlo al negozio di dischi provando a spiegare o canticchiare a voce cosa avevi sentito.

Anche il ballo stesso viene vissuto in modo diverso, spesso anche in casa nella propria camera da soli, sicuramente non come un tempo come quando si andava in discoteche affollate o ai rave dove si andava proprio per ballare, conoscersi, divertirsi. Oggi tante di queste cose si fanno forse soprattutto da casa. Notiamo però interesse da parte dei giovani alla nostra musica attuale. Speriamo ci possa sempre essere uno scambio, una porta aperta tra quello che c’era e quello che ancora bisogna scoprire spesso attraverso le contaminazioni più disparate.

Durante la carriera avete avuto anche momenti difficili; avete deciso di ripartire con un nuovo album dal titolo “Blooom”, con quali buoni propositi?

Si abbiamo avuto molti momenti difficili e ovviamente soprattutto la perdita di due amici fondatori e compagni di “avventura” come Sergio e Gigi è stato ed è qualcosa di molto triste e talvolta surreale in quanto con loro abbiamo veramente vissuto tutto e passato un’infinità di ore a suonare, scrivere, parlare, discutere, ridere ecc.

Pensiamo che anche in onore a loro dobbiamo portare avanti il progetto Planet Funk, c’è ancora musica scritta con loro ed è giusto portarla alla luce. Al tempo stesso abbiamo voluto rinnovarci, utilizzare tutta quell’energia per creare qualcosa di nuovo, aprire un nuovo capitolo e da qui nasce Blooom, un’esplosione una nuova fioritura una nuova stagione da vivere portando avanti il sogno originale. Un altro proposito è fare la musica che ci piace con passione e onestà, trasmettere emozioni, far ballare, far sognare. E’ un privilegio anche solo pensare di poter fare queste cose e sapere che c’è un pubblico che ci segue aiuta molto, ma non vogliamo vivere solo sugli allori del passato, vogliamo esserci e dire la nostra adesso anche ai più giovani.

In “Blooom”, invitate l’ascoltatore ad esplorare la propria anima, accompagnando i vostri fan ad un nuovo inizio; ritenete questo progetto musicale un punto di svolta per il vostro percorso artistico?

Le trasformazioni a volte avvengono apparentemente in modo repentino, ma spesso c’è dietro tutta una serie di eventi che portano poi ad un cambiamento di forma o di sostanza. C’è una svolta nella consapevolezza di poterci aprire senza paure. Quando ti apri organicamente, naturalmente, le cose funzionano al meglio. A volte per farlo bisogna lasciarsi qualcosa alle spalle, bisogna osare. C’è e c’è stata una svolta nel modo in cui interagiamo tra di noi in studio, quando scriviamo e anche sul palco. Ci sentiamo felici nel fare quello che facciamo e grati di poterlo fare. Abbiamo voglia di sperimentare di scoprire ancora nuovi paesaggi sonori da poter proporre unendo sempre la ricerca anche tecnologica, musicale ma anche interiore.

Foto cover di “Blooom”

La copertina del nuovo disco ed il titolo stesso hanno un forte significato, ovvero “la rinascita”, esprimendo un concetto profondo e delicato; quali messaggi volete trasmettere al pubblico che vi segue?

Vogliamo trasmettere messaggi che riguardano il modo di porsi, di sentirsi in questo mondo bellissimo ma caotico. Trovare un proprio centro una propria identità, osare divertendosi, avere fiducia, esplorare senza perdersi, capire che la vita va vissuta adesso e che dietro le difficoltà, gli ostacoli spesso c’è qualcosa di grande e luminoso, continuare a vedere e sentire la luce anche quando sembra buio.

In “Blooom” siete passati a sonorità più soft, pur rimanendo fedeli al vostro inconfondibile sound; è un disco autobiografico che vuole esprimere i vostri stati d’animo dopo la perdita di Sergio Della Monica e più recentemente di Gigi Canu?

Non è realmente autobiografico in quel senso, ma racchiude tutto un lungo periodo da quando loro erano con noi al momento in cui ci hanno lasciati e al dopo. Quindi è un viaggio dentro la nostra storia, i nostri stati d’animo, questo sì. I testi talvolta hanno rispecchiato alcuni momenti, in alcuni casi anche precedendo quello che stava per accadere come nel caso di Rush che parla di vita e di morte e ci ha accompagnato proprio mentre vivevamo quel dramma.

Avete mai ipotizzato l’idea di realizzare un documentario sulla vostra carriera?

Si, c’era stato anche un inizio con vario materiale raccolto. Vedremo in futuro, credo che siano cose che vanno fatte al momento giusto, ci deve essere un momento particolare per uscire con qualcosa del genere.

Ci sono progetti in previsione per la prossima estate?

Siamo già al lavoro per scrivere nuova musica e sicuramente suonare. Abbiamo in programma a maggio un tour europeo al quale probabilmente seguiranno concerti anche in Italia.

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