Intervista ad Antonio Manetti dei Manetti Bros


a cura di Francesca Bruni

24 Nov 2025 - Approfondimenti cinema, Interviste

Francesca Bruni ha raggiunto al telefono il regista Antonio, dei Manetti Bros, che ha concesso al nostro magazine un’intervista di grande intensità e sincerità.

(Le foto sono state gentilmente messe a disposizione dai Manetti Bros)

Manetti Bros nel 2020 (Fotografo Gerald Bruneau)

Nel panorama del cinema italiano contemporaneo, pochi nomi evocano la stessa miscela di energia, libertà creativa e spirito pop dei Manetti Bros. Da oltre vent’anni, Antonio e Marco Manetti costruiscono un percorso unico, capace di attraversare generi e linguaggi con una disinvoltura che appartiene solo a chi il cinema lo vive come un gioco serio, anzi serissimo. Dal poliziesco urbano al musical, dal thriller alla fantascienza, passando per l’ormai iconica rivisitazione cinematografica di Diabolik, i due fratelli hanno imposto uno stile riconoscibile, fatto di ritmo, ironia, passione cinefila e un gusto tutto personale per l’esagerazione controllata.

Il loro è un cinema che non chiede permesso, che osa dove altri esitano, che recupera la tradizione dell’artigianato italiano e la spinge in avanti con l’entusiasmo di chi ama sperimentare. Nel corso degli anni, i Manetti Bros hanno costruito un vero e proprio universo narrativo in cui convivono crime story metropolitane, atmosfere pulp, eroi imperfetti e una visione del mondo insieme giocosa e profondamente umana.

Abbiamo raggiunto al telefono Antonio, per parlare di ispirazioni, sfide sul set, evoluzione del loro linguaggio visivo e del modo in cui il cinema di genere può ancora sorprendere, anche in un mercato sempre più dominato dalle logiche globali dello streaming. Ne è scaturita una conversazione sincera, ricca di aneddoti e riflessioni su cosa significhi, oggi, restare fedeli alla propria identità artistica senza smettere mai di reinventarsi.

IFFR – “DIABOLIK” Focus Manetti Bros (Elyse Westman)

INTERVISTA

Come avete iniziato l’avventura nel mondo del cinema?

Sono passati parecchi anni, quindi è difficile individuare un vero e proprio inizio. Diciamo che veniamo da una famiglia di artisti: nostro padre era pittore, restauratore e scultore, ma faceva anche un po’ lo scenografo teatrale. Insieme a nostra madre aveva messo in piedi una piccola compagnia e facevano teatro sperimentale; quindi, siamo sempre stati vicini a quel mondo – non ancora al cinema, ma già immersi nell’arte e nello spettacolo.

Il desiderio di fare cinema c’era da tempo. Marco, che è il più grande, aveva deciso fin da subito che voleva fare il regista e ha cominciato la classica gavetta: set, assistenze, fino a diventare aiuto regista. Io invece, mentre lui lavorava sui set e iniziava a muovere i primi passi nel mestiere, ho girato un cortometraggio come regista e ne avevo scritto un secondo. Proprio in quel periodo Marco aveva incontrato un produttore che cercava dei corti da unire per farne un film, un lungometraggio fatto di tanti corti. Quando ha letto il mio cortometraggio, che avevo scritto per dirigerlo da solo, mi ha proposto: “Perché non lo facciamo insieme?”. Da lì è nata la nostra collaborazione, siamo nati noi come coppia di registi, i Manetti Bros. Il film, un film collettivo a episodi, si chiamava De Generazione ed è stato il nostro primo lavoro insieme. Si può dire che, anche se con la testa eravamo già da sempre nel cinema, è stato in quel momento che sono nati ufficialmente i Manetti Bros.

Manetti Bros – Festa del Cinema di Roma, 2023 (Photo credit Rocco Giurato)

Ci sono state molte collaborazioni con diversi artisti per la realizzazione di videoclip, tra cui Max Pezzali, Alex Britti ed altri; quali sono le differenze tecniche tra il girare un videoclip e un cortometraggio?

Come raccontavo prima, la nostra idea iniziale era quella di fare cinema, ma siamo capitati quasi per caso nel mondo dei videoclip. Dopo aver realizzato il nostro primo film, frequentavamo un ambiente molto vivace, pieno di giovani musicisti emergenti che si ritrovavano in un locale romano che si chiamava proprio “Il Locale”. Era un punto d’incontro tra chi faceva cinema, musica o teatro.

Lì abbiamo conosciuto tanti artisti e alcuni di loro, che volevano realizzare video musicali, ci chiedevano di aiutarli. È così che siamo entrati nel mondo del videoclip. Ma, in realtà, noi abbiamo sempre affrontato anche i video musicali come racconti, per questo non so dire quale sia davvero la differenza rispetto ai cortometraggi: noi non ci limitavamo a riprendere il cantante o la band in playback, ma realizzavamo dei video “narrativi”, in cui cercavamo sempre di costruire una storia, perché volevamo fare cinema e ci veniva naturale pensare in termini narrativi.

Forse proprio per questo i nostri videoclip si sono distinti: erano video narrativi, con una loro trama. Se però vogliamo individuare una differenza vera tra videoclip e cortometraggio, direi che nel videoclip il vero artista è il cantante o la band. Il regista, in quel caso, lavora al servizio della loro visione: deve entrare nel loro mondo, rispettare il loro stile, la loro musica e anche il loro pubblico. Questo non accade invece quando si gira un cortometraggio: in quel caso, non si è a servizio di nessuno.

Abbiamo lavorato con artisti molto diversi tra loro – da Alex Britti a Max Pezzali, fino a realtà più indipendenti come Flaminio Maphia o Assalti Frontali o a gruppi di rock indipendente. E infatti ogni videoclip era diverso non tanto perché noi cambiavamo approccio, ma perché cambiava il committente, l’artista.

POLA – frères “Diabolik” (Mathilde Marc @mathilde marc)

Il grande successo arriva con le serie televisive de “L’ispettore Coliandro”, scritto dalla penna di Carlo Lucarelli; a cosa vi siete ispirati per la creazione di tale personaggio, interpretato da Giampaolo Morelli?

Sì, Coliandro è stato sicuramente un punto di svolta per noi. È una serie che ci ha dato tanto, e ancora oggi, nonostante tutto quello che abbiamo fatto dopo, è quella che tutti ricordano di più. E, devo dire, anche noi siamo grandi fan di Coliandro.

La serie nasce dalla penna di Carlo Lucarelli, che aveva già creato il personaggio nei suoi romanzi. Quando però porti un personaggio letterario in un altro linguaggio – quello televisivo, in questo caso – inevitabilmente diventa un lavoro corale.

Dico sempre che gli autori di Coliandro sono tre: Carlo Lucarelli, che ha inventato il personaggio e ne scrive le sceneggiature; noi due, che ci abbiamo messo la nostra visione di cinema e di mondo, rendendolo forse più ironico e più commedia rispetto alle prime stesure della sceneggiatura; e poi Giampaolo Morelli, che considero il “terzo autore”, e che ha dato al personaggio una parte enorme di sé. Perché Coliandro non è solo scritto: è costruito anche attraverso il modo in cui Giampaolo lo interpreta, le sfumature che ha trovato insieme a noi, le scelte che abbiamo fatto insieme sul tono, sui tempi, sulle reazioni. È un personaggio nato davvero a più mani — Lucarelli, i Manetti Bros e Morelli — e forse proprio per questo continua a funzionare così bene.

Avete mai pensato di fare ancora altre serie televisive di Coliandro?

Ci pensiamo sempre, sarebbe bellissimo poterlo rifare. In realtà, anche se non volessimo, Coliandro è qualcosa a cui torniamo spesso con la mente, perché ovunque andiamo — anche all’estero — c’è sempre qualcuno che ci ferma per chiederci: “Quando torna Coliandro? Lo rifate?”. E questo fa molto piacere.

Il problema è trovare il momento giusto. Giampaolo Morelli, oltre a essere attore, oggi è anche regista e sta lavorando tantissimo. Anche noi, per fortuna, non ci fermiamo mai, siamo sempre impegnati su nuovi progetti. Però sì, Coliandro è sempre nei nostri pensieri, e speriamo davvero che prima o poi si riesca a tornare sul set.

Nelle vostre pellicole ci sono riferimenti al mondo del fumetto, basti pensare alla fortunata trilogia di “Diabolik”; cos’è che accomuna il mondo del cinema al fumetto?

Il fumetto è una grandissima passione per noi, ed è per questo che abbiamo deciso di realizzare Diabolik, un personaggio che amiamo molto. Ma non solo: ci piacciono tanti altri fumetti.

Ciò che accomuna il cinema e il fumetto è la narrazione per immagini. Rispetto ai romanzi o ad altre forme di letteratura, qui la fantasia si manifesta attraverso disegni, colori, inquadrature, fotografia. In entrambi i casi, quindi, si uniscono arte narrativa e arte visiva.

In generale, cinema e fumetto condividono una “superficialità positiva”: entrambe le forme raccontano una storia in tempi relativamente brevi — due ore per un film, poche decine di pagine per un fumetto — senza disperdersi in digressioni troppo lunghe come può accadere in un libro di duecento pagine. Anche le serie tv moderne, per esempio, sono pensate come grandi film divisi in episodi, con una continuità narrativa che le rende simili a film seriali, dove ogni puntata è parte di un unico racconto.

Questa “limitazione” di spazio e tempo è una forza, perché costringe l’autore a inventare, sperimentare e lavorare all’interno di una vera e propria gabbia creativa. Ed è proprio in questa gabbia che nasce l’arte, sia nel fumetto sia nel cinema.

Esistono dei requisiti per realizzare un buon prodotto cinematografico che possa essere apprezzato dal pubblico?

Se lo scopri, ti prego di dirmi il segreto! (ride, ndr) A dire il vero, secondo me non esiste una formula precisa. Anzi, più cerchi di ripetere ciò che ha già avuto successo, più rischi che il pubblico ti segua meno. Le persone si interessano soprattutto a qualcosa che percepiscono come unica.

Ovviamente nulla è davvero completamente originale, perché tutte le storie si ripetono, ma da punti di vista diversi e vissuti in modi diversi. A volte, cercare di essere originali a tutti i costi può essere addirittura peggio che seguire schemi già noti, perché si rischia di perdere l’autenticità della storia.

Secondo me, il successo resta un mistero, fatto di momenti, di fortuna e di tanti fattori che non si possono calcolare.

Non so se ho risposto alla tua domanda…

Certo, sì; comunque, voi siete sicuramente molto originali nel modo di fare cinema.

Noi non cerchiamo l’originalità. Anzi, penso che quando uno la cerca, spesso sbaglia. La nostra visione è spontanea, nasce da ciò che abbiamo dentro, ed è forse diversa dal tipico prodotto narrativo italiano. Non cerchiamo nemmeno di rifare il cinema estero; vogliamo semplicemente raccontare la storia che sentiamo dentro di noi. Ogni autore ha la sua particolarità, che non si può descrivere né prevedere, ma sicuramente non cerchiamo di essere diversi a tutti i costi, né di essere sperimentali per forza.

Ci piace sorprendere, certo, fare cose inaspettate… A volte però può risultare anche negativo. Abbiamo realizzato, per esempio, un musical in napoletano o un film sul calcio che all’inizio sembravano follie, quasi un azzardo. Ma non andiamo contro le regole apposta: se vogliamo raccontare qualcosa, non ci spaventa nulla. Forse è il coraggio la cosa che ci contraddistingue.

Nel 2017 vincete il David di Donatello con il film “Ammore e malavita” dove l’azione e la suspense sono predominanti; quali sono gli ingredienti per tenere incollati allo schermo gli spettatori?

In parte ho già risposto in precedenza, ma la domanda non è semplice… Chi fa il regista deve conoscere le basi del racconto cinematografico, le tecniche per coinvolgere lo spettatore. Non è facile, è un mestiere complesso, come lo sono tutti i mestieri.

In una storia, certo, ci deve essere qualcosa che sorprenda e affascini. Bisogna scrivere e girare pensando che per lo spettatore il film sia un vero e proprio viaggio. Deve viverlo con passione, come un appassionato, e restare “incollato” alla sedia.

Che si tratti di un film d’azione, di un thriller o di uno drammatico, l’obiettivo è sempre lo stesso: far desiderare al pubblico di scoprire cosa succede, di seguire i personaggi e di vedere come va a finire. Questo, secondo me, è l’ingrediente principale per conquistare lo spettatore.

“Diabolik”: M. Leone, M. Manetti, A. Manetti, G. Gianniotti (Photo Credit Nicole Manetti)

Nei vostri film c’è poi spesso questa componente “vintage”, le ambientazioni retrò. Anche questo elemento contribuisce ad affascinare lo spettatore, oltre alla trama? Mi riferisco chiaramente anche a Diabolik.

Sì, certamente. Non si tratta solo della trama: cerchiamo sempre di costruire un mondo che catturi lo spettatore.

C’è un personaggio del mondo della letteratura, dell’arte o dello spettacolo sul quale vi piacerebbe realizzare un lungometraggio?

Onestamente no. Da spettatori, ma anche da autori e registi, – e parlo anche per Marco, che la pensa esattamente come me – ci affascinano poco le storie vere. Preferiamo raccontare storie di pura fantasia, dove non ci sono personaggi reali, perché ci permette di costruire liberamente mondi e vicende senza vincoli.

Ovviamente i biopic oggi sono molto diffusi, soprattutto nel campo musicale: pensiamo, per esempio, al film su Springsteen. Siamo grandi appassionati della sua musica e abbiamo visto moltissimi suoi concerti in giro per il mondo, ma onestamente non ci interesserebbe fare un film biografico, anzi non lo vorrei nemmeno vedere il biopic su di lui! Spesso, mentre guardi il film, percepisci discrepanze rispetto alla realtà: la canzone è diversa, l’attore è diverso, e ti ritrovi fuori dalla storia. Lo stesso accade con i film ispirati a fatti di cronaca. Per noi, invece, il fascino sta nel creare tutto ex novo, inventando trame e personaggi che non esistono, senza dover confrontare la nostra narrazione con fatti reali.

Il vostro stile cinematografico è originale e inconfondibile; ci sono registi a cui vi siete ispirati?

In realtà il nostro stile non nasce dall’imitazione di altri registi. Spesso ci capita di doverlo precisare, e sembra una falsità, ma crediamo che lo stile sia qualcosa di spontaneo e spesso inconsapevole: noi facciamo quello che ci piace e, di conseguenza, emerge un modo riconoscibile di raccontare le storie. Non facciamo mai qualcosa “perché è nel nostro stile”, come si suol dire.

Detto questo, ci sono comunque registi che ammiriamo come maestri e da cui cerchiamo di “rubare” qualcosa, pur senza rendere i nostri film simili ai loro. Due nomi su tutti: John Carpenter e Alfred Hitchcock. Carpenter per l’approccio artigianale e il cuore; Hitchcock, invece, per il suo incredibile senso del racconto e la capacità di tenere lo spettatore incollato allo schermo. Per noi, Hitchcock è il cinema per eccellenza.

Spesso, quando non sappiamo come girare una scena, ci chiediamo: “Come la farebbe il maestro?” e questo ci dà nuove idee. Ma è chiaro: non facciamo film hitchcockiani, né vogliamo replicare il loro stile. È solo fonte di ispirazione, mentre il nostro cinema resta unico, personale e artigianale.

Nelle vostre pellicole avete sempre avuto attori di grande spessore, per citarne alcuni: Luca Marinelli, Giampaolo Morelli ed altri; ne esiste uno con cui vorreste lavorare?

È una domanda tipica, ma anche molto difficile. In realtà, noi non pensiamo mai in termini di “attori dei sogni”. Crediamo che prima venga il personaggio: serve avere un ruolo scritto, pensato, costruito. Solo dopo puoi capire quale attore potrebbe incarnarlo al meglio. Quindi, finché non abbiamo una storia precisa, è impossibile dire “vorrei lavorare con Tom Hanks o Claudio Santamaria”, per fare degli esempi casuali. Ogni film ha il suo cast ideale, che nasce dal progetto stesso, ma poi entrano in gioco il budget e un insieme di altri fattori. A volte capita di pensare: “Sarebbe perfetto quell’attore”, e magari succede; altre volte no, e si trova un’alternativa altrettanto valida.

Se però devo fare un nome personale, direi Sylvester Stallone – Marco lo adora! Lo considero uno degli attori più sottovalutati al mondo: un interprete di grande talento, capace di dare profondità a ruoli che spesso non vengono presi abbastanza sul serio. Probabilmente nella sua carriera ha scelto anche male alcuni film, ma è davvero di una bravura pazzesca. Poi ultimamente, grazie ad alcuni ruoli di spessore e a una recente serie tv, è stato molto rivalutato. Certo, noi facciamo film italiani, quindi non è realistico pensare a una collaborazione con lui, ma sarebbe bellissimo scrivere un ruolo adatto a lui.

Marco e Antonio Manetti (Photo Credit Davide Pippo)

In Diabolik avete lavorato con Luca Marinelli, anche lui un attore bravissimo.

Lui è bravissimo, infatti. Prima di Diabolik non avremmo mai pensato di avere un ruolo per Luca Marinelli, e invece è successo: dobbiamo ritenerci fortunati. Anche lui ha accettato con entusiasmo, e secondo noi ha dato una prova straordinaria.

Nel vostro ultimo film dal titolo “U.S. Palmese” affrontate il mondo del calcio dal punto di vista della smania di celebrità e di quanto il fare passi falsi possa compromettere la carriera; perché i giovani inseguono così tanto il successo anche a discapito delle proprie capacità?

Diciamo che in questo film si parla anche di questo. Il protagonista è un giovane calciatore che trova il successo, ma finisce per esserne rovinato: perde di vista l’unico vero motivo per cui era arrivato fin lì, cioè la sua passione per il calcio. Quando perdi la passione, perché ti lasci travolgere dalla fama, dai soldi, dall’attenzione mediatica, poi finisci per perdere tutto. Il successo, quello immediato e non costruito, spesso ti si ritorce contro.

Oggi il mondo dei social, di YouTube, dell’universo digitale in generale, ha creato l’illusione che basti poco per “sfondare”: fai qualcosa, diventi virale e ti ritrovi famoso. Ma non è un vero successo, è effimero, vuoto. Il successo autentico va costruito, un tempo lo si faceva passo dopo passo.

Perché i giovani lo inseguono così tanto? Forse perché sembra facile. Vedi qualcuno che ce l’ha fatta e pensi: “Posso farlo anch’io.” Ma non è così semplice. È un’epoca in cui ci sono talenti veri, certo, anche in questo mondo digitale, ma molti finiscono per cadere dopo un momento di gloria, o per non arrivare mai davvero. Non basta che esista YouTube o Spotify perché tutti ascoltino la tua canzone o vedano il tuo video. È un momento complicato, di transizione. Bisogna avere pazienza, costruirsi, non buttarsi a capofitto lasciando tutto il resto per inseguire qualcosa che magari non arriva.

Sulla musica di oggi, io — e parlo anche per Marco, perché su molti punti la pensiamo allo stesso modo — credo che noi “vecchi” spesso giudichiamo male la qualità di ciò che è nuovo. Siamo molto aperti alle innovazioni, però è inevitabile che a volte si tenda a dire “era meglio una volta”. In realtà, è solo che la musica di oggi non ha ancora una storia alle spalle, e quindi non possiamo sapere dove arriverà.

Secondo me, noi non siamo in grado di valutarla pienamente, perché apparteniamo a un’altra epoca. Faccio un esempio: quando negli anni Ottanta ascoltavamo il punk, quella musica dava fastidio ai nostri genitori — la trovavano orrenda, volgare, rumorosa. O ancora, la musica elettronica: ricordo che chi aveva dieci anni più di me non sopportava, per esempio, i Depeche Mode, diceva che quella non era vera musica, che era finta.

Ecco, il mondo è circolare. Quello che succede oggi ai giovani con la loro musica è lo stesso che succedeva a noi allora: ogni generazione ha il suo suono, la sua rivoluzione. Forse è giusto così. Per questo dico: non esageriamo nel giudicare male quello che ascoltano i ragazzi di oggi — è semplicemente il loro modo di essere originali, di staccarsi da ciò che c’era prima.

Perciò anche criticare ciò che ascoltano i giovani oggi è un errore: non è detto che la storia non rivaluterà certe cose. Molti generi o artisti che oggi vengono considerati “effimeri” magari, tra vent’anni, saranno visti come rivoluzionari.

Personalmente ascolto un po’ di tutto — mi piace molto la musica, anche quella contemporanea — ma riconosco che sono io a dover fare uno sforzo per capirla, non il contrario.

È vero, oggi assistiamo a un grande ritorno del passato: artisti come Max Pezzali, per esempio — io stessa sono andata a vederlo e mi piace molto — riportano in auge gli 883, quella musica che ha segnato un’epoca. È interessante perché sembra quasi che le persone abbiano bisogno di tornare indietro nel tempo, di ritrovare qualcosa di familiare, di riconoscibile.

Non sono uno storico, quindi posso solo darti delle impressioni personali… Non lo so, però ricordo che negli anni Ottanta si ascoltava un certo tipo di musica, e già allora c’erano richiami al passato. Negli anni Sessanta e Settanta era lo stesso, e negli anni Novanta, con il grunge, in fondo c’era di nuovo un ritorno agli anni Settanta.

È un ciclo continuo: si torna sempre ai vecchi gruppi, ai miti delle generazioni precedenti. È giusto così, il passato ritorna e porta con sé qualcosa di rassicurante, dà una continuità.

In effetti oggi sta tornando molto la musica degli anni Novanta. Ma tra un po’ probabilmente toccherà ai Duemila — che adesso ci sembrano troppo vicini per essere “storici”, quasi non li riconosciamo ancora. Mi ricordo che negli anni Novanta avevo la sensazione che tutto fosse uguale, che non ci fosse uno stile definito. Invece no, col tempo ti accorgi che anche quello era un periodo con una sua identità precisa.

LCDT – Ryu Ido

Progetti nel futuro per il vostro affezionato pubblico?

Adesso siamo in preparazione di un nuovo progetto, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che possiate vederlo; quindi, chiediamo un po’ di pazienza… Possiamo solo dire che si tratta di una nuova serie televisiva — e no, non è Coliandro!

Non siamo ancora neanche sul set, quindi preferiamo non svelare troppo. Incrociamo le dita, ma sì, il nostro prossimo progetto sarà una serie.

Interessante! Allora attenderemo con ansia.
Grazie mille per la disponibilità.

Grazie a voi, buona serata! Ciao!

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