Intervista ad Alioscia Bisceglia dei Casino Royale


a cura di Francesca Bruni

29 Dic 2025 - Approfondimenti live, Interviste

Francesca Bruni ha intervistato il carismatico e fascinoso Alioscia Bisceglia, voce della band Casino Royale, che ha raccontato le origini del gruppo, della Milano underground degli anni 80-90, facendo emergere la sua personalità determinata e grintosa sempre al passo con nuovi orizzonti musicali.

Alioscia Bisceglia (foto Michele Piazza)

Alioscia Bisceglia è una figura centrale della musica italiana contemporanea, capace di attraversare generi e decenni senza mai perdere coerenza e urgenza espressiva. Alla guida dei Casino Royale fin dagli esordi, ha contribuito a ridefinire il linguaggio del Rock alternativo italiano, fondendo ska, reggae, dub, elettronica, soul e attitudine punk in un percorso artistico sempre in dialogo con il contesto sociale e culturale del Paese.

Alioscia (ph Michele Piazza)

Tra sperimentazione sonora e attenzione ai contenuti, i Casino Royale hanno costruito un’identità forte e riconoscibile, lontana dalle mode e profondamente radicata nel presente.

In questa bella intervista Alioscia Bisceglia ripercorre le tappe fondamentali del suo cammino musicale, riflette sull’evoluzione del progetto Casino Royale e sul ruolo della musica come spazio di ricerca, consapevolezza e presa di posizione.

Alioscia dal vivo durante un concerto alle OGR di Torino nel 2023 (ph. Roberto Remondino)

INTERVISTA

Come nasce il progetto Casino Royale e che clima si respirava nel panorama musicale negli anni ’80?

Era una Milano che si ritrovava nelle piazze, ogni gruppo di appartenenza presidiava una zona. Noi eravamo una compagine molto eterogenea, un mix tra proletari e borghesi. La musica era un codice comune, io seguivo alcune band come gli Shockkng Tv dove suonava Ferdi il batterista dei Casino Royale, diventammo amici, andammo insieme a vedere i Kortatu un gruppo di combat ska basco, poi iniziammo a fare delle jam alle quali io assistevo e nelle quali cantavo qualcosa e da lì iniziò tutto, con Giuliano, Brow che suonava nei Pression X. In seguito, arrivarono gli altri: i fiati, il tastierista Michele D’Anca che era un ex BBoy.

I Casino Royale (foto Lorenzo Barassi)

Il Vostro percorso è sempre stato in continua evoluzione, sperimentando svariati generi musicali; cosa ne pensate della cultura musicale giovanile dei tempi odierni?

Ognuno è figlio dei propri tempi, ora ha valore solo il “qui ed ora”. Tutto è disponibile, ma difficile da individuare nel mare/marasma che la rete ti propone. La modalità di diffusione è legata ai social, è un mondo totalmente diverso e anche le scale valoriali sono altre. L’individuo, il personalismo è molto più determinante, come se la vera battaglia debba essere combattuta sui social.

Alioscia (ph Michele Piazza)

Vi siete sempre definiti un “collettivo”; quanto è importante per una band collaborare senza distinzione di ruoli?

Siamo stati la classica band, con le tensioni ed i casini di una band. Chi era più virtuoso con lo strumento, chi più strategico e visionario, chi gregario fondamentale, chi in cerca di conferme personali. Ci sono momenti in cui tutti spingono nella stessa direzione, poi cambiano le aspettative e le persone cambiano e gli scenari si complicano e diventa più difficile trovare un equilibrio. Siamo stati e continuiamo ad essere in modo diverso la sintesi alchemica di gusti e personalità. Certo ora la direzione non è più un tema conteso, si va avanti seguendo una prospettiva che detto io. Ma dico anche che in molti salgono e scendono da questo progetto portando un contributo importante.

Alioscia a Roma, 2023 (foto @mirkojira)

Che realtà sociali e musicali sono presenti a Milano attualmente e quanto è cambiato il concetto di cultura underground rispetto ai Vostri esordi?

Io ora vivo da poco a Londra e voglio guardare Milano un po’ da lontano dopo quasi quarant’anni di “militanza” in quel contesto. È comunque una città viva musicalmente, se fai musica e stai a Milano forse sei nel posto giusto, con tutti i suoi pro e contro; in molti si trasferiscono lì e fanno di Milano il loro hub. C’è una scena indie che gira intorno all’Arci Bellezza, ci sono scene forti di elettronica molto sotterranee, tanti piccoli posti con gente comunque proattiva, serate di comunità etniche. Mancano posti come era il Leocavallo, dove puoi avere in un contesto molto informale proposte trasversali a prezzi accessibili a tutti. Milano o meglio vivere a Milano è diventato caro come il fuoco.

Nel Vostro linguaggio musicale avete rappresentato le realtà sociali e le condizioni identitarie represse a causa di una società che non ammette cambiamenti; raccontare tutto questo Vi ha creato difficoltà durante il Vostro percorso artistico?

No anzi, ha rappresentato un tratto identitario e ha contribuito ad avere una relazione profonda con chi ci segue. Alla fine, siamo noi che abbiamo sempre snobbato il mainstream e cercato di alimentare la nostra grande nicchia.

Nell’ultimo album che avete realizzato dal titolo “Fumo” vi sono atmosfere cupe ed oscure; cosa simboleggia il titolo e quali messaggi avete voluto trasmettere in questo capolavoro discografico?

Grazie per il complimento. “Fumo” è un racconto, una suite musicale, un mosaico. Porta il titolo della prima traccia che è stata composta. La visione è quella di un mondo polarizzato per volontà di chi può trattare profitti e vantaggi da una divisione tra soggetti che sono visti come comparse in un progetto di sfruttamento ed egemonia. Il fumo è la confusione di cui ci nutrono, il caos che viene presentato come ragion di Stato. Ci vogliono divisi, ci vogliono in guerra, intossicati ed impauriti pronti a reagire con aggressività. Un Fumo tossico quindi… in contrapposizione c’è un Fumo necessario, purificatore, che ti porta a concentrarti e a meditare. L’esempio è quello del turibolo dell’incenso. Una doppia lettura.

Casino Royale – Fumo (Suite Version):

In “Fumo” sono presenti artiste femminili come affermazione di forza e identità in un linguaggio musicale potente ed estremamente significativo come lo è il Vostro; secondo Voi nel panorama musicale alternativo italiano le artiste hanno la stessa considerazione degli artisti maschi?

Guarda, girando un po’ in tour con Marta Del Grandi posso dirti che lei è molto critica su questa questione, io forse son distratto o troppo in buona fede oppure vivo ai limiti della ressa tra quelli che vogliono affermarsi; quindi, ho un pensiero non così puntuale sulla questione. Certo il tema dei ruoli è un tema, gli uffici stampa sono spesso in mano a figure femminili, gli A&R sono spesso maschi, non vedo un disegno oscuro atto a emarginare le donne, a volte si potrebbe anche affermare che la figura femminile a qualche chance in più di apparire in certi contesti un po’ glamour e di costume. Abbiamo scelto di collaborare con artiste di cui percepivano il battito del cuore dalla parte giusta e mi piacerebbe collaborare ancora con voci femminili, è una parte che a Casino Royale è mancata e nella logica del collettivo ben vengano altre donne, ragazze, bambine. Chiaramente il riferimento è al featuring spontaneo di mia figlia Alina. Ora ho ascoltato Gaia Banfi e Paola Pizzino, mi piacciono entrambe.

“Fumo” è un album che descrive le realtà sociali dei nostri tempi, tra cui la manipolazione digitale, la solitudine che ci affligge; rispetto ai Vostri esordi cosa è cambiato nell’approccio verso l’altro e nell’ascolto della musica?

Già da “Jungle Jubilee” il nostro secondo album la scrittura anche in inglese ha cercato di trattare temi sociali, White Sun parlava di immigrazione e razzismo, Tam Tam Party di colonialismo e sfruttamento da parte dell’Occidente del cosiddetto Terzo Mondo. Poi da “Dainamaita” in poi abbiamo sempre seguito il nostro filone narrativo, ancora oggi molti testi nel loro contenuto sono attuali, purtroppo. Nell’ascolto della musica… che ti posso dire, abbiamo visto e sentito le cose fare il giro tre o quattro volti in questi quattro decenni. A me piacciono sempre il groove e i bassi potenti, però ascolto anche cose molto dilatate e sospese. Difficilmente ascolto qualcosa di contemporaneo che suoni alle mie orecchie nuovo.

Le tue performance sono molto particolari e potenti, e denotano una grande esperienza di palco; cosa significa per te comunicare con il pubblico?

È l’unico scopo che ho nel fare musica. Io non sono un musicista, non sono un cantante e manco un rapper, se non avessi nulla da comunicare agli altri non salirei mai sul palco. Io ho bisogno di poter provare ad arrivare alla testa, al cuore e allo stomaco di chi ho davanti, ho l’ambizione è la necessità di entrare in connessione. Mi aiuta a sentirmi meno solo e più vicino.

Un tuo giudizio sui giovani artisti del periodo attuale?

Ogni epoca ha i suoi cavalieri ed i suoi eroi. Forse mi manca un po’ quell’attitudine ad usare la musica come mezzo e strumento di scontro incontro che invece era forse più prominente nei decenni in cui io ero un ragazzino.

2024, (@daniele_baldi_portrait)

La Vostra denominazione “Casino Royale” è sinonimo di gioco d’azzardo; quanto avete osato nella vita artistica e ritenete la Vostra scommessa vinta?

Ci siamo giocati tutto e spesso io ho anche forzato la mano scommettendo per gli altri, ma credo che ne sia valsa la pena, non penso a come sarebbe andata ma a come andrà. Dainamaita, Anno Zero, Royale Sound raccontano questo aspetto della nostra carriera o meglio percorso.

Progetti per il futuro?

Al momento sto facendo promozione per il trentennale di “Sempre Più Vicini”, il disco che forse ci ha portato maggiore esposizione e che ha fatto notare Casino Royale come una band veramente “speciale” nella scena italiana. Sono molto contento di tutti gli attestati di stima e di merito che oggi è solo oggi, finalmente, ci vengono riconosciuti. Ma come ho già detto sono più interessato a quello che sarà che a quello che siamo stati.

“Siamo chiunque siamo”

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